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martedì, aprile 01, 2014

Bigio @ Romics 2014

Questo fine settimana mi troverete al ROMICS assieme a molti altri autori della scuderia di Shockdom! Dovrebbero esserci tutti i miei albi, compreso l’ultimo appena uscito: Drizzit – Quel Demone che non ti Aspetti, e poi le tazze di Drizzit “Wally-rider” e anche dei segnalibri di Baba Yaga (se tutto va bene). Sarò allo stand tutti e quattro i giorni, anche se ovviamente non sarò SEMPRE allo stand… comunque quando sarà il mio turno di disegnare potrete farvi scarabocchiare dediche sugli albi a volontà.

Ma oltre che presso lo stand di Shockdom sarò impegnato anche su altri fronti: nel primo pomeriggio di venerdì dovrei condurre una mini avventura dimostrativa a Drizzit GdR nell’area games, mentre in altri momenti potreste trovarmi allo stand dello Zainetto Pratico di Heward dove sarà disponibile “Verità Imperfette” il libro che ho scritto in una jam-session assieme ad altri nove bravissimi scrittori per Del Vecchio Editore.

Insomma io ci sarò, e voi? ;)

martedì, marzo 18, 2014

Verità Imperfette

A partire da domani 19 Marzo troverete in tutte le librerie Verità Imperfette, un noir contemporaneo scritto a 20 mani (spero che il conto sia giusto) da dieci autori diversi, che si sono cimentati nell'impresa di comporre un romanzo giocando sulla molteplicità delle storie che lo compongono e sulla varietà dei punti di vista con i quali una vicenda può essere narrata.

Ho preso parte a questo progetto, curato da Luigi De Pascalis per Del Vecchio Editore, scrivendo uno dei capitoli che riuniti insieme danno forma alla storia. Verità Imperfette parla di incubi che si mescolano con fatti di cronaca, di un caso giudiziario terribilmente verosimile e di grotteschi orrori quotidiani, ma soprattutto del modo in cui viene elaborata la realtà da chi ne è spettatore. Non vi starò ad annoiare con ulteriori dettagli, né vi racconterò null'altro della trama, sappiate comunque che il tono cupo e crudo della vicenda narrata mi ha permesso di scrivere "altro" rispetto al solito. So bene che il mio essere autore viene quasi esclusivamente collegato ai fumetti che sceneggio e disegno, ma come saprà chi segue il mio blog da un po' più di tempo, la scrittura è un'altra delle mie passioni.

Di recente ho avuto modo di esercitarla un po' meno, visto il relativo successo dei miei fumetti, ma se volete leggere qualcosa di mio vi consiglio alcuni dei racconti brevissimi che ho pubblicato già su internet come Emilio, Il brucomela, Studenti. Li trovate, assieme ad altri, nella sezione racconti della colonna qui a sinistra, in basso. Poi chiaramente, non posso che consigliarvi di acquistare anche il libro, soprattutto se vi piace il genere. Nelle prossime settimane potreste anche trovarmi in giro a presentarlo assieme agli altri miei colleghi, in tal caso non mancherò di avvertirvi.

Edit: potete acquistare il libro qui.

sabato, marzo 03, 2012

Gen-Art su Nuova Prosa (è uscito)

Come avevo già scritto qualche settimana fa, sulla rivista letteraria Nuova Prosa è stato pubblicato il mio racconto Gen-Art (che potete leggere anche direttamente qui sul blog cliccando qui). Ovviamente sono molto contento. Non so quanti di voi capitano in libreria e danno uno sguardo alle riviste letterarie, ma se vi capitasse di farlo, sappiate che il mio racconto si trova sul numero 58 che sarà presentato allo stand di Greco & Greco Editori alla fiera del libro che si sta svolgendo in questi giorni all'auditorium di Roma.

martedì, febbraio 07, 2012

Gen-Art su Nuova Prosa

Questo ho dimenticato di segnalarlo, sul mio blog. Il mensile di letteratura Nuova Prosa, nel numero 58 che uscirà a fine mese, pubblicherà il mio racconto Gen-Art. Se volete leggerlo, l'ho postato qualche tempo fa e lo trovate in mezzo agli altri racconti, nel menù a sinistra, dove c'è scritto Cronache Narrate. Quel menù raccoglie tutti i racconti che sono comparsi qui sul blog e che ho pubblicato. Altrimenti cliccate qui che vi ci porto io. Intanto ringrazio Nuova Prosa per l'opportunità.

