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domenica, febbraio 23, 2014

La creatività secondo Poincaré

D'improvviso non ero più in grado di vedere nulla, eppure potevo immaginare tutto. Mese era ancora lì davanti a me, una leggera brezza accarezzava l'erba verde del parco nella tiepida mattinata invernale, e Nete continuava a fissarmi con il suo sguardo vuoto, assente, distante.
– Il valore della creatività, secondo Poincaré, non è altro che il prodotto di un indice di novità e di un indice di utilità. – Iniziò a spiegare Nete. – "Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili" per dirla con le sue parole. Un autore in pratica non deve far altro che pescare dal proprio bagaglio di esperienze e cercare di massimizzare il risultato di questo prodotto, generando qualcosa di nuovo e nel contempo di utile allo scopo. Io mi occupo della prima parte del prodotto di Poincaré, la novità, mentre mia sorella si occupa della seconda, l'utilità. Insieme garantiamo agli autori un valore decente di creatività.

Mentre Nete continuava a parlare, io prendevo sempre più coscienza della mia situazione.
– Dove siamo? ...questo non è più il parco. Non riesco a capire cosa è successo.
– Succede che abbiamo cambiato mezzo. Adesso siamo in un racconto. Beh non proprio in un racconto, è una specie di resoconto pubblicato sul tuo blog...
– Vuoi dire che in questo momento... sto scrivendo?
– No, – rispose Mese facendo oscillare l'indice – in questo momento lo stanno leggendo.
Sorrise. Nete alle mie spalle sbuffò. Nulla di tutto ciò aveva senso, eppure tutto aveva senso.
– È questo il potere di Nete? – Domandai a Mese.
– Non abbiamo "poteri", non siamo supereroi o roba del genere. Ogni musa ha le stesse identiche capacità, ma ognuna le sfrutta in modo diverso, a seconda del proprio ruolo e dello scopo che deve raggiungere. Per rispondere alla tua domanda... a Nete piace giocare con queste cose. Mescolare contesti, opportunità, strumenti. Ogni volta che si dice che un autore ha creato qualcosa di innovativo, solitamente è merito di mia sorella. I nuovi media le offrono sempre maggiori opportunità ed è per questo che negli ultimi decenni, da muse del fumetto, siamo divenute anche ispiratrici di altri tipi di arte come ad esempio quella videoludica.

– Credo di essere un po' confuso... e non so se i miei lettori sono pronti a tutto questo. Non potremmo rendere questo episodio un pochino meno... traumatico? E magari tornare al "contesto" precedente? – Proposi. Mese lanciò uno sguardo in direzione di sua sorella. Nete socchiuse gli occhi, e d'improvviso il racconto terminò.

sabato, luglio 06, 2013

Talia e la pioggia

In quest'ultima settimana l'estate si è dimostrata talmente gentile e premurosa nei miei confronti, che quasi potrei rivedere il mio giudizio su di lei (odio l'estate).

Nei recenti pomeriggi spesso il cielo è stato velato, e anche se le temperature erano troppo alte per i miei gusti, più di una volta mi è capitato di andare a cercare la felpa nell'armadio perché una T-Shirt non era abbastanza. Di rado ho dovuto accendere il ventilatore e considerato che lavoro al computer (una specie di radiatore sotto la faccia di chi lo usa), direi che questa è una cosa stupenda! Ma soprattutto, e questa è stata la cosa più bella, un paio di notti in questa settimana ha piovuto di brutto.

Quando accade, per me è sempre un'esperienza incredibile. Me ne sto sul letto, rotolandomi nel dormiveglia, poi un ribollire lontano di tuoni mi accarezza i timpani. Man mano i tuoni si avvicinano, incerti e sempre più vigorosi, cullandomi nel ritmo incostante del loro susseguirsi. Dopo un po' un sibilìo lontano mi avverte che uno sciame di piccole gocce si sta avvicinando. L'aria si fa densa di umido, la temperatura si abbassa, il vento si pregna di un odore inconfondibile: quello del temporale estivo. Quello è il momento più bello: mi rigiro nel letto mentre tamburellano sul vetro le prime gocce, destinate a trasformarsi entro breve in un concerto cacofonico di frenetiche piccole percussioni. Quando arriva il temporale vero e proprio, mi sento un po' Dorothy nel mezzo del tornado, il letto pare sollevarsi in mezzo al frastuono, la brezza scivola nella camera e nel buio attraverso la finestra socchiusa, qualche lampo mi avverte che la festa è cominciata. Lo scroscio della pioggia è talmente rilassante che il mio cervello non sa se addormentarsi o restare sveglio a goderselo. Alla fine resta indeciso, tra la veglia e l'oblio, senza lasciare spazio a sogni che sarebbero senza dubbio meno belli.

Ecco, la pioggia in estate mi fa questo effetto.

Negli scorsi inverni è capitato più di una volta che Talia mi abbia accompagnato in giro durante le giornate piovose, ad esempio nei giorni in cui dovevo andare a Roma dal dottore per la mia seduta periodica. Le sconsiglio sempre di venire. Anche se è invisibile, tra le gocce di pioggia i passanti potrebbero scorgere il suo profilo, così come potrebbero accorgersi dei suoi passi sui marciapiedi colmi di pozzanghere e ancora bagnati. Per questo deve aspettarmi sempre silenziosa e immobile in posti isolati, come ad esempio nel bel mezzo di un ponte. Poca gente attraversa i ponti, quando piove di brutto. Ma lei mi risponde che lo fa volentieri, dice che a stare sempre a casa si annoia, e che stare immobile e silenziosa sotto la pioggia le piace. Non so in che modo un giorno piovoso possa piacere alla musa della commedia, non gliel'ho mai chiesto quindi evidentemente non mi interessa.

Quando finisco di fare le mie cose e torno da lei, la ritrovo lì ad aspettare. Con fare entusiasta mi racconta tutto quello a cui ha assistito mentre immobile fingeva di non esistere, appoggiata a una ringhiera, sotto l'ombrello. E le cose di cui mi racconta sono insignificanti, davvero. Mi dice di aver assistito a vecchietti che passeggiano, turisti olandesi che comprano biglietti dell'autobus, bambini che litigano per una figurina rara, mendicanti di passaggio, vigili urbani, cani portati a passeggio che fanno la cacca nelle aiuole. Talia osserva la gente con gli occhi di chi non ci ha mai vissuto in mezzo. E forse è proprio per questo che le sembra tutto così eccezionale.
Mentre torniamo a casa non posso fare altro che ascoltarla (dico davvero, non posso fare altro, non c'è modo di farla stare zitta). Ma dal resoconto che una musa mi fa del quotidiano vivere di una strada bagnata di pioggia ottengo sempre tutta una serie di spunti che poi si traducono in idee interessanti per i miei racconti.

E' così che le muse ispirano gli autori? Prestando loro innocenza e curiosità? Non lo so. Ma credo che chiunque legga alcuni dei miei racconti possa farsi un'idea abbastanza precisa di cosa ottengo dalla mia convivenza con lei. Si potrebbe obiettare che non si tratta di racconti allegri, alcuni sono grotteschi, altri sono inquietanti, altri sono tristi. E' vero, infatti la maggior parte di questi racconti a Talia fanno schifo, dice che sono brutti. Ma ce ne sono anche di divertenti, che a lei piacciono. Mi dispiace di non poterli pubblicare tutti qui sul mio blog, alcuni sono troppo lunghi, altri troppo grezzi e poco adatti alla pubblicazione. Ma se siete curiosi, qualcuno ce n'è. Ad esempio provate a leggere il Brucomela, o il Bambino della Pioggia, o l'Analista.

E sappiate che nonostante a Talia non piacciano, è lei che devo ringraziare.

mercoledì, maggio 15, 2013

Intervista di RCR a Sir Tallis e all'autore di Drizzit

Come già accaduto in occasione dei 5000 fan di Drizzit, sono stato invitato a partecipare alla trasmissione radiofonica "Braccia rubate alla Pastorizia" che viene registrata a Città del Re e poi inviata in tutte le case che posseggono una sfera di cristallo. Poiché in questa dimensione è un po' difficile rimediarne una, riporto qui di seguito la trascrizione dell'intervista, avvenuta oggi pomeriggio.



Radio Città del Re - Buonasera ai nostri ascoltatori, eccoci giunti anche oggi al consueto spazio culturale di Radio Città del Re, «Braccia rubate alla Pastorizia.» Sempre sia onorato il Re, e passiamo subito a presentare gli ospiti di oggi pomeriggio. Oggi abbiamo il piacere di avere in studio Sir Tallis Denoriadus De'Versiaran, ex-cavaliere dell'Ordine di Fasturis e protagonista di uno dei fumetti di maggior successo nei bassifondi della città: Drizzit.
Sir Tallis Denoriadus De'Versiaran - Buonasera a tutti... devo subito correggerla perché "protagonista" mi sembra un pochino troppo, visto che per il momento sono comparso solo in una manciata di strisce...
RCR - Ma il suo è comunque un personaggio che ha lasciato il segno, non crede?
Sir Tallis - Mah... non saprei, è ancora presto per dirlo. Per il momento le uniche lettere cariche di ammirazione che ricevo sono quelle da parte di mia mamma. Anzi ne approfitto per salutarla! Ciao mamma! Sono alla radio! Ciao!
RCR - Sì... vabbé... la pianti di salutare siamo alla radio, tanto non la vede. Passiamo al secondo ospite di oggi, che è già stato nostro ospite lo scorso settembre ma che è tornato gentilmente a trovarci nonostante detesti essere teletrasportato. Stiamo parlando dell'autore di Drizzit, ovvero di Bigio.
Bigio - Grazie a voi per avermi invitato di nuovo. E scusate se ho vomitato nell'androne, è che dopo il teletrasporto mi sento sempre un po' male... poi oggi ero andato a pranzo da mia nonna, pasta coi piselli e fettine panate...
RCR - Non si preoccupi, abbiamo degli schiavi comprati apposta per pulire. Il tempo stringe, passiamo subito alle domande. Noi di Radio Città del Re vi abbiamo invitato perché abbiamo saputo che a Giugno esordirà la nuova serie di Drizzit, che si intitola "Quel Demone che non ti Aspetti." Un titolo accattivante, cosa ci dobbiamo aspettare, Bigio?
Bigio - Innanzitutto si tratta della quinta serie ufficiale di Drizzit, dopo la doppia raccolta di "Drizzit - Le Origini", "Drizzit e il Tesoro del Drago", "Drizzit - Legami di Sangue" e "Drizzit - L'Amore è un Carnotauro Rosa". Credo che ormai il fumetto abbia raggiunto il punto in cui è uscito dalla sua fase introduttiva, cioè quella in cui si può giocare con la scoperta dei personaggi principali e con la loro interazione. Immagino che tutti i lettori sappiano benissimo chi sono i protagonisti e qual è il loro carattere, quali sono gli ideali di ognuno, il modo in cui ognuno si comporta. Chi non lo sa, può benissimo leggersi la storia fin qui. La nuova serie quindi presenta una sfida nuova, e cioè coinvolgere i lettori rivolgendosi al di fuori delle dinamiche del gruppo.
RCR - Bene, io non ci ho capito una mazza. E lei?
Sir Tallis - Nemmeno io.
Bigio - Che lo devo rispiegare?
RCR - No, tanto di 'ste cose non ce ne frega niente. A noi interessa se Katy e Drizzit quagliano.
Bigio - Quagliano?
RCR - Sì... quagliano. Se arrivano al sodo. Se si incastonano. Se si appecorellano. Se fanno la macedonia. Come dite nella vostra zona?
Bigio - Va bene, va bene... credo di aver capito. No comunque non vi posso dire se "fanno la macedonia"... scusate ma queste sono cose che è bello scoprire leggendo il fumetto. Ci sono tantissimi lettori che si sono appassionati a Drizzit non solo perché è divertente e giornaliero, ma anche perché sullo sfondo delle battute scorre una storia. E quel poco di storia che c'è è meglio non svelarla. Ecco se c'è una cosa che posso aggiungere sull'argomento, è che la nuova serie sarà molto più narrativa delle precedenti. Non so se avete notato ma in "Drizzit - L'Amore è un Carnotauro Rosa" praticamente la maggior parte della storia si ambienta a casa di Baba Yaga. Nella nuova serie ho intenzione di dare più spazio agli eventi... sperando che questo non intacchi troppo la vena umoristica. E' sempre rischioso quando si alza il livello di epicità di un fumetto umoristico, perché si rischia di perdere un po' del nonsense comico.
Sir Tallis - ...e comunque io la macedonia l'ho già fatta. Ci tengo a dirlo perché mi hanno espulso dall'ordine dei cavalieri per quella cosa lì, della macedonia.
Bigio - La piantiamo per favore di chiamarla così?
RCR - Non si alteri, è un modo di dire. Lasci che Sir Tallis finisca il discorso, era interessante. La prego Sir Tallis, prosegua.
Sir Tallis - Sì le dicevo che io sono sempre stato un cavaliere, intendo dire nel cuore, dentro di me, sin da quando ero bambino. Ho intrapreso la strada del cavalierato perché condividevo appieno i principi del codice di Fasturis già da prima di imparare a leggerli. Purtroppo ho tradito il voto di castità, obbligatorio durante tutto l'apprendistato, e per questo non sono potuto divenire un cavaliere a tutti gli effetti. Però vorrei sottolineare che il codice dell'Ordine di Fasturis risplende ancora luminoso dentro di me.
RCR - Alcune indiscrezioni dicono che rivedremo Sir Tallis nella nuova serie, è vero?
Bigio - Sì, ci saranno alcuni ritorni e anche dei nuovi personaggi interessantissimi, che però non posso anticipare. Sir Tallis era quasi un ritorno annunciato, in quanto già al momento della sua scomparsa (in Drizzit - L'Amore è un Carnotauro Rosa) già si lasciava intendere che sarebbe potuto tornare. Credo che il suo personaggio possa dare ancora molto al fumetto, in termini di comicità e di spunti narrativi. Al contrario di altri amatissimi personaggi che sono morti, come Artemide o Driass.
RCR - Comunque lei se la tira un po' troppo eh. Qualcosina d'altro ce lo potrebbe pure dire.
Sir Tallis - Del tipo se rifarò la macedonia.
RCR - Ma come, lei non lo sa? Non ha letto il copione?
Sir Tallis - No, il copione che abbiamo attualmente non arriva alla fine della serie, quindi c'è ancora molto da decidere.
Bigio - Non ho intenzione di aggiungere altro. E basta co 'sta cazzo de' macedonia!!! Che poi magari stasera torno a casa, mi portano la macedonia, e mi sento male. Basta!!!
RCR - Va bene, tanto lo spazio a nostra disposizione è già praticamente esaurito. Ringraziamo Bigio per le immagini in anteprima della nuova saga che ha portato in redazione e che condivideremo con i nostri lettori tramite sfera magica. Ringraziamo anche Sir Tallis al quale auguriamo un futuro migliore di quello della precedente serie, e ci vediamo alla prossima edizione.
Sir Tallis - Sempre sia onorato il Re!
Bigio - Ciauz.

