sabato, maggio 29, 2010

Amilcare

C'era un rumore fastidioso sullo sfondo. Amilcare si tirò sù dalla sedia sdraio dove stava facendo parole crociate, sul balcone, cercando invano di sfuggire all'afa di quel pomeriggio estivo. Con le dita dei piedi cercò in terra le ciabatte, mentre arcuando la schiena si sporgeva per capire da dove provenisse quello stridio insopportabile.

«Tatiana! - gridò raspandosi la gola con la sua voce rauca - Tatiana dove sei?»

La sua badante, Tatiana, era una ragazzotta straniera attorno alla trentina, che probabilmente non pesava meno di centocinquanta chili. Alta il doppio di Amilcare, era abbastanza robusta da sollevare il vecchio pensionato come se fosse un sacco di piume. Tatiana si prendeva 400 euro al mese, e trascorreva con Amilcare tutte le mattine, cinque giorni a settimana. Amilcare aveva imparato a non curarsi di lei, non le parlava e non le lasciava da fare le cose: Tatiana sembrava sapere tutto quello che c'era da sapere su come si gestisce una casa. Sapeva dove mettere le cose, quali pulizie fare, come sistemare i vestiti, cosa comprare per pranzo, e come cucinarlo. A fine mese prendeva i suoi 400 euro, e Amilcare si era abituato a lei tanto quanto all'assenza della sua cara moglie. Tatiana forse aveva lasciato la televisione accesa, oppure stava ascoltando qualcosa col suo i-pod e il brusio della musica a bassissimo volume, rimbombando nel suo apparecchio acustico, finiva per creare quel fischio. Forse.

«Tatiana? ...sei ancora in casa? Tatiana!» Ma nessuna risposta. Amilcare era solo. Con la mano tremante si tolse l'apparecchio dall'orecchio destro. Forse era difettoso. Il silenzio calò attorno a lui, quel silenzio naturale che lo cullava la notte quando era solito togliere quella scatoletta rosa da dietro l'orecchio per aiutare il sonno a trovare la strada di casa.

Ma niente da fare: quel suono stridulo, costante, trascinato... era ancora lì, ancora nella sua testa, ronzando continuamente sembrava rimbombargli fra le tempie senza nessuna intenzione di smorzarsi.

Amilcare barcollò per un attimo quando si sollevò in piedi. Poggiò l'apparecchio sul tavolinetto di vetroresina bianca, accanto al fodero degli occhiali e alla ciotolina con le pillole da prendere prima di cena. Scivolando sulla suola delle pantofole, raggiunse l'interno della casa. Un odore misto di cif e legno stagionato riempiva il soggiorno, colmo di mobili d'epoca che i giovani d'oggi si sognavano di comprare, all'Ikea. Il suono sibilava con più acutezza adesso, nonostante Amilcare avesse tolto l'apparecchio acustico. Forse era solo il silenzio, che lo rendeva ancora più insopportabile. Appoggiandosi a un comò quasi fece cadere la bomboniera del matrimonio di suo figlio, pietrificata su quel ripiano da vent'anni.

«Ah... forse ho capito... forse ho capito, razza di birbaccioni...» gongolò il vecchietto, tornando sui suoi passi e dirigendosi verso l'ampio ingresso. Col cazzo che potevano permetterselo, i giovani, un ingresso come quello. Bello ampio, con lo specchio, l'attaccapanni, la cassapanca e il quadro di un ciliegio in fiore. Adesso erano tutti openspace. O si entrava direttamente nel salotto. E chi poteva permettersi il lusso di un ingresso. Amilcare invece ce l'aveva. Frugò nella vestaglia a scacchi e tirò fuori la chiave dello sgabuzzino. «Mortacci vostra...» sussurrò mentre si chinava per infilare la chiave nel piccolo foro della porticina di legno. Era laccata di bianco, nascosta a due passi dall'ingresso, su un lato del corridoio. Alta appena un metro, Amilcare ci giocava con suo figlio quando lui era piccolo e si divertiva a nascondersi per casa. Quello era il suo nascondiglio preferito, e Amilcare faceva finta di non trovarlo per un sacco di tempo, aggirandosi per casa e bofonchiando “dove diamine si sarà cacciato quel ragazzino?”... e dallo sgabuzzino lo sentiva ridere. Che bei tempi.

Non c'era dubbio, il suono fastidioso veniva da là dentro. La chiave fece un paio di giri, Amilcare aprì la porticina. Ed eccolo lì. Un telefono cellulare acceso che col suo schermo luminoso illuminava debolmente l'angusto spazio davanti a lui. Tatiana doveva essersi dimenticata di perquisire l'ultimo rompiscatole, prima di gettarlo dentro. Amilcare si chinò in avanti, subendo in un istante tutti i dolori che la sua malandata schiena avrebbe avuto piacere di fargli provare in un pomeriggio intero. Raccolse il cellulare e iniziò a pigiare i tastini luminosi, azzeccando a caso il pulsante per spegnerlo. Il suono cessò.

Dal fondo della stanza strisciò verso la porticina il signor Romualdo. O Ronaldo? Qualcosa del genere. Coperto di polvere, denutrito, spettinato, ma ancora di aspetto rispettabile con la sua giacca scura e la cravatta rossa. I polsi legati e le caviglie bloccate gli impedivano di muoversi in altro modo. Aveva gli occhi gonfi di lacrime. Provò a bofonchiare qualcosa, ma con quello straccio infilato nella bocca era difficile farsi comprendere. Amilcare provò a interpretare.

«No, non la cambio la mia cazzo di tariffa della luce!» Gli rispose, secco.

Romualdo mise la testa fuori dallo sgabuzzino mugugnando più forte. Amilcare lo afferrò per i capelli e lo spinse di nuovo dentro.

«...ah era il contratto del telefono? ...o del gas? ...non importa! Non me ne frega un cazzo! Lasciami in pace, capito?»

Richiuse veloce la porticina, ignorando i colpi che provenivano dall'interno. La porticina era robusta, legno massello, mica come quelle porte di compensato che mettevano al giorno d'oggi nelle case fresche di costruzione. Amilcare si spostò a fatica fino in cucina, gettò il cellulare nella spazzatura, e si voltò per tornare indietro. Notò un biglietto giallo attaccato sul frigo. Strizzando gli occhi lo lesse. Diceva: “Finisco domani il testimone di Geova, vado a prendere Wadim che esce prima – Tatiana”.

«Eh la fretta! – borbottò Amilcare – E poi lo vediamo tutti come finisce. Che le cose si fanno a metà, si lasciano in sospeso...»

Dondolando precariamente tornò sul terrazzo. L'afa pomeridiana stava lasciando il posto alla frescura della sera. Quello era il momento migliore per godersi un po' d'aria in veranda. Che le case di adesso non ce le hanno più le verande, e nemmeno i terrazzi spaziosi come ce l'aveva casa di Amilcare, perché non conviene più farle. Chi se le può permettere? Il vecchietto si accasciò sulla sedia sdraio e allungò le dita per raccogliere l'apparecchio acustico dal tavolino. Poi ci ripensò. Tatiana aveva lasciato il lavoro a metà, non gli andava di sentir gemere e raspare sul legno per tutta la notte. Silenzio ci voleva. Altro che contratti della luce o del telefono, quello vendeva religione... a saperlo prima, Amilcare gli avrebbe offerto un bicchiere d'acqua. Inforcò gli occhiali, stese la testa e scacciando via altre riflessioni amare, lesse con attenzione la definizione del 14 verticale.

Magliette da vero geek

Ho trovato, su suggerimento della pagina ufficiale di D&D, questo sito che vende magliette e capi di abbigliamento per "geek". Per chi non lo sapesse, il geek è un tipo di nerd particolare. Negli usa la parola "nerd" non sta a indicare esattamente la stessa cosa che qui in Italia, il nerd americano è lo studentello gracile, occhialuto, secchione e sfigato con le donne; non c'è nessuna connotazione relativa ai suoi hobby, anche se si può dare per scontato che stia ore davanti al computer. Il geek è quello che gioca ai giochi di ruolo, legge fumetti, partecipa alle convention di otaku, si uccide di videogames e parla continuamente solo di questi argomenti. Da noi il termine "nerd", quando viene usato, di solito si riferisce al geek. Beh il sito che vende abbigliamento per geek.

E queste tre magliette sono fichissime! :D



venerdì, maggio 28, 2010

Header

Questo è il nuovo header del blog. L'ho fatto un po' di fretta ma mi piace. E' un panorama desolato eppure significativo. Si adatta alla mia personale visione del fantasy, e anche della vita.

domenica, maggio 23, 2010

Leopardi

Siccome ultimamente il mio umore non era dei migliori, ho pensato bene di immergermi completamente nella lettura di Giacomo Leopardi. Ho apprezzato il lato più stronzo di Leopardi, quello cinico per il quale l'uomo è la creatura più antisociale che esiste e ognuno di noi è solo e nemico di ogni altro, quindi occorre essere egoisti per sopravvivere. E assieme al suo lato stronzo ho apprezzato anche altre piccole caratteristiche, a me inedite, del suo carattere. Tutti i brani che seguono sono tratti dallo Zibaldone.

"La stagione e il clima freddo dà maggior forza all'agire, maggior contentezza del presente, inclinazione all'ordine, al metodo. Il caldo scema la forza di agire, rende suscettibili alla noia, intolleranti all'uniformità della vita, vaghi di novità, malcontenti di se stessi e del presente."

