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lunedì, luglio 13, 2015
Blog fermo, ma tanta attività sullo sfondo
Ciao a tutti.
È da parecchio che non aggiorno più il mio blog qui su blogspot. La verità è che non ho più molto da dire, qui, in un blog. La maggior parte dei miei fumetti hanno pagine nei social network più famosi, e io stesso ho un profilo pubblico su facebook, instagram, flickr, twitter, google+ e altri ancora.
Per restare aggiornati su quello che faccio, basta cercarmi e aggiungermi su qualsiasi piattaforma preferiate. I miei fumetti potete seguirli gratuitamente su facebook o sulle rispettive pagine di webcomics.it, mentre se volete illustrazioni extra potete finanziare il mio lavoro su Patreon.
Ne approfitto per annunciarvi che a Settembre uscirà la mia prima raccolta di racconti, edita da Del Vecchio Editore e intitolata "Il Karma del Pinolo". Appena avrò novità, ve lo farò sapere!
A presto.
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venerdì, aprile 15, 2011
Freddo e buio

Le dita assenti, il sapore del sangue tra i denti, la testa spaccata da un dolore pulsante.
Paul si trascinò fino alla parete più vicina, dietro di lui, spingendosi con una gamba sola perché l'altra sembrava addormentata. Il rumore dell'armatura che raschiava sulle rocce umide della caverna rimbombò ovunque e tornò alle sue orecchie alimentando il feroce mal di testa. Si poggiò con la schiena e smontò lo spallaccio, allentando le cinghie con molta difficoltà, a causa delle dita intirizzite. Faceva freddo, il respiro si addensava in vapore davanti ai suoi occhi, e il lamento del vento riecheggiava nell'antro lasciando intuire che la tormenta di neve, fuori, non era ancora terminata. Una buona notizia: la spalla stava bene. Un grosso livido bluastro macchiava gran parte del muscolo e scendeva dietro la schiena, ma non c'erano ferite, distorsioni o segni di frattura. Cadendo doveva essere atterrato su quella spalla, salvata in parte dall'armatura.
«Dov'è la spada?» Disse ad alta voce. Sentì il suono della propria voce, ne aveva bisogno. Se senti la tua voce, sei ancora vivo. Provò a ricordare cos'era successo. Il freddo, il cavallo morto... povera bestia... il passo di montagna che stava cercando di attraversare, non gli tornava in mente il nome. Nessun nome. La bufera di neve, come aveva predetto lo stalliere. «Non andate, messere. Nuvole grigie nascondevano compatte il sole all'orizzonte, questa sera, e spirava un freddo vento da nordovest. Sulle creste nevicherà, garantito.»
Garantito. Ma non si poteva rimandare. La visione di una creatura spettrale, ecco l'ultima immagine prima di cadere. Mentre con la faccia nella neve aspettava di morire, aveva visto un volto evanescente tra le rocce. Chiamava il suo nome. Con le ultime forze si era alzato e aveva raggiunto la parete di granito, dove il vento gli sferzava gli occhi e la neve sembrava scagliata sulla sua faccia. La donna fantasma era svanita. Poi un passo falso, era precipitato qui sotto. Buio, e chissà per quanto aveva dormito.
Terminò quella ricapitolazione confusa. La gamba si era svegliata, le dita potevano muoversi (anche se con dolore). Si rialzò in piedi aggrappandosi a una stalagmite. L'umidità della caverna lo aveva salvato dal congelamento, ma sarebbe presto morto di fame. Si sentiva debole, forse aveva la febbre. Lasciò cadere a terra lo spallaccio che ancora teneva in mano, poi slacciò con cura anche il resto dell'armatura. Troppo peso, non sarebbe riuscito a trascinarsi tutto quell'acciaio appresso. Con clangore uno dopo l'altro tutti i pezzi incontrarono il pavimento di pietra.