sabato, aprile 07, 2012

L'apriscatole

Sul sito letterario Librisenzacarta.it è stato pubblicato un mio racconto: l'apriscatole.
Siccome parlare dei miei racconti non mi piace (preferisco eventualmente che uno se li legga e poi mi dica che ne pensa), vi rimando direttamente al link per la lettura. Spero che vi piaccia.
Ringrazio la redazione di Librisenzacarta per l'opportunità. Buona lettura!

sabato, marzo 03, 2012

Gen-Art su Nuova Prosa (è uscito)

Come avevo già scritto qualche settimana fa, sulla rivista letteraria Nuova Prosa è stato pubblicato il mio racconto Gen-Art (che potete leggere anche direttamente qui sul blog cliccando qui). Ovviamente sono molto contento. Non so quanti di voi capitano in libreria e danno uno sguardo alle riviste letterarie, ma se vi capitasse di farlo, sappiate che il mio racconto si trova sul numero 58 che sarà presentato allo stand di Greco & Greco Editori alla fiera del libro che si sta svolgendo in questi giorni all'auditorium di Roma.

martedì, febbraio 07, 2012

Gen-Art su Nuova Prosa

Questo ho dimenticato di segnalarlo, sul mio blog. Il mensile di letteratura Nuova Prosa, nel numero 58 che uscirà a fine mese, pubblicherà il mio racconto Gen-Art. Se volete leggerlo, l'ho postato qualche tempo fa e lo trovate in mezzo agli altri racconti, nel menù a sinistra, dove c'è scritto Cronache Narrate. Quel menù raccoglie tutti i racconti che sono comparsi qui sul blog e che ho pubblicato. Altrimenti cliccate qui che vi ci porto io. Intanto ringrazio Nuova Prosa per l'opportunità.

sabato, gennaio 28, 2012

Emilio

Oggi posto un racconto breve che ho scritto qualche anno fa. Si trattava di un concorso letterario e c'era un limite alle battute. Meglio così, in fondo i racconti brevi sono gli unici che posso condividere sul blog. Buona lettura.

Si faceva chiamare Emilio, ed era ospite dell'istituto dal 1977. Quando il dottor Teresi decise di conoscerlo, fu subito colpito dalle sue condizioni. Se ne stava seduto in un angolo della stanza, come una grossa mano invisibile ce lo tenesse premuto, interamente avvolto in una coperta di lana pesante che in pieno luglio avrebbe fatto sudare un cammello, e con i capelli talmente lunghi e spettinati che a malapena si scorgeva il suo naso. Il primo e ultimo sguardo che il dottore ricevette fu quello che Emilio gli rivolse appena Teresi entrò. Il paziente, sulla sessantina, pallido e magro, gli donò un sorriso benevolo, silenzioso. Lui, Teresi, richiuse la porta alle proprie spalle cercando di non far rumore, come se attorno a sé avesse percepito una qualche atmosfera da rispettare. Strinse la cartellina tra le dita, mosse un paio di passi incerti.
La camera di Emilio era straordinariamente in ordine, pulita, come se l'ospite fosse arrivato appena un minuto prima. Le pareti erano bianche bianche, il letto in ferro battuto rifatto di tutto punto, gli armadietti metallici come se fossero stati appena verniciati. Tutto il resto dell'ospedale sembrava sul punto di collassare, macchie di muffa sui soffitti, maniglie tenute sulle porte da giri di nastro adesivo, gli schienali delle sedie consunti dall'uso, la ruggine sui bordi degli infissi. Entrare in quella stanza, così insolitamente integra, dava quasi il capogiro. Era come saltare indietro di cinquant'anni, quando la salute pubblica era un valore e per lo stato investirvi denaro era considerato un atto generoso, anziché uno spreco sconsiderato. Persino le vetrate della finestra erano così lucide e pulite che sembravano non esserci. Con il fresco della mattinata era iniziata la solita giornata di mezza estate, trasformatasi presto nelle dodici ore di caldo rovente che tutti si aspettavano. Sole alto e condizionatori a palla. L'angolo della stanza dove stava rannicchiato Emilio era colto in pieno dal sole. Un'altra persona, persino un altro paziente, avrebbe cercato un posto più fresco per sdraiarsi a terra, ad esempio il pavimento sul lato opposto, vicino alla porta del bagno. Invece Emilio se ne stava raggomitolato nella sua coperta di lana, in pieno sole, spaziando con lo sguardo attraverso quel misero metro quadro di cielo che riusciva a scorgere da lì. Senza stillare una sola goccia di sudore.
«Buona giornata.» Disse Teresi, tanto si doveva pur cominciare da qualche parte. Emilio rispose secco:
«lo è davvero? Non sia affrettato nei giudizi.» Teresi si avvicinò al letto, cercando di non apparire troppo divertito dalla risposta. Poggiò sulle lenzuola candide la cartellina, si mise le mani in tasca e attese ancora qualche minuto. Emilio non si era neppure voltato. Seguitava a guardare il cielo, senza ferirsi gli occhi, quasi senza battere le ciglia. Non sembrava intenzionato a conversare, quindi Teresi si ritrovò a dover cercare un argomento. Ma quale? Di cosa parlare, con uno che – stando alla sua cartella clinica – si credeva Dio? Non Napoleone o Giulio Cesare, ma Dio in persona. Delirio all'ennesima potenza. Appena arrivato in questo reparto, Teresi aveva sentito subito la responsabilità di dover cominciare a familiarizzare con i pazienti. Ma con tutti era stato o troppo facile, o troppo difficile. In ogni caso, un'esperienza breve e poco significativa. Con Emilio si capiva da subito che le cose sarebbero andate diversamente. Decise allora di intraprendere una conversazione un po' meno superficiale.
«Emilio, – chiese – lei sa dove si trova?» Emilio si strinse nella coperta.
«Nell'universo.» Rispose. Teresi questa volta si lasciò sfuggire un sorriso.
«Più nello specifico – domandò il dottore – lei sa cosa sta facendo qui in questa stanza, in questo ospedale?» Emilio affermò l'ovvio:
«guardo fuori». Era chiaro che il sistema che Emilio metteva in atto per evadere le domande era basato sull'assumere il punto di vista delle stelle, vedere tutto da lontano... il punto di vista cosmico. Teresi ritenne che stare al gioco fosse la cosa più utile da fare, e gli chiese cosa stesse guardando, fuori. Si aspettava una risposta simile alle precedenti. Il cielo, ad esempio. L'anziano paziente invece rispose in maniera del tutto inaspettata. Sospirò e mormorò, con voce tremula:
«osservo come tutto va a puttane.»
Teresi affondò con forza le mani nelle tasche del camice. Era chiaro che questo tizio non era Dio. Se lo fosse stato, nella sua infinita saggezza, non avrebbe mai risposto in modo tanto banale. "Come tutto va a puttane" è una risposta da depresso. E poi il dottore si sorprese di se stesso. Ma che stava facendo? Doveva forse smentire che Emilio potesse essere Dio? Ovvio che non lo era, si trattava di un paziente, di una persona molto malata! Raccolse la cartella dal letto e cercò di congedarsi alla meglio.
«Volevo solo presentarmi, – spiegò, tornando a un tono professionale – sono il dottor Teresi e sono nuovo di qui.»
«Sì, certo che lo è... – Rispose in fretta Emilio – lei è nuovo.» Ma non distolse lo sguardo dalla finestra. Teresi sospirò, e voltando le spalle uscì dalla stanza. Un'infermiera passava per il corridoio proprio in quel momento. Teresi la fermò e le chiese perché nella cartella mancava il vero nome di Emilio, e l'età, e altri dati importanti. L'infermiera lavorava qui solo da due anni, e anzi si lamentò che il contratto fra poco le sarebbe scaduto e si sarebbe ritrovata sotto un ponte. Di Emilio sapeva solo poche cose, lui non parlava mai con nessuno. Emilio non prendeva medicine, non si muoveva mai dalla sua stanza e non dava mai fastidio agli altri. Alcune colleghe le avevano raccontato che quando era stato trasferito qui, tanti anni fa, aveva già quell'aspetto, con la barba crespa e i capelli bianchi.
«E comunque, – disse prima di andare via – a tutti sta molto simpatico, perché la sua stanza è sempre perfetta anche se fuori è tutto un casino.»

sabato, gennaio 07, 2012

Il mio sabato mattina


Mentre mi risveglio, già riassumo mentalmente quello che ho da fare. Finire di correggere un racconto che devo spedire, concludere la seconda saga delle avventure di Drizzit così potrò pubblicarle. Secondariamente, ci sono tre o quattro manoscritti che ho cominciato a leggere e dei quali dovrei spedire la valutazione alla casa editrice che mi ha chiesto di farlo, e poi c'è quel libro fantasy che ho già finito di scrivere e che dovrei rivedere da capo... Ma come spesso accade nella vita, alle cose più semplici viene accordata una immeritata precedenza, e così decido di fare colazione con calma controllando la posta, i cinguettii di twitter, lo stato di facebook, e le pagine dei miei giornali preferiti online.