"L'amor proprio e quindi l'infelicità sono in proporzione diretta del sentimento della vita. Gli uomini sensibili, di cuore, di fantasia, insomma di animo mobile, suscettibile e più vivo in una parola degli altri, sono delicati e deboli di complessione, e ciò così ordinariamente che il contrario sarebbe un fenomeno. La vita è il sentimento dell'esistenza, e l'esistenza può essere maggiore senza che lo sia la vita."

"Son da ammonire i principianti della vita, ché se intendono di vivere (...) s'armino di tanta dose di egoismo quanta possano maggiore, acciocché la reazion loro sia o maggiore o perlomeno uguale all'azione degli altri contro di loro. Ché se il cedere per forza, cioè per causa della propria impotenza è miserabile, il cedere volontariamente, cioè per mancanza di sufficiente egoismo (...) è ridicolo e da sciocchi, e da inesperto e irriflessivo. E si può dire con verità che il sacrificio di se stesso, il quale in tutti gli altri tempi fu magnanimità, in questi è viltà, e mancanza di coraggio o d'attività, cioè pigrizia, e dappocaggine; ovvero imbecillità di mente."

giovedì, maggio 13, 2010

Il perdente radicale

"Parlare del perdente è difficile, e sciocco non parlarne. Sciocco perché il vincente definitivo non può esistere e perché a ciascuno di noi è riservata la stessa fine [...]. Difficile perché è troppo facile accontentarsi di una simile banalità metafisica. In tal modo, infatti, non si coglie l'effettiva dimensione dirompente: quella politica. Invece di decifrare i mille volti del perdente, i sociologi si attengono alle loro statistiche: valore medio, deviazione standard, distribuzione normale. Raramente arrivano a ipotizzare che potrebbero a loro volta fare parte dei perdenti. Le loro definizioni sono come quando si gratta una ferita: stando a Samuel Butler, quella poi prude e duole più di prima. Fatto sta che da come l'umanità si è organizzata - capitalismo, concorrenza, impero, globalizzazione - non solo il numero dei perdenti aumenta di giorno in giorno; come in ogni compagine di massa presto si verifica un frazionamento; con un processo caotico e indecifrabile le schiere dei soccombenti, dei vinti, delle vittime si scindono fra loro. Il fallito si rassegna alla propria sorte, la vittima chiede soddisfazione, il vinto si prepara alla prossima tenzone. Ma il perdente radicale si ritrae in disparte, diventa invisibile, coltiva il suo fantasma, raduna le proprie energie e attende la sua ora."

Incipit di Hans Magnus Enzensberger, Il Perdente Radicale, Einaudi
PS se avete un minutino, votate qui.

sabato, aprile 03, 2010

Dodici dita

“Al saggio non può capitare niente di male.
E' più forte di tutto ciò che lo circonda.”
- Lucio Anneo Seneca

Dodici dita si guardò le mani. Aveva solo dieci dita, come tutti. Con calma e dedizione si abbandonò ai gesti automatici che lo avrebbero condotto a rimontare la sua vecchia pistola.

Per prima cosa, il popolo. Quella massa di esseri brulicanti che schiamazzavano nelle strade attorno a lui. Mercanti, artigiani, contadini... Vecchi e giovani, uomini e donne. Scendendo nello specifico qualcuno di loro poteva essere interessante, forse abbastanza da condividere con lui qualche pena, ma bastava salire un po' più in alto sulla torre, allargare un po' la visuale, defocalizzare, rifocalizzare, e cosa si otteneva? Marmaglia. Si può imparare a vedere tutto dall'alto, basta abbandonare ogni curiosità, e tradire la fantasia. Improvvisamente sono tutti uguali. Così li percepiva, Dodici Dita.
Dodici dita incastrò velocemente tutti i pezzi dell'arma. Una serie di click lo rassicurò sul giusto posizionamento degli ingranaggi, ma non ce n'era bisogno. Aveva smontato e rimontato la pistola centinaia di volte, centinaia.

Il punto di vista delle pietre. Le pietre che lastricavano l'intera via erano state posizionate lì dai grandi re del passato, e avevano attraversato i secoli, in parte sepolte dalla terra, in parte spaccate dal tempo, in parte levigate dal continuo passaggio. Ognuna di quelle pietre era un testimone logoro dell'insignificanza dell'esistenza. Quante volte avranno ascoltato i discorsi delle persone che distrattamente le calpestavano? Discorsi sulla politica, sulla famiglia, sul bene e sul male, ogni volta pronunciati come se fossero cose importanti, fondamentali, addirittura cose vitali. Sorrise. Vitali, ma non per le pietre. Forse per quelle brevi esistenze. Secoli dopo qualcuno rifarà gli stessi discorsi, e le pietre restano lì, costrette a risentirli.
Spinse il cristallo nella canna. Energia luminosa si sprigionò dalle superfici lisce della scheggia vetrosa, prima che scomparisse nel buio del cilindro di essedreel. Senza quel cristallo, l'arma non avrebbe sparato. Il cristallo era il cuore dell'arma.

La via religiosa alla salvezza. Alcuni religiosi si muovevano tra la folla, il corpo ammantato di vesti costose, nonché di sicurezze inventate. Lungo la strada incontravano altra gente, anime impaurite e riverenti, che elargivano sorrisi in cambio di benedizioni. Buone maniere in cambio di serenità. Non è male come scambio.
L'arma vibrò in maniera quasi impercettibile. Il metallo che assorbiva l'energia del cristallo. Dodici dita infilò una mano in tasca e ne estrasse una manciata di proiettili, grossi pallettoni argentati. Un paio caddero a terra, scivolarono seguendo le spaccature nelle assi del pavimento e finirono per infilarsi sotto il mobilio spartano della stanza. Dodici dita vuotò la mano in una ciotola di legno, su uno sgabello, vicino alla finestra.

La sordità alle grida del mondo, laceranti e stridule, acute e altissime, angoscianti e terribili.
Perché le orecchie delle altre persone non sanguinavano? Dodici dita lo sapeva. Perché erano nati sordi. Tutti quanti. E per non sentirsi inadeguato Dodici dita aveva cercato di sfondarsi i timpani con un chiodo da staccionata all'età di diciassette anni. Ora ne aveva trentasette, era sopravvissuto per tanti anni a quei lamenti strazianti grazie al fatto che ci era riuscito, anche se solo a metà. L'orecchio destro non ascoltava più, nulla. Nemmeno il fragore della sua arma, quando l'avvicinava al volto per fare fuoco.
I proiettili scorrevano all'interno della pistola, come cubi d'acqua congelata in una gola di ferro. Dodici dita distese il braccio e sfiorò col dito il grilletto. Uno scatto, il ritrarsi istantaneo di una molla, una cuspide di essedreel avrebbe scalfito il cristallo, l'energia avrebbe percorso la canna, il proiettile sarebbe stato vomitato fuori dal buio. Una pallina lucente che schizza nell'aria incurante di tutto quello che attraversa. PAM. Cielo azzurro, drappo di una bandiera, ancora cielo azzurro, lembo di una tunica, pelle, cranio, cervello, cranio, pelle, cielo azzurro... pietra angolare della torre. Così sarebbe andata.

E infine il denaro. Le monete d'oro, i lingotti d'argento. Gemme, pietre preziose, diamanti. Stoffe pregiate, vesti di lusso, vini speziati, portate deliziose, droghe esotiche, cortigiane e feste senza calendario. Dodici dita aveva rinunciato a tutto questo tanto, tanto tempo fa. Strisciava tra i vicoli, come un grosso topo carognoso, per non essere visto e non vedere. Sapevano dove trovarlo, all'occorrenza, sapevano come chiamarlo, se avevano bisogno di lui. Lui non aveva bisogno di niente, di niente e di nessuno. Solo di una sentenza di condanna. Perché le persone emarginate come lui potevano permettersi di giudicare la società, ma non di condannarla. Era sempre stato così, e così sarebbe stato per sempre.
Tirò il grilletto con forza. Dodici dita.

domenica, febbraio 21, 2010

Amico freddo

Era da tantissimo tempo che Paul non si fermava a guardare il cielo notturno. Il freddo intenso non gli dava più fastidio, anzi quella morsa gelida gli sembrava quasi il gesto d'affetto di un amico per troppo tempo incompreso. Le dita intorpidite, i piedi quasi congelati negli stivali inzuppati dalla neve, tutto era come un promemoria del fatto che era ancora vivo. Con un gesto lento si tolse la neve dai capelli e dalla barba, e tornò a rivolgere gli occhi al cielo. Quello squarcio di manto azzurro che le fronde degli alberi lasciavano intravedere, e che la luna per quella notte sembrava avere abbandonato.

Si accorse di quanto fosse disperata la sua ricerca, addirittura di quanto fosse difficile riuscire ad uscirne vivo. Ma riguardando al passato, a tutta la strada compiuta, a tutti quei passi fatti uno dopo l'altro senza mai sentirsi arrivato da nessuna parte, non aveva alcun rimpianto. Tra le gelide alture attorno a lui esisteva un luogo perduto da secoli, remoto, silenzioso nel ventre della roccia, inalterato, sepolto. In attesa. Non c'erano più viveri nella sua bisaccia, cacciare qualcosa diventava ogni settimana più difficile (come se fosse stato mai bravo a farlo!). Ma il cielo restava lì, immutabile ed eterno, ad accogliere il suo sguardo ed ogni sua eventuale preghiera.