«Dov'è la spada?» Ripeté nuovamente. Doveva essere lì da qualche parte. Nel buio era difficile scorgerla. Una luce esile illuminava appena la caverna, e doveva provenire dal pozzo dal quale Paul era precipitato. Aveva delle torce nello zaino, ma adesso lo zaino galleggiava in una vasca d'acqua naturale che iniziava a un metro dal suo piede, e sicuramente non sarebbe riuscito ad accenderle. Recuperò comunque lo zaino, svuotandolo di qualsiasi cosa fosse ormai inutile. Le cinghie si erano strappate nella caduta, forse lo zaino aveva impedito alla sua schiena di spezzarsi. Infilò nella borsa da cintura i pochi averi che teneva sempre con sé, arrotolò la corda di seta e la fissò a un moschettone dietro la schiena, gettò un ultimo sguardo malinconico alla massa di carta sfatta che una volta erano i suoi libri di preghiere e le annotazioni del viaggio. Qualcosa si mosse nell'acqua.
Paul si sollevò in piedi e portò la mano rapidamente al fodero della spada. Ma non trovò l'elsa. La spada non c'era. Il rumore era cessato, ma era stato chiaramente il tonfo di qualcosa che si immerge. O che emerge. Stupidi occhi umani che al buio valgono niente. Avrebbe avuto bisogno di luce ma non c'era modo di procurarsela, al momento. Avrebbe avuto bisogno anche della spada, ma chissà dov'era caduta. Indietreggiò fino a trovarsi con le spalle al muro, lo stesso muro sul quale si era appoggiato al risveglio. Sbadatamente colpì col piede uno dei pezzi di armatura che si era appena tolto. Il gambale metallico rotolò giù seguendo il profilo irregolare del terreno e finì in acqua. Non fece molto rumore, ma nel silenzio di quella caverna tutto sembrava amplificato. Seguirono altri rumori, provenienti da lontano, nel buio. C'erano altre creature? Non era solo. La spada! La spada! Paul si chinò nervosamente e iniziò a tastare il terreno. Sentì qualcosa trascinarsi, altra acqua che sciabordava. Dieci, forse venti metri di distanza. Nel buio assoluto poteva nascondersi qualsiasi cosa, qualsiasi.
Sinth fa che non sia niente di più grosso di me - pregò a denti stretti. Qualcosa di tagliente gli urtò la mano. La spada. Stava per tagliarsi con la propria spada, ma tanto fu il sollievo per averla ritrovata che non si interessò di un taglio in più sulla vecchia pelle del suo braccio. Cercò febbrilmente l'elsa, la raggiunse, sollevò l'arma e rialzandosi la puntò... verso il nulla.
Una coltre nera compatta si stendeva ovunque attorno a lui. Buio, denso e uniforme. Nessun altro rumore, ma si rese conto che stava ansimando troppo forte. Il suono ritmico del proprio respiro era l'unico suono udibile al momento nella grotta. Se qualcosa avesse voluto attaccarlo, respirando affannosamente le stava dando modo di trovarlo. Serrò le labbra, tentò di calmarsi. Cavolo come pesava la spada... o forse era solo colpa della spalla. Ripeté nella propria testa un paio di preghiere di buon auspicio. Non erano mai servite a un cazzo, tranne forse che per calmarsi. Disciplina, controllo, pace. Raggiunsero lo scopo anche stavolta, Paul sentì che il ritmo delle parole lo aiutava ad acquietarsi. Ripeté le preghiere una decina di volte, mentalmente, restando immobile, in silenzio. Era calmo adesso. Ebbe un'idea.
Allungò il braccio in direzione della fievole luce che filtrava dal pozzo, fece scivolare la lama della spada sotto quella luce. L'acciaio era lucido, la luce era poca ma i suoi occhi si erano ormai abituati al buio. Girando il polso orientò il riflesso attorno a sé, per rendersi conto di cosa c'era in quell'antro freddo e scivoloso. La luce riflessa rivelò molte stalagmiti, che formavano creste appuntite attorno a diversi piccoli ruscelli di acqua, che scorreva silenziosa dentro i solchi naturali della pietra. Vide con più chiarezza la vasca di acqua, che riempiva gran parte della caverna. Lo spazio era ampio, il terreno era irregolare, umido, pieno di detriti. Ma non c'era altro, né piante, né muschi, né alghe... né tantomeno grosse creature affamate. Solo roccia e acqua. Cos'era stato allora quel rumore? Forse solo una pietra che scivolava nella polla scura di fronte a lui.
