sabato, gennaio 28, 2012

Emilio

Oggi posto un racconto breve che ho scritto qualche anno fa. Si trattava di un concorso letterario e c'era un limite alle battute. Meglio così, in fondo i racconti brevi sono gli unici che posso condividere sul blog. Buona lettura.

Si faceva chiamare Emilio, ed era ospite dell'istituto dal 1977. Quando il dottor Teresi decise di conoscerlo, fu subito colpito dalle sue condizioni. Se ne stava seduto in un angolo della stanza, come una grossa mano invisibile ce lo tenesse premuto, interamente avvolto in una coperta di lana pesante che in pieno luglio avrebbe fatto sudare un cammello, e con i capelli talmente lunghi e spettinati che a malapena si scorgeva il suo naso. Il primo e ultimo sguardo che il dottore ricevette fu quello che Emilio gli rivolse appena Teresi entrò. Il paziente, sulla sessantina, pallido e magro, gli donò un sorriso benevolo, silenzioso. Lui, Teresi, richiuse la porta alle proprie spalle cercando di non far rumore, come se attorno a sé avesse percepito una qualche atmosfera da rispettare. Strinse la cartellina tra le dita, mosse un paio di passi incerti.
La camera di Emilio era straordinariamente in ordine, pulita, come se l'ospite fosse arrivato appena un minuto prima. Le pareti erano bianche bianche, il letto in ferro battuto rifatto di tutto punto, gli armadietti metallici come se fossero stati appena verniciati. Tutto il resto dell'ospedale sembrava sul punto di collassare, macchie di muffa sui soffitti, maniglie tenute sulle porte da giri di nastro adesivo, gli schienali delle sedie consunti dall'uso, la ruggine sui bordi degli infissi. Entrare in quella stanza, così insolitamente integra, dava quasi il capogiro. Era come saltare indietro di cinquant'anni, quando la salute pubblica era un valore e per lo stato investirvi denaro era considerato un atto generoso, anziché uno spreco sconsiderato. Persino le vetrate della finestra erano così lucide e pulite che sembravano non esserci. Con il fresco della mattinata era iniziata la solita giornata di mezza estate, trasformatasi presto nelle dodici ore di caldo rovente che tutti si aspettavano. Sole alto e condizionatori a palla. L'angolo della stanza dove stava rannicchiato Emilio era colto in pieno dal sole. Un'altra persona, persino un altro paziente, avrebbe cercato un posto più fresco per sdraiarsi a terra, ad esempio il pavimento sul lato opposto, vicino alla porta del bagno. Invece Emilio se ne stava raggomitolato nella sua coperta di lana, in pieno sole, spaziando con lo sguardo attraverso quel misero metro quadro di cielo che riusciva a scorgere da lì. Senza stillare una sola goccia di sudore.
«Buona giornata.» Disse Teresi, tanto si doveva pur cominciare da qualche parte. Emilio rispose secco:
«lo è davvero? Non sia affrettato nei giudizi.» Teresi si avvicinò al letto, cercando di non apparire troppo divertito dalla risposta. Poggiò sulle lenzuola candide la cartellina, si mise le mani in tasca e attese ancora qualche minuto. Emilio non si era neppure voltato. Seguitava a guardare il cielo, senza ferirsi gli occhi, quasi senza battere le ciglia. Non sembrava intenzionato a conversare, quindi Teresi si ritrovò a dover cercare un argomento. Ma quale? Di cosa parlare, con uno che – stando alla sua cartella clinica – si credeva Dio? Non Napoleone o Giulio Cesare, ma Dio in persona. Delirio all'ennesima potenza. Appena arrivato in questo reparto, Teresi aveva sentito subito la responsabilità di dover cominciare a familiarizzare con i pazienti. Ma con tutti era stato o troppo facile, o troppo difficile. In ogni caso, un'esperienza breve e poco significativa. Con Emilio si capiva da subito che le cose sarebbero andate diversamente. Decise allora di intraprendere una conversazione un po' meno superficiale.
«Emilio, – chiese – lei sa dove si trova?» Emilio si strinse nella coperta.
«Nell'universo.» Rispose. Teresi questa volta si lasciò sfuggire un sorriso.
«Più nello specifico – domandò il dottore – lei sa cosa sta facendo qui in questa stanza, in questo ospedale?» Emilio affermò l'ovvio:
«guardo fuori». Era chiaro che il sistema che Emilio metteva in atto per evadere le domande era basato sull'assumere il punto di vista delle stelle, vedere tutto da lontano... il punto di vista cosmico. Teresi ritenne che stare al gioco fosse la cosa più utile da fare, e gli chiese cosa stesse guardando, fuori. Si aspettava una risposta simile alle precedenti. Il cielo, ad esempio. L'anziano paziente invece rispose in maniera del tutto inaspettata. Sospirò e mormorò, con voce tremula:
«osservo come tutto va a puttane.»
Teresi affondò con forza le mani nelle tasche del camice. Era chiaro che questo tizio non era Dio. Se lo fosse stato, nella sua infinita saggezza, non avrebbe mai risposto in modo tanto banale. "Come tutto va a puttane" è una risposta da depresso. E poi il dottore si sorprese di se stesso. Ma che stava facendo? Doveva forse smentire che Emilio potesse essere Dio? Ovvio che non lo era, si trattava di un paziente, di una persona molto malata! Raccolse la cartella dal letto e cercò di congedarsi alla meglio.
«Volevo solo presentarmi, – spiegò, tornando a un tono professionale – sono il dottor Teresi e sono nuovo di qui.»
«Sì, certo che lo è... – Rispose in fretta Emilio – lei è nuovo.» Ma non distolse lo sguardo dalla finestra. Teresi sospirò, e voltando le spalle uscì dalla stanza. Un'infermiera passava per il corridoio proprio in quel momento. Teresi la fermò e le chiese perché nella cartella mancava il vero nome di Emilio, e l'età, e altri dati importanti. L'infermiera lavorava qui solo da due anni, e anzi si lamentò che il contratto fra poco le sarebbe scaduto e si sarebbe ritrovata sotto un ponte. Di Emilio sapeva solo poche cose, lui non parlava mai con nessuno. Emilio non prendeva medicine, non si muoveva mai dalla sua stanza e non dava mai fastidio agli altri. Alcune colleghe le avevano raccontato che quando era stato trasferito qui, tanti anni fa, aveva già quell'aspetto, con la barba crespa e i capelli bianchi.
«E comunque, – disse prima di andare via – a tutti sta molto simpatico, perché la sua stanza è sempre perfetta anche se fuori è tutto un casino.»
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