domenica, marzo 06, 2011

Sei motivi per essere felice


Viola aveva sei (6) buoni motivi per essere felice.
Il primo lo lasciò a scuola. Nella sua classe, c'era un amico che seppe starle vicino, vicino come non aveva mai fatto nessuno. Si chiamava Davide. Parlavano poco, sapevano l'uno dell'altra solo quel che era necessario. Agli occhi di lei, lui era diverso. Come se tutto fosse colorato con sgraziati colori opachi, e lui con morbidi tratti di pastello. Davide attraversava il tempo del liceo con la stessa sicurezza con cui un dito disegna sulla sabbia. Non aveva nemmeno bisogno di essere bravo. Non era mai preoccupato, non era ansioso, non l'aveva mai visto agitato. La sua presenza confortava Viola, la racchiudeva in una piccola bolla di sapone, la proteggeva dalla tristezza. Sedettero vicini tutte le volte che poterono, finché il tempo dei dubbi e delle parole non dette si trasformò in quello delle assenze e delle mancanze. Davide venne a scuola sempre di meno, sempre di meno. Qualcuno le disse che aveva trovato un lavoro, una ragazza. Viola dimenticò di che luce brillavano i suoi occhi. Quando la scuola finì, non lo vide né sentì mai più.

Quindi le restarono cinque (5) buoni motivi per essere felice.
Viola aveva un sogno, avrebbe voluto scrivere. Le riusciva così naturale, come tessere per un baco, o costruire nidi di piccoli rami per una rondine. Incastrava le parole facilmente. Esauriva decine di penne biro ogni anno colmando risme di carta con parole severamente bilanciate. E poi Viola aveva un altro dono, ancora più importante: sapeva raccontare quello che vedeva. Bambini che giocavano con i sassi nel parco, signore anziane che tenevano conto di quello che non c'era più, gatti che si rincorrevano all'inizio della primavera, cori che le cime degli alberi alzavano al freddo vento d'autunno. Erano racconti che ridavano luce alla vita. Pagine e pagine che scaldavano il cuore. I fogli riempirono inesorabilmente i cassetti. Finché non le regalarono un computer, un piccolo splendido computer portatile. Glielo regalò Federico, il giorno del loro terzo anniversario. Nemmeno lei saprebbe spiegare perché. Il senso del dono era l'opposto di quello che significava per tutti. Viola decise che le sue dita non si sarebbero mai più macchiate di inchiostro. Si dimenticò del proprio suo sogno, per le labbra di Federico.

Ma aveva ancora quattro (4) buoni motivi per essere felice.
Pensava di averne perso un altro quando sua madre fu ricoverata, e scoprirono che non poteva guarire. Ma non lo perse in quel momento. Perché le persone che ci lasciano non si riprendono quello che ci hanno dato. Viola poteva stringere ancora ogni pensiero, parole e immagine che sua madre le aveva donato. Così decise che dentro di sé avrebbe conservato ogni cosa. Quel quarto motivo lo perse qualche anno dopo, quando decise di non laurearsi e di sposare Federico. Perché se c'era una cosa che la madre le aveva insegnato, era che essere sereni non vale essere felici. Le diceva sempre: tutti i sogni che non ho raggiunto io, realizzali tu per me. Viola non la comprese, oppure preferì l'esempio alle parole. Tolse qualcosa da dentro di sé e la allontanò. Assieme alle parole della madre, se ne andò il quarto motivo. Viola accettò il compromesso. Una vita di gioie programmate, di giorni collaudati, di risvegli e di serate che si accodano sul calendario finché non diventano esistenza. Viola sarebbe stata come tante altre, mescolata tra le altre, tranquilla come le altre, invisibile come ogni altra vita invisibile che scorreva serena accanto a lei.