La risata della driade riecheggiò tra i fusti degli alberi attorno, sempre più sottile. Paul si rialzò in piedi e la ringraziò mentalmente. Se la mano gentile di un essere tanto incredibile non gli avesse afferrato il polso, poche ore fa, sarebbe stato ancora immobile nella neve, sconfitto dalla fame e dal freddo. Che intenzioni aveva quella creatura? Straordinaria ed ambigua. Il tempo di guardarla negli occhi ed era già scomparsa. Paul aveva afferrato la sua spada, tentando di difendersi, e solo allora si era reso conto di avere ancora forza nelle braccia. Chi l'aveva mandata, e perché? Sentiva ancora la sua voce bisbigliare in lontananza.

Si strinse il mantello attorno all'armatura, e con passi lenti si mosse verso un riparo tra le rocce. Gli stivali affondavano nella neve ben oltre il ginocchio, il ghiaccio mordeva le gambe e rendeva affannoso addirittura il respiro. Vide un'ombra tra gli alberi, e poi di nuovo una risata.
"Chi sei?" Gridò nel vuoto. Le parole gli si strozzarono in gola, per pronunciarle ingerì una grossa nuvola di aria gelida. Non sperava in una risposta, in fondo. Le driadi non danno risposte, e nemmeno aiuto. Le leggende parlando di persone tratte in inganno dalle driadi, le driadi non salvano la vita ai viaggiatori erranti.

Raggiunse una fenditura nelle rocce, al riparo dal vento e dalla neve. Dalla fenditura sembrava provenire un respiro caldo e discontinuo. Una corrente? La montagna è cava. Barcollò all'interno e rotolò goffamente in terra, in un letto di pietrisco aguzzo. Sentiva la corrente calda sul volto. Comprese di essere salvo, per il momento. Il freddo non l'avrebbe ucciso, non questa notte, non adesso. Era un amico gentile, bastava fargli capire di non aver bisogno di lui, se ne sarebbe andato. Restò immobile, mentre scivolava nel sonno. Sognò la driade e la sua risata.

lunedì, febbraio 08, 2010

Piccoli capolavori incompresi











Quando dalla cantina rispunta una cassa intera di costruzioni LEGO, non puoi farne a meno. Tutti costruiti con la stessa accurata selezione di pezzi, pochi e giocando a costruire cose sempre diverse, sperimentando ogni possibile combinazione.

giovedì, gennaio 21, 2010

Altri racconti brevi...

Come ho già scritto, ho deciso di dedicare una serie di post ai racconti brevi che sto scrivendo per un manuale di Giochi di Ruolo Fantasy. I racconti (brevissimi) che seguono sono stati scritti per introdurre alcune carriere dei personaggi. Alcuni saranno più fruibili per gli "addetti ai lavori" (ad esempio sarà utile sapere che un Guaritore può anche resuscitare una persona morta da poco), ma altri hanno caratteristiche meno criptiche e più godibili. Beh buona lettura.

Druido
“E voi chi siete?” Domandò il Baluardo.
Davanti a lui si parava un elfo in armatura di cuoio, con le braccia e le gambe avvolte in grosse bende di lana, e una benda dello stesso tipo gli copriva la fronte e un occhio, probabilmente mancante.
“Mi chiamo Yash, sono il consigliere di Grenda.”
Rispose l'elfo. “E' con me.” Confermò Grenda, la custode del villaggio. Almeno un paio dei soldati che il Baluardo aveva portato con sé erano palesemente turbati dal fatto che Grenda si fosse presentata loro quasi completamente nuda, ma il templare non lo era affatto.
“Se queste sono le vostre usanze, a me sta bene.
Sono qui per chiedere che riapriate la via commerciale del bosco di Nood. Quello che è accaduto è sicuramente opera del vostro popolo. Gli alberi hanno formato una coltre di rami impenetrabili, e i vostri elfi ci intimano di tornare da dove siamo venuti. Questo è inammissibile.”
Grenda incrociò le braccia, come se fosse spazientita. Lanciò uno sguardo a Yash, e rispose:
“Volete che un sentiero nei boschi diventi una via carovaniera, questo non possiamo permetterlo. Il bosco non è d'accordo.”
Il Baluardo puntò il dito verso la custode:
“Quello che non volete è che la Chiesa di Sinth costruisca una cattedrale alle pendici dei monti
Salish, perché sarebbe troppo vicina al vostro territorio! Ecco qual'è la verità.”
“Anche sulla costruzione della cattedrale, il bosco non è d'accordo.” Rispose serafica Grenda.
“Non accetteremo ultimatum dagli eretici! - Tuonò il templare – Riapriremo la strada con la forza se necessario! Vedremo se il bosco sarà ancora contrario!”
Yash fece un passo avanti e agitò le dita nell'aria.
“Perché non glielo chiede?” Disse. Immediatamente gli alberi più vicini ai soldati si allungarono e li afferrarono, sollevandoli in alto fra le fronde.
Qualcuno, agitando la spada, riuscì a mozzare qualche ramo e a liberarsi. Gli altri gridavano presi dal panico. Il templare si guardò intorno, sembrava che la foresta non avesse altro desiderio che stritolarli.
“Credo... credo che costruire una chiesa così vicina al bosco non sia in effetti una buona idea! Vi prego lasciateli andare!” Piagnucolò. Yash abbassò le mani. Uno dopo l'altro i soldati caddero a terra con un tonfo. Il tempo di rialzarsi, ed erano già corsi via sparendo dalla vista degli elfi. Il Baluardo li seguì velocemente.
“Se torneranno, - disse Grenda allontanandosi – puoi spremerli e usare il loro sangue per abbeverare il terreno. Non mi interessa interloquire ancora con questa razza insignificante.”
“Si, mia signora.” Le rispose il druido, chinando il capo in segno di devozione.

Guardiano del Crepuscolo
Sir Perentar entrò nel dormitorio completamente coperto di sangue. Era sangue nero, viscoso, denso. Nessuno sapeva cosa aveva affrontato, ma qualsiasi cosa fosse era stata peggiore del solito. Si slacciò l'elmo e lo gettò sul pavimento. Una ferita profonda che dalla fronte scendeva fino al sopracciglio gli impediva di aprire l'occhio sinistro.
“Acqua!” Gridò.
Uno dei novizi recuperò di corsa un otre e glielo porse. Perentar lo sollevò in alto e lo svuotò sulla propria faccia. L'acqua scendeva inzuppando i suoi paramenti da templare, scivolando sotto l'armatura pesante, lavando via gli umori residui della battaglia. Uno dei guaritori, chiamato forse da un altro dei novizi, corse nella stanza. Quando vide la ferita, esclamò qualcosa sottovoce.
“Lasci stare la ferita sulla testa, Belgras. - Sussurrò Perentar mentre l'acqua ancora gli scendeva tra i capelli, neri e lunghi. - Quest'altra fa molto più male...”
Così dicendo slacciò lo scudo, che cadde a terra con clangore. Sollevò il braccio, mostrando uno squarcio nero che sembrava seguire la linea del costato. Un fiotto di sangue ne uscì immediatamente, dilagando sulla tunica zuppa.
“Sir Perentar, questa ferita richiede una cucitura e l'applicazione immediata di magia! - Balbettò con agitazione il guaritore. - Probabilmente una delle costole sarà spezzata, e il taglio è troppo profondo affinché si richiuda velocemente, anche con gli incantesimi adeguati...”
Sir Perentar strinse i denti e afferrò il guaritore per la collottola, sollevandolo quasi da terra.
“Ascoltami bene, Belgras: i miei compagni stanno morendo, là fuori. Lo senti il suono di questi corni? Presto saranno pronti a un nuovo assalto. Applica la tua magia, fai il meglio che puoi e risparmiami le tue preoccupazioni da isterico, io sono un Guardiano del Crepuscolo, la Dea Madre mi sosterrà!”
Belgras annuì terrorizzato. Non appena toccò di nuovo terra, iniziò a recitare formule di guarigione.

Guaritore
Il guaritore passò le dita sulle labbra della ragazza.
Erano secche e screpolate, ma nonostante questo una secrezione giallognola le fuoriusciva dalla bocca.
“Allora, Celan... vuoi darti una mossa? - Lo ammonì l'arciera alle sue spalle, che appoggiata alla porta si assicurava che nessuno la aprisse all'improvviso. -Dubito che Renni riuscirà a trattenere il padre della ragazza ancora per molto tempo. E hai visto la sguardo di Kaldrian? Secondo me sta per trasformarli tutti in aragoste...”
“Ho bisogno solo di qualche altro minuto, Tanis.”
Gli rispose Celan. Strappò le vesti della ragazza e cominciò a premerle l'addome. Era duro come se avesse inghiottito pietre. Esaminò la pelle con attenzione. Piccole macchie nere erano sorte attorno alle zone ghiandolari, sotto pelle.
“Perfetto. - Esclamò il guaritore rialzandosi. - Fai entrare il governatore. Cioè il padre. Veloce!”
Tanis aprì la porta. Al momento giusto, perché appena oltre la porta c'era il governatore, con il pugno alzato nel gesto di bussare. Dietro di lui Renni Kaldrian cercavano di giustificarsi per il fatto che fosse riuscito a passare.
“Non fa niente, ragazzi. - Disse Celan comparendo alla porta. - Ho risolto il caso. La ragazza aveva contratto il morbo di Gualsh, una malattia che solitamente è trasmessa dalla saliva dei lupi selvaggi. Dubito che il governatore o qualcuno del villaggio tenga lupi selvaggi in casa come animali di compagnia. Quindi il licantropo è Monique, la figlia del mercante di tessuti.”
Il governatore impallidì, poi riprese colore, poi deglutì, poi sgranò gli occhi. Il tutto nel giro di pochi secondi. Infine chiese:
“Cosa c'entra la figlia di Holdred in tutto questo?”
Renni si intromise: “In questi giorni abbiamo visto sua figlia, più di una volta, assieme a Monique... in atteggiamenti diciamo... promiscui? Si può dire?”
“Insomma si baciavano.” Tagliò corto Kaldrian.
“Esatto! - Esclamò di nuovo il guaritore. - Monique le ha trasmesso il morbo di Gualsh! Monique è un licantropo, e come tale ha contratto il morbo da altri lupi selvaggi. Monique è colei che state cercando.”
“Ma... Ma... - Balbettò il governatore. - Mia figlia? Adesso sta bene?”
“No, è morta. - Disse Celan. - Ma tranquillo, non è grave.”