«Paladini senza paura un cazzo.» Sussurrò fra sé e sé.
venerdì, maggio 28, 2010
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domenica, febbraio 21, 2010
Amico freddo
Era da tantissimo tempo che Paul non si fermava a guardare il cielo notturno. Il freddo intenso non gli dava più fastidio, anzi quella morsa gelida gli sembrava quasi il gesto d'affetto di un amico per troppo tempo incompreso. Le dita intorpidite, i piedi quasi congelati negli stivali inzuppati dalla neve, tutto era come un promemoria del fatto che era ancora vivo. Con un gesto lento si tolse la neve dai capelli e dalla barba, e tornò a rivolgere gli occhi al cielo. Quello squarcio di manto azzurro che le fronde degli alberi lasciavano intravedere, e che la luna per quella notte sembrava avere abbandonato.
Si accorse di quanto fosse disperata la sua ricerca, addirittura di quanto fosse difficile riuscire ad uscirne vivo. Ma riguardando al passato, a tutta la strada compiuta, a tutti quei passi fatti uno dopo l'altro senza mai sentirsi arrivato da nessuna parte, non aveva alcun rimpianto. Tra le gelide alture attorno a lui esisteva un luogo perduto da secoli, remoto, silenzioso nel ventre della roccia, inalterato, sepolto. In attesa. Non c'erano più viveri nella sua bisaccia, cacciare qualcosa diventava ogni settimana più difficile (come se fosse stato mai bravo a farlo!). Ma il cielo restava lì, immutabile ed eterno, ad accogliere il suo sguardo ed ogni sua eventuale preghiera.
La risata della driade riecheggiò tra i fusti degli alberi attorno, sempre più sottile. Paul si rialzò in piedi e la ringraziò mentalmente. Se la mano gentile di un essere tanto incredibile non gli avesse afferrato il polso, poche ore fa, sarebbe stato ancora immobile nella neve, sconfitto dalla fame e dal freddo. Che intenzioni aveva quella creatura? Straordinaria ed ambigua. Il tempo di guardarla negli occhi ed era già scomparsa. Paul aveva afferrato la sua spada, tentando di difendersi, e solo allora si era reso conto di avere ancora forza nelle braccia. Chi l'aveva mandata, e perché? Sentiva ancora la sua voce bisbigliare in lontananza.
Si strinse il mantello attorno all'armatura, e con passi lenti si mosse verso un riparo tra le rocce. Gli stivali affondavano nella neve ben oltre il ginocchio, il ghiaccio mordeva le gambe e rendeva affannoso addirittura il respiro. Vide un'ombra tra gli alberi, e poi di nuovo una risata.
"Chi sei?" Gridò nel vuoto. Le parole gli si strozzarono in gola, per pronunciarle ingerì una grossa nuvola di aria gelida. Non sperava in una risposta, in fondo. Le driadi non danno risposte, e nemmeno aiuto. Le leggende parlando di persone tratte in inganno dalle driadi, le driadi non salvano la vita ai viaggiatori erranti.
Raggiunse una fenditura nelle rocce, al riparo dal vento e dalla neve. Dalla fenditura sembrava provenire un respiro caldo e discontinuo. Una corrente? La montagna è cava. Barcollò all'interno e rotolò goffamente in terra, in un letto di pietrisco aguzzo. Sentiva la corrente calda sul volto. Comprese di essere salvo, per il momento. Il freddo non l'avrebbe ucciso, non questa notte, non adesso. Era un amico gentile, bastava fargli capire di non aver bisogno di lui, se ne sarebbe andato. Restò immobile, mentre scivolava nel sonno. Sognò la driade e la sua risata.
giovedì, dicembre 07, 2006
Paul e la Driade Eleit
Dorf cavalcava veloce saltando sterpi, cespugli e muri di rovi.