A quel punto a Viola restavano altri tre (3) buoni motivi per essere felice.
Di certo Mattia, suo figlio, prese il posto di tutti quelli che aveva perso fino ad ora. Viola si fece forte. Si convinse che il proprio sacrificio aveva dato i frutti sperati. Divenne testarda e orgogliosa delle proprie scelte, lo fece per difendere se stessa dalle mille insicurezze che ogni giorno la inquisivano. Le restavano tre buoni motivi per essere felice, e in cambio aveva ottenuto una famiglia, un bellissimo bambino, e un marito che la amava. Qualcuno che la abbracciava la sera quando stanca si gettava tra le lenzuola, e che la ascoltava parlare di libri e di storia quando non aveva più forza per leggere ancora. Ma nella freddezza del quotidiano, Viola perse l'ennesimo motivo. Quelle vite che scorrevano invisibili, erano disseminate di giorni immensamente tristi, come è normale che sia. Un caro amico che muore, un lavoro che non premia adeguatamente, un incidente domestico, un amaro litigio. Non c'erano giorni migliori a compensare quelli peggiori. Nei giorni che si facevano uguali, nel calendario scandito dalle ferie di Federico, e dagli anni scolastici di Mattia, che fosse un giorno come tanti era la massima aspirazione. Viola provò a cercare quel che aveva perso nella cerimonia dei regali a Natale, e nelle gite in montagna di inverno. Ma non trovò nulla. Quanti anni erano trascorsi? Da quanto tempo aveva perso quel motivo?

Rimase con due (2) buoni motivi per essere felice.
Mattia era lontano, studiava all'estero e forse lontano avrebbe realizzato il suo sogno. Nelle mail che spediva e che sua madre di tanto in tanto leggeva, era facile riconoscere il rituale dovere di un figlio che era in grado di proseguire il suo cammino da solo. Di lì a poco, Viola conobbe un altro uomo, Elia. Tutte le sere che la cena di Federico era nel frigo pronta da scaldare, Viola ritrovò il calore di un amore che credeva di aver perso per sempre. Elia era come Davide, il suo compagno di classe del liceo: sapeva avvolgerla in una nuvola di sicurezze dalla quale Viola non avrebbe mai voluto uscire. Con Elia stava bene, Elia l'amava, era buono, non le avrebbe mai fatto del male. Elia era disposto a vederla quando e quanto voleva lei, nel modo che lei desiderava, e non le chiedeva nulla in cambio di quelle ore. Poi un giorno Federico lasciò Viola. Non perché si accorse di Elia, Viola non avrebbe mai permesso che ciò accadesse. Federico lasciò Viola perché non provava più niente per lei. Più niente per lei, e frantumò così il penultimo motivo di Viola. Più niente per lei.

Ecco che ora Viola stringeva fra le dita (1) un solo buon motivo per essere felice.
Ma lo distrusse. Lo distrusse di sua propria volontà. Ripensò a quanti motivi di felicità aveva speso per arrivare fin qui, e a quanto poco le rimaneva. Musica che non avrebbe mai più ascoltato. Doveva essere colpa di qualcosa o di qualcuno. Si convinse di aver sbagliato, di aver fatto scelte stupide, di non aver capito niente. Raccolse l'ultimo motivo di felicità che le era rimasto, e lo scagliò con forza contro Elia. Lui lo vide spezzarsi davanti a sé, tra le lacrime di Viola. Ma non andò via, lui rimase. Rimase per vederla proseguire in quell'intento, testarda e disperata, di seccare giorno dopo giorno, assiduamente, ogni piccola goccia che restava del loro amore. Viola lacerò la sua voglia di parlarle, gli impedì di starle vicino, lo spinse lontano sollevando fra loro mura di dolore, silenzio, stanchezza e impegni. Non volle ascoltarlo mentre cercava di gridarle quanto avrebbe desiderato, magari in un altro mondo, trovarsi al posto di Federico, e non farla soffrire, e non farla piangere. Elia scivolò lontano, portando via con sé le minuscole brillanti schegge dell'ultimo buon motivo che aveva Viola per essere felice.

E adesso Viola non ha più nessun motivo per essere felice.
Ma è serena.
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