Scavando nel fondo del mio mac ho ripescato alcuni schizzi di prova per dei personaggi di Drizzit che appariranno nelle strisce della prossima settimana (a me servono principalmente come prove di colore, visto che come colorista faccio cacare). Le abbandono sul blog, dove qualche lettore può trovarle e incuriosirsi. Chissà magari gli viene voglia di ripassare lunedì, quando pubblicherò la prossima striscia di Drizzit.

Sono sopravvissuto alle vacanze Natalizie e uscito indenne dal giorno della Befana, attraversando con impavida indifferenza i riti festaioli di Capodanno. Ieri notte camminavo per strada e la tramontana gelida mi ha messo i brividi addosso, per la prima volta, questo inverno. Adesso sì che finalmente è arrivato il 2012, quello vero, quello che ti ritrovi davanti e che devi riempire in qualche modo. Spero di saperlo fare, non sono mai stato bravo a dare valore alle cose che faccio. Ma non sono mai bravo nemmeno a smettere di fare le cose, quindi credo che proseguirò a camminare, nel freddo dell'inverno, e vediamo un po' se muoio di freddo o se arrivo a primavera.

venerdì, dicembre 30, 2011

Gen-Art

Questo mio racconto risale al 2001, quando ero iscritto alla facoltà di scienze matematiche fisiche e naturali dell'università della Tuscia, e nella vicina facoltà di lingue e letterature straniere moderne fu indetto un concorso di scrittura. Partecipai e arrivai primo. Non ho mai pubblicato questo racconto sul mio blog, ma lo si trova online se lo si cerca (sul sito dell'università della Tuscia, mi pare). Ci ho ripensato perché, come mi ero già detto altre volte, non vale la pena lasciare i propri racconti a marcire in un cassetto. Preferisco condividerli con chiunque voglia leggerli. Quindi buona lettura.

La targa sulla porta diceva chiaro: “Dott. Martin Clavell - Critico d'arte - Specialista in Arte Genetica. «Prego, sedetevi.» li invitò subito il dottor Clavell. I due si sedettero. Prima lui e poi lei.
«Allora voi siete i coniugi Pakowsky. Sono molto lieto.» Si sporse oltre la scrivania di legno allungando la mano.
«Molto piacere dottor Clavell. Io sono Adam e questa è mia moglie Loise.» Adam strinse la mano al dottor Clavell. Loise si limitò a salutarlo con un cenno della testa. Il dottore le lanciò un primo sguardo. Poi, mentre tornava a sedersi, la osservò di nuovo, velocemente. La donna aveva lunghe gambe, modellate perfettamente, con delle ginocchia decise ed una caviglia sottile. Le valorizzava indossando una minigonna molto audace ed un paio di scarpe molto costose. Lei si accorse di essere osservata, ma non disse nulla.
«Mia moglie è un Vautrine dell'ultimo periodo.» si affrettò a dire Adam. Il dottor Clavell si sentì in diritto di osservarla più liberamente, ma dopo pochi secondi si era già fatto un'idea sul tipo di donna. Aprì una cartellina virtuale, che aveva preparato in precedenza e lasciato sospesa sul monitor olografico davanti a sé. L'enorme vetrata alle spalle del dottore dava sul quartiere del porto, ma da lì, dal ventunesimo piano, era molto più bello che visto dall'interno delle sue vie. Il dottor Clavell cominciò a leggere in silenzio alcuni fogli, poi sfiorò i sensori del computer, ed iniziò a cercare qualcosa. Mentre cercava, formulò una domanda:
«Che cosa vi ha spinto ad avere un figlio?» Non staccò gli occhi dai fogli traslucidi proiettati di fronte sé, anzi si aggiustò con un dito gli occhiali.
«Beh, dottor Clavell...» iniziò Adam.
«Mi chiami Martin, la prego.»
«Sì... Beh... Io e mia moglie siamo sposati da ormai quattro anni. Abbiamo molto tempo libero, e pensiamo che un figlio sia anche qualcosa di speciale... Qualcosa che ci lega...» Avrebbe voluto continuare, ma il dottor Clavell, con un gesto rapido della mano, spense il proiettore olografico.
«Ho controllato la scheda di sua moglie. E' un'autentica Vautrine del '67. Il periodo dei fianchi, se non sbaglio.»
«Esatto, si. Vautrine creò circa un centinaio di esemplari in quel periodo, in Spagna.»
«Beh, signora Pakowsky, non avevo mai avuto il privilegio di ammirare un Vautrine, prima d'ora, ma devo dire che lei vale tutta la fama che quell'artista ha saputo guadagnarsi.» La signora Pakowsky sorrise.
«Grazie.» disse.
«Ma anche lei non è da meno, Adam. Posso chiamarla Adam, vero?» Anche il signor Pakowsky allargò un sorriso. Annuì una volta sola.
«De Rosi, mi pare.»
«Sì, De Rosi del 2061. Conosce l'autore?»
«I genartisti italiani sono i miei preferiti. – disse Clavell alzandosi dalla poltroncina e passeggiando lentamente verso la sua pianta da ufficio. – Purtroppo nell'ultimo decennio sono stati i tedeschi a dettare le regole, e solo l'arte genetica francese ha saputo reggere il confronto. Ciò nonostante continuo ad apprezzare moltissimo i lavori del resto dell'Europa. Per mio figlio mi sono affidato ad un fiorentino, un certo Claudio Calvino. Ne avete sentito parlare?» Adam scosse leggermente la testa, poi poggiò la schiena alla sedia. Clavell accarezzò con una mano qualche foglia della pianta, come per saggiarne l'evidente buona salute. Dietro di lui il cielo luminoso cominciava a scurirsi.
«Scusatemi, stavo divagando. Per rompere un po' il ghiaccio.»
«Noi invece siamo preoccupati, e vorremmo che lei giungesse presto al punto.» sputò fuori con fermezza la signora Pakowsky. Adam stese la mano verso di lei per farle segno di stare calma. Lei, senza badare al marito, afferrò la sua borsetta e tirò fuori un pacchetto di sigarette.
«Loise, magari al dottor Clavell dà fastidio...»
«No, non si preoccupi, signor Pakowsky. Non ho problemi col fumo.» Clavell si affrettò a raggiungere nuovamente la sua poltroncina. Alle sue spalle, qualche luce della città già s'accendeva. Si sedette e riprese in mano i fogli che aveva già estratto dalla cartellina.
«C'è qualche problema, dottor Clavell?» chiese Adam. Il suo tono era calmo ed interrogativo, non sembrava veramente preoccupato. Non avevano minimamente idea del perché si trovavano qui, pensò Clavell, e questo era ovvio.
«Circa un mese fa, più precisamente il 14 di Gennaio, io stesso vi contattai per via di vostro figlio.» Fece una pausa. I Pakowsky restarono in silenzio. «Il piccolo era nato e non aveva problemi di sorta, godeva di ottima salute ed il suo aspetto era stupendo. Fin troppo. Mi trovavo in quell'ospedale per assistere alla nascita di un'opera del maestro Kadowaki, un genartista giapponese che sta conquistando sempre più pubblico, ultimamente. E notai il vostro... Com'é che si chiama?»
«Isaac.» rispose Loise.
«Isaac, giusto. Vi contattai il giorno dopo per chiedervi il permesso di esaminare meglio il piccolo Isaac. Lo ottenni, ed il giorno stesso, con un paio di assistenti, ci apprestammo a valutare vostro figlio.» I coniugi Pakowsky si guardarono fra loro per un attimo.
«Dottor Clavell...» iniziò Loise.
«L'invito a chiamarmi Martin vale anche per lei, signora Pakowsky.» la interruppe il dottore.
«Mio figlio non è un'opera. E' naturale. Come può essere valutato?» Adam arricciò le sopracciglia e si fece avanti, appoggiando i gomiti sui braccioli della sedia ed intrecciando le dita. Il dottor Clavell abbassò le carte che aveva in mano, e tirò un sospiro. Si aggiustò gli occhiali, e rispose con pacata lentezza, in modo da essere estremamente chiaro:
«E' vero. Vostro figlio non è un opera. Ma possiamo valutarlo come se lo fosse.» Adam restò in silenzio. Anche Loise restò in silenzio. Tirò un ampia boccata dalla sua sigaretta. Poi la spense, schiacciandola nel portacenere di giada del dottore. Solo allora tirò fuori il fumo.
«Quella che ci sta proponendo è una truffa.»
«E' vero, signora Pakowsky. Ma non completamente.»
«Cosa vuol dire?»
«Che se ho notato vostro figlio tra molti e vi ho contattato, è perché so che la cosa funzionerà. Vostro figlio è la prova del fatto che, nonostante oltre sessant'anni di arte genetica, madre natura è ancora l'artista migliore. Forse voi non vi siete soffermati troppo sulle caratteristiche di vostro figlio, e probabilmente, se non l'avessi notato io, non l'avrebbe fatto nessuno. Ma io e la mia équipe siamo usciti estasiati dall'incontro con quella piccola creatura. Guardi, ho qui pronta una bozza della recensione.» Estrasse un fascicolo da un cassetto e lo allungò al signor Pakowsky. Era cartaceo, non se ne vedeva più molta in giro, di carta stampata. La signora Pakowsky anticipò il marito.
«E chi sarebbe il genartista?» chiese.
«Robert Greenberg. Un giovane con molto talento e tanta sfortuna. Ha ricevuto pesanti critiche negative per i suoi ultimi lavori dalla maggior parte della stampa.»
«Come mai?» si interessò Adam.
«Freak-art. Ha composto alcuni lavori per un paio di coppie eccentriche dell'alta società cittadina. Ma la freak-art non è vista di buon occhio dall'opinione pubblica, e i critici tendono a svalutarla... Doti come la capacità di osare, l'audacia e l'originalità, qualità che hanno sempre valso molto, nel mondo dell'arte. Ma chi osa rischiare il posto in nome dell'arte, oggigiorno?»
«Non saprei, dottor Clavell... A me sembrano comunque dei mostri...» rispose ingenuamente Adam. «Probabilmente l'occhio inesperto di qualcuno avrà dato lo stesso giudizio anche della Guernica di Picasso, quando la pittura era molto più apprezzata di adesso.» Loise era immersa nella lettura della recensione di suo figlio. D'improvviso apparve l'immagine di una graziosa ragazza, di fianco alla scrivania. L'immagine restò immobile, ed attraverso la sua trasparenza Adam si accorse che la sera era calata sul porto.
«Dimmi pure.» comandò vocalmente il dottor Clavell.
«C'è il suo assistente, il dottor Taylor, che desidera parlarle urgentemente.» La voce era palesemente elettronica. «Digli che sono occupato. Ci sono i signori Pakowsky qui con me.»
«Lo sa, dottor Clavell. Vorrebbe parlare con lei prima che li congedasse.» Il dottor Clavell era evidentemente imbarazzato.
«Scusatemi. Ci vorrà poco.»
«Non si preoccupi, faccia pure.» gli rispose Adam. La signora Pakowsky invece, non alzò gli occhi dai fogli che teneva in mano. Clavell uscì dalla stanza, e l'interfaccia visiva del suo computer scomparve, ma non prima di aver salutato con un cenno gentile della testa. Per qualche minuto, il signor Pakowsky non disse nulla. Si alzò, oltrepassò la scrivania, passò di fianco alla pianta da ufficio. Si accorse che era di plastica, una pianta finta. Ne toccò una foglia, e sentì fra i polpastrelli delle dita tutta la sinteticità di quell'oggetto ornamentale. Poi si voltò verso la vetrata. Invece di scorgere la città, finì per guardarsi negli occhi. Le sue sopracciglia lunghe e sottili, il suo naso lineare e preciso. La fossetta asimmetrica, artistico omaggio a Janet La Tourrette, la prima genartista donna di successo. Alzò la mano e toccò il vetro. Per un attimo gli parve di trovarsi oltre quella superficie trasparente, come uno spettro, prigioniero in una teca trasparente, fredda e male illuminata. Staccò le dita dal vetro. Tentò di guardare oltre il riflesso. Le luci della città di notte. Ma due luci più di tutte, il suo stesso sguardo. No. Non andava. Sconfitto, si voltò.
«Mi sembra un'ottima recensione. – esordì Loise. – Incisiva, efficace. E poi è vero. Un genartista di successo non avrebbe potuto fare di meglio. Alcuni particolari fisionomici sono veramente geniali, ed innovativi oltretutto.» Adam restava immobile, con le spalle rivolte alla città nella sera.
«Cosa c'é, Adam? Un mal di testa improvviso?»
«Io... Io non credo che dovremmo farlo... Loise.» Le parole gli uscirono a singhiozzi dalla gola.
«Che vuoi dire, Adam? Che rischiamo troppo?» Lui si poggiò al vetro. Cosa risponderle? Non lo sapeva. Ancora non capiva cosa c'era che lo rendeva così inquieto. Lasciò parlare Loise.
«Senti, Adam... – riprese lei – E' vero, quello che stiamo facendo non è legale. Ma hai considerato la situazione? Isaac è stato un errore, Adam. Allora non ne ero del tutto convinta, ma ora sì. Figlio naturale di due opere genetiche. Che futuro avrà? Lo stato non gli passerà un soldo. Dovrà studiare, cercarsi un lavoro, mantenersi. E' la vita che hai fatto tu, forse? E' la vita che vuoi riservargli? Immagina invece cosa diranno i mass media di lui, se il piano del dottor Clavell va in porto. Sarà un'opera dell'arte genetica, figlio di due opere di già confermata preziosità. Sarà facile che acquisti valore, ed avremmo facilmente delle sovvenzioni statali. Crescerà al centro dell'attenzione dei critici, e magari qualche miliardario eccentrico ce lo adotterà a distanza, come accade di frequente con le opere genartistiche più preziose. Avrà vita facile, successo, e non gli mancherà mai nulla. Sai di cosa sto parlando vero?»
«Sì.»
«Santo cielo. Adam! – Si alzò in piedi e lanciò i fogli della recensione sul tavolo. – E allora che cos'hai?» Adam la guardò in volto. Con lo sguardo tentava di entrargli nel cervello.
«Tu... Loise... Hai mai pensato... A che volto avresti avuto... In realtà? – Lei piegò la testa. Sconsolata. – Vedi Loise, il mio dito indice è lungo esattamente dieci centimetri, dall'attaccatura alla punta. Hanno scritto articoli sul mio dito indice. Ed anche sul mio naso, sulla mia schiena. Sul mio neo, poco sopra l'ombelico. Quando ero bambino, sotto le coperte, restavo sveglio a pensare al mio neo. Dove sarebbe stato, se nessuno avesse giocato con i miei geni? Ci sarebbe stato? Forse avrei avuto i capelli castani, come mio padre... Io non sono io, Loise.»
«Stai delirando, Adam. Nessuno di noi, neanche i nati naturali, scelgono come nascere. Essere biondo o castano, alto o basso, nero o bianco. Tutti nascono e vivono per quello che sono. Ma essere in un certo modo, portare una firma, come la tua o la mia, comporta dei vantaggi. E allora perché non scegliere il meglio, per tuo figlio?»
«Io voglio che lui sappia.»
«Sappia cosa?» «Che non è come me e come te. Che lui è quello che doveva essere. Che è veramente se stesso.» Loise passeggiò velocemente verso la porta. Si passò una mano fra i capelli.
«Glielo diremo. Quando avrà l'età giusta lo saprà.»
«E lo faremo vivere fino a quel momento nell'incubo che qualcun altro abbia scelto a che età sarai miope? O quando inizierai a perdere i capelli? O se il tuo sviluppo sarà precoce?»
«Sì, Adam, sì! Meglio questo che una vita da squallido medio-borghese, non credi? Se hai un auto di lusso, se puoi permetterti una villa al mare, se fai parte di un club di golf, è perché sei quel che sei! Ricordatelo!»
«Non riesci a pensare ad altro, Loise? Solo al benessere economico? Guarda qui!» Aprì la bocca. Tirò fuori la lingua. Poi, allungandola con un po' di sforzo, riuscì a toccarsi la punta del naso. Loise lo osservò con sgomento.
«Ho scoperto di saperlo fare a quattordici anni. Lo sai cosa mi disse mio padre, quando glielo mostrai? – Lei attese in silenzio. – Disse: chissà cosa avrà voluto dire l'autore con questo?» Per un attimo, si riuscirono ad ascoltare addirittura i rumori della strada. «La mia infanzia è stata un incubo, Loise. Non voglio che lo sia anche quella di Isaac. Soprattutto se non è quello che gli spetta.» Tutto nella stanza restò immobile per qualche minuto. I coniugi Pakowsky non incrociarono i loro sguardi neanche una volta, ed infine la porta si aprì, ed entrò il dottor Clavell. Nonostante i due fossero visibilmente turbati, il dottore non ci fece caso. Passò davanti ad Adam, scostò la sua poltroncina e si sedette alla scrivania.
«Sedetevi, per favore.» La signora Pakowsky tornò alla sua sedia. Suo marito no. Clavell continuò lo stesso:
«Sono costretto a ritirare la mia offerta di... collaborazione, signori Pakowsky. Mi dispiace.» Adam restò pietrificato.
«Perché? Cos'è successo?» domandò con aggressività sua moglie.
«Ecco vede... Voi tutti sapete che ogni opera genartistica è firmata dal suo autore. Lei, signora Pakowsky, dovrebbe avere la firma proprio sotto il seno sinistro, come ogni Vautrine che si rispetti. L'avrà sicuramente anche lei, Adam, anche se non so dove il suo autore ha preferito apporla. – Lui annuì. – Ora queste firme, più di mezzo secolo fa, venivano semplicemente tatuate sulla pelle dell'opera. Un metodo che però aveva degli svantaggi. Ad esempio una cicatrice poteva cancellare la firma. Peggio ancora, abili tatuatori potevano falsare le firme dei grandi artisti e spacciare false opere genartistiche sulla piazza. In seguito, con l'aumentare della conoscenza dei geni, le firme sulle opere cominciarono ad essere programmate dall'artista stesso durante la fase di composizione, controllando geneticamente la migrazione dei melanociti sulla pelle delle sue opere durante lo sviluppo embrionale. In effetti, le firme sui vostri corpi non sono altro che... nei, dalla forma bizzarra, che riproducono il nome del vostro autore.»
«Ma Isaac non ha questo tipo di firma.» intervenne Loise.
«Era quello che pensavamo anche noi. Avremmo posto una firma su di lui col vecchio metodo del tatuaggio, e poi l'avremmo fatta passare per una preferenza dell'artista. Ma incredibilmente... – Clavell lasciò la frase in sospeso. Per qualche secondo. – Isaac ha già una firma.» La signora Pakowsky si tirò indietro sulla sedia, immobilizzata con la bocca aperta.
«Vuole dire... Che Isaac è un'opera genartistica? Ma è impossibile... Noi non abbiamo...» «Non ho detto questo, signora Pakowsky. Ho detto solo che suo figlio ha già una firma. All'interno della natica sinistra. Durante il primo esame non ce n'eravamo accorti. Ma stamani, mentre voi eravate qui con me, i miei assistenti, eseguendo il secondo esame che voi avete autorizzato, l'hanno trovata.» Adam sorrise con indicibile gusto.
«E' proprio dove è posta la mia... Ha preso da suo padre!»
«Si, signor Pakowsky, tuttavia non possiamo dire che si tratti della firma del suo autore, Luigi de Rosi. L'influenza dei geni materni ha storpiato le 'lettere', se così vogliamo chiamarle... Eh, beh, questo è il risultato.» Estrasse un pad fotografico dalla tasca, e lo diede alla signora Pakowski. Loise lo girò e lo osservò con stupore.
«Che cosa... Che cosa c'è scritto?» chiese lei.
«E' uno scarabocchio, signora Pakowsky. Non c'è scritto nulla. Se la seconda lettera è una "G" e l'ultima una "F" potremmo quasi leggerlo... "MGTARBBF"...» Pronunciò la parola al meglio delle sue possibilità, e poi nascose il sorriso. Proseguì tentando di concludere il discorso:
«Le leggi sono chiare riguardo le opere genartistiche. Possono avere una sola firma, ed il nome dev'essere leggibile. Nessuno crederà che esista un nome o un cognome del genere. D'altro canto, è palese che il fenomeno è causato da un semplice caso di ereditarietà, e quindi è la prova che vostro figlio è... naturale.» Nella stanza scese il gelo. Passarono una dozzina di lunghissimi secondi. La signora Pakowsky si alzò dalla sedia, con una calma innaturale. Si mise in spalla la borsetta, poggiò il pad fotografico su un angolo della scrivania, poi tese la mano verso il dottor Clavell.
«Allora arrivederci, dottore.»
«Arrivederci.» rispose Clavell stringendole la mano. La signora Pakowsky uscì dalla stanza. Adam girò intorno alla scrivania fino a trovarsi davanti a Clavell. Diede uno sguardo alla foto riprodotta nel pad, e sorridendo strinse anche lui la mano al dottore.
«Che cos'ha da ridere?» chiese con onesta curiosità Clavell.
«Niente, dottore. La ringrazio.» rispose il signor Pakowsky.
«Suo figlio la sta aspettando al primo piano... Non ho fatto in tempo a dirlo a sua moglie...»
«Non si preoccupi, glielo dirò io. Eccome se glielo dirò.» Si aggiustò la giacca, e uscì dalla stanza.