La nebbia era ovunque, circondava il paladino e il suo cavallo in ogni direzione impedendogli di vedere dove stava andando e dove si trovava. Il bosco delle nebbie li aveva inghiottiti di nuovo, ma stavolta Paul sembrava determinato ad arrivare alla meta.
"Aspetta, Dorf!" Gridò Paul tirando le briglie. Il cavallo si inchiodò impennandosi e quando ricadde a terra il tonfo degli zoccoli sembrò rimbalzare di ramo in ramo fino a dispendersi nel silenzio.
C'era una luce, poco distante, un lume pallido ed evanescente. Il paladino girò la cavalcatura in quella direzione e si avvicinò con andatura cauta.
Una driade sedeva su un ramo. I suoi capelli biondi erano intrecciati con fili d'erba e fiori, i suoi occhi azzurri sembravano acqua di ruscello. Il corpo era dello stesso colore della betulla sulla quale sedeva, un bianco candido striato di venature più scure. La driade osservò il cavaliere e il suo cavallo avvicinarsi fin sotto l'albero. In mano teneva una lanterna, attorno alla quale volava uno sciame di falene.
"Hai perso la strada, viandante?" Chiese. La sua voce era calma e leggera. Il silenzio non sembrava disturbato dal suo parlare. Quando parlò Paul invece, il bosco sembrava risentirsi.
"Non ho una strada da seguire. Devo raggiungere il cuore del bosco."
La ninfa sembrò sorridere. Era difficile dire se lo stesse facendo malignamente o meno.
"Sei un cavaliere di grande ambizione se desideri raggiungere il centro del bosco. Le nebbie non te lo permetteranno. Vagherai tra gli alberi per giorni, finché la stanchezza non ti consumerà, e allora pregherai per trovare l'uscita, e sarai fortunato se gli spiriti te lo concederanno."
"Ho già avuto questa fortuna." Rispose deciso Paul. "Ma sono entrato di nuovo nel bosco."
La driade sollevò la lampada e illuminò meglio il volto del cavaliere sotto di lei. Le falene si dispersero per qualche secondo, mentre gli occhi lucenti della creatura fatata fissavano quelli del paladino.
"Sei sincero. Il bosco ha lasciato un segno dentro di te. Riconosco chi sopravvive alle nebbie."
Con un balzò saltò su un ramo più basso.
"Il mio nome è Eleit. Se vuoi raggiungere il cuore del bosco posso aiutarti. Ma non è detto che tu ci riesca, nemmeno con il mio aiuto."
Paul era deciso ad andare avanti.
"Quando aprirò questa lanterna, la luce volerà via verso il cuore del bosco. Dovrai seguirla e non perderla mai di vista. Non si fermerà ad aspettarti, dovrai rinunciare a dormire e mangiare. Anche se non volerà veloce non potrai permetterti di aggirare fiumi o fossati, o scomparirà nella nebbia e tu perderai per sempre la possibilità di giungere alla meta."
Il paladino strinse le briglie del cavallo. Aveva altra scelta? Poteva forse tornare indietro ormai? Era stanco di vagare senza meta nel bosco. Avrebbe colto quella possibilità, con tutti i rischi che comportava. La driade sorrise di nuovo, e con un gesto che sembrò solenne aprì la lanterna.
La nebbia era ovunque, circondava il paladino e il suo cavallo in ogni direzione impedendogli di vedere dove stava andando e dove si trovava. Il bosco delle nebbie li aveva inghiottiti di nuovo, ma stavolta Paul sembrava determinato ad arrivare alla meta.
"Aspetta, Dorf!" Gridò Paul tirando le briglie. Il cavallo si inchiodò impennandosi e quando ricadde a terra il tonfo degli zoccoli sembrò rimbalzare di ramo in ramo fino a dispendersi nel silenzio.
