mercoledì, luglio 27, 2011

La Storia di Sergio e Luis (5a parte)

Eccoci alla quinta parte del mio racconto per bambini, soprattutto per quei bambini che hanno bisogno di favole vere. La storia procede bene, credo che in tutto saranno 8 parti. So che molti genitori la stanno narrando sera per sera ai propri figlioli. Vi suggerisco di mettere qualcosa di adeguato come sfondo musicale, tipo i Red Hot Chili Peppers.


La festa era cominciata da appena un'ora e già Sergio si era intasato di tartine alla falena. Si aggirava tra le pigne, disposte in modo ornamentale, ammirando il modo in cui quell'angolo di bosco era stato addobbato, in onore dell'ultima notte da scapolo di Sebastiano l'upupa. Bacche nere e rosse, disposte a terra delimitavano la zona di ballo, l'angolo bar e il salottino. La frattona prima dello stagno era stata allestita a privee. Foglie di mais e piccole pannocchie penzolavano dai rami più bassi fare ambient. Sergio afferrò con il becco un'altra tartina, sfarzosamente collocata su un tappo di bottiglia rovesciato, e la ingoiò svogliatamente.
«Che palle.» Pensò, ad alta voce.
«E dai! Aspetta almeno che arrivino le ragazze... vedrai come si scalderà l'atmosfera.» Gli suggerì Luis, che lo seguiva come un'ombra sin dall'apertura del locale. Entrambi sapevano che a feste del genere conviene presentarsi in ritardo, altrimenti ci si annoia a morte nell'attesa che arrivino tutti gli altri invitati, ma Sergio aveva insistito per essere puntuali, forse perché sperava di andarsene presto.
«Quali ragazze?»
«Beh mi hanno detto che hanno affittato uno stormo di colombe spogliarelliste che si esibiranno in uno spettacolino erotico, cercando di coinvolgere Sebastiano.»
«Quel coglione. Ma dov'è?» Chiese Sergio.
«Credo che si sia infilato nel privee per ubriacarsi con gli amici.»
«La festa vera e propria deve ancora cominciare e lui già si sbronza?»
«E' così che si affrontano gli addii al celibato: sbronzi fin dall'inizio!» Gli spiegò il pettirosso.
In quel momento dal cespuglio all'ingresso si fecero avanti una decina di loro amici, tutti insieme. C'era Filippo er papera, Calogero e Orlando assieme al cugino Beppe (Sergio già odiava le nutrie, Beppe poi era irritante anche per gli standard di una nutria), Mimmo e Tiberio che avevano appena fatto la muta, quel porcospino di Sammy assieme al suo compagno di bevute Tobia, Umberto che come tutte le testuggini non capisce mai quando una festa è riservata ai giovani, e infine Sandro con la sua solita flemma e le antenne all'ingiù. E assieme a lui entrò pure Teresa.
Sergio quasi si strozzò con la tartina che aveva in bocca.
«Checcazzo ci fa qui Teresa?» Esclamò il kiwi, sgranando gli occhi.
«Non lo so, ma pare che accompagni Sandro... Forse Sebastiano era ubriaco già quando spediva gli inviti.» Ipotizzò l'amico.
Teresa sparse lo sguardo nella sala, finché non incontrò quello di Sergio. Gli fece un cenno di saluto col becco, poi l'intero gruppo di ospiti appena entrati ricevette il benvenuto da Sebastiano, che dopo averli salutati con la consueta cortesia, corse a vomitare nello stagno.
Teresa e Sandro si avvicinarono a Sergio e Luis. Il lumacone immediatamente sbrodolò una serie di saluti incomprensibili che finivano con «...di vedervi.» e Luis non mancò di rispondere con l'inevitabilmente appropriato «Anche noi, Sandro... Anche noi.»
«Teresa tu che cazzo ci fai a un addio al celibato?» Le chiese gentilmente Sergio.
Luis si irrigidì e per distrarre Sandro gli offrì una tartina, ma il gasteropode declinò con un garbato oscillare delle antenne, più interessato alla conversazione che al cibo.
«Sono venuta con Sandro. Lui aveva un invito ma non voleva venirci, così io gli ho detto: e se ti accompagnassi io? E lui ha detto di sì. Ed eccomi qui! Tu piuttosto, non sei felice di vedermi?»
«Questo è un addio al celibato, Teresa... l'ingresso è vietato alle femmine di ogni specie animale.» Cercò di spiegargli il kiwi, ma Teresa sembrava essersi già infastidita, come se non volesse trattare oltre l'argomento. Si voltò di lato indispettita, poi aggiunse:
«Evidentemente non è così, visto che mi hanno fatto entrare!» E voltandosi si allontanò. Sandro la seguì senza troppa fretta.
«Evitiamo di ritrovarci al piano bar con loro, ok?» Propose Sergio.
«Richiesta ragionevole.» Disse Luis.