mercoledì, dicembre 14, 2011

L'opinione di una scrittrice fantasy

Interessante l'opinione di Licia Troisi sulla faccenda dell'omicida/suicida di Firenze, il tizio che i TG hanno sottolineato essere uno "scrittore fantasy" e "appassionato di Tolkien" tanto quanto "estremista di destra". Non me la sento di esprimere la mia opinione a riguardo adesso, comunque quello che scrive Licia Troisi è decisamente condivisibile. Interessante anche il suo post precedente, sull'onda dell'incendio al campo nomadi di Torino appiccato dai soliti coglioni di destra in seguito alla falsa denuncia di stupro di una sedicenne.

martedì, dicembre 13, 2011

La Quarta Necessità

Ho acquistato l'ultima opera di Daniele Luttazzi, un fumetto da lui sceneggiato e disegnato da Massimo Giacon. Leggendolo ci ho ritrovato il comico di cui siamo tutti orfani, anche chi lo disprezza, perché come dice lui della satira se ne ha bisogno anche se non lo si realizza. La Quarta Necessità è pieno di volgarità esplicite e liberanti, è dissacrante, è grottesco, è divertente. Ci sono pochi riferimenti politici in senso stretto, ma è un'opera politica in senso ampio, perché parla di come un italiano è diventato l'italiano, e quindi indirettamente di come una nazione è diventata l'Italia che ci ritroviamo. Ovviamente non è un'opera per tutti. Ci sono persone che ridono di fronte alle scoregge di Alvaro Vitali o alle bischerate di Panariello, o che non mancano mai un film di Natale con Christian De Sica. Ecco qui siamo all'opposto, a una comicità indigesta e estremamente mordace, che si chiama satira e che è in via d'estinzione.

La vicenda dei plagi di Daniele Luttazzi mi ha deluso non tanto per la faccenda in sé... in fondo se un comico mi riporta le battute di comici americani di 30 anni fa nei suoi monologhi, non mi sento di fargliene una colpa, probabilmente io non avrei mai riso di tali battute. Così come se un disegnatore che mi riprende le inquadrature di Flash Gordon in un fumetto di fantascienza non mi indigna, allo stesso modo non mi indigna il lavoro di copiatura fatto da Daniele con gli sketch del David Letterman. Quello che mi ha deluso è stata la sua reazione, avrei preferito che dicesse "Sì scusate, avrei dovuto in fondo ai miei libri dire esplicitamente che alcune battute sono riprese dai monologhi di questi altri comici" e sarebbe finita lì. Invece ha preferito buttarla sul tecnico e dare al suo pubblico dell'ignorante. Il problema è proprio che il suo pubblico, che è cresciuto seguendolo, ignorante come dice lui non lo è... anzi. Io il discorso dei tecnicismi l'ho capito perfettamente, ma secondo me se non citi la fonte (e non basta dire "mi sono ispirato a...") quello resta plagio. Tirando le somme del discorso, anche se deluso, non mi sogno nemmeno di sminuire il talento di Luttazzi, che resta un grande artista e forse il più grande comico satirico che ci resta attualmente. Quindi se avete amato Luttazzi vi consiglio il fumetto.

E nel frattempo vi segnalo anche una recensione-riflessione parallela alla mia apparsa su Il Fatto Quotidiano, a cura di Andrea Scanzi. Buona lettura.

martedì, novembre 29, 2011

Perché scrivo

Vi segnalo questo pezzo di Hanif Kureishi apparso su Internazionale. Lo scrittore parla del mestiere di scrivere, di cosa significa per lui, e di come la scrittura sia un processo creativo al quale non saprebbe mai rinunciare. Leggendolo, ci ho visto un po' di quel che sono, di quel che vorrei essere, e di quello che ammiro in una persona.


Riporto un paio di passi che ho particolarmente apprezzato:

"Spesso gli scrittori si percepiscono, e vengono descritti, come dei nullafacenti, dei perditempo e dei fannulloni, e questo perché buona parte della nostra attività si svolge mentre non lavoriamo, nel nostro inconscio e al bar. Non saprei da dove cominciare a spiegarvi quanto possa essere faticoso guardare fuori dalla finestra interrogandosi sulla propria penna preferita, e sul colore di inchiostro più adatto per quel giorno, e in ogni caso temo che non sarei troppo convincente.

Perdere tempo è comunque sempre più fruttuoso della concentrazione ossessiva. Non lo sarebbe se sapessi in anticipo che cosa penso, soprattutto su argomenti importanti come la scrittura, l’insegnamento, il liberismo e il cosiddetto fondamentalismo religioso. So però di essere interessato a quello spazio in cui s’intrecciano filosofia, letteratura e psicoanalisi, all’interazione tra la mente e il mondo. E che come argomento prediligo la sostanziale estraneità dell’essere umano, a se stesso come agli altri."