giovedì, dicembre 22, 2011

Evoluzione

Ho realizzato questa vignetta come "appendice" del mio ultimo racconto. E' firmata "SAB" cioè Sabrina, che è l'illustratrice protagonista del racconto, e siccome lei non utilizza il computer per dipingere, ho cercato di crearla in stile pittorico. Chi non capisce la battuta può rivolgersi al mio servizio clienti.

martedì, dicembre 20, 2011

Intenti letterari

Ho terminato di scrivere un lungo racconto (sono circa 40 pagine) la cui protagonista è un'aspirante illustratrice del tutto fuori dal comune, di nome Sabrina. Vede un colore in più ed è convinta di poter distinguere gli alieni che vivono tra di noi. Inizialmente avevo intenzione di buttare giù la mia risposta ai vari romanzetti romantici, o pseudo-filosofici incentrati sull'amore, che sembrano dominare l'editoria italiana. Ma non sarei stato in grado di scrivere una cosa del genere nemmeno sotto tortura. Così alla fine ho partorito qualcosa di decisamente più contorto, complesso, e curioso. Per ovvi motivi non posso pubblicarlo sul blog (gli ovvi motivi sono la lunghezza, non certo il copyright), quindi vi avvertirò se in futuro doveste trovarlo in libreria. Per adesso, vi lascio un'immagine della protagonista, che ho abbozzato velocemente. Ho dimenticato le lentiggini, ma in effetti è solo una bozza. Nella versione definitiva, le aggiungerò.

martedì, novembre 29, 2011

Perché scrivo

Vi segnalo questo pezzo di Hanif Kureishi apparso su Internazionale. Lo scrittore parla del mestiere di scrivere, di cosa significa per lui, e di come la scrittura sia un processo creativo al quale non saprebbe mai rinunciare. Leggendolo, ci ho visto un po' di quel che sono, di quel che vorrei essere, e di quello che ammiro in una persona.


Riporto un paio di passi che ho particolarmente apprezzato:

"Spesso gli scrittori si percepiscono, e vengono descritti, come dei nullafacenti, dei perditempo e dei fannulloni, e questo perché buona parte della nostra attività si svolge mentre non lavoriamo, nel nostro inconscio e al bar. Non saprei da dove cominciare a spiegarvi quanto possa essere faticoso guardare fuori dalla finestra interrogandosi sulla propria penna preferita, e sul colore di inchiostro più adatto per quel giorno, e in ogni caso temo che non sarei troppo convincente.

Perdere tempo è comunque sempre più fruttuoso della concentrazione ossessiva. Non lo sarebbe se sapessi in anticipo che cosa penso, soprattutto su argomenti importanti come la scrittura, l’insegnamento, il liberismo e il cosiddetto fondamentalismo religioso. So però di essere interessato a quello spazio in cui s’intrecciano filosofia, letteratura e psicoanalisi, all’interazione tra la mente e il mondo. E che come argomento prediligo la sostanziale estraneità dell’essere umano, a se stesso come agli altri."

