giovedì, luglio 21, 2011

La Storia di Sergio e Luis (2a parte)

Seconda parte del mio racconto per bambini. Zuccheroso e cinico, tutto ciò di cui hanno bisogno per crescere forti e sani in questo paese. E ovviamente, non finisce qui.

Wittie non era il vero nome di quel vecchio gufo. Era solo un diminutivo, un nickname. Il suo vero nome era Wittgenstein ed era originario della terra di sopra. Secondo le voci più accreditate era stato portato in Nuova Zelanda da un ricco commerciante di bibite gassate, che lo teneva tutto il giorno immobile su un trespolo dandogli da mangiare dei croccantini maleodoranti che sapevano di cacca di piccione. Erano solo voci ma non perché Wittie fosse geloso del suo passato, anzi vi faceva spesso riferimento, ma gli animali del bosco hanno la memoria corta come la pipì di una farfalla, e quello che oggi gli racconti, domani è già una voce. Comunque pare che un giorno Wittgenstein si liberò dai legacci di cuoio, uscì dalla finestra e non tornò mai più dal suo padrone.
«Wittie? – Chiamò ad alta voce il pettirosso, bussando alla corteccia del vecchio albero dove il gufo soleva ripararsi durante le ore più luminose. – Sei in casa? Sei sveglio?»
Un rigirarsi di penne e piume proveniente dalla cavità del tronco fu per Luis una risposta sufficiente, perciò il pettirosso si avvicinò all'apertura semicircolare della casa di Wittie e sbirciò all'interno. Il grosso gufo se ne stava in piedi in fondo avvolto nelle sue piume brune. Luis riuscì a scorgere nel buio dell'incavo il bagliore dei suoi occhi, che riflettevano la luce del giorno come due grossi specchi circolari.
«Luis... sei tu? – Esclamò con voce roca l'imponente rapace, ed emise un breve sospiro di sollievo. – Temevo che fossero quelle teste di cazzo di scoiattoli... Sai cosa mi fanno? Quando sto per addormentarmi si affacciano e mi tirano addosso le ghiande, 'sti stronzi bastardi.»
«Wittie sei troppo buono... – lo rimproverò il pettirosso – i gufi di solito se li mangiano gli scoiattoli.»
«Che schifo non mi ci far pensare... sono dei grossi topi grigi... te lo immagini masticarne uno? Col pelo, i denti e tutto il resto... mi viene da vomitare solo a pensarci.»
Luis sorrise piegandosi in avanti. Era abituato a certi discorsi, ma ogni volta Wittie riusciva a farlo divertire. Avendo trascorso gran parte della sua vita su un trespolo, in casa di esseri umani, Wittie aveva visto e ascoltato cose che gli altri animali del bosco non potevano nemmeno immaginare, ed era una fonte inesauribile di curiosità, aneddoti e storie divertenti. Inoltre era stato abituato a non cacciare e a non mangiare animali vivi, per cui da quando era scappato si cibava solo di noci, frutta e radici. Inutile dire che le sue bizzarre abitudini alimentari erano fra gli uccelli rapaci del bosco un tremendo motivo di scherno, e se ne approfittavano anche quegli animali, come gli scoiattoli, che normalmente di un gufo dovrebbero avere un gran terrore.
Il pettirosso gli fece cenno di uscire e poi lo precedette saltando indietro su un ramo. Il gufo uscì dal tronco spalancando le maestose ali e svolazzando in alto per qualche metro fino ad adagiarsi di fianco al pettirosso.
«Dov'è Sergio?» Chiese.
«Sta arrivando. Avrà trovato traffico nel fosso.» Disse Luis.
«Come mai siete passati da queste parti?»
«Speravamo di trovarti ancora sveglio. A dirla tutta volevamo chiederti di spiegarci ancora quella cosa del racconto per bambini. Sai, martedì scorso avevo fumato pesante e né io né Sergio ci abbiamo capito granché. Ma credo che quella storia mi abbia colpito... più tardi a casa ho fatto un sogno strano... – Il pettirosso allargò le ali e le mosse davanti a sé descrivendo ampi cerchi. – C'eravamo io e Sergio, immersi in una nebbia fittissima... e poi una luce ci colpiva entrambi, e attraverso la luce io riuscivo a scorgere... una specie di coppa dorata.»
Wittie sbadigliò.
«Ehi ma mi stai ascoltando, vecchio rincoglionito?» Sbottò l'uccellino.
«Seeee seeee... la nebbia e la coppa dorata.» Lo canzonò il gufo.
«Ecco Sergio!» Esclamò Luis, indicandolo con l'ala. Poi si lasciò cadere dal ramo, e rapidamente planò verso il kiwi. Sergio già scuoteva la testa prima ancora che l'amico gli si posasse affianco.
«Scusate il ritardo, è che ho incontrato Teresa... mi sono dovuto fermare a salutare.»
«Ma chi? Teresa la svampita? Quella kiwi che ti viene dietro da quando hai preso casa nel canneto?»
«Perché, conosci un'altra Teresa?» Controbatté Sergio.
«E dagliela una ripassata, a quella!» Proruppe il pettirosso, sgomitando l'amico.
«Ma stai scherzando, vero? Teresa al posto del cervello ha un nido di vespe. Morte.»
«Però quando l'ho vista l'altra sera alla festa del cicogna, mi sembrava davvero ben fornita...»
Sergio sollevò gli occhi al cielo e passò oltre, ignorando il modo in cui Luis stava calibrando le ali per riprodurre le dimensioni del petto di Teresa. Wittie nel frattempo aveva socchiuso gli occhi. Era giorno e probabilmente si stava addormentando. Come tutti i gufi, anche Wittie lavorava di notte, e trascorreva le ore di luce a sonnecchiare sui rami. Sergio si avvicinò al tronco e lo colpì ripetutamente con la punta del becco. Toc toc toc. Wittie scosse la testa liberandosi dal torpore.
«Oh perdonatemi, sono un po' assonnato... è stata una nottataccia.» Tentò di scusarsi. Luis si portò le ali al becco e gridò forte: «Andiamo Wittie, vieni giù e parlaci di nuovo del racconto per bambini!»

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