E poi, in conclusione:

"Può darsi che l’ozio sia la levatrice dell’arte, ma in me il desiderio di scrivere non è diminuito nel corso degli anni. Semmai è aumentato. C’è ancora la stessa tensione quotidiana a raggiungere un briciolo di verità, o perlomeno a buttar giù qualche parola. Oppure, meglio ancora, ad avere una buona idea prima di andare a letto, un’idea che possa far avanzare il lavoro. Mi piace essere sorpreso da quel che scrivo, e a volte mi capita perfino di ridere davanti ai risultati. Sono il mio primo lettore. Se qualcosa piace a me, forse piacerà anche agli altri.

Spesso mi domando se ormai non ho detto tutto. Potrei tranquillamente ripeterlo da capo e a metà prezzo, ma uno non smette mai di crescere, di seppellire vecchi sé, cercare nuovi ostacoli e nuove resistenze nel materiale, e desiderare di appuntare parole alle cose. Non sono sicuro che esista uno scrittore che smette definitivamente di sentirsi goffo, o a tratti superficiale. Ci sono cose che non gli riusciranno mai bene, cose sulle quali vorrà lavorare. Con l’età, gli scrittori rallentano, leggono di più, e lottano contro la disperazione. Ma anche durante il declino, pochi artisti sono disposti a rinunciare alla creatività. È sempre emozionante essere raggiunti da una buona idea. La fine di una vita è interessante quanto il suo inizio. Se chiedete a uno scrittore quale delle sue opere preferisca, la risposta non potrà che essere: quella che devo ancora scrivere."


sabato, ottobre 15, 2011

I volti dei nuovi tiranni

Studiate i volti dei nuovi tiranni. Esito a chiamarli plutocrati, perché il termine è troppo storico e questi uomini sono parte di un fenomeno che non ha precedenti. Chiamiamoli piuttosto profittatori. Le loro facce hanno molti tratti in comune. Questa conformità dipende in parte dalle circostanze –possiedono talenti analoghi e vivono secondo abitudini simili– e in parte è una scelta di stile. Hanno età diverse, ma lo stile è sempre quello di uomini che vanno per i cinquanta. Sono vestiti in modo impeccabile e il loro abbigliamento è rassicurante, come la sagoma dei furgoni portavalori. Tutt'altro che mostruosi, i loro volti, benché un po' tesi, paiono quasi insipidi. Sulla fronte hanno molte rughe orizzontali. Non si tratta di solchi scavati dal pensiero, ma di linee che trasmettono informazioni non-stop. Occhi piccoli, pronti, che esaminano tutto e non contemplano nulla. Orecchie capienti come una banca dati, ma incapaci di ascoltare. Labbra che tremano di rado e bocche che prendono implacabilmente decisioni. Mani gesticolanti, che dimostrano formule e non toccano l'esperienza. Capigliature meticolosamente pettinate come per un test di velocità aeronautica. La piena fiducia in se stessi che traspare dai loro volti è pari alla loro ignoranza, che è anch'essa evidente. I profittatori non sanno niente di niente, né della qualità né dell'essenza delle cose. Conoscono bene solo le proprie impressioni sui loro giri d'affari. Da qui la paranoia, e generata dalla paranoia, la loro energia ripetitiva. Il loro reiterato articolo di fede è: non c'è alternativa.”
John Berger, tratto da Il Taccuino di Bento

martedì, settembre 13, 2011

Scandalizzarsi


"Non mi scandalizzo mai. Potrei dire che mi scandalizza la stupidità, ma poi non è vero neanche. Penso che c'è sempre la possibilità concreta di capire le cose. Le cose che si capiscono non scandalizzano, tutt'al più vanno riferite a un giudizio. Il giudizio è legittimo, non lo scandalo. (...) La persona che si scandalizza vede qualcosa di diverso da se stesso. Lo scandalo in fondo è la paura di perdere la propria personalità, è una paura primitiva. Una credenza che sia stata conquistata con l'uso della ragione e con un esatto esame della realtà è abbastanza elastica da non scandalizzarsi mai. Invece una credenza ricevuta senza un'analisi seria delle ragioni per cui è stata ricevuta, accettata per tradizione, pigrizia o educazione passiva è un conformismo. Gli uomini con un profondo senso religioso non si scandalizzano mai. Cristo non si è mai scandalizzato. Si scandalizzavano i farisei."
Alberto Moravia, intervistato da Pier Paolo Pasolini in Comizi D'Amore

mercoledì, giugno 22, 2011

Perché non hanno memoria

Capitano: "Voi generalizzate, don Benito, e con animo funesto. Ma il passato è passato: perché cercarvi una morale? Dimenticatelo. Vedete, il sole che risplende là ha dimenticato tutto e così il mare azzurro e il cielo azzurro: hanno voltato pagina."
Benito Cereno: "Perché non hanno memoria. Perché non sono umani."
- Herman Melville, Benito Cereno