C'era una luce, poco distante, un lume pallido ed evanescente. Il paladino girò la cavalcatura in quella direzione e si avvicinò con andatura cauta.
Una driade sedeva su un ramo. I suoi capelli biondi erano intrecciati con fili d'erba e fiori, i suoi occhi azzurri sembravano acqua di ruscello. Il corpo era dello stesso colore della betulla sulla quale sedeva, un bianco candido striato di venature più scure. La driade osservò il cavaliere e il suo cavallo avvicinarsi fin sotto l'albero. In mano teneva una lanterna, attorno alla quale volava uno sciame di falene.
"Hai perso la strada, viandante?" Chiese. La sua voce era calma e leggera. Il silenzio non sembrava disturbato dal suo parlare. Quando parlò Paul invece, il bosco sembrava risentirsi.
"Non ho una strada da seguire. Devo raggiungere il cuore del bosco."
La ninfa sembrò sorridere. Era difficile dire se lo stesse facendo malignamente o meno.
"Sei un cavaliere di grande ambizione se desideri raggiungere il centro del bosco. Le nebbie non te lo permetteranno. Vagherai tra gli alberi per giorni, finché la stanchezza non ti consumerà, e allora pregherai per trovare l'uscita, e sarai fortunato se gli spiriti te lo concederanno."
"Ho già avuto questa fortuna." Rispose deciso Paul. "Ma sono entrato di nuovo nel bosco."
La driade sollevò la lampada e illuminò meglio il volto del cavaliere sotto di lei. Le falene si dispersero per qualche secondo, mentre gli occhi lucenti della creatura fatata fissavano quelli del paladino.
"Sei sincero. Il bosco ha lasciato un segno dentro di te. Riconosco chi sopravvive alle nebbie."
Con un balzò saltò su un ramo più basso.
"Il mio nome è Eleit. Se vuoi raggiungere il cuore del bosco posso aiutarti. Ma non è detto che tu ci riesca, nemmeno con il mio aiuto."
Paul era deciso ad andare avanti.
"Quando aprirò questa lanterna, la luce volerà via verso il cuore del bosco. Dovrai seguirla e non perderla mai di vista. Non si fermerà ad aspettarti, dovrai rinunciare a dormire e mangiare. Anche se non volerà veloce non potrai permetterti di aggirare fiumi o fossati, o scomparirà nella nebbia e tu perderai per sempre la possibilità di giungere alla meta."
Il paladino strinse le briglie del cavallo. Aveva altra scelta? Poteva forse tornare indietro ormai? Era stanco di vagare senza meta nel bosco. Avrebbe colto quella possibilità, con tutti i rischi che comportava. La driade sorrise di nuovo, e con un gesto che sembrò solenne aprì la lanterna.
sabato, settembre 02, 2006
Prima o poi finisce tutto
Un mese di tempo.
Paul aveva solo un mese per raggiungere il cuore del bosco e portare a termine la sua missione. Una missione che lo aveva impegnato per mesi, da quando aveva lasciato il tempio.
"Il richiamo per qualcosa di inesplorato può vincere sul buonsenso e sulla disciplina" Dicevano i suoi maestri. Ma Paul era sicuro di riuscire, di trovare un albero Amaranto e poterlo toccare. Molti avevano tentato, prima di lui, pochi erano riusciti, e qualche volta le loro speranze si erano tramutate in illusioni. Ma Paul aveva fede, aveva forza d'animo.
O perlomeno l'aveva quando iniziò la sua ricerca. Il bosco delle nebbie. Aveva perso giorni e giorni tra gli alberi dalle foglie grigie che crescevano in quel posto. L'unica luce era quella dell'alba e del tramonto, poi la foschia inghiottiva il sole e le giornate si ripetevano tutte identiche. Niente pioggia, niente vento. Solo il sussurrio sommesso delle fronde scosse da forze misteriose, o forse da creature invisibili.