E poi, in conclusione:

"Può darsi che l’ozio sia la levatrice dell’arte, ma in me il desiderio di scrivere non è diminuito nel corso degli anni. Semmai è aumentato. C’è ancora la stessa tensione quotidiana a raggiungere un briciolo di verità, o perlomeno a buttar giù qualche parola. Oppure, meglio ancora, ad avere una buona idea prima di andare a letto, un’idea che possa far avanzare il lavoro. Mi piace essere sorpreso da quel che scrivo, e a volte mi capita perfino di ridere davanti ai risultati. Sono il mio primo lettore. Se qualcosa piace a me, forse piacerà anche agli altri.

Spesso mi domando se ormai non ho detto tutto. Potrei tranquillamente ripeterlo da capo e a metà prezzo, ma uno non smette mai di crescere, di seppellire vecchi sé, cercare nuovi ostacoli e nuove resistenze nel materiale, e desiderare di appuntare parole alle cose. Non sono sicuro che esista uno scrittore che smette definitivamente di sentirsi goffo, o a tratti superficiale. Ci sono cose che non gli riusciranno mai bene, cose sulle quali vorrà lavorare. Con l’età, gli scrittori rallentano, leggono di più, e lottano contro la disperazione. Ma anche durante il declino, pochi artisti sono disposti a rinunciare alla creatività. È sempre emozionante essere raggiunti da una buona idea. La fine di una vita è interessante quanto il suo inizio. Se chiedete a uno scrittore quale delle sue opere preferisca, la risposta non potrà che essere: quella che devo ancora scrivere."


lunedì, novembre 14, 2011

L'Analista

Ho scritto questo breve racconto quasi un anno fa, per un concorso di racconti brevissimi. Ha vinto un altro mio racconto, ma è un peccato che questo se ne resti chiuso in un buio e freddo hard-disk senza che nessuno possa leggerlo. Così ho deciso di pubblicarlo sul mio blog. Buona lettura.
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Il dottor Draghi riprese fiato dopo l'ennesimo, devastante, colpo di tosse. Ormai la sua pettinatura era compromessa e gli occhiali erano scesi a metà del naso. Con la mano cercò di asciugarsi il viso, passandosi velocemente le dita attorno al ben curato pizzetto.
«Mi perdoni, cosa stava dicendo?» Domandò con voce rauca. Ma una nuova raffica di colpi di tosse lo assalì, impedendo al suo paziente di rispondere. Il paziente in questione era Giorgio Pirelli, un autista di filobus sovrappeso, con la moglie alcolista e l'amante nigeriana. Giorgio Pirelli soffriva di claustrofobia, ed era in terapia da diversi mesi. Era sempre stato claustrofobico, ma la sua paura per gli spazi chiusi negli ultimi anni era andata peggiorando, e ultimamente si ritrovava costretto a girare per la città tenendo le porte del filobus aperte, cosa che non tutti i passeggeri apprezzavano. Soprattutto d'inverno.
«Ho bisogno di un bicchiere d'acqua... torno subito.» Gli disse l'analista. Poi si alzò e uscì dalla stanza. Giorgio si guardò attorno. Ufficio pulito, in ordine. C'era anche un lettino, ma non era mai stato invitato a usarlo. E non l'avrebbe fatto, preferiva la sedia. Lavorava seduto tutto il giorno, le sedie erano qualcosa di familiare per lui, di comodo, di confortevole. Si appoggiò allo schienale facendolo scricchiolare, aggiustò il sedere sul cuscino, strinse i braccioli con entrambe le mani e si schiarì la gola. Pochi secondi dopo la voce di Draghi lo sorprese che fantasticava sulle fantasie floreali della carta da parati.
«Mi scusi... forse sono i postumi di un raffreddore.» Riprese il dottore. La sua sedia si scansò, ma il dottore non si vedeva. Giorgio restò un attimo immobile, sorpreso. Si voltò, per controllare se Draghi fosse alle sue spalle, ma si sentì incalzare da davanti: «Prosegua...»
Un buffo pupazzo di pezza saltò di colpo sulla sedia imbottita, arrampicandosi con goffaggine oltre la scrivania. Aveva tutta l'apparenza di un orsacchiotto, con due bottoni neri a fargli da occhi. L'orso di stoffa si sedette a fatica. Non era più alto di trenta o quaranta centimetri, e adesso se ne stava immobile su quella sedia enorme, come se fosse stato abbandonato da qualche bambino distratto.
«Cos'è, uno scherzo?» Asserì timidamente Giorgio. Accennò anche un sorrisino. L'orsacchiotto restò immobile e in silenzio. Poi, con la voce ferma del dottor Draghi, gli domandò: «Uno scherzo? Quale scherzo?»
Giorgio trasalì. Nel parlare, il pupazzo di pezza aveva mosso leggermente la testa.
«Dottor Draghi... lei è un orsetto giocattolo...» Disse timidamente Giorgio. L'orsacchiotto si sporse in avanti e con la mano di stoffa, senza le dita e con un pollice appena abbozzato, afferrò la bic vicino al blocco note dove Draghi appuntava le sue cose. «Lei crede che io sia un orsetto... giocattolo? Una bambola per bambini?» Chiese. Giorgio era disorientato, incredulo.
«Sì... lei... lei è un pupazzo imbottito! ...non ho le allucinazioni! ...è assurdo!» Gridò, agitandosi sempre di più.
«Vuole un bicchiere d'acqua? La vedo agitato.» Gli fece l'orsetto, ruotando la penna.
«Un bicchiere d'acqua? ...ma lei è un pupazzo di pezza!»
A quel punto Giorgio si passò la mano sugli occhi, fece scivolare le dita sulle sopracciglia e sbuffò con forza nel proprio palmo. Un'allucinazione, non c'era altra spiegazione. Non gli era mai capitato, ma era l'unica cosa razionale. Non era stata una giornata particolarmente pesante... il solito turno, un turista tedesco a cui spiegare che non si può comprare il biglietto sull'autobus, la mamma che ha chiamato per sapere come andavano le cose. Ma il caldo, forse la stanchezza accumulata in tutta la settimana. Di certo la cosa migliore era ignorare quello che aveva davanti, quello che i suoi occhi vedevano. Era semplice. Lo faceva già, tutti i giorni. Quando la moglie lo insultava, agitandogli a pochi centimetri dal naso una bottiglia di grappa mezza vuota. Quando uscendo dal pianerottolo di casa incrociava l'odiosa signora Pina, con quel suo grosso cane scemo, e lei lo malediceva con lo sguardo perché Giorgio non pagava mai con puntualità la quota del condominio. E intorno a lui, ogni giorno, c'erano i diecimila volti di tutte le persone che incontrava, mentre il filobus infilava stridendo una via dopo l'altra. Quindi poteva farlo, poteva ignorare il pupazzo. Ma non voleva, era stanco di fingere, di cancellare la realtà, di calare una tendina e non preoccuparsi nemmeno di quello che si intravedeva in controluce.
«Dottore... Credo di essere preda di un'allucinazione, la più terribile delle allucinazioni. – Confessò, scuotendo la testa e cercando di fissare l'orsacchiotto nel mezzo dei bottoni – Un'allucinazione terribilmente reale... e persistente... credo che lei debba aiutarmi.»
L'orsacchiotto si allungò sulla scrivania e spinse verso di lui una scatolina bianca colma di piccole pillole nere e rosse. «Ne prenda una. Starà subito meglio.» Disse.
Giorgio afferrò una pillola e la ingoiò rapidamente, senza nemmeno bisogno di un bicchiere d'acqua. Inspirò. Era vero, si sentiva già meglio. Ma l'orsacchiotto di pezza restava lì, sulla poltroncina del suo psicanalista, con la voce del suo psicanalista.
«Per oggi ci fermiamo qui.» Gli disse. E zompettando giù dalla sedia e attraverso la stanza, lo invitò alla porta. Giorgio raccolse le sue cose, salutò il pupazzo come se niente fosse, e si avviò giù per le scale. Sentiva che la pillola stava facendo effetto, iniziava a calmarsi. Uscì dal condominio e si ritrovò in strada. Il rumore del traffico, l'aria carica di polvere, il chiacchiericcio del marciapiede. Era la sua città. Si guardò intorno, sgranò gli occhi incredulo, poi il suo volto si fece bianco. Cadde a terra privo di sensi. Un coniglietto di peluche corse a vedere cosa aveva. «Chiamate un'ambulanza!» Gridò a una paperella di gomma. Ma una bambola di coccio lì nei paraggi disse «Chiamo col cellulare!» e fece lei il numero. Nel frattempo, una folla di gormiti si fermò a curiosare, scattando alcune foto.

venerdì, ottobre 07, 2011

Schema di montaggio

Nel mio breve racconto fantasy Dodici Dita, il protagonista fa uso di una pistola a cristalli. Ho cercato di immaginare come potesse essere, e l'ho disegnata. Resta ancora qualche questione sul suo effettivo funzionamento (eheh) ma credo che si possa sorvolare.

lunedì, agosto 22, 2011

Cronache già narrate

Ho aggiunto nel menù laterale una nuova voce, quella delle Cronache narrate. Sotto questa voce sono elencati i link che conducono direttamente ai racconti che ho pubblicato sul mio blog. Mi dispiaceva che i racconti pubblicati finissero dimenticati nell'archivio dei post, in questo modo invece chiunque voglia farlo può ritrovarli agilmente, cliccare e leggerli.

In questi giorni di calura estiva sto leggendo Sandman, che Planeta De Agostini sta pubblicando in una prestigiosa versione ultimate (sette grossi volumi che conterranno l'opera completa). Neil Gaiman ha uno stile semplice ed è diretto nell'esprimere i concetti, ma ha la capacità di mescolare letteratura e fantasia creando mondi con una coerenza degna dei Fratelli Grimm. Mentre lo leggo mi viene spontaneo di appuntarmi idee e così ho cominciato una infinità di piccole storie senza seguito che languono appena abbozzate nel mio computer in attesa di diventare qualcosa (oppure di restare niente). Insomma è probabile che posterò qualche altro racconto, a breve.

Il caldo rende insopportabili le giornate, e io non sono il tipo a cui piace combatterlo friggendosi al sole o gettandosi al mare. Preferirei dirigermi verso luoghi d'alta quota possibilmente isolati e godermi il silenzio e la vista dei panorami montani. Comunque in questi giorni è meglio evitare, ché l'Italia intera è impegnata in esodi e contro-esodi e anche viaggiare diventa un'agonia. Così me ne resto a casa, girandomi nel letto fino alle tre di notte e svegliandomi troppo tardi al mattino. Vorrei essere più produttivo ma non ci riesco. Wake me up when september ends. Fine delle lamentele. Più tardi, un'altra striscia di Drizzit.

sabato, agosto 06, 2011

La Storia di Sergio e Luis (8a parte)

E' finito! E' finito! Il mio giocondo e allegro racconto per bambini è giunto al termine. Leggetevi il finale e gioite assieme a me per la grande impresa che ho portato a compimento.


