venerdì, aprile 15, 2011

Freddo e buio


Le dita assenti, il sapore del sangue tra i denti, la testa spaccata da un dolore pulsante.
Paul si trascinò fino alla parete più vicina, dietro di lui, spingendosi con una gamba sola perché l'altra sembrava addormentata. Il rumore dell'armatura che raschiava sulle rocce umide della caverna rimbombò ovunque e tornò alle sue orecchie alimentando il feroce mal di testa. Si poggiò con la schiena e smontò lo spallaccio, allentando le cinghie con molta difficoltà, a causa delle dita intirizzite. Faceva freddo, il respiro si addensava in vapore davanti ai suoi occhi, e il lamento del vento riecheggiava nell'antro lasciando intuire che la tormenta di neve, fuori, non era ancora terminata. Una buona notizia: la spalla stava bene. Un grosso livido bluastro macchiava gran parte del muscolo e scendeva dietro la schiena, ma non c'erano ferite, distorsioni o segni di frattura. Cadendo doveva essere atterrato su quella spalla, salvata in parte dall'armatura.
«Dov'è la spada?» Disse ad alta voce. Sentì il suono della propria voce, ne aveva bisogno. Se senti la tua voce, sei ancora vivo. Provò a ricordare cos'era successo. Il freddo, il cavallo morto... povera bestia... il passo di montagna che stava cercando di attraversare, non gli tornava in mente il nome. Nessun nome. La bufera di neve, come aveva predetto lo stalliere. «Non andate, messere. Nuvole grigie nascondevano compatte il sole all'orizzonte, questa sera, e spirava un freddo vento da nordovest. Sulle creste nevicherà, garantito.»
Garantito. Ma non si poteva rimandare. La visione di una creatura spettrale, ecco l'ultima immagine prima di cadere. Mentre con la faccia nella neve aspettava di morire, aveva visto un volto evanescente tra le rocce. Chiamava il suo nome. Con le ultime forze si era alzato e aveva raggiunto la parete di granito, dove il vento gli sferzava gli occhi e la neve sembrava scagliata sulla sua faccia. La donna fantasma era svanita. Poi un passo falso, era precipitato qui sotto. Buio, e chissà per quanto aveva dormito.

Terminò quella ricapitolazione confusa. La gamba si era svegliata, le dita potevano muoversi (anche se con dolore). Si rialzò in piedi aggrappandosi a una stalagmite. L'umidità della caverna lo aveva salvato dal congelamento, ma sarebbe presto morto di fame. Si sentiva debole, forse aveva la febbre. Lasciò cadere a terra lo spallaccio che ancora teneva in mano, poi slacciò con cura anche il resto dell'armatura. Troppo peso, non sarebbe riuscito a trascinarsi tutto quell'acciaio appresso. Con clangore uno dopo l'altro tutti i pezzi incontrarono il pavimento di pietra.
«Dov'è la spada?» Ripeté nuovamente. Doveva essere lì da qualche parte. Nel buio era difficile scorgerla. Una luce esile illuminava appena la caverna, e doveva provenire dal pozzo dal quale Paul era precipitato. Aveva delle torce nello zaino, ma adesso lo zaino galleggiava in una vasca d'acqua naturale che iniziava a un metro dal suo piede, e sicuramente non sarebbe riuscito ad accenderle. Recuperò comunque lo zaino, svuotandolo di qualsiasi cosa fosse ormai inutile. Le cinghie si erano strappate nella caduta, forse lo zaino aveva impedito alla sua schiena di spezzarsi. Infilò nella borsa da cintura i pochi averi che teneva sempre con sé, arrotolò la corda di seta e la fissò a un moschettone dietro la schiena, gettò un ultimo sguardo malinconico alla massa di carta sfatta che una volta erano i suoi libri di preghiere e le annotazioni del viaggio. Qualcosa si mosse nell'acqua.
Paul si sollevò in piedi e portò la mano rapidamente al fodero della spada. Ma non trovò l'elsa. La spada non c'era. Il rumore era cessato, ma era stato chiaramente il tonfo di qualcosa che si immerge. O che emerge. Stupidi occhi umani che al buio valgono niente. Avrebbe avuto bisogno di luce ma non c'era modo di procurarsela, al momento. Avrebbe avuto bisogno anche della spada, ma chissà dov'era caduta. Indietreggiò fino a trovarsi con le spalle al muro, lo stesso muro sul quale si era appoggiato al risveglio. Sbadatamente colpì col piede uno dei pezzi di armatura che si era appena tolto. Il gambale metallico rotolò giù seguendo il profilo irregolare del terreno e finì in acqua. Non fece molto rumore, ma nel silenzio di quella caverna tutto sembrava amplificato. Seguirono altri rumori, provenienti da lontano, nel buio. C'erano altre creature? Non era solo. La spada! La spada! Paul si chinò nervosamente e iniziò a tastare il terreno. Sentì qualcosa trascinarsi, altra acqua che sciabordava. Dieci, forse venti metri di distanza. Nel buio assoluto poteva nascondersi qualsiasi cosa, qualsiasi.
Sinth fa che non sia niente di più grosso di me - pregò a denti stretti. Qualcosa di tagliente gli urtò la mano. La spada. Stava per tagliarsi con la propria spada, ma tanto fu il sollievo per averla ritrovata che non si interessò di un taglio in più sulla vecchia pelle del suo braccio. Cercò febbrilmente l'elsa, la raggiunse, sollevò l'arma e rialzandosi la puntò... verso il nulla.

Una coltre nera compatta si stendeva ovunque attorno a lui. Buio, denso e uniforme. Nessun altro rumore, ma si rese conto che stava ansimando troppo forte. Il suono ritmico del proprio respiro era l'unico suono udibile al momento nella grotta. Se qualcosa avesse voluto attaccarlo, respirando affannosamente le stava dando modo di trovarlo. Serrò le labbra, tentò di calmarsi. Cavolo come pesava la spada... o forse era solo colpa della spalla. Ripeté nella propria testa un paio di preghiere di buon auspicio. Non erano mai servite a un cazzo, tranne forse che per calmarsi. Disciplina, controllo, pace. Raggiunsero lo scopo anche stavolta, Paul sentì che il ritmo delle parole lo aiutava ad acquietarsi. Ripeté le preghiere una decina di volte, mentalmente, restando immobile, in silenzio. Era calmo adesso. Ebbe un'idea.
Allungò il braccio in direzione della fievole luce che filtrava dal pozzo, fece scivolare la lama della spada sotto quella luce. L'acciaio era lucido, la luce era poca ma i suoi occhi si erano ormai abituati al buio. Girando il polso orientò il riflesso attorno a sé, per rendersi conto di cosa c'era in quell'antro freddo e scivoloso. La luce riflessa rivelò molte stalagmiti, che formavano creste appuntite attorno a diversi piccoli ruscelli di acqua, che scorreva silenziosa dentro i solchi naturali della pietra. Vide con più chiarezza la vasca di acqua, che riempiva gran parte della caverna. Lo spazio era ampio, il terreno era irregolare, umido, pieno di detriti. Ma non c'era altro, né piante, né muschi, né alghe... né tantomeno grosse creature affamate. Solo roccia e acqua. Cos'era stato allora quel rumore? Forse solo una pietra che scivolava nella polla scura di fronte a lui.
«Paladini senza paura un cazzo.» Sussurrò fra sé e sé.
Posta un commento