mercoledì, maggio 18, 2011

L'equibrio



photos by PDZ

Scrive Theodor W. Adorno che nel 1954 fece un sogno (lui i sogni se li appuntava ogni mattina, appena sveglio). In questo sogno si trovava in un aula dell'università assieme ad alcuni studenti, e ce n'era uno in particolare che sosteneva l'esistenza dell'equibrio. Non dell'equilibrio, dell'equibrio. Secondo Adorno e secondo questo studente, l'equibrio è l'equilibrio delle forze interiori a un uomo, dei suoi pensieri, delle sue emozioni. Lo studente cercava disperatamente di dimostrare che l'equibrio esiste. Adorno ne rifiutava l'esistenza. La discussione si fece così accesa che Adorno si svegliò dal sogno per colpa dell'agitazione.

Talvolta gli eventi che accadono sono essi stessi la risposta alla domanda che ci stavamo ponendo quando sono accaduti. Il sogno del filosofo dimostra che in lui non c'è equibrio, che egli stesso è combattuto nel considerare l'equibrio esistente (difatti chi altro è lo studente, se non se stesso?). Il dibattito era fra Adorno convinto di una cosa, e Adorno convinto dell'altra. Quello di Adorno non è l'unico caso. Newton seduto sotto un melo, che pensa alla gravità. La gravità gli si rivela con una mela che gli cade in testa. Alcuni luoghi comuni dicono che "la vita prima ti fa l'esame e poi te lo spiega" e molte volte è così. Ma altre volte quello che succede, magari proprio in conseguenza al nostro dubbio, è la miglior risposta alla domanda che ci stavamo facendo.

venerdì, aprile 22, 2011

Manifatturieri di realtà

«Diamo comunemente alla nostra idea dell'ignoto il colore delle nostre nozioni del conosciuto: se la morte la chiamiamo sonno è perché vista da fuori ci sembra sonno. Costruiamo la nostra realtà mediante piccoli malintesi, credenze, speranze, e viviamo di croste che chiamiamo dolci, come bambini poveri che giocano ad essere felici.
Ma così è tutta la vita; la civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non gli spetta, per poi sognare sul risultato. E davvero il nome falso e il sogno vero creano una nuova realtà. Siamo manifatturieri di realtà.
Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l'istinto ma con la presupposizione di un altro sentimento, che chiamiamo amore. Ma questa presupposizione è di fatto, già un altro sentimento.
Scrivo queste righe per dare un lavoro alla mia disattenzione. Smetto di scrivere perché smetto di scrivere

Ultimamente sto producendo molto materiale per giochi di ruolo. Personaggi, creature, avventure, oggetti magici, e sto mettendo insieme il materiale che costituisce la mia ambientazione fantasy. Si tratta di materiale che difficilmente posso condividere perché non ho più un sito "contenitore" ma in fondo non so nemmeno se vale la pena condividerlo. Sono cosucce. Mi hanno fatto riflettere però sulla nostra natura di creatori di mondi. Il primo mondo che ci creiamo è quello in cui viviamo. Chiamare casa un posto, chiamare vacanza un viaggio, chiamare pausa il momento in cui ci fermiamo a guardare il soffitto, chiamare svago una chiusa di due ore davanti alla playstation. Siamo molto più fantasiosi di quello che pensiamo. In fondo a creare mondi inventati ci vuole poco, basta indirizzare la fantasia verso le pagine di quaderno, anziché lasciarle inondare il mondo.

mercoledì, aprile 20, 2011

Romantico è un problema


«Tutto il male del romanticismo consiste nella confusione esistente tra ciò che ci è necessario e ciò che desideriamo. Tutti abbiamo bisogno di cose indispensabili alla vita, alla sua conservazione e al suo proseguimento; tutti desideriamo una vita più perfetta, una felicità piena, la realtà dei nostri sogni e così via. E' umano volere ciò di cui abbiamo necessità, ed è umano desiderare ciò che non ci è necessario ma che è per noi desiderabile. Il male consiste nel desiderare con uguale intensità ciò che è indispensabile e ciò che è desiderabile, soffrendo per non essere perfetti come se si soffrisse per la mancanza del pane. Il male romantico è questo: volere la luna come se esistesse il modo per ottenerla. Non si può mangiare un dolce senza perderlo!»
da F. Pessoa, Il libro dell'Inquietudine

Mi è piaciuta la spiegazione che Pessoa dà del romanticismo. Mi sono sempre considerato molto romantico. Desiderare il desiderabile con la stessa intensità con la quale si desidera l'indispensabile. Sono proprio io, non c'è dubbio. E questo modo di inquadrare il problema è preciso, puntuale. Perché di un problema stiamo parlando, il romanticismo è un problema.
Ok chiariamo che stiamo parlando del romanticismo vero e proprio e non di quello dei baci perugina: il senso inglese del termine romantic ha in qualche modo influenzato anche il nostro significato del termine romantico, ma io quando dico che sono romantico intendo nel senso in cui lo era (con le dovute distanze dal punto di vista della grandezza) Giacomo Leopardi, o Ludwig Van Beethoven. Intendo questo romantico. Ebbene io mi ci sento molto.