La sua tana non era cambiata affatto. Spoglia, triste, trascurata. Non aveva mai comprato un mobile, mai pensato ad un attaccapanni all'ingresso, né a una dispensa dove conservare il cibo per l'inverno, o a un orologio a cucù. Si era trasferito in quel tugurio ormai da due anni, ed era rimasto esattamente come quando ci aveva messo piede la prima volta.
Quando Sergio era solo un pulcino, sua sorella Annamaria gli ripeteva in continuazione che avrebbe voluto trovare un bel compagno, avere tanti figli, e poi morire serena. Sergio accoglieva con disgusto quei sogni di second'ordine.
«E tu che vuoi fare da grande?»
«Voglio fare il pirata.»
«Il pirata kiwi? Fa ridere solo a pensarci.»
Erano passati quindici anni, trascorsa la metà della vita di un kiwi. Annamaria aveva già dato alla luce una decina di nidiate di pulcini assieme a tre compagni diversi, tutti molto promettenti e prestanti. Sergio invece era rimasto il solito coglione. Per un po' aveva provato a fare l'impiegato per una ditta di consegne espresse; poi si era stufato ed aveva ripiegato su una cooperativa per l'assistenza dei kiwi meno fortunati; ma i fondi non arrivavano mai e la cooperativa era stata costretta a chiudere lasciandolo pieno di debiti. Si era venduto la vecchia casa per risarcire i creditori, poi si era trasferito a un passo dallo stagno, nella zona meno prestigiosa del bosco. Qui non passava nemmeno il fringuello dei giornali, e il bar più vicino era a venti minuti di cammino, dall'altra parte di quel fetido canneto. Ma si stava tranquilli. Le rane cantavano al tramonto, e la sera si addormentava pensando sovente all'improbabile vita di un pirata kiwi.
«Che stronzata.» Mormorava fra sé e sé, prima di prendere sonno.
«Che stronzata.» Si ripeté anche in quel momento, lanciando il libro di Bart il tasso sul pavimento. Poi si rese conto di non aver voglia di stare in casa, girò le zampe e fece per uscire. Una passeggiata, silenzio. Luis non c'era più, e del fatto che la grande impresa fosse compiuta non gliene importava una mazza.
«Sergio...» Una voce lo colse alle spalle, come una pugnalata. Si voltò con la prudente lentezza di chi è pronto a trovarsi di fronte un facocero imbizzarrito che sta raspando con la zampa a terra, pronto a caricare. Invece c'era Teresa. Sergio avrebbe preferito il facocero.
«Sei tornato. Sono passata ieri mattina e ho visto che non c'eri.»
La kiwi si avvicinò di un passo, e gli ondeggiò con il lungo becco attorno.
«Sergio... profumi di lavanda... ma che hai fatto?»
«Lascia stare Teresa, è una lunga storia... e non me la sento di raccontartela, adesso.»
«Allora posso ripassare più tardi...»
Sergio sospirò.
«Ascolta Teresa, lo so che probabilmente i due neuroni che hai nel cervello in questo momento sono affaticati perché stanno facendo un sacco di scale, ma quando una persona ti dice che non ha voglia di parlare di qualcosa “adesso” è probabile che non abbia nemmeno voglia di parlarne “più tardi” e che invece voglia restare un pochino... da sola. Chiaro?»
Teresa fece spallucce.
«Volevo solo essere carina.»
«Ma che sei passata a fare?»
«Per chiederti scusa dell'altra sera. Alla festa di Sebastiano.»
«Perché... che hai fatto alla festa di Sebastiano?»
Teresa fece spallucce di nuovo.
«Niente.»
«Cazzo questa conversazione sta diventando surreale. – Commentò Sergio. – Se non hai fatto niente perché vieni a casa mia a chiedermi scusa?»
«Beh ti eri arrabbiato molto perché era una festa di addio al celibato e non erano ammesse femmine di nessuna specie. E poi ho pensato che magari ti aveva dato fastidio che fossi venuta alla festa con Sandro.»
«Teresa non me ne frega un cazzo con chi vai alle feste.» Rispose Sergio seccamente. Poi scosse la testa e si avviò per andarsene. Ma in quell'istante un poderoso svolazzare di ali smosse il tappeto di foglie sotto i suoi piedi e agitò le estremità delle canne che si innalzavano di fronte alla tana. Planando con molta poca grazia, Wittie il gufo atterrò su una delle radici dell'albero sotto al quale Sergio aveva preso casa. La vista del saggio gufo in qualche modo rasserenò il kiwi. Sapeva che parlare con Wittgenstein gli avrebbe fatto senz'altro bene, e comunque già solo specchiarsi nei suoi enormi occhi rotondi gli infondeva un senso di tranquillità profonda. Chissà se il gufo aveva saputo di Luis... forse la voce gli era giunta per sentito dire e si era precipitato qui per averne la conferma.
«Allora... – Esordì l'enorme e anziano pennuto. – E' tutto vero?»
Sergio chinò la testa e strinse il becco, facendo uscire a fatica le parole. «Sì... è tutto vero.»
Gli occhi di Wittgenstein si spalancarono ancora più del solito. Il suo becco si allargò in una smorfia di estremo stupore, e mentre distendeva le ali gonfiò il petto.
«Ci sei riuscito! Hai recuperato il libro di Bart il tasso!» Esclamò.
Teresa si avvicinò facendogli quasi eco: «Hai recuperato il libro di Bart il tasso!»
Sergio era sbigottito. «Certo... ho recuperato il libro...» Ammise, balbettando.
«Ma è fantastico! Fantastico amico mio! – Continuò Wittie, esultante. – Il libro di Bart il tasso! Non posso crederci! Ho sognato per anni di conoscere le sue mirabolanti avventure... e non avrei mai potuto immaginare che sarei riuscito a leggerle, prima di morire. Questo è il più bel giorno della mia vita, Sergio... Grazie.»
Gli occhi del gufo, tondi e lucenti come due oblò, si inumidirono di lacrime. Quelli di Sergio invece si incurvarono sotto il peso rabbioso delle sue sopracciglia.
«Ma cosa ti prende Wittie? Cosa vuoi che me ne importi di aver recuperato quel libro di merda... Luis è morto! Capisci? Morto! Si è sfracellato la testa credendo che saremmo diventati famosi o idiozie del genere... questa è la conseguenza delle tonnellate di cazzate che ci hai raccontato. Luis ci credeva davvero a tutte quelle storie riguardo il destino, al fatto che eravamo eroi... e... e... Vaffanculo Wittie!»
Sergio scoppiò a piangere, rannicchiandosi a terra. Teresa lo raggiunse e si sedette vicino a lui. La kiwi e il gufo restarono in silenzio per tutto il tempo di cui Sergio ebbe bisogno per singhiozzare. Poi quando Sergio rialzò la testa, Wittie si chinò su di lui e gli disse:
«Luis è vivo. Riposa nel mio nido, sull'albero.»
«E' vivo?» Chiese incredulo il kiwi.
«La signora Knodeldome è una veterinaria. Il signor Knodeldome ha raccolto Luis dalla biancheria che era ancora vivo. Stamattina, quando lei è tornata, glielo ha mostrato e la signora lo ha curato. Poi l'hanno lasciato sul davanzale, nella speranza che si riprendesse. Invece Ulisse, il loro chihuahua, ha raccolto Luis e me l'ha portato. Gli umani avranno pensato che il cane se lo sia mangiato. Quel poveraccio si beccherà una punizione per questo... ma ci deve essere abituato. Chi pensavi che mi avesse detto che eri riuscito a portar via il libro di Bart? E' stato Ulisse.»
«Quel depresso del cazzo...» Biascicò Sergio nascondendo un sorriso. Poi saltò in piedi, corse nella sua tana e prede il libro. Tornò e lo porse a Wittie.
«Vieni a trovarmi, più tardi. Appena Luis si sveglierà, potrei leggervene un pezzo.» Detto questo, il gufo afferrò il libro e con una serie di robusti colpi di ali si sollevò oltre le fronde più alte degli alberi, scomparendo. Sergio intravide un cielo incredibilmente azzurro tra le foglie. Cosa aveva imparato da tutta questa storia? Forse non c'era nulla da imparare, non tutte le storie hanno una morale o vogliono insegnare qualcosa. Comunque, ed era quello l'importante, adesso si sentiva molto, molto meglio. Teresa era lì che lo guardava compiaciuta. Si avvicinò e le chiese:
«Teresa... ti va di accoppiarci come leprotti?»

EPILOGO
Luis e Sergio sedevano comodi nell'ampia cavità del tronco di Wittie. Il gufo stese il libro delle imprese di Bart il tasso sulla paglia del pavimento e si schiarì la gola.
«Ho saputo che ci hai dato dentro con Teresa.» Disse sottovoce il pettirosso all'amico.
«Ma chi cazzo è che va in giro a raccontare 'ste cose?» Gli fece il kiwi, di rimando.
«Teresa. Lo racconta a tutti. Comunque la devi piantare di dire sempre cazzo di qua, cazzo di là. Siamo i protagonisti di una favola, devi darti una regolata.»
Sergio sorrise bonariamente, poi rivolse la propria attenzione al gufo. Wittie afferrò col becco la copertina del libro e lo aprì. Nel silenzio della notte le sue parole riecheggiarono chiare.
«C'era una volta...» Esordì. Poi s'interruppe perché una ghianda volò all'interno della tana e gli rimbalzò in testa. «Fottuti scoiattoli di merda!»

venerdì, agosto 05, 2011

La Storia di Sergio e Luis (7a parte)

So che molti l'attendevano con ansia, trascorrendo notti insonni fantasticando sul finale dell'epica storia di Sergio e Luis. Ecco a voi la penultima parte. Leggetela con attenzione, la loro grande avventura sta per giungere al termine.