Immagine: James C. Kimball - all rights reserved

mercoledì, gennaio 13, 2010

Il Mestiere dell'Avventuriero

I "racconti" che seguono saranno inseriti come presentazione delle tre classi di personaggio disponibili nel gioco di ruolo Lo Zeist che sto sviluppando assieme ad alcuni amici. Ispirandoci al sistema proposto dal manuale Arcani Rivelati per D&D terza edizione, abbiamo pensato che tre classi base fossero più che sufficienti a definire tutte le tipologie di avventuriero (ovviamente ciò è possibile se il sistema permette di personalizzarle a sufficienza). In realtà per molto tempo sono stato sul punto addirittura di ridurre tutte le classi a due sole: Combattente e Incantatore. Ma poi mi sono convinto che il combattente avrebbe potuto essere una versione "specializzata" dell'avventuriero, ovvero un avventuriero che, proprio come l'incantatore, ha ricevuto un addestramento in una particolare disciplina. Nel caso del combattente la disciplina è quella militare, ovviamente. E così, per esclusione, è nata la terza classe: l'Avventuriero, a includere tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di ricevere addestramento in nessuna delle due discipline, la magia o le armi.
Beh questi tre racconti di pochissime righe parlano di un avventuriero, di un combattente e di un incantatore.

Avventuriero
“Da dove provieni, straniero?” Non fu la voce rauca del corpulento avventore che infastidì Nikopol, né la domanda. Fu la schiuma. La schiuma della birra, che gli colava ai lati della bocca aggrappandosi alla barba ispida. L'omaccione se ne accorse e si pulì il volto con il braccio. Rimaneva sudicio abbastanza da meritarsi un posto d'onore al bancone di quella bettola. “Vengo da Keremish.” Rispose Nikopol. “Keremish? ...ormai solo i gabbiani abitano Keremish. O gli sciacalli. Tu cosa sei? Un gabbiano o uno sciacallo?” Nikopol scostò il mantello di lana cotta che gli copriva l'armatura di cuoio, e passò la mano su una delle sue spade. Odiava essere scambiato per un ladro, talvolta era necessario ribadire il concetto. L'uomo intravide la lunga lama appesa alla cintura, raccolse il suo boccale e si allontanò dal bancone, pallido in volto. “Quindi sei un avventuriero...” Affermò l'oste, poggiando davanti a Nikopol un bicchiere di liquore nero e denso. Nikopol lo strinse tra le dita, lo portò alle labbra e lo mandò giù tutto d'un fiato. “Sono un gabbiano. E uno sciacallo.”

Combattente
La folla sembrava essersi accalcata velocemente, lasciando perdere qualsiasi faccenda. I mercanti dietro i bancali colmi di merce cercavano si sollevarsi per scorgere anche loro qualcosa di quello che stava accadendo. Il capitano Redmill si fece largo mostrando il simbolo delle autorità di Wallace. Fate passare! State indietro!” continuava a ripetere, ma fu presto costretto a scostare con forza i curiosi. Al centro della piazza giacevano quattro dei suoi uomini, privi di sensi. Uno galleggiava nell'acqua della fontana, un'altro doveva aver sfondato la ruota di un carretto cedendovi sopra. Ancora ansimante per la battaglia, una ragazza in armatura ruotava una lunga spada intimando a tutti di stare alla larga. Calma ragazza! Calma! - disse Redmill avvicinandosi con le mani protese verso di lei - Sono il capitano Reginald Redmill della guardia cittadina di Wallace... deponi le armi e spiegami cosa è successo!” La combattente abbassò l'arma. Gli occhi azzurri ancora brillavano per l'ardore della mischia. "Mi chiamo Lenora, sono una volontaria dell'ordine di Andrapond. E spero che non dover spiegare anche a lei quali sono i livelli minimi di galateo che mi aspetto dalle autorità cittadine.”

Incantatore
La figura che avanzava tra le macerie era quella di un giovanotto appena trentenne, con barba incolta e capelli rossicci terribilmente in disordine. Non che fosse importante, in quel momento, perché gli unici che potevano notarlo erano tre briganti piuttosto arrabbiati. “Tu! - tuonò uno di loro – Sei stato tu a uccidere mio fratello Kurme e i suoi compagni?” Il mio nome è Dumrod – gli rispose il ragazzo, come se non avesse sentito la domanda, e fosse invece intenzionato a mostrare a quella canaglia un minimo di buone maniere – e se quel ladro e stupratore di contadine che ho incenerito sulla strada era tuo fratello Kurme, allora sì, sono stato io. Ma uno dei suoi compagni è fuggito in questa direzione. Hai per caso visto dov'è andato?”
Il brigante sfoderò una pesante mazza chiodata e strinse i denti fino quasi a farsi sanguinare le gengive. I suoi due compari fecero lo stesso, facendo balenare al sole delle lunghe lame ricurve.
“Sei morto, idiota!” Gridò quello con la mazza, e si scagliò in avanti nel tentativo di colpirlo. Ma la mazza attraversò il corpo di Dumrod come se si trattasse di una figura intangibile.
“Prima di vibrare il colpo verso qualcosa, - sussurrò una voce alle loro spalle – assicuratevi che non si tratti di una illusione.”
L'ultima cosa che videro fu un bagliore elettrico, che scaturiva dalle mani di quel giovanotto appena trentenne, con barba incolta e capelli rossicci terribilmente in disordine.

martedì, gennaio 12, 2010

Ricomincio da Lo Zeist

Sto scrivendo un nuovo Gioco di Ruolo, che riprenderà l'ambientazione Fantasy-Horror che avevo scritto per una mia vecchia campagna di Nephandum, Lo Zeist (che trovate ancora qui). Il sistema sarà un misto tra degli elementi più interessanti che abbiamo trovato un po' in tutti i giochi di ruolo fantasy da vent'anni a questa parte.

Ricordo che quando uscì la 4a edizione di D&D, il buon Monte Cook rifletté su come la 3a edizione con il suo d20 system avesse dato un impulso incredibile all'editoria di giochi di ruolo, generando un'ondata di nuovi giochi, risollevando così un settore che sembrava ormai destinato a soccombere. Ebbene secondo Monte la 4a edizione aveva invece troncato questo proficuo proliferare di idee, imponendo se stessa e stramazzando ogni tentativo di concorrenza, o di proposta alternativa. Io credo che invece sia proprio il contrario.
Quando uscì la 3a edizione, è vero che il mercato dei GdR esplose, ma per il 90% si trattava di prodotti d20 system, prodotti che sfruttavano un sistema di regole innovativo e geniale, oltretutto free grazie alla open-game licence. Insomma tante idee, ma tutte figlie dello stesso padre.
La 4a edizione invece ha riscritto una regola: il d20 system (quello nuovo) è D&D. Il nuovo sistema della 4a edizione non può essere applicato a nulla, è costruito attorno all'idea heroic-fantasy di cui D&D è l'incarnazione suprema. E infatti non mi pare di aver notato grosse produzioni basate sul sistema della 4a edizione.
Invece, i game-designer hanno ripreso a sviluppare nuovi giochi con nuovi regolamenti. La Paizo ha ripreso il d20 della 3a edizione e ci ha basato la sua linea di giochi di ruolo fantasy, Pathfinder. La bioware ha chiesto alla Green Ronin di sviluppare un nuovo sistema di regole per basarci il suo recente capolavoro, Dragon Age - Origins, e la Green Ronin pubblicherà il manuale cartaceo. Molti dei giocatori della Gilda del Drago Nero hanno riscoperto vecchie glorie e nuovi grandi giochi di ruolo a cui giocare, in alternativa a D&D, come Rolemaster, il Richiamo di Cthulhu o Sine Requie.

Insomma mi sembra che la 4a edizione (forse in maniera del tutto involontaria) in qualche modo abbia anch'essa contribuito a risvegliare il mercato del GdR. E io faccio parte di questo risveglio. Grazie ai miei amici (Marco Cosentino in primis, che pare si occuperà dei disegni in maniera del tutto volontaria) sto gettando le basi di Lo Zeist - Gioco di Ruolo Fantasy-Horror. C'è ancora molto lavoro da fare, ma in questi giorni vorrei usare il blog come una sorta di "diario" di produzione. Non annoierò nessun eventuale lettore con discussioni sulle regole, però lascerò di tanto in tanto qualche racconto e qualche commento.

Questo è un breve raccontino introduttivo, che apparirà all'inizio del libro.