Essere romantici, oggi, è un handicap. Voglio la pensione di invalidità!
Desiderare di essere felici, e non semplicemente di passare l'esistenza ottenendo il minimo per andare avanti, è una caratteristica controproducente. Se tutti fossero romantici, il sistema di sgranerebbe: le persone non sopporterebbero di farsi il culo tutto il giorno per guadagnare una miseria. Non si accontenterebbero delle quattro nozioni scarne che dà loro la possibilità di imparare la terza media. Non bramerebbero la moglie gnocca, il figlio bello de papà, la televisione satellitare e la birra fredda fino al giorno della morte. Vorrebbero tutti di più. Vorrebbero tutti concorrere alla propria felicità, puntare in alto e raggiungere i propri sogni, o almeno -checcazzo- provarci, anzi avere la possibilità di provarci. Non si adagerebbero sullo squallore quotidiano accettando di inghiottire il grigio perché "così è la vita che ci vuoi fare"...
E inizierebbero i problemi. La gente vorrebbe espandere i propri orizzonti, crescere culturalmente, coltivare i propri interessi, avere spazio per se stessa, sentirsi libera di realizzarsi. Tutto questo cozza tremendamente con l'ordinaria amministrazione del popolo. Tutto questo costringerebbe qualcuno a ripensare la catena di sfruttamento, obbligherebbe a inserire nell'equazione la ricerca della felicità. Sarebbe molto poco produttivo.
Essere romantici è un problema.

lunedì, aprile 18, 2011

In attesa della 5a edizione

Oggi ho comprato il mio ultimo manuale di Dungeons & Dragons 4a edizione. Ultimo nel senso che non ne comprerò altri.
Sono stato un collezionista accanito, sono andato ben oltre il buon senso. Di questa 4a edizione ho comprato tutti i manuali del giocatore, le due guide del dungeon master, tutti i manuali della serie "poteri", una cripta dell'avventuriero (un manuale pieno di oggetti magici inutili), il manuale dei piani (che mi incuriosiva davvero) e i due manuali dell'ambientazione di Forgotten Realms. Insomma, uno sull'altro, fanno circa 500 euro di manuali. Poi ho acquistato anche i prodotti della linea essentials, nonostante fossero chiaramente delle ristampe aggiornate di materiale vecchio in un nuovo formato, in modo da spremere la mucca fino alla fine.
Insomma posso dire che se D&D in Italia dovesse andare male, non è certo per colpa mia.

D&D è stato demolito, questo ve l'avevo già detto in qualche mio post precedente. I nuovi "creativi" della Wizards/Hasbro hanno massacrato un buon GdR, e anche se il marchio era stato rilanciato da una meccanica rivista (il d20 system) e da un merchandising spietato che ha fatto breccia ovunque, alla fine ci sono riusciti. Le ultime imbarazzanti dichiarazioni di Bill Slaviseck non lasciano spazio a dubbi: tutto quello che poteva essere pubblicato per D&D è stato già pubblicato, hanno detto. Secondo me, sono andati anche abbondantemente oltre il pubblicabile (le avete viste le cosiddette carte fortuna? beh meglio così). La settimana scorsa è uscito Eroi dei Regni Dimenticati. Colto da nostalgia e da un ultimo impeto di collezionismo, l'ho preso. Ma a casa, sfogliandolo, mi sono subito intristito. Non c'è più niente di interessante, in quei manuali, per me. Ho giocato a questa 4a edizione con grande entusiasmo, ma dopo un paio d'anni di campagne zoppicanti mi sono reso conto che stavo cercando di dare spessore a un gioco di ruolo che di spessore ne aveva ben poco.
Ho cercato di portare avanti delle partite dimostrative nella nostra ludoteca/associazione culturale, ma non hanno avuto molto successo (al contrario di quelle di Descent, discesa nelle tenebre, che per l'appunto è un gioco da tavolo, e quelle di Sine Requie - anno XIII che per l'appunto è un gioco di ruolo come si deve).
So che continueranno a uscire altri prodotti col marchio D&D, manuali di mostri con annessi segnalini, altri manuali che ristampano/aggiungono razze e classi, infine un'ambientazione che mi sarebbe piaciuto uscisse prima (Neverwinter, e siccome io sono un appassionato di Forgotten Realms l'avrei presa di sicuro). Ma credo che investirò i miei soldi in altri manuali.