Era riuscito ad uscirne, per un attimo. Stremato si era trascinato alla locanda più vicina, era rimasto privo di sensi per giorni. Ed ora, mentre le dita delle sue mani ricominciavano a rispondere alla sua volontà, mentre la paralisi lentamente svaniva, solo ora si rendeva conto che aveva rinunciato a tutto per un sogno... e poi aveva lasciato che il sogno svanisse.
Doveva tornare nel bosco. Prima della festa di autunno, prima che lo trovassero, prima che il Beholder tornasse a cercarlo. Toccare l'albero di Amaranto, permettere ai propri sogni di mettere radici... completare la sua cerca una volta per tutte.
Strinse le dita in un pugno. Strinse così forte che ebbe la sensazione di sentirle quasi fratturarsi. Poi mosse il braccio, riuscì a farlo, e a girare il piede, e rivolse gli occhi in alto, fissò le travi del soffitto... e gridò a squarciagola. L'oste e numerose altre persone accorsero, nonostante fosse quasi l'alba.
"Per la grandezza del cielo! Messere, cosa succede?"
Paul si accasciò al suolo, stremato. Gli ospiti della locanda che si erano svegliati lo circondarono, mentre l'oste gli sollevò la testa. Chiese ad uno dei presenti di portare una brocca di acqua fresca e di chiamare un guaritore.
"No... non ce n'è bisogno... - mormorò il paladino, ritrovando la voce nel profondo della gola - C'era un beholder, mi aveva... paralizzato... ma ora sto bene... ho solo bisogno di riposare."
Il proprietario sgranò gli occhi e spalancò la bocca. Quei pochi denti che aveva ancora in bocca sembravano tremare. Arrivò la brocca di acqua, ne versarono un po' sulle labbra di Paul. Poi lo appoggiarono al muro del corridoio e si divisero per pattugliare le strade, alla ricerca del mostro.
"Non lo troverete, è andato via." Li avvertì Paul.
Si fermarono.
"Come lo sapete?"
"Cercava me. Ma non era ancora il momento."
"Il momento... per cosa?" chiese uno degli ospiti, che aveva già impugnato una spada corta.
"Il mio momento." Rispose il paladino. Strinse il suo simbolo sacro, e si alzò in piedi.
Paul aveva solo un mese per raggiungere il cuore del bosco e portare a termine la sua missione. Una missione che lo aveva impegnato per mesi, da quando aveva lasciato il tempio.
"Il richiamo per qualcosa di inesplorato può vincere sul buonsenso e sulla disciplina" Dicevano i suoi maestri. Ma Paul era sicuro di riuscire, di trovare un albero Amaranto e poterlo toccare. Molti avevano tentato, prima di lui, pochi erano riusciti, e qualche volta le loro speranze si erano tramutate in illusioni. Ma Paul aveva fede, aveva forza d'animo.
O perlomeno l'aveva quando iniziò la sua ricerca. Il bosco delle nebbie. Aveva perso giorni e giorni tra gli alberi dalle foglie grigie che crescevano in quel posto. L'unica luce era quella dell'alba e del tramonto, poi la foschia inghiottiva il sole e le giornate si ripetevano tutte identiche. Niente pioggia, niente vento. Solo il sussurrio sommesso delle fronde scosse da forze misteriose, o forse da creature invisibili.
Era riuscito ad uscirne, per un attimo. Stremato si era trascinato alla locanda più vicina, era rimasto privo di sensi per giorni. Ed ora, mentre le dita delle sue mani ricominciavano a rispondere alla sua volontà, mentre la paralisi lentamente svaniva, solo ora si rendeva conto che aveva rinunciato a tutto per un sogno... e poi aveva lasciato che il sogno svanisse.
Doveva tornare nel bosco. Prima della festa di autunno, prima che lo trovassero, prima che il Beholder tornasse a cercarlo. Toccare l'albero di Amaranto, permettere ai propri sogni di mettere radici... completare la sua cerca una volta per tutte.