La caverna si inoltrava nel buio, le pareti di roccia
sembravano distendersi e fondersi con l'oscurità, come
se questa fosse nebbia. Nikopol distese il braccio
davanti a sé gettando luce nell'ampio spazio
sotterraneo. Qualcosa di viscido scivolò via
velocemente dall'angolo più distante del terreno.
Stalagmiti lorde di sangue incrostato si sollevavano dal
terreno, proiettando ombre allungate sui numerosi
cadaveri che erano stati ammucchiati un po' ovunque.
Il fetore di morte era nauseante. Nikopol fece cenno
agli altri di venire avanti. Oriss fu la prima ad
avanzare, attirata da alcuni strani simboli incisi sulle
rocce più vicine.
“E' antico Kalidal, la lingua dei draghi.” Disse.
Il ramingo raggiunse Nikopol, e lo aiutò a esaminare
quel che restava dei corpi, l'incantatrice colpì il una
pietra con la sua spada e questa prese a illuminarsi
aiutando Oriss a decifrare la scritta.
“Sembra che sia stata officiata un'offerta... Sangue per
la signora del buio... Qualcosa del genere.”
“Sono stati sgozzati e gettati a terra, uno dopo l'altro. -
spiegò Dougal, girando con la lunga spada alcuni
cadaveri. - Devono essere rimasti qui da qualche
giorno, e le bestie hanno iniziato a cibarsene.”
“Un'offerta di sangue? ...Creepian?” Domandò
Nikopol mentre si rialzava in piedi, trattenendo a stento
la nausea. Ma un tonfo sordo interruppe i loro discorsi.
Era il suono di un sacco di sabbia gettato in uno stagno
poco profondo. Un cadavere in parte divorato rotolò ai
piedi del ramingo.
“Piovono corpi? - Esclamò Nameera – Poi d'istinto
afferrò la pietra che aveva incantato e la scagliò verso
l'alto, per illuminare la volta della spelonca. Il bagliore
magico squarciò le tenebre come un sipario, mostrando
agli occhi degli avventurieri cosa si stava nascondendo
sopra di loro. Tentacoli neri si stringevano attorno alle
colonne di pietra naturali che sorreggevano la caverna,
e un grosso occhio giallo brillò per un attimo
nell'oscurità, prima che la pietra ricadesse a terra,
scivolando in una pozza di liquame melmoso. Un
ringhio sinistro, a metà tra il ruggito di una belva
feroce e il lamento di un neonato, interruppe il silenzio
del sottosuolo rimbombando su tutte le pareti.
“Nameera, accendi un'altra luce!” Gridò Dougal
girando la sua lama in aria nel tentativo di difendersi
alla cieca. Tutti gli altri sfoderarono le armi. Per un
attimo percepirono tutti distintamente una presenza. La
signora del sangue li stava osservando.

domenica, novembre 22, 2009

Solidarietà a Antonio Tabucchi

Su Le Monde, la casa editrice francese Gallimard ha lanciato una campagna di raccolta firme di colleghi scrittori e autori per esprimere solidarietà a Antonio Tabucchi.

Tabucchi ha scritto un articolo sull'Unità e Renato Schifani (il nostro presidente del Senato) a causa di quell'articolo ha presentato una richiesta in tribunale di UN MILIONE E TRECENTOMILA EURO. Le Monde fa notare che il giornale non è stato querelato, Schifani se l'è presa direttamente con l'autore dell'articolo, richiedendo una cifra esorbitante.

Riporto l'appello di LE MONDE tradotto dai giornalisti de Il Fatto Quotidiano:

Appello
Le democrazie vive hanno bisogno di individui liberi. Di individui coraggiosi, indipendenti, indisciplinati, che osino, che provochino, che disturbino. È così per quegli scrittori per cui la libertà di penna è indissociabile dall’idea stessa di democrazia. Da Voltaire e Victor Hugo a Camus e Sartre, passando per Zola e Mauriac, la Francia e le sue libertà sanno quanto tali libertà debbono al libero esercizio del diritto di osservare e del dovere di dare l’allarme di fronte all’opacità, le menzogne e le imposture di ogni tipo di potere. E l’Europa democratica, da quando è in costruzione, non ha mai cessato di irrobustire la libertà degli scrittori contro ogni abuso di potere e le ragioni di Stato.

Ma ora accade che in Italia questa libertà sia messa in pericolo dall’attacco smisurato di cui è oggetto Antonio Tabucchi. Il presidente del Senato italiano, Riccardo Schifani, pretende da lui in tribunale l’esorbitante somma di 1 milione e 300 mila Euro per un articolo pubblicato su “l’Unità”, giornale che, si noti, non è stato querelato. Il “reato” di Antonio Tabucchi è aver interpellato il senatore Schifani, personaggio di spicco del potere berlusconiano, sul suo passato, sui suoi rapporti di affari e sulle sue dubbie frequentazioni – questioni sulle quali costui è riluttante a dare spiegazioni. Porre domande sul percorso, la carriera e la biografia degli alti responsabili delle nostre istituzioni appartiene al necessario dovere di interrogare e alle legittime curiosità della vita democratica.

Per la precisa scelta del bersaglio (uno scrittore che non ha mai rinunciato a esercitare la propria libertà) e per la somma richiesta (una cifra astronomica per un articolo di giornale), l’obiettivo evidente è l’intimidazione di una coscienza critica e, attraverso tale intimidazione, far tacere tutti gli altri. Dalle recenti incriminazioni contro la stampa dell’opposizione, fino a questo processo intentato a uno scrittore europeo, non possiamo restare indifferenti e passivi di fronte all’offensiva dell’attuale potere italiano contro la libertà di opinione, di critica e di interrogazione. Per questo testimoniamo la nostra solidarietà a Antonio Tabucchi e vi chiediamo di unirvi a noi firmando massicciamente questo appello.


Trovate l'appello originale di Le Monde in questa pagina, dove potete anche scorrere le firme degli autori che hanno già aderito.

Che una casa editrice francese si sia mossa a un'appello di solidarietà nei confronti di un grande autore italiano, mentre in Italia tutto tace, è -lasciatemelo dire- VOMITEVOLE. Provo davvero SCHIFO.

giovedì, novembre 12, 2009

Monte Cook a Lucca Comics & Games 2009

La traduzione è mia personale, e siccome non sono un traduttore di professione, e oltretutto l'ho portata a termine di corsa e nelle pause, mi scuso in anticipo per ogni imprecisione e/o errore!
Il testo qui tradotto è tratto dal blog personale di Monte Cook: http://www.montecook.com/cgi-bin/page.cgi?montejournal

LUCCA COMICS AND GAMES 2009

(è duro persino per scrivere il titolo di questo post senza sentire il ritornello della canzone ufficiale della convention nella mia testa.)

Che cosa ottenete se prendete il ComicCon, ci aggiungete il GenCon e li mettete entrambi in una stupenda città medioevale italiana circondata da mura? Non rispondete ancora, perché c'è di più. Riempite il tutto di cittadini locali che la vivono e la amano veramente, e conditelo liberamente con i ristoranti con il migliore cibo che mai assaggerete. Ora che cosa avete? Lucca Comics & Games, una convention di 140.000 persone che abbraccia tutto ciò che è "geek". E' veramente qualcosa alla quale non ero mai stato prima. La convention praticamente prende possesso di un'intera piccola città in Toscana, con le vie strette della città che si trasformano nei suoi corridoi e le piazze aperte della città (occupate da padiglioni voluminosi) che si trasformano nei centri per gli eventi e per i negozi. Ogni negozio in città ha fumetti o action figures in vetrina o in qualche modo in esposizione per entrare nello spirito delle cose.

E' grande, ma non è la grandezza quella che ti stupisce. E il calore e il divertimento della gente mescolata alla bellezza dei paesaggi (e ho già menzionato il cibo?).

La notte di mercoledì, prima che la convention iniziasse, Sue ed io vagavamo in giro mentre costruivano la mia vetrina. E' stato un vero onore per me --uno spazioso armadietto di vetro (due in realtà) per mettere in mostra una selezione dei prodotti nei quali ho lavorato nel corso degli anni. La vetrina è stata esposta per la durata dell'intera convention. Abbiamo concluso la giornata cenando in ritardo. Sue ed io abbiamo passato molto tempo quella sera con un altro ospite dell'esposizione, il progettista di boardgame francese Bruno Faidutti. E' stato grandioso poterlo conoscere.

Il giovedì, ho dato il via all'esposizione aprendo il torneo di Giochi di Ruolo con una piccola e semplice presentazione. Ogni giorno ho avuto una sessione di firme presso le stand di Wyrd Edizioni, coadiuvato dai miei amici Elisabetta e Massimo. E' stata sempre una grande occasione per incontrare molti fan italiani dei giochi di ruolo. Nel pomeriggio, ho condotto una breve sessione di gioco di due ore che abbiamo aggiunto all'ultimo minuto al mio programma. E' andata veramente bene, e ripensandoci, avrei voluto avere tempo di fare di più. Moltissima gente ha assistito, e i giocatori erano tutti eccellenti. Abbiamo avuto un traduttore a disposizione, ma --anche se era bravissimo-- per lo più non è stata molto necessaria. L'inglese dei giocatori era molto buono. (Il mio italiano, invece...)

La notte di giovedì c'è stata l'assegnazione dei premi, durante la quale a tutti gli ospiti sono stati date delle eleganti targhe e i premi sono stati assegnati a vari fumetti e giochi (ed i loro creatori). Viene la tentazione di paragonare questi premi agli Origin Awards o agli ENnies, ma in verità probabilmente sarebbe più accurato avvicinarli agli Eisners. Una cerimonia piacevole in un bel teatro, con i rappresentati degli enti locali e altre autorità presenti. Un momento bizzarro della serata è stato quando ho scoperto che avevo davvero già vinto alcuni di questi premi nel passato (per D& D 3E e Heroclix, anche se non ero stato accreditato per Heroclix, come capita spesso). Sono sicuro che le aziende che hanno pubblicato questi giochi hanno saputo di questi premi e delle due l'una: o non hanno abbastanza considerazione di questi premi, o non ce l'hanno dei designer in questione, almeno non abbastanza da farmelo sapere. Probabilmente la seconda. Ma questo può essere il tema per il post di un altro giorno.

