mercoledì, luglio 13, 2011

Il bambino della pioggia

Un altro racconto breve, ispirato dalla tormentosa calura estiva. Scriverlo ha avuto un illusorio effetto refrigerante, spero che leggerlo sortisca più o meno lo stesso effetto. Buona lettura.

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Il bambino della pioggia stava morendo. Il suo volto pallido colpito dal sole sembrava ardere come la superficie di una lampada alogena, ma con un'intensità dieci volte maggiore. Non stillava una goccia di sudore, il bambino della pioggia. Con i suoi occhi color cenere vagava nell'infinito azzurro del cielo estivo mendicando per un batuffolo di nuvole. Le labbra si muovevano appena, rosa e roventi, quasi a lasciar passare per compassione quel filo di voce che ripeteva incessantemente le stesse misere parole:

Ritorna, ombra del cosmo dalle lacrime altissime,
brezza che porta testimonianza delle terre all'orizzonte,
tumulto tra le nubi, bagliori remoti
che sussultano nel riflesso delle iridi,
respiro affannoso dei laghi cerulei che accarezza
il firmamento implorando il termine del tormento.

Trascorsero giorni. Il bambino della pioggia rimase immobile, bruciato, accartocciato. Le sue dita si erano trasformate in zeppi di legno, i suoi capelli in paglia, il suo corpo in pietre scistose spaccate dall'arsura. Il sole giallo si sollevava ogni giorno su di lui, maestoso allo zenith, rivolgendogli sguardi impietosi, poi si allontanava ammantandosi le spalle di rosso e concedendo alla terra assetata solo perle di rugiada.

Ritorna, ombra del cosmo dalle lacrime altissime,
brezza che porta testimonianza delle terre all'orizzonte,
tumulto tra le nubi, bagliori remoti...

Le parole scivolavano fuori dalla crepe sui sassi, dai muschi essiccati, dalle acque calde. Il bambino della pioggia non aveva mai smesso di pronunciarle, anche quando era diventato ghiaia, e poi polvere, e poi sabbia. La luce col tempo si fece più cupa, il cammino del sole si incurvò di lato palesando stanchezza, il suo volto fiero perse superbia. Inginocchiandosi oltre il profilo delle montagne striò il cielo di bianco, e prima di scomparire del tutto dipinse il suo lascito di toni vermigli. Nella notte si accavallarono echi rullanti. Lo sfavillio delle capocchie di spillo scomparve coperto dal nero.

Ritorna, ombra del cosmo dalle lacrime altissime...

Tra i mosaici di fango secco era ancora possibile udire la voce del bambino della pioggia. Quando nel cielo buio, in gran segreto, fu raccolta la prima goccia della stagione, questa si precipitò giù in terra per posarsi con un tocco nient'affatto grazioso sugli occhi induriti del bambino della pioggia. Scorse via tra le ciglia di aghi di abete, inumidendo gote cortecciose fino a sfiorare le radici dei grandi alberi. Poi ne seguirono altre, altre centinaia, altre migliaia, altre a milioni. Battendo sui tasti dei boschi, le gocce composero una malinconica sinfonia che le foglie sospese sui rami più alti riportarono con sublime fedeltà alle felci del sottobosco; e le felci fecero loro eco subito dopo, annunciando la pioggia all'erba del piano e ai licheni sulle pietre, giù fino alle ife assetate nascoste nel terreno.

Ritorna...

Il bambino della pioggia si sollevò in piedi, la brezza umida gli accarezzava i capelli e i lampi gli illuminavano gli occhi. L'avvicinarsi dei tuoni lo rese euforico, iniziò a saltare avvolto da spire d'acqua che esitavano a toccare terra. In un rombo distante sentì pronunciare il suo nome. Papà, disse. Protese una mano verso le nubi scure, celate nel buio. Un fulmine afferrò la sua mano. Sparì in un cono di atmosfera ionizzata, terrorizzando uno scoiattolo. Coprendosi di grigio, il bambino della pioggia si addormentò sereno. Quando il sole tornò a illuminare il mondo, pianse per la sua dipartita.
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