Spinto anche dalle richieste sempre più aperte dei miei giocatori, ho lasciato perdere D&D e ho ripreso a giocare di ruolo con il vecchio d20 system della 3a edizione (più precisamente, con il sistema rinnovato di Pathfinder GdR, ma si tratta di dettagli). Sto arbitrando una lunga campagna ambientata in un mondo da me inventato, e i miei personaggi sono già al 10° livello, segno che il gioco li coinvolge. Ho una campagna in sospeso di Planescape, giocata sempre con il sistema Pathfinder ma utilizzando alcuni moduli di D&D della seconda edizione (in particolare lo strabiliante Tales from the Infinite Staircase di Monte Cook). Inoltre ho iniziato ad arbitrare delle partite introduttive a un nuovo gruppo di giocatori, una campagna ambientata in Forgotten Realms. Anche loro non hanno avuto problemi con il sistema di Pathfinder GdR, alla faccia di tutti quei ripensamenti sulla complessità del regolamento che sono stati accampati come motivazione per generare l'ultima edizione di D&D.
Tirando le somme, se la Wyrd farà uscire qualche manuale di Pathfinder quest'anno (hanno promesso la Guida Avanzata del Giocatore per fine mese) sarò lieto di acquistare quello anziché altra costosa paccottiglia.

Per finire, attendo con ansia che, magari fra qualche anno, i miei manuali della 4a edizione diventino carta straccia e si annunci con gaudio e tripudio che la 5a edizione è in cantiere. Perché sono sicuro che al contrario dei leggendari manuali della prima edizione, dei preziosi e fantasiosi manuali della seconda, e dei dispendiosi e eccessivi (nel numero e nelle opzioni proposte) manuali della terza edizione, nessuno andrà a ricercare negli scaffali dei negozi i manuali di questa 4a edizione. Chi ha avuto l'impressione, stringendo fra le mani il Manuale del Giocatore 4a edizione appena uscito, di aver comprato qualcosa di assolutamente privo di futuro, adesso sa con certezza che quella sua impressione si è rivelata profetica.

venerdì, aprile 15, 2011

Eco


Ancora un brano dal libro di Fernando Pessoa che sto leggendo.

"Mi stanca tutto, anche quello che non mi stanca. La mia allegria è dolorosa come il mio dolore. Magari potessi essere un bambino che mette barchette di carta in una vasca dell'orto, sotto un baldacchino rustico fatto di viti intrecciate che formano scacchi di luce e ombra verde nei cupi riflessi della poca acqua. Tra la vita e me c'è un vetro sottile. [...] Ma non abdico neanche a quei banali gesti della vita ai quali vorrei tanto abdicare. E i miei sogni sono uno stupido rifugio, come un ombrello contro un fulmine. E persino io, colui che sogna tanto, ho intervalli in cui il sogno mi sfugge e le cose mi appaiono nitide. Svanisce la nebbia di cui mi avvolgo e da ogni fessura visibile viene ferita la mia anima. Ogni durezza fa male al mio riconoscerla. Tutti i pesi di ciò che mi circonda mi gravano sull'anima. La mia vita è come se con essa mi picchiassero."

Non condivido queste parole, ma le sento vicine, le comprendo. Credo che facciano parte di alcune mie riflessioni, fanno eco come se le avessi già sentite, dentro di me, in passato, magari in qualche amara discussione con me stesso. Ma qualche momento dopo devo aver scosso la testa, e sono tornato a scrivere, disegnare, leggere, studiare, cercare di capire, cercare di comprendere. Ecco la stanchezza è passata e ho continuato a cercare il senso.

mercoledì, aprile 13, 2011

Meglio costruire qualcosa.

"Noi non ci realizziamo mai. Siamo due abissi - un pozzo che fissa il cielo."*
E' una bellissima metafora. Un pozzo, un cielo. Entrambi profondi, di una profondità indefinita. Così l'animo umano, tanto quanto il cielo, tanto quanto un pozzo. Eppure ci si sdraia spesso sui prati in primavera e ci si perde con lo sguardo nell'azzurro, pensando: cazzo com'è profondo il cielo. A me capita spesso. Cazzo sembra di poterci entrare dentro, di poterne essere circondati, da quell'azzurro compatto e nitido, denso. L'ho pensato.
Eppure anche noi siamo pozzi senza fondo: profondi un infinito. Più si scava, più si scopre che l'animo umano è capace di maggiore profondità. Più si riflette, più si analizza, più si comprende, più si diventa consapevoli... più si realizza che c'è tanto altro da scoprire, da capire, da provare.