L'evento speciale di venerdì per me è stato un gruppo di lavoro per la progettazione dei Giochi di Ruolo. Una coppia di traduttori era a disposizione, e questo volta erano indispensabili. L'evento di due ore è andato bene, penso. Per prima cosa ho tenuto un incontro e delle sessioni di Domande & Risposte con un traduttore, ed è sempre una sfida, principalmente perché devi frenarti per aspettare che il traduttore faccia il suo lavoro, ma non vorresti spezzare il flusso e perdere le idee e le informazioni. La convention ha persino fornito dei certificati per tutti i partecipanti, firmati da me, alla fine, e ho pensato che fosse un'idea piacevole.

Il sabato ho condotto un evento molto strano (per me) e interessante, in cui ho esaminato i prototipi dei giochi che la gente aveva progettato. E' molto difficile per una persona criticare i risvolti più nascosti di un RPG di un altro in appena pochi minuti, ed è altrettanto arduo fornire feedback che abbiano un senso su che cosa condivido (o non condivido). Aggiungiamoci una barriera linguistica e la necessità di un traduttore, ed ecco che in molti casi non sono sicuro al 100% che quelli che mi hanno portato i loro giochi abbiano realmente ottenuto qualcosa, se devo essere onesto. E' difficile scambiarsi suggerimenti reciproci in certe situazioni. Ma mi è piaciuto e spero --per lo meno-- che sia piaciuto anche a loro.

Domenica ha portato con se un'altra conferenza e una sessione di Domande & Risposte. Ho avuto ancora una volta dei traduttori eccellenti che mi hanno aiutato a venirne fuori. Questo genere di eventi a Lucca non sono di grande richiamo come sarebbero ad una convention americana, il che è interessante perché le sessioni di firme in Italia sono state un evento molto più grande di quello che sarebbero state in una convention negli Stati Uniti, credo. Certamente non avrei rilasciato autografi ogni giorno, negli Stati Uniti, e non si sarebbe presentata una così gran quantità di gente a ogni sessione di firme. Forse è perché si tratta di una grande mostra mercato di comics, e quindi gli autografi sono più importanti.

La notte di domenica ha segnato la fine della convention, e con essa una bizzarra tradizione. Questa tradizione ha radici nel passato, quando alcuni membri dello staff, infastiditi fino alla distrazione da un giovane gamer, hanno finito per inseguirlo tutto intorno e per sculacciarlo. Ora, ogni anno, questo gamer (ora cresciuto) si nasconde da qualche parte nella fiera e lo staff lo va a cercare, lo insegue e finge di percuoterlo. Gli artisti abbozzano dei disegni a mano sulla sua (abbondante) pancia. E il soggetto in questione, un vero gamer geek, si compiace di ogni minuto di attenzione. E' bizzarro, ma non è un modo malvagio di scaricare la tensione accumulata e divertirsi un po' alla fine dell'esposizione. (Non essendo un artista, quando mi hanno chiesto di partecipare, ho riportato su di lui una regola di gioco piuttosto che un disegno. Ognuno fa quel che può.)

Ogni serata c'era una cena in uno dei favolosi ristoranti locali. Sia giovedì notte che domenica notte c'erano sette portate nello stesso banchetto. Trovo divertente che ad una convention degli Stati Uniti (di gioco o di affari), quando senti la parola "banchetto" pensi al solita piccolo pollo della Cornovaglia triste e ad alcune verdure mezze crude. Ma questa è l'Italia, e quindi il cibo è assolutamente da impazzire. Mentre le portate continuano ad arrivare, pensi: "no, non riuscirò mai a mandare giù un altro boccone" ma poi arriva quella seguente e ha un aspetto, e senti un odore così buono, che la successiva cosa che realizzi è che l'hai già mangiata tutta.

Anche pranzo, che ci era passato dallo stand in concessione; era impressionante. Non fraintendete, non era nulla di eccezionale, ma sorpassava di gran lunga i tradizionale hot dog e i nachos che vengono offerti a tutte la convention, qui. Suppongo che quello che potrebbe essere considerato cibo scadente in Italia sarebbe roba più o meno rispettabile qui.

I gamers ed i fan all'esposizione erano simili in quasi tutto ai gamers e ai fan di ogni altro posto, naturalmente. Tranne per il fatto che erano pi magri, e più alla moda. Il più nerd e il più fetido dei geek italiani non può competere con la sua controparte americana. Tantissimi visitatori, specialmente adolescenti, sono venuti all'esposizione in costume. Proporzione probabilmente quasi uguale a quella che si ritrova in un ComiCon. Ho viso molti costumi davvero impressionanti, la maggior parte di loro ispirati a manga,anime, o il videogiochi. Proprio come qui.

Durante l'esposizione, ho rilasciato molte interviste per le riviste italiane e per i siti, ho chiacchierato con i gamers e sono uscito con lo staff della convention, ma inoltre sono riuscito a dare un'occhiata in giro. Il mercato italiano dei fumetti è estremamente forte, con sia per quanto riguarda i fumetti americani tradotti che per la grande selezione dei fumetti italiani. Per quanto riguarda i giochi, molti erano presenti in esposizione: i giochi da tavolo, i giochi di ruolo ed i videogiochi, con tutti i maggiori produttori a disposizione. in ogni caso, per me erano più interessanti i venditori locali, con i giochi che non potrei leggere tristemente ma esame goduto di ciò nonostante. Sorprendentemente, uno stand stava vendendo roba vecchia di D&D (non tradotta) e offriva la migliore selezione di roba classico rara in vendita che abbia mai visto tutta in un posto. Non solo la scatola bianca e le cose relative, ma anche i moduli rari di RPGA come To the Aid of Falx e Investigation of Hydell, Dragon #1, ecc. Roba buona. Ma sapevano cosa avevano e di conseguenza avevano valutato tutto giustamente, il che significa che erano molto cari. E non c'erano solo libri. Possedevano il vecchio raccoglitore di D&D di plastica giallo, i libri da colorare, il merchandising del cartoon, e molto altro ancora. Incredibile.

Lucca era sotto tutti gli aspetti una grande esposizione. Nacque all'inizio degli anni 60 ed lo staff della convention, si compone, in parte, della gente che è ha partecipato alla convention da bambino. Divertimento, organizzato bene, ben sviluppato e ben sostenuto, è una di migliori mostre mercato alle quali io abbia mai artecipato. I miei ringraziamenti ad Emanuele, ad Andrea, a Silvia, a Gabriele, a Anna, a Skippy, a Antonio, a Cristina e a tutti gli altri che hanno messo in piedi la convention e che la curano così bene. Inoltre grazie a Massimo, ad Elisabetta, a Sonia e a Bice di Wyrd per essere buoni amici e per l'aiuto con gli autografi, il gioco e altro. Ed ho già menzionato il cibo?


lunedì, novembre 09, 2009

Leggendo Alberoni

Stamattina esco e compro il giornale. Compro il Corriere, perché Manifesto e Fatto non sono in edicola il lunedì. Per un euro mi caricano di mezza Amazzonia, cioè 50 pagine di giornale più corriere economia più corriere motori. Ringrazio madre natura e vado a leggermi il giornale al bar. E in prima pagina trovo Alberoni.

Adesso, io non ho mai considerato Francesco Alberoni una cima, anzi mi pare che di cagate ne scriva parecchie. Ma stavolta vale la pena considerarlo, e non per l'opinione che esprime -del tutto legittima- bensì per come la scrive, e per il fatto che io le stronzate che ho trovato scritte da Alberoni le conoscevo già. Le avevo già sentite al baretto la mattina, durante la fila alle poste, mentre passeggiavo per strada, prendendo un pezzo di pizza sul viale. Sono le stronzate che dicono tutti. I luoghi comuni del paese. Alberoni le sintetizza e le fa proprie con maestria encomiabile, ed ecco che il suo pezzo, in prima pagina sul corriere, diventa la "summa" del sentire italiota generale riguardo l'argomento più "piccante" del momento: crocefisso sì o crocefisso no? Parliamone. Con Alberoni.

Tralasciando il titolo (ve lo lascio scoprire), l'articolo esordisce così:

I giudici di Strasburgo hanno proibito l’esposizione del crocifisso nelle scuole. Alla Turchia proibirebbero la mezzaluna e a Israele la stella di Davide. E già qualcuno chiede di sopprimere il Natale e, con la stessa logica, Yom Kippur e Ra madan. Tutto nel nome della laicità dello Stato.