Le rigide, squadrate, altissime mura della casa del signor Knodeldome si ergevano attorno a Sergio, che con il becco in aria ne ammirava colmo di stupore le decorazioni... vecchie pitture incorniciate, libri sospesi su tavole traverse, maschere di porcellana che altalenavano sulle pareti, sfere luminose che dondolavano giù dai soffitti. Gli ambienti erano riempiti di qualsivoglia genere di cianfrusaglia, quasi a voler creare un disorientante percorso a ostacoli per chiunque volesse giungere dall'altra parte di ogni stanza. Ma dopo aver percorso un breve tratto di corridoio, Sergio superò un arco di pietre e si ritrovò in quella che doveva essere la stanza descritta da Wittie nei suoi racconti. Il kiwi non aveva mai prestato molta attenzione alle parole del gufo, ma c'erano alcuni indizi che rendevano la deduzione inequivocabile: innanzitutto due delle tre pareti erano rivestite con strutture di legno colme di libri; poi al centro della stanza c'era un tavolino basso e un divano spelacchiato, proprio quelli dove, nel racconto, papà Knodeldome e suo figlio si erano apprestati a leggere il libro di Bart il tasso; infine, in un angolo della stanza vicino alla finestra, un trespolo metallico simile a quello che teneva imprigionato Wittie adesso ospitava un nuovo pennuto. Si trattava di un aramacao dallo sguardo sonnacchioso, che probabilmente non si era nemmeno accorto di Sergio.
Il kiwi non aveva intenzione di portare a termine l'impresa. Dopo la morte di Luis, l'unica cosa che voleva era di tornarsene a casa il più velocemente possibile. Ma per farlo avrebbe dovuto raggiungere un uscita, e pareva proprio che il signor Knodeldome l'avesse nascosta in un labirinto di mura. Saltò sul tavolino e poi sul divano, quindi con l'ennesimo balzo raggiunse la sommità della spalliera imbottita. Si guardò attorno. Nelle pareti della sala si aprivano altre due porte, ma erano chiuse dannazione, e Sergio non aveva intenzione di rimetterci il cranio per aprirle. Poi c'erano ampie finestre dalle quali era possibile ammirare l'esterno e il cielo notturno luminoso di stelle. Ma anche le finestre erano chiuse. Non c'era alternativa: bisognava chiedere aiuto al pappagallo.
«Ehi... ehilà... signor aramacao!»
Il pappagallo dalle piume di mille colori sollevò stancamente una palpebra.
«Chi mi chiama?»
«Sono qui, sul divano. Mi chiamo Sergio e mi sono perso. Sarebbe così gentile da aiutarmi ad uscire da questa tana? Ho un appuntamento per colazione, domani mattina... non vorrei mancare.»
Sergio non sapeva cos'altro inventarsi. Sarebbe stato troppo ridicolo dire: sono qui perché col mio amico pettirosso pensavamo di rubare un antico tomo che descrive le gesta eroiche di un tasso, ma poi lui si è fracassato la testa su una porta di legno e adesso vorrei solo andarmene a casa.
«Ohibò, un kiwi. – Notò lo sgargiante pennuto. – Come sei entrato?»
«Dalla finestra della stanza del tinello.»
«Oh... perdoni il disordine allora! La signora Knodeldome è fuori per qualche giorno e torna domani, ci saranno tanti panni da stirare. Solitamente la signora se ne occupa la sera, quando torna dal suo studio. Le piace farlo mentre sorbisce trasmissioni di magro contenuto culturale alla tivù.»
Sergio mosse alcuni passi sul bordo della spalliera del divano, in modo da avvicinarsi un po' di più al pappagallo, poi a bassa voce sussurrò:
«La prego mi aiuti a uscire di qui prima che si accorgano di me! Il chihuahua qui fuori mi ha raccontato che gli umani sono soliti torturare gli altri animali per puro piacere... tipo facendo una cosa chiamata “bagnetto” o cose del genere!»
«Oh oh oh! – Ridacchiò l'aramacao. – Ulisse diventa ogni giorno più divertente! Non dovete dare retta a quello che dice quel cane. E' un chihuahua. Nascono depressi. Comunque, il mio nome è Raimondo. Abito questa casa da qualche anno e se vuole attendere che arrivi il padrone, sul tavolo ci sono dei cioccolatini dei quali può servirsi. Io ogni tanto ne rubo qualcuno e lo sgranocchio, sono troppo buoni. Però mi creano problemi all'intestino e questo non piace alla signora Knodeldome...»
Sergio sbuffò spazientito. Quel vecchio uccello rincoglionito non sembrava comprendere la gravità della situazione. Si voltò per individuare i cioccolatini, una piramide ordinata di palline dorate che faceva bella figura sul tavolino. Quando Wittie parlava di quei frutti, si soffermava sempre sulla loro buccia metallica e sulla consistenza croccante della polpa, del tutto insolita per un frutto, ma gli umani ne andavano ghiotti. Fu in quel momento che lo vide. Il libro delle avventure di Bart il tasso. Proprio dietro la piramide dorata, nella parete dei libri. Era appoggiato di traverso su uno scaffale in basso, coperto da un filo di polvere. Sergio non sapeva leggere ma la copertina era esattamente come l'aveva descritta Wittie... celeste, con alberi disegnati ovunque, e la faccia ammiccante di Bart il tasso che prendeva metà dello spazio.
«Il libro di Bart il tasso!» Esclamò il kiwi ad alta voce senza nemmeno accorgersene.
«Oh perdinci, non dirmi che conosci quella robaccia!» Commentò sprezzante il pappagallo.
Sergio si voltò verso Raimondo e lo fulminò con uno sguardo talmente carico di collera che anche un pitbull avrebbe preso appunti.
«Quello è il libro di Bart il tasso! Contiene le sue mirabolanti imprese ed è come un faro che illumina tutti noi animali, spingendoci a realizzare pienamente noi stessi e a inseguire i nostri sogni! Il mio migliore amico è morto per cercare quel libro!»
Il pappagallo si zittì. Una lacrima sgorgò dal solito occhio di Sergio, ma lui la aspirò velocemente nella narice del becco. Si rese conto che aveva parlato proprio come Luis. Non se lo sarebbe mai aspettato. Non avrebbe mai detto nulla del genere, prima. Doveva essere l'effetto del libro. Anche solo sostare nelle sue vicinanze aveva conseguenze benefiche negli animi delle creature. Sergio cominciò a sentire crescere dentro di sé una forza e un coraggio del tutto inaspettati.
«Ascoltami bene adesso, Raimondo. Io ti libererò dal trespolo, ma poi tu devi aiutarmi. Devo uscire di qui, e devo portare via con me il libro di Bart il tasso.»
«Guarda che sullo scaffale in basso c'è anche Conrad, Hemingway... Swift!»
«Fanculo Swift! – Gridò Sergio. – Bart il tasso, ho detto.»
«Eh vabbé... Bart il tasso.» Mormorò Raimondo con evidente amarezza.
Sergio prese una breve rincorsa e poi si lanciò con tutte le sue forze verso il trespolo.
«Ma che cazzo faaaaaaaai...» Urlò disperatamente il pappagallo, mentre l'intera struttura si rovesciava a terra con fragore. L'uccello colorato ruzzolò sotto una tenda, semi di girasole e acqua si sparsero sulla moquette rossa. Sergio si rimise velocemente in piedi e corse verso la catenella che stringeva una zampa del pappagallo, imprigionandolo.
«E' inutile... – Gli fece Raimondo. – Ti sembra che non ci abbia mai provato?»
«So come si fa. – Rispose il kiwi. – Un mio amico è riuscito ad aprirla e mi ha raccontato come. Basta tirar via questa linguetta di metallo, prima di estrarre il perno.»
«Lascia fare a me! Ho il becco più adatto.» Raimondo si chinò sulla propria zampa. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, riuscì ad afferrare la linguetta e a tirarla via. Sentì che già il meccanismo si era allentato. Afferrò col becco il perno e iniziò a tirare. Stava cedendo, ma era incastrato.
«Merda cos'è 'sto casino?» La voce del signor Knodeldome risuonò nell'ampia sala. Era evidente ormai che gli umani erano attratti dai rumori come le falene dalla luce. L'umano si arrotolò le maniche della camicia e si mosse verso il trespolo crollato, aggirando il divano. Sergio schizzò via, nascondendosi dietro un portariviste pieno di Vanity Fair e Focus.
«Non ti preoccupare per me! Lo distraggo io! – Gracchiò Raimondo mentre l'umano si chinava su di lui. – La porta bianca ha uno sportello per far uscire il gatto! E' la tua unica via di fuga!»
Il kiwi non si fece scappare l'occasione. Il sacrificio di Raimondo non sarebbe stato vano, e nemmeno quello di Luis. Corse verso la parete in fondo e con il becco afferrò il libro di Bart il tasso. Era leggero, piccolo e di poche pagine. Poche imprese, ma importanti, pensò Sergio. Poi filò veloce in direzione della porta bianca. Nel frattempo il pappagallo si dimenava ferocemente sferzando l'aria con ali e speroni.
«Ma che ti prende, Raimondo! Stai calmo!» Gli gridava il signor Knodeldome, che aveva timore di allungare una mano per paura di essere graffiato o morso. Raimondo tirò con forza il perno per un'ultima volta, e questo si aprì lasciandogli libera la zampa.
«Per la Jamaicaaaaaa!» Urlò stridendo, e si scagliò sulla faccia del signor Knodeldome. Il poveretto cominciò a bestemmiare in tutte le lingue che conosceva mentre un pappagallo di mezzo chilo lo costringeva a ripararsi il volto per non finire sfregiato.
Sergio raggiunse la porta e notò il passaggio che gli aveva indicato Raimondo. Un pertugio quadrato coperto da uno sportello basculante. Ci si lanciò addosso, finendo per rovesciarsi sui gradini di casa Knodeldome. Ce l'aveva fatta! Era all'esterno. Scosse la testa per riprendersi. Quando riaprì gli occhi, un chihuahua lo stava fissando, con la lingua penzoloni.
«Ehi, gli hai cagato sul letto?» Chiese Ulisse.
«Vaffanculo tu sei depresso!» Gli rispose Sergio rialzandosi. Poi recuperò il libro da terra e si allontanò nel giardino in direzione della breccia nella recinzione.

sabato, luglio 30, 2011

La Storia di Sergio e Luis (6a parte)

La storia si tinge d'azione e di drammaticità... siamo nel cuore del racconto, laddove gli eroi affrontano pericoli indicibili nel tentativo di raggiungere la meta che si sono prefissati. Ce la faranno Sergio e Luis a recuperare il tomo delle gesta di Bart il tasso?


Il signor Knodeldome se ne stava beato a rimirare il tramonto, scaldandosi le mani con una corroborante tazza di thé alla cannella. Sua moglie Greta non era in casa, e non sarebbe tornata prima di lunedì prossimo, quindi poteva permettersi di lasciar languire i piatti sporchi nel lavello e il letto da rifare tutto il giorno. Aveva trascorso la giornata guardando film di kung-fu di infima categoria, affittati presso la videoteca del paese, e adesso stava per gettare nel microonde una busta di polpettine Ikea che sarebbero state una cena più che soddisfacente. Non poteva certo immaginare che proprio in quel momento, in casa sua, un kiwi e un pettirosso stessero vagando nel tinello, discutendo animosamente sul modo in cui aprire la porta.
«Sei un cazzone, Luis. Siamo bloccati qui dentro in compagnia di una tavola da stiro e una pila di panni che puzzano di lavanda. Pensavo che avessi un piano.» Il kiwi si sedette sul parquet sbuffando rumorosamente.
«Non sono mai stato in questa tana, non so come si arriva alla stanza dei libri. – Tentò di giustificarsi il pettirosso. – Wittie mi ha descritto il luogo dove viene conservato il tomo di Bart il tasso, ma lo riconoscerò solo quando ci arriveremo.»
Dopo aver camminato in direzione dell'alba per quasi un giorno, quello che Sergio avrebbe voluto era che la cosa fosse stata molto più semplice. Tipo entrare, prendere il libro, e uscire. Proprio così. Invece non era stato semplice niente, fin dall'inizio. Appena giunti in vista delle enormi mura bianche della tana degli umani avevano dovuto aggirarle fino a trovare una breccia nella rete (e questo perché Sergio non era in grado di volare, maledetto zio ancestrale). Scavando nel terreno molle con gli artigli, il kiwi era riuscito a scivolare sotto le maglie metalliche, e si erano ritrovati nel giardino. A quel punto si erano fermati a chiedere indicazioni al chihuahua del padrone di casa, che li aveva aiutati volentieri, anzi aveva aggiunto: «Cagategli sul letto, a quel deficiente. Così imparano lui e la moglie a mettermi quei vestitini ridicoli del cazzo quando arriva l'inverno.»
Sebbene né Sergio né Luis avessero compreso esattamente di cosa stesse parlando il cagnolino, lo avevano ringraziato per l'aiuto e si erano diretti verso il lato della casa, laddove il chihuahua aveva assicurato che avrebbero trovato una finestra aperta. E in effetti una finestra aperta c'era. Ma mentre Luis era subito volato sul davanzale per sbirciare dentro, Sergio aveva dovuto scalare la cuccia del cane, saltare sulla caldaia, e poi lanciarsi nel vuoto in direzione dell'amico. Grazie al cielo, era riuscito a non precipitare di sotto. Quindi erano scivolati entrambi all'interno, finendo per rimanere intrappolati in un buio sgabuzzino colmo di cianfrusaglie.
«Come si apre la porta di questa stanza?» Domandò Sergio, spazientito.
«Perché pensi che io conosca le risposte a tutte queste domande? Mica ci abito io in questa tana! Il mio nido non ce le ha le porte. E nemmeno le finestre. A che cazzo servono le finestre? Se uno vuole guardare fuori, basta non costruire il muro.»
«Beh prova a sbatterci contro. Magari la porta si apre.»
Luis restò per un attimo interdetto. Poi lanciò uno sguardo alla porta, ci rifletté qualche altro secondo, quindi si alzò in volo e prese a girare vorticosamente per la stanza. Dopo aver compiuto quattro o cinque giri, giusto per essere sicuro di aver raggiunto una velocità sufficiente, si lanciò con tutta la foga possibile contro il legno. Sfracellandosi. Il rumore prodotto dal suo cranio fu simile a quello di una noce che si spacca sotto i denti di un cinghiale. Il piccolo pettirosso rimbalzò in aria e precipitò su una cesta colma di calzini ancora da appaiare. Immediatamente Sergio si precipitò dall'amico.
«Ma che cazzo fai??? – Gli gridò. – Cosa sei, coglione? Stavo scherzando!»
Il pettirosso era disteso con le ali aperte e le zampe in aria, la lingua fuori dal becco e lo sguardo vitreo di chi sta tirando le cuoia. Il pedalino bianco sul quale giaceva supino era già intriso del sangue che gli fuoriusciva copiosamente dalla testa. Sergio afferrò col becco il pedalino e cercò di avvolgerci meglio che poteva la testa di Luis.
«Sergio...» Pigolò l'uccellino.
«Dimmi!» Gli rispose Sergio, leggermente sorpreso.
«Sergio non vedo più niente...» Proseguì Luis.
«Perché hai un calzino zuppo di sangue sulla faccia.»
«Sergio ho paura che non ce la farò. – Il pettirosso ormai faticava anche solo a parlare. – Ma tu non devi rinunciare... Ti prego... Recupera... Il tomo...»
«E basta con questo libro della minchia! – Sbottò il kiwi. – Sono giorni che farnetichi e non parli d'altro! Basta con questa storia del racconto, che noi dobbiamo seguire il destino degli eroi e tutto il resto. Eccolo il tuo destino da eroe! Ti sei spaccato il cranio sul legno di una porta. Sei proprio fico, eh già! Scommetto che comporranno una canzone su di te. Ma che dico! Scriveranno un libro, proprio come quello di Bart il tasso. Adesso smettila con queste stronzate... dai torniamocene a casa...»
Una lacrimuccia sgorgò prepotente dal margine dell'occhio sinistro di Sergio. Luis non si muoveva più. Sergio avrebbe voluto strizzare le palpebre e teletrasportarsi altrove, non gli importava dove. Si sarebbe volentieri scagliato tra gli spazi siderali, avrebbe attraversato mondi e dimensioni parallele, avrebbe desiderato volentieri giungere là, dove nessun kiwi era mai stato prima. Un posto dove niente era consueto, ma nemmeno conosciuto e men che mani usuale. Avrebbe voluto non sapere più niente di niente, disconoscenza totale. E poi svegliarsi nel suo letto chiedendosi cos'è che aveva da fare oggi, senza nemmeno ricordarselo. Questo gli sarebbe piaciuto. Dimenticare e tirare avanti.
Invece non ebbe il tempo nemmeno di asciugarsi quell'unica, preziosa lacrima. Il signor Knodeldome irruppe nella stanza, bofonchiando parole incomprensibili nella sua lingua oscura. La porta si spalancò e l'omone mosse un paio di passi sul parquet, facendolo scricchiolare minacciosamente, quindi cominciò a ruotare la testa in tutte le direzioni. Probabilmente aveva udito il cozzare della testa di Luis sul legno e questo aveva richiamato la sua attenzione. Il kiwi schizzò velocemente sotto una pila di panni. Nascosto lì sotto gli giungevano solo echi distanti di ciò che stava accadendo, e non sapeva come avrebbe reagito quel corpulento mammifero semmai avesse scoperto che una palla di piume beccuta stava nuotando nella sua biancheria pulita. Preso dal panico, si spinse oltre fino a sbucare fuori dal cumulo di indumenti ammucchiati. Notò che il signor Knodeldome era chino sul cadavere di Luis. Il suo amico pettirosso sarebbe diventato pappa per il chihuahua? Chi lo sa. In ogni caso non c'era spazio per i sentimenti, Sergio doveva approfittare della situazione. Balzando sulle zampe, il goffo pennuto corse oltre la soglia della porta, rimasta fortunosamente aperta. L'ultimo pensiero che Sergio lasciò nella stanza fu che alla fine, con quel colpo di cranio, Luis la porta l'aveva aperta davvero.