"Sapere che sarà pessima l'opera che mai si farà. Peggiore tuttavia sarà quella che non si farà mai. Quella che si fa, almeno, resta fatta. Sarà povera cosa, ma almeno esiste. Ciò che scrivo e che riconosco brutto, può anche offrire momenti di distrazione da una cosa peggiore a uno spirito angosciato e triste. Questo mi basta, o non mi basta, ma in qualche modo serve, e così è tutta la vita."*
Così è tutta la vita, vale la pena che l'opera si faccia, anche se non ha senso, ne ha comunque di più del niente.

* da Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Newton

domenica, aprile 10, 2011

Il libro dell'inquietudine


«Devo scegliere tra cose che detesto: o il sogno, che la mia intelligenza ricusa, o l'azione, che alla mia sensibilità ripugna; l'azione, per la quale non sono nato, o il sogno, per il quale nessuno è nato. Così, siccome detesto entrambi, non scelgo; ma poiché ad un certo momento, devo sognare o agire, mescolo una cosa con l'altra.»
- da Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Newton

E questo è solo quello che c'è stampato in copertina. Come non leggerlo?

domenica, marzo 20, 2011

Gotterdammerung

photo by Bigio 2011

Si legge che il crepuscolo degli Dei
stia per incominciare. E' un errore.
Gli inizi sono sempre inconoscibili,
se si accerta qualcosa, quello è già
trafitto dallo spillo.
Il crepuscolo è nato quando l'uomo
si è creduto più degno di una talpa o di un grillo.
L'inferno che si ripete è appena l'anteprova
di una "prima assoluta" da tempo rimandata
perché il regista è occupato, è malato, imbucato
chissà dove e nessuno può sostituirlo.
Eugenio Montale

Girare per i prati a primavera è un ottimo antidoto. Ridimensiona la grandiosità umana. Così oggi giravo e ho pensato: 'sta margherita è molto più rispettosa della creazione di quanto non lo sia un antenna televisiva, o un centro commerciale. La terra se la cava benissimo anche senza gente che si lanci missili tomahawk o centrali atomiche. Insomma non bisogna rinunciare al progresso tecnologico, ma credo che sia davvero progresso solo se include il rispetto, e non opera tramite sfruttamento e degrado. Ulteriori evoluzioni cerebrali ve le risparmio, perché non è che voglio sembrare troppo ambientalista, o cose del genere. La mia era più una riflessione sull'arroganza umana, fiorita per caso mentre leggevo Montale.

mercoledì, marzo 09, 2011

Sonetto XXV

Let those who are in favour with their stars
of public honour and proud titles boast,
whilst I whom fortune of such triumph bars
unlook'd for joy in that I honour most;

Great princes' favourites their leaves spread,
but as the marigold at the sun's eye,
and in themselves their pride lies buried,
for at a town they in their glory die.

The painful warrior famoused for might,
after a thousand victories one foil'd,
is from the book of honour razed quite,
and all the rest forgot for which he toil'd.

Then happy I that love and I'm beloved
where I may not remove, nor be removed.


- William Shakespeare

Ecco, io questo sonetto l'ho tradotto (anche se non so quanto posso essere stato all'altezza). Mi piaceva la frase finale, e traducendolo ho scoperto anche la bellezza delle tre quartine precedenti. Tradotto, fa più o meno così:

Lascia che quelli che sono nel favore delle loro stelle
si vantino dell'onore pubblico e dei titoli superbi,
mentre io, che la fortuna ha escluso da certi traguardi,
sia felice in disparte per quello che più ritengo prezioso;

I favoriti dei principi si prendono cura dei loro petali,
ma come le calendule rivolte allo sguardo del sole,
e dentro di loro il loro orgoglio viene sepolto,
per un attimo di tristezza muoiono nella loro gloria.

Il guerriero dolorante famoso per la sua tempra,
dopo mille battaglie alla fine viene vinto,
ed è presto cancellato dal libro dell'onore,
e tutti quanti dimenticano per cosa ha combattuto.

E dunque che io sia felice di amare e essere amato
da chi non posso cancellare, e da chi non può cancellarmi.

Ci sono persone che non si perdono mai, e credo che del loro amore possiamo essere felici, e stare bene per questo per tutta la vita.

giovedì, febbraio 17, 2011

La parola libertà

Oggi leggevo le Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale, un libriccino che raccoglie alcuni pensieri di Simone Weil.