Nel frattempo altri ospiti continuavano a varcare la soglia del locale. Trascorse un'altra mezzora e Sandro aveva già assorbito convenevoli e cortesie a sufficienza, e assieme a Luis errava svogliato per la sala, tra papere starnazzanti, topi con le mani unte e le risate isteriche del festeggiato che rizzava la cresta ad ogni brindisi. Quel posto si stava facendo soffocante. Luis percepì il disagio dell'amico kiwi e lo invitò ad uscire, sulla riva dello stagno. Si sedettero su un'argine di fango. Dagli arbusti alle loro spalle proveniva l'ansimare ritmico di qualcuno che stava dando un senso alla serata, probabilmente con una delle colombe spogliarelliste.
«Dobbiamo partire, amico mio...» Esordì Luis. Sergio gli rivolse uno sguardo poco serio.
«Dico davvero. – Insistette il pettirosso. – Domani. Partiamo.»
«E dove andiamo?» Domandò il kiwi.
«Non ricordi? Abbiamo una missione da compiere... e dobbiamo portarla a termine se vogliamo divenire eroi, come lo fu Bart il tasso.»
Sergio continuava a rivolgergli lo stesso sguardo, poi sospirò, abbassò il becco e lo orientò verso lo stagno. La storia che gli aveva raccontato il vecchio gufo doveva aver bruciato quel poco di cervello che restava al suo amico pettirosso.
«Non ricordo nessuna missione... Credo che quelle tartine ti abbiano fatto male.»
«Io non le ho mangiate! – Gli ricordò Luis – Sei tu che ti ci sei sfondato. E comunque non c'è stato bisogno di accettare la missione... è stata la missione a scegliere noi! Siamo noi gli eroi di questa storia, non capisci? Spetta a me e a te compiere le grandi gesta che i lettori si aspettano da noi.»
Per enfatizzare ancora di più il discorso, Luis con un colpo di ali era saltato su un giunco, e adesso rivolgeva entrambe le ali verso il cielo. Probabilmente a quel punto si aspettava un commento, che però non giunse. Allora il pettirosso riprese: «Ma non capisci? Il tomo delle imprese di Bart! Dobbiamo recuperarlo! Quel libro rappresenta un sogno, un ideale... che ognuno di noi può divenire migliore! Tutti possono farlo, se ce l'ha fatta Bart! ...rifletti: chi è l'unico tasso che conosci?»
Sergio ruotò gli occhi e rispose: «Enzo, quello che vive nel tronco cavo vicino alla collina delle ginestre, passando il tempo a mangiare rane e guardare telenovelas.»
«Esatto! E cosa ha mai fatto di eccezionale Enzo?»
«Beh quando ero in classe al liceo con lui, parlava coi rutti.»
«Appunto! – Luis svolazzò di nuovo sulla riva dello stagno, affianco al suo amico kiwi. – Parlava coi rutti! I tassi parlando coi rutti, ecco cosa fanno! Se ce l'ha fatta un tasso, possiamo farcela anche noi! Era questo il senso del racconto di Wittie. Ne sono sicuro.»
Sergio si sollevò a fatica da terra, barcollando sulle sue zampe nodose. Luis fece un balzo indietro, intimorito, ma non smise di guardarlo con speranza. Era la stessa speranza con la quale il cane che ti riporta la ciabatta smozzicata si aspetta una carezza anziché un calcio. E infatti Sergio, che in un qualsiasi altro momento un calcio glielo avrebbe dato volentieri, in quell'istante preciso non se la sentì di affogare in un mare di pessimismo le pie illusioni coltivate dall'amico.
«E va bene. Ma fatti dire da Wittie da che parte si trova la casa del suo vecchio padrone. Io nel frattempo me ne torno nella mia tana, mi guardo un porno e me ne vado a dormire. Ci vediamo domani mattina.»
Luis non seppe trattenere l'entusiasmo. Corse in avanti e abbracciò il petto pennuto dell'amico, pigolando ringraziamenti incomprensibili tra lacrime di gioia. Poi si staccò, allargò un sorriso più ampio della sua stessa testa, e frullò via nel cielo. Sergio rimase lì. Sentiva che le falene che aveva ingoiato ancora gli svolazzavano nel gozzo. Rientrò nel locale proprio nel momento in cui Sebastiano veniva strapazzato sul palco da un paio di colombe lascive e molto professionali. A poca distanza il trio di nutrie faceva un tifo indecoroso, intonando cori talmente pecorecci che anche sugli spalti di uno stadio sarebbero considerati eccessivi. Seduto su un ciottolo levigato, Sandro salivava in abbondanza con le antenne protese. Teresa con il becco aperto e gli occhi spalancati sembrava morta stecchita, come se degli alieni le avessero rubato il cervello lasciando il corpo lì, in stasi temporale. Sai che affare – pensò Sergio – il cervello di Teresa. E si trascinò fuori da quel posto, senza preoccuparsi di salutare nessuno.

(vai all'inizio del racconto, oppure alla seconda parte, terza parte, quarta parte, oppure prosegui con la sesta parte)
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