sabato, luglio 02, 2011

Alla mia più cara amica

Questo piccolo racconto "epistolare" mi è servito a fissare nero su bianco un paio di riflessioni che mi giravano in testa da qualche giorno. Se non le avessi inchiodate al foglio, chissà per quanto avrebbero continuato a girare. Buona lettura.


Pisa, 2 Settembre 1877

Cara Elisabetta,
Per un attimo sono riuscito a sentirvi ancora. La vostra voce ha tagliato il silenzio e mi ha attraversato completamente. Il vostro tono era tenue, il vostro timbro costante, tranne in alcuni momenti, in cui sembravate quasi gemere. Vi immaginavo abbassare la testa e stringere i pugni al petto nel tentativo di stritolare l'aria, o di ghermire quel tormentoso dolore con le vostre dita bianche e sottili.
Mi avete parlato di banalità, domandandomi ancora di come si tratteggia un volto, per ricavarne un buon ritratto. Mi piace illudermi che fosse un pretesto, una scusa per rivolgervi di nuovo a me, per cercare di capire quanto fossi lontano, dare un senso o meno ai vostri timori. Siete sempre stata portata per tutto, ma forse in tutta la vostra vita non avete mai intensamente voluto fare qualcosa. La pittura sarà la vostra strada, se lo credete, ma dovrete metterci l'anima o otterrete solo tele bagnate di colore, che il tempo seccherà come foglie in autunno, sbriciolandole senza rimorso, e nulla della vostra arte sopravviverà a voi stessa.
Sono stato al vostro gioco, vi ho spiegato da dove cominciare, come leggere la luce, in che modo inclinare il carboncino, quanta pressione dare al tratto e dov'è che questo meritava di essere sottolineato. Disegnare un volto significa saperlo guardare, mia cara Elisabetta, andare oltre le illusioni di simmetria, scorgerne le imperfezioni che è nostra abitudine ignorare. Non c'è bruttezza nelle storture, al contrario c'è ben poca poesia nei volti riprodotti con precisione geometrica. Lasciate la matematica a chi in questa vita vuole trovare risposte, e procuratevi invece più domande possibile. Ogni ruga, ogni efelide, ogni sottile piega che accarezza la forma degli occhi o che dimostra il un cedimento delle labbra, voi dovete annotarla sulla tela come fosse un mistero, ogni tratto che cade dalla vostra mano sulla tela deve risultare come un quesito senza risposta. Di queste cose ho avuto il piacere di parlarvi, e voi mi ascoltavate, o almeno così mi piace immaginare, proprio come quando sedevate vicino a me, sul tavolo di ferro del vostro giardino, cercando maldestramente di imitare i movimenti della mia mano. Di quelle gioie ho ancora memoria, ancor di più ora che si sono rivelate la radice di una vostra passione.
Poi avete voluto cogliere l'occasione per chiedermi dell'altro, da qui il mio sospetto che di consigli voi non avesse affatto bisogno. Non da me, non sulle tecniche della pittura. Mi avete chiesto del mio dolore, del mio vivere, del mio respirare ancora. L'unica mia risposta è stata il silenzio, e di tutte le mie risposte è stata la più appropriata. Avrei potuto spiegare, ma so che voi Elisabetta mal sopportate il peso delle responsabilità, ché già molte gravano il vostro corpo al punto da schiacciarvi spesso a letto. Ora non siamo più vicini, Elisabetta. Avete voluto separarmi da voi, allontanarmi. Forse colpa del vostro male, forse colpa del vostro istinto. Alle mie lettere non davate alcuna risposta, tranne in rari casi, e in quelle occasioni la vostra penna risultava stanca, vaga e rapida. Numerose volte mi sono ritrovato a passeggiare lungo le rive dell'Arno, da solo, coltivando in cuor mio la speranza di incontrarvi per caso. I più vari impegni mondani vi tenevano lontana le poche volte che avevo l'ardire di disturbarvi per chiedervi di unirvi a me per una colazione, in mattinata, o per un the, nel tardo pomeriggio. L'amicizia solenne che ci lega, Elisabetta, si nutre di ben altro che di pianti accorati rovesciati su lucidi marmi una volta ogni due, o tre mesi. Se scorgermi in una foto per voi è sufficiente a sentirvi a me vicina, sappiate che per me non è lo stesso. Credevo di aver trovato in voi una confidente, una persona cara alla quale poter narrare i miei capricci, qualcuno che avrebbe compreso, oppure no, ma che avrebbe condiviso, questo sì, le mie preoccupazioni, le mie ansie, le mie gioie, le mie soddisfazioni. Così è stato, ora non più. Non mi appartiene il rispondere ai quesiti, alle accorate richieste di spiegazioni che mi giungono sporadiche, lontane l'una dall'altra sia nel tempo che nello spazio. Cosa ho fatto, dove sono, cosa sono adesso, tutto questo è come chiuso a chiave nel mio cuore e se fossimo ancora vicini come un tempo, non esiterei un minuto a farvi dono della chiave. Vorrei vedervi sorridere per le mie battute e arrabbiarvi per il mio cinismo, com'era quando il tempo non sembrava essere avaro di momenti per noi. Sebbene i ricordi di quei momenti siano per me più luminosi del sole d'estate, il recuperarli mi reca tormento, e mi induce inevitabilmente a constatare la distanza che ci separa. Tutto questo avrei voluto dirvi, anziché ricambiare le vostre domande con muto silenzio. Ma non l'ho fatto, vi sareste arrabbiata, lo so. Avreste gridato che non è colpa vostra, che è colpa mia. Altre lacrime sul marmo. Meglio allora il silenzio.
Ma allora, mia dolce Elisabetta, amica di una vita, non osate più mostrarvi innanzi a me come se fossimo ancora inseparabili. Nello spirito lo saremo sempre, lo sapete, ma i segreti della mia esistenza ormai mi appartengono. Non tornate più sulla mia lapide. Lasciatemi sognare di scrivervi lettere come se voi poteste riceverle. Voi che mi avete voluto morto, lontano dalle vostre preoccupazioni, non venite a chiedermi di esservi ancora vicino. Non posso più.
Adesso siamo distanti.
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