"E tuttavia nulla al mondo può impedire all'uomo di sentirsi nato per la libertà. Mai, qualsiasi cosa accada, potrà accettare la servitù; perché egli pensa. Non ha mai smesso di sognare una libertà senza limiti, sia come felicità remota di cui sarebbe stato privato per una punizione, sia come una felicità futura che gli sarebbe dovuta per una sorta di patto con una provvidenza misteriosa. Questo sogno è sempre rimasto vano, come tutti i sogni, oppure è servito da consolazione, ma come fosse oppio; è tempo di rinunciare a sognare la libertà e decidersi a concepirla."

Mi ha fatto pensare al modo in cui la parola "libertà" viene utilizzata. Ce l'hanno tutti in bocca, se ne ammantano, se ne vantano. Tutti a coccolarla e a promuoverla. Lo fanno i partiti di centrodestra, che la innalzano come una spada contro l'oscuro male dell'oppressione socialista; lo fanno i gruppi di guerriglieri nei paesi in guerra civile, che in nome della libertà ammazzano e compiono violenza di ogni tipo; lo fanno i filmacci americani di terza tacca, che quando non sanno quale valore promuovere si buttano sempre sulla libertà, che è sempre attuale e sempre verde. Chi non la ama, la libertà? Parafrasando la frase di un professore del liceo, che rispose in maniera simile a un rappresentante degli studenti quando io ero allo scientifico: "la libertà è come la pelle dei cojoni... come la tiri stà."
Certo non è Simone Weil, ma il concetto è chiaro. La libertà è il jolly. Tutti possono farsi belli parlando di libertà. Ma quante persone si fermano a pensare cos'è, la libertà?

Una volta ce lo chiesero. Avevo diciassette anni. Mi ricordo che uno dei miei amici disse: la libertà è che quando vado al supermercato, invece di scegliere una sola marca di un prodotto, ne ho tre e posso scegliere. Il resto era d'accordo sul fatto che comunque il concetto di libertà coincidesse più o meno con "fare il più possibile il cazzo che mi pare". Ma ovviamente non è così. Così è essere schiavi della libertà, e nemmeno questa è libertà. Imprigionati nella frenesia di togliersi di dosso quanti più vincoli possibile, tabù, restrizioni, convenzioni, tradizioni, auto-imposizioni, convinzioni, prassi. Ovviamente il modo più semplice per essere liberi diventa accumulare potere. E accumulare potere diventa accumulare soldi. E la libertà si riduce alla libertà di fare più soldi. Scommetto che in pochi di quelli che sparano inni alla libertà in faccia al prossimo ha mai riflettuto davvero su quanto egli stesso è schiavo.

"Si può intendere per libertà qualcosa di diverso dalla possibilità di ottenere senza sforzo ciò che ci piace. Esiste una concezione ben diversa della libertà, una concezione eroica, che è quella della saggezza comune. La libertà autentica non è definita da un rapporto tra il desiderio e la sua soddisfazione, ma da un rapporto tra il pensiero e l'azione; sarebbe completamente libero l'uomo le cui azioni procedessero tutte da un giudizio preliminare concernente il fine che egli si prepone e il concatenamento dei mezzi atti a realizzare questo fine."

Ecco cos'è la libertà in senso eroico. La libertà vera. Non ha nulla a che vedere con il desiderare qualcosa e appagare quel desiderio. La libertà vera scaturisce dalla possibilità che deve avere un uomo di perseguire un fine con tutti i mezzi che ritiene atti allo scopo. Cioè avere un'idea di cosa ci rende felici, e avere la possibilità di lavorare per raggiungerla.
Questa è la libertà vera. Credo che sia una delle cose più nobili e belle che abbia mai letto.

"Poco importa che le azioni in se stesse siano agevoli o dolorose, e poco importa anche che esse siano coronate da successo; il dolore e la sconfitta possono rendere l'uomo sventurato, ma non possono umiliarlo perché è lui stesso a disporre della propria facoltà di agire."

Non importa se il tentativo di raggiungere la propria idea di felicità è doloroso, e non importa nemmeno se ci si riesce. Tentare, soffrire e fallire non è umiliante fintanto che si decide di propria spontanea volontà di farlo.

"Poiché pensa, [l'uomo] ha la facoltà di scegliere tra cedere ciecamente al pungolo con il quale una necessità assolutamente inflessibile lo incalza dall'esterno, oppure conformarsi alla raffigurazione interiore che egli se ne forgia: in questo consiste l'opposizione tra servitù e libertà. [...] Un uomo sarebbe totalmente schiavo se tutti i suoi gesti procedessero da una fonte diversa dal suo pensiero, cioè dalle reazioni inconsulte del suo corpo, oppure dal pensiero altrui; l'uomo primitivo affamato che si muove solo per placare la fame, lo schiavo romano perennemente teso verso gli ordini di un sorvegliante con la frusta; l'operaio moderno che lavora in una catena di montaggio, sono tutti prossimi a questa condizione miserabile."

Schiavi.