Innanzitutto notate la parabola ascendente delle prime righe. Suppongo che quella di Alberoni fosse ironia, ma io trovo il tutto davvero grottesco. A Strasburgo decidono che il crocefisso non va esposto nelle scuole (pubbliche, aggiungerei, il privato fa quello che gli pare), e Alberoni suggerisce che allo stesso modo nei paesi musulmani proibirebbero la mezzaluna, e in quelli ebraici la stella di Davide. Beh, forse. Ma solo nelle scuole pubbliche, e solo se lo stato è laico. Strasburgo dice: siccome gli stati europei si dicono laici e la scuola è pubblica (tanto dei cristiani, quanto dei musulmani o dei buddisti, per dire) allora è ingiusto che si esponga il simbolo di un solo credo religioso, anche se è quello professato, almeno sulla carta, dalla maggior parte degli alunni. Non è la stessa cosa che abolire la mezzaluna andare in uno stato dove la scuola pubblica è confessionale, il diritto si basa sul Corano e non c'è una divisione tra stato e religione, caro Alberoni.
Per non parlare poi della colossale cazzata che segue, sull'abolizione del Natale o del Ramadan. Anche qui Alberoni si fa portavoce della banalità e del luogo comune. E aggiunge: "con la stessa logica". Quale stessa logica??? La logica per la quale Strasburgo ritiene che non si debba esporre la croce nelle scuole pubblico, secondo Alberoni, finirà per abolire il Natale??? O Alberoni è un coglione, oppure ha frainteso la logica che c'è dietro alla decisione di Strasburgo. Vedete voi.

In un’Europa multietnica e multireligiosa sono importantissime le vecchie nazioni e le formazioni che vivono attorno a valori, norme, simboli tradizionali. Proibire i loro simboli perché irritano, turbano, danno fastidio a un individuo qualsiasi, significa impedire a intere comunità di continuare a essere se stesse, negare il pluralismo.

E qui siamo al capolavoro del voltafrittate. Secondo Alberoni la sentenza di Strasburgo è contro il pluralismo. Il punto è che Alberoni vive nel dopoguerra, vive in un Italia dove se prendi la metropolitana al mattino non ti ritrovi in un vagone pieno di algerini, marocchini, albanesi, turchi, indiani, cinesi, senegalesi. Vive in un paese dove alle elementari le classi non sono composte per un terzo da figli di immigrati o di stranieri. Vive in una nazione dove gli operai, i manovali e i preti non sono lavori quasi completamente occupati da cittadini che non sono italiani da più di dieci o vent'anni. Dove cazzo vive Alberoni??? Se Alberoni volesse davvero il multiculturalismo, si batterebbe affinché a fianco al crocefisso ci fosse pure la mezzaluna, la stella di Davide, la statua di buddha e perché no, anche Quelo. L'Italia è già multireligiosa e pluralista. Sono le sue aule scolastiche che non lo sono, perché espongono solo un simbolo religioso. E siccome una sfilata di simboli religiosi in ogni aula sarebbe ridicola (anche perché allora l'unico a non essere rispettato sarebbe quello che non è religioso), Strasburgo ha sentenziato: meglio niente simboli religiosi.

La storia ci dice che il pluralismo vie ne negato da tutti coloro che vogliono di struggere il passato per realizzare una utopia. Gli spagnoli hanno annientato le civiltà precolombiane, la Rivoluzione francese ha cambiato persino il nome agli anni e ai mesi. I comunisti sovietici hanno imposto l’ateismo. Negli Stati to talitari islamisti vieni arrestato se mo stri una Bibbia o un Vangelo. L’utopia porta al totalitarismo.

Qui siamo quasi al vertice dell'opera. La corte di Strasburgo viene paragonata a una dittatura assolutista e totalitaria, che vuole imporre il pensiero unico. Se non fosse ridicolo, sarebbe drammatico. Io personalmente ho riso molto, l'ho trovato talmente idiota da essere quasi imbarazzante... In prima pagina sul Corriere!!! Sicché una sentenza che dice essenzialmente che non si può imporre agli alunni di una classe un solo simbolo religioso, meglio non imporne nessuno, diventa per Alberoni un'azione violenta e criminale con la quale si vuole cancellare l'identità di fede di milioni di cittadini. Come commentarla? Proseguiamo oltre. Faccio comunque notare che Alberoni cita ben quattro tipi di assolutismo totalitario e violento del passato e del presente, infilandoci la Rivoluzione Francese come esempio negativo (perché ha cambiato il nome agli anni e ai mesi del calendario, eh già) e "dimenticandosi" degli orrori della shoah. Chissà come mai.

Questo vuol dire che i filosofi, i giuristi dei diritti dell’individuo hanno una mentalità totalitaria? Se vogliono realizzare l’utopia di impedire che qualsiasi in dividuo possa essere turbato dal compor­tamento reale o simbolico di qualsiasi altro sì. Per accontentare tutti devono proibire tutto: gli usi, i costumi, i valori, perfino le lingue degli altri popoli. Mentre i grandi imperi persiano, romano, inglese lasciavano vivere i culti, le tradizioni e le lingue locali, i nostri utopisti sono spietati. Non solo sulle dimensioni dei piselli e delle arance, ma sui simboli religiosi e persino sul linguaggio. In certi Paesi non puoi dire «sesso» ma devi dire «genere» perché qualcuno si offende.

Dopo le cazzate del precedente paragrafo, Alberoni è sicuro che il lettore lo seguirà verso sentieri sempre più illogici e preoccupanti, e si inerpica in una serie di ragionamenti del tutto fuori luogo. Parla di regimi che impediscono alla singola persona di esprimere opinioni, di mostrare simboli, di promuovere i propri valori. Insomma la sentenza di Strasburgo è senza senso, perché se un alunno di un'altra fede religiosa si sente offeso dal crocefisso in aula e questo viene dichiarato illegittimo, poi si passerà ai crocefissi nelle piazze e nelle vie, e poi a quelli nelle case, e poi a quelli che indossiamo!!! OH CIELO!!! Fuggite!!! L'apocalisse!!!
Anche qui, possiamo farci due risate e mandarlo a cagare. Se uno per strada indossa un crocefisso d'oro di mezzo metro al collo, nessuno gli dirà mai niente. E nemmeno se sul balcone di casa sua issa una statua di Cristo di un metro con luminarie che la circondano. E sapete perché? Perché ognuno è libero di fare il cazzo che gli pare, a casa sua, e anche riguardo alla sua persona. Il problema si pone nei locali pubblici, ovvero nei locali che appartengono allo stato e che dovrebbero quindi essere rispettosi di tutti coloro che li frequentano. Adesso andate a spiegarlo a Alberoni, che sta ancora lì, sulla prima pagina del Corriere.

Dopo un totalitarismo giacobino, marxista, nazista e musulmano potrebbe nascere un totalitarismo eurocratico. Sbandierando le sue promesse utopiche, distrugge le istituzioni del passato e impone il suo potere. Ammaestrati dalla storia, cerchiamo di impedire che accada, restiamo vigili e diffidenti. Siamo europei, ma per favore, conserviamo le nostre tradizioni, il nostro linguaggio, sì, perfino le nostre debolezze, i nostri pregiudizi. E se ci impongono a forza qualcosa, diciamo di no.

Il magnifico racconto di fantascienza di Francesco Alberoni si conclude con un richiamo all'orgoglio nazionale, per far fronte all'avanzata del potere di Strasburgo! Strasburgo, che ha tentato di difendere il diritto di ogni alunno di andare in una scuola pubblica e aconfessionale, diventa l'araldo di un nuovo totalitarismo, che dopo quello giacobino, marxista, nazista e musulmano si impone sul diritto degli Italiani di far pesare la "fede nazionale" sugli alunni di ogni confessione! Che magnifica storia. E non dimentichiamo di salvaguardare -si raccomanda Alberoni in chiusura- anche i nostri pregiudizi! Eh, anche quelli sono importanti. Così anche gli altri potranno conservare quello loro su di noi: italiano pizza, mafia e mandolino! Evviva i pregiudizi! Facciamone una bandiera!

Adesso un momento di riflessione. Voglio chiarire una cosa: io in fondo sono favore del crocefisso nelle aule. Cioè, se dovessi decidere qui su due piedi, lo toglierei, ma se si comprendesse meglio cosa rappresenta, non ci vedrei niente di male a lasciarlo lì. E per "quello che rappresenta" non intendo certo la sequela di cazzate che ha vomitato sulla carta Francesco Alberoni. E' che bisognerebbe insegnare agli alunni che il crocefisso non è il simbolo della Santa Romana Ecclesia. E che quando si guarda a quel crocefisso, non dobbiamo pensare al Papa, alle messe solenni o alle processioni con la Madonna in testa alla fila e i ragazzini del catechismo a seguire. Dovremmo pensare a Gesù e al suo esempio. Quel crocefisso raffigura un tizio che è stato inchiodato su una croce di legno perché DUEMILA ANNI FA promuoveva con le parole e con l'esempio cose come la giustizia sociale, la nonviolenza, la fratellanza dei popoli, la pace senza compromessi, e assieme ad essi anche l'anticlericalismo e la laicità dello stato.
L'hanno inchiodato lassù, e dovremmo pensare a questo quando guardiamo un crocefisso. Perché dopo duemila anni, il mondo è ancora lontano da quel suo progettino.

A questo proposito, su tali motivazioni, vi rimando alla lettura dell'articolo di Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano.

mercoledì, ottobre 21, 2009

L'ordine di Shannok!

La mia nuova campagna di Planescape ha un blog!!!
Ne vado particolarmente orgoglioso, perché è una specie di valvola di sfogo per tutte le idee che mi balzano in mente e che non riesco a giocare. Intrecci che vanno ben oltre quello che i personaggi vivono, rendendo l'ambientazione molto più complessa, e quindi molto più reale. Ovviamente non pretendo che i giocatori studino tutto quello che scrivo, e d'altro canto voglio sperare che il blog sia seguito anche da altri appassionati di D&D, che possono così prendere spunto da tutto quello che scrivo, e da tutto quello che i personaggi fanno. Beh se ci fate un salto, buona lettura.

lunedì, ottobre 19, 2009

Oh cielo!!! I calzini turchesi ce li ho pure io!!!