mercoledì, luglio 27, 2011

La Storia di Sergio e Luis (5a parte)

Eccoci alla quinta parte del mio racconto per bambini, soprattutto per quei bambini che hanno bisogno di favole vere. La storia procede bene, credo che in tutto saranno 8 parti. So che molti genitori la stanno narrando sera per sera ai propri figlioli. Vi suggerisco di mettere qualcosa di adeguato come sfondo musicale, tipo i Red Hot Chili Peppers.


La festa era cominciata da appena un'ora e già Sergio si era intasato di tartine alla falena. Si aggirava tra le pigne, disposte in modo ornamentale, ammirando il modo in cui quell'angolo di bosco era stato addobbato, in onore dell'ultima notte da scapolo di Sebastiano l'upupa. Bacche nere e rosse, disposte a terra delimitavano la zona di ballo, l'angolo bar e il salottino. La frattona prima dello stagno era stata allestita a privee. Foglie di mais e piccole pannocchie penzolavano dai rami più bassi fare ambient. Sergio afferrò con il becco un'altra tartina, sfarzosamente collocata su un tappo di bottiglia rovesciato, e la ingoiò svogliatamente.
«Che palle.» Pensò, ad alta voce.
«E dai! Aspetta almeno che arrivino le ragazze... vedrai come si scalderà l'atmosfera.» Gli suggerì Luis, che lo seguiva come un'ombra sin dall'apertura del locale. Entrambi sapevano che a feste del genere conviene presentarsi in ritardo, altrimenti ci si annoia a morte nell'attesa che arrivino tutti gli altri invitati, ma Sergio aveva insistito per essere puntuali, forse perché sperava di andarsene presto.
«Quali ragazze?»
«Beh mi hanno detto che hanno affittato uno stormo di colombe spogliarelliste che si esibiranno in uno spettacolino erotico, cercando di coinvolgere Sebastiano.»
«Quel coglione. Ma dov'è?» Chiese Sergio.
«Credo che si sia infilato nel privee per ubriacarsi con gli amici.»
«La festa vera e propria deve ancora cominciare e lui già si sbronza?»
«E' così che si affrontano gli addii al celibato: sbronzi fin dall'inizio!» Gli spiegò il pettirosso.
In quel momento dal cespuglio all'ingresso si fecero avanti una decina di loro amici, tutti insieme. C'era Filippo er papera, Calogero e Orlando assieme al cugino Beppe (Sergio già odiava le nutrie, Beppe poi era irritante anche per gli standard di una nutria), Mimmo e Tiberio che avevano appena fatto la muta, quel porcospino di Sammy assieme al suo compagno di bevute Tobia, Umberto che come tutte le testuggini non capisce mai quando una festa è riservata ai giovani, e infine Sandro con la sua solita flemma e le antenne all'ingiù. E assieme a lui entrò pure Teresa.
Sergio quasi si strozzò con la tartina che aveva in bocca.
«Checcazzo ci fa qui Teresa?» Esclamò il kiwi, sgranando gli occhi.
«Non lo so, ma pare che accompagni Sandro... Forse Sebastiano era ubriaco già quando spediva gli inviti.» Ipotizzò l'amico.
Teresa sparse lo sguardo nella sala, finché non incontrò quello di Sergio. Gli fece un cenno di saluto col becco, poi l'intero gruppo di ospiti appena entrati ricevette il benvenuto da Sebastiano, che dopo averli salutati con la consueta cortesia, corse a vomitare nello stagno.
Teresa e Sandro si avvicinarono a Sergio e Luis. Il lumacone immediatamente sbrodolò una serie di saluti incomprensibili che finivano con «...di vedervi.» e Luis non mancò di rispondere con l'inevitabilmente appropriato «Anche noi, Sandro... Anche noi.»
«Teresa tu che cazzo ci fai a un addio al celibato?» Le chiese gentilmente Sergio.
Luis si irrigidì e per distrarre Sandro gli offrì una tartina, ma il gasteropode declinò con un garbato oscillare delle antenne, più interessato alla conversazione che al cibo.
«Sono venuta con Sandro. Lui aveva un invito ma non voleva venirci, così io gli ho detto: e se ti accompagnassi io? E lui ha detto di sì. Ed eccomi qui! Tu piuttosto, non sei felice di vedermi?»
«Questo è un addio al celibato, Teresa... l'ingresso è vietato alle femmine di ogni specie animale.» Cercò di spiegargli il kiwi, ma Teresa sembrava essersi già infastidita, come se non volesse trattare oltre l'argomento. Si voltò di lato indispettita, poi aggiunse:
«Evidentemente non è così, visto che mi hanno fatto entrare!» E voltandosi si allontanò. Sandro la seguì senza troppa fretta.
«Evitiamo di ritrovarci al piano bar con loro, ok?» Propose Sergio.
«Richiesta ragionevole.» Disse Luis.
Nel frattempo altri ospiti continuavano a varcare la soglia del locale. Trascorse un'altra mezzora e Sandro aveva già assorbito convenevoli e cortesie a sufficienza, e assieme a Luis errava svogliato per la sala, tra papere starnazzanti, topi con le mani unte e le risate isteriche del festeggiato che rizzava la cresta ad ogni brindisi. Quel posto si stava facendo soffocante. Luis percepì il disagio dell'amico kiwi e lo invitò ad uscire, sulla riva dello stagno. Si sedettero su un'argine di fango. Dagli arbusti alle loro spalle proveniva l'ansimare ritmico di qualcuno che stava dando un senso alla serata, probabilmente con una delle colombe spogliarelliste.
«Dobbiamo partire, amico mio...» Esordì Luis. Sergio gli rivolse uno sguardo poco serio.
«Dico davvero. – Insistette il pettirosso. – Domani. Partiamo.»
«E dove andiamo?» Domandò il kiwi.
«Non ricordi? Abbiamo una missione da compiere... e dobbiamo portarla a termine se vogliamo divenire eroi, come lo fu Bart il tasso.»
Sergio continuava a rivolgergli lo stesso sguardo, poi sospirò, abbassò il becco e lo orientò verso lo stagno. La storia che gli aveva raccontato il vecchio gufo doveva aver bruciato quel poco di cervello che restava al suo amico pettirosso.
«Non ricordo nessuna missione... Credo che quelle tartine ti abbiano fatto male.»
«Io non le ho mangiate! – Gli ricordò Luis – Sei tu che ti ci sei sfondato. E comunque non c'è stato bisogno di accettare la missione... è stata la missione a scegliere noi! Siamo noi gli eroi di questa storia, non capisci? Spetta a me e a te compiere le grandi gesta che i lettori si aspettano da noi.»
Per enfatizzare ancora di più il discorso, Luis con un colpo di ali era saltato su un giunco, e adesso rivolgeva entrambe le ali verso il cielo. Probabilmente a quel punto si aspettava un commento, che però non giunse. Allora il pettirosso riprese: «Ma non capisci? Il tomo delle imprese di Bart! Dobbiamo recuperarlo! Quel libro rappresenta un sogno, un ideale... che ognuno di noi può divenire migliore! Tutti possono farlo, se ce l'ha fatta Bart! ...rifletti: chi è l'unico tasso che conosci?»
Sergio ruotò gli occhi e rispose: «Enzo, quello che vive nel tronco cavo vicino alla collina delle ginestre, passando il tempo a mangiare rane e guardare telenovelas.»
«Esatto! E cosa ha mai fatto di eccezionale Enzo?»
«Beh quando ero in classe al liceo con lui, parlava coi rutti.»
«Appunto! – Luis svolazzò di nuovo sulla riva dello stagno, affianco al suo amico kiwi. – Parlava coi rutti! I tassi parlando coi rutti, ecco cosa fanno! Se ce l'ha fatta un tasso, possiamo farcela anche noi! Era questo il senso del racconto di Wittie. Ne sono sicuro.»
Sergio si sollevò a fatica da terra, barcollando sulle sue zampe nodose. Luis fece un balzo indietro, intimorito, ma non smise di guardarlo con speranza. Era la stessa speranza con la quale il cane che ti riporta la ciabatta smozzicata si aspetta una carezza anziché un calcio. E infatti Sergio, che in un qualsiasi altro momento un calcio glielo avrebbe dato volentieri, in quell'istante preciso non se la sentì di affogare in un mare di pessimismo le pie illusioni coltivate dall'amico.
«E va bene. Ma fatti dire da Wittie da che parte si trova la casa del suo vecchio padrone. Io nel frattempo me ne torno nella mia tana, mi guardo un porno e me ne vado a dormire. Ci vediamo domani mattina.»
Luis non seppe trattenere l'entusiasmo. Corse in avanti e abbracciò il petto pennuto dell'amico, pigolando ringraziamenti incomprensibili tra lacrime di gioia. Poi si staccò, allargò un sorriso più ampio della sua stessa testa, e frullò via nel cielo. Sergio rimase lì. Sentiva che le falene che aveva ingoiato ancora gli svolazzavano nel gozzo. Rientrò nel locale proprio nel momento in cui Sebastiano veniva strapazzato sul palco da un paio di colombe lascive e molto professionali. A poca distanza il trio di nutrie faceva un tifo indecoroso, intonando cori talmente pecorecci che anche sugli spalti di uno stadio sarebbero considerati eccessivi. Seduto su un ciottolo levigato, Sandro salivava in abbondanza con le antenne protese. Teresa con il becco aperto e gli occhi spalancati sembrava morta stecchita, come se degli alieni le avessero rubato il cervello lasciando il corpo lì, in stasi temporale. Sai che affare – pensò Sergio – il cervello di Teresa. E si trascinò fuori da quel posto, senza preoccuparsi di salutare nessuno.

(vai all'inizio del racconto, oppure alla seconda parte, terza parte, quarta parte, oppure prosegui con la sesta parte)