Beh non posso non aderire alla campagna promossa dalla redazione de Il Fatto, in risposta al servizio "punitivo" in stile pidduista confezionato da Mediaset su Raimondo Mesiano.
Anche perché, i miei calzini turchesi sono la sfortunata conseguenza di un bucato troppo colorato nel quale si erano malauguratamente infilati, con il risultato che anche io adesso sono una persona bizzarra e sospetta, perché di tanto in tanto anche io indosso calzini turchesi!!! ...e non solo. Quando il barbiere è chiuso, non potendo fumare una sigaretta (perché non fumo) sicuramente mi leggerei un fumetto oppure farei una partita con qualche giochetto idiota dell' I-phone. Quindi, sono assai più strano del notorio magistrato. Forse dovrei essere messo an
che io sotto sorveglianza speciale da parte di Canale 5?

mercoledì, ottobre 14, 2009

Incazziamoci insieme

Ieri la Camera ha deciso che la "legge Concia", che inaspriva le pene in caso di reati contro omosessuali, è incostituzionale. Vado per punti, altrimenti la mia incazzatura non risulterà sufficientemente giustiicata.

1. Vi sarete accorti che l'Italia, da mesi a questa a parte, produce una serie preoccupante di reati che sono evidente conseguenza di un rigurgito nazi-fascista. Se non ve ne siete accorti, probabilmente seguite il TG1 o leggete il Giornale. Praticamente non passa giorno senza che un gruppo di coglioncelli picchi, importuni o usi violenza contro esponenti di una minoranza. Ieri sera ero appena uscito da teatro per il mio Luttazzi annuale, e sul muro di una via nelle vicinanze ho scorto la scritta: "Katrina spazzali via tutti". Svatichelle come firma. Di fronte a un tale imbarbarimento, mi sembrava opportuno che la camera varasse una legge per inasprire le pene in caso di aggravante razzista. Ed ecco che arriva la legge Concia, che le aggrava in caso di crimini contro gli omosessuali.

2. Il parlamento ha approvato poco tempo fa leggi razziste che aggravano le pene nel caso in cui a commetterle è un immigrato calndestino. Era una norma inserita nel pacchetto sicurezza. Queste leggi sono palesemente razziste, eppure sono state varate, senza nessun discorso sulla "disparità" che si sarebbe creata tra un immigrato clandestino e un cittadino italiano di fronte alla legge. La legge non sarebbe più stata uguale per tutti, i reati non sarebbero più stati uguali per tutti. Parafrasando Marco Travaglio, se un immigrato ti incula il motorino, è più grave che se te lo incula un italiano. Questa è la legge italiana, sorridi! Mi sarei aspettato quindi che inserire un'aggravante sui crimini commessi contro omosessuali non generasse discussioni sulla disparità dei trattamenti. Sarebbe stato quantomeno ipocrita, da parte del governo.

3. La Pregiudiziale di Incostituzionalità. Il parlamento l'ha scoperta quando il partito di Di Pietro l'ha tirata fuori affinché si evitasse che il Lodo Alfano fosse presentato dal presidente e poi alla Corte Costituzionale. Il Lodo Alfano era una legge di merda, palesemente incostituzionale anche perché quasi la fotocopia del precedente Lodo Maccanico-Schifani, già bocciato dalla Corte. Qualcuno nell'Italia dei Valori avrà detto: "evitiamo che Napolitano faccia una figura da cocomeraro firmando una legge palesemente incostituzionale che poi la Corte boccerà di sicuro". Ma lo squadrismo politico del governo e l'inesistenza teorica e pratica dell'opposizione hanno fatto in modo che la legge passasse, fosse firmata dal presidente della repubblica e poi sonoramente bocciata dalla Corte Costituzionale. Ma il vero punto è che il parlamento ha scoperto un nuovo strumento: la pregiudiziale di incostituzionalità. Era lì, ma finché non è stata tirata fuori nessuno avrebbe mai pensato di chiederla, ricordiamoci che i nostri parlamentari conoscono a malapena la Costituzione, figuriamoci se sprecano qualche neurone a immaginare l'esistenza di una cosa come la pregiudiziale. Ma tant'è, è stata sdoganata, adesso sanno che esiste. In ogni caso non mi sarei mai aspettato che l'avrebbero ritirata fuori così presto, e addirittura come arma per abbattere una legge del tutto legittima.

4. La pregiudiziale di incostituzionalità viene invocata per la legge Concia, che aggrava le pene dei reati se commessi contro omosessuali. Se avete letto bene i punti 1, 2 e 3 avete già un'idea della mia incazzatura a questo punto. Ma non basta, perché dopo che la legge è stata affossata (il che equivale a dire che una legge del genere è incostituzionale, roba che nemmeno un bambino di due anni avrebbe la faccia da culo per dire una cosa del genere), gente tipo Buttiglione te la spiega così: la legge avrebbe creato disparità tra non-omosessuali e omosessuali, facendo sì che rompere un osso a un etero valga di meno che romperlo a un omosessuale. E nessuno, dico NESSUNO su nessun giornale, telegiornale, o altro media, ha avuto i coglioni per dire a Buttiglione: "Ma che cazzo dici???"

Era questa infatti la frase giusta: "Ma che cazzo dici???"
Facciamo finta che Buttiglione sia ubriaco, che abbia svinazzato. Un giornalista glielo farebbe notare. "Guardi, onorevole, che lei sta farfugliando cazzate senza senso... la parità si esercita varando leggi in difesa della parte debole, riportandola quindi al livello della parte più forte! Questa legge praticamente dice che c'è una parte di italiani (gli omosessuali) che sono in una posizione di "debolezza" rispetto agli altri, perché sono vittime di reati a sfondo razzista, cosa di cui non sono vittime gli altri... quindi la legge che fa? Si schiera dalla loro parte. Non si crea nessuna disparità, la legge cerca di appianarla, punendo con maggiore rigidità i soprusi della parte più forte."
Che la legge sia adeguata o no allo scopo, questi sono discorsi troppo responsabili per uscire dalla bocca di uno zerbino. Quindi il giornalista italiano che fa? Riporta le cazzate di Buttiglione. E io me le ritrovo su Il Messaggero mentre faccio colazione la mattina.

Aggiungiamoci che la nostra ministra-calendario delle pari opportunità ha dichiarato che ci pensa lei a riscrivere la legge, per correggere gli errori commessi dal PD (???). In pratica vogliono farci credere che questo affossamento non è una palese marchetta ai poteri conservatori, ma che è un atto di responsabilità, perché la legge non tiene conto di tutte le minoranze, ma solo degli omosessuali. A questo punto avrei voluto prendere la rincorsa e lanciarmi con i testicoli contro lo spigolo del bancone del bar, ma mi sono trattenuto.
Concludo ricordando a tutti, anche a Buttiglione (che però non sono sicuro che capisca, lui crede ancora che l'omosessualità vada perseguita in quanto peccato e l'ha detto addirittura in Europa di fronte agli altri europarlamentari) che Don Milani aveva un'idea molto semplice di come si fa a capire se una legge è giusta o no, che è questa:

«La legge è giusta quando è la forza del debole, è ingiusta quando sanziona il sopruso del forte»

Vorrei che qualcuno si chiedesse che tipo di legge era quella che è stata appena affossata.

domenica, ottobre 11, 2009

Sinteticamente

Berlusconi oggi a Benevento: "Non si può insultare un premier eletto dal popolo". Costituzione italiana articolo 21: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". Quindi, Berlusconi: VAFFANCULO.

giovedì, ottobre 01, 2009

Omologhi

La Gelmini ha dato dell'imbecille a Piergiorgio Odifreddi, praticamente come se Platinette desse della cicciona a Victoria Beckham. Risposta di Odifreddi su Il Fatto: "Non collaboro con gli omologhi dei cavalli senatori di Caligola".

Ho notato inoltre che il governo continua allegramente a sostenere che programmi come Annozero portano voti alla destra. Lo dicono sghignazzando, come farebbe la Banda Bassotti, perché secondo loro è una cosa buffa. Non si rendono conto che così ammettono di avere un'idea di giornalismo come di qualcosa che serve a portare voti da qualche parte. Sarebbe il caso di far notare a lorsignori che il giornalismo (quello vero, non quello fatto dai zerbini all'italiana) ha il dovere di riportare i fatti, e secondariamente di esprimere opinioni sui fatti riportati. Se un fatto, quando viene riportato, sposta voti a destra o a sinistra, non è una questione che deve interessare al giornalista: lui deve riportare il fatto indipendentemente, perché il suo ruolo è informare.

Poi cè la questione dell'opinione. Gasparri (che ieri a Ballarò ha dato ampio esempio della sua pochezza mentale, e per questo è ministro) ha fatto scuola facendo passare il concetto che "pluralismo" significa "assenza di opinione", per cui una televisione pluralista, come dovrebbe essere la televisione pubblica, cioè la televisione di tutti, è secondo Gasparri una televisione che non si schiera, che non prende posizione, neutra e neutrale, assente, vuota. Come il suo cervello. Mentre è ovvio che una televisione pubblica, proprio perché è di tutti, dovrebbe esprimere le posizioni di tutti, e quindi possedere un palinsesto che preveda opinionisti di ogni tipo. Allo spettatore (e al suo telecomando) sta l'arduo dovere di cambiare sul canale sul programma che più lo aggrada. Ma no, per il governo televisione pluralista significa "merda a reti unificate".
Riesco quasi a sentire il rumore dei neuroni degli italiani che si spengono.