Strinse le dita in un pugno. Strinse così forte che ebbe la sensazione di sentirle quasi fratturarsi. Poi mosse il braccio, riuscì a farlo, e a girare il piede, e rivolse gli occhi in alto, fissò le travi del soffitto... e gridò a squarciagola. L'oste e numerose altre persone accorsero, nonostante fosse quasi l'alba.
"Per la grandezza del cielo! Messere, cosa succede?"
Paul si accasciò al suolo, stremato. Gli ospiti della locanda che si erano svegliati lo circondarono, mentre l'oste gli sollevò la testa. Chiese ad uno dei presenti di portare una brocca di acqua fresca e di chiamare un guaritore.
"No... non ce n'è bisogno... - mormorò il paladino, ritrovando la voce nel profondo della gola - C'era un beholder, mi aveva... paralizzato... ma ora sto bene... ho solo bisogno di riposare."
Il proprietario sgranò gli occhi e spalancò la bocca. Quei pochi denti che aveva ancora in bocca sembravano tremare. Arrivò la brocca di acqua, ne versarono un po' sulle labbra di Paul. Poi lo appoggiarono al muro del corridoio e si divisero per pattugliare le strade, alla ricerca del mostro.
"Non lo troverete, è andato via." Li avvertì Paul.
Si fermarono.
"Come lo sapete?"
"Cercava me. Ma non era ancora il momento."
"Il momento... per cosa?" chiese uno degli ospiti, che aveva già impugnato una spada corta.
"Il mio momento." Rispose il paladino. Strinse il suo simbolo sacro, e si alzò in piedi.
sabato, agosto 19, 2006
Occasioni perdute
"Sono sbalordito" disse il Beholder.
La sua labbra si aprivano e chiudevano sulle file di denti aguzzi e ingialliti. Rivolse verso Paul un numero decisamente eccessivo di tentacoli oculari, considerato il fatto che il paladino era immobilizzato. L'enorme creatura fluttuante uscì dalla stanza e girò lentamente attorno a lui.
"Avevi una cerca da compiere. Hai abbandonato il tempio, hai viaggiato per lungo tempo, hai attraversato persino il bosco delle nebbie... E per cosa? L'estendersi del tragitto ti ha svuotato delle energie, sei demotivato, stanco, malato... e la tua meta è ancora lontana. Ho seguito il tuo incedere fino a questa locanda puzzolente, e ora mi domando cosa ti ha spinto fin qui."
Dieci piccoli occhi erano puntati sul paladino, immobilizzato. L'occhio principale, quelli che roteava disgustosamente al centro del corpo sferico dell'aberrazione, evitava di fissare nella sua direzione. L'avrebbe involontariamente liberato. L'occhio centrale dissolveva ogni magia al solo sguardo. Un beholder non fissa mai le vittime dei suoi incantesimi, non con l'occhio centrale. Ne ha a disposizione altri dieci.
"E' chiaro che non puoi rispondermi. Mi secca doverti lasciare senza aver concluso nulla. Ma sappi che ti stiamo osservando. Non puoi sfuggire al tuo destino avverso, noi siamo parte della tua esistenza, sempre presenti. Non dimenticarlo."
Detto questo, scomparve nel buio del corridoio.
La sua labbra si aprivano e chiudevano sulle file di denti aguzzi e ingialliti. Rivolse verso Paul un numero decisamente eccessivo di tentacoli oculari, considerato il fatto che il paladino era immobilizzato. L'enorme creatura fluttuante uscì dalla stanza e girò lentamente attorno a lui.
"Avevi una cerca da compiere. Hai abbandonato il tempio, hai viaggiato per lungo tempo, hai attraversato persino il bosco delle nebbie... E per cosa? L'estendersi del tragitto ti ha svuotato delle energie, sei demotivato, stanco, malato... e la tua meta è ancora lontana. Ho seguito il tuo incedere fino a questa locanda puzzolente, e ora mi domando cosa ti ha spinto fin qui."
Dieci piccoli occhi erano puntati sul paladino, immobilizzato. L'occhio principale, quelli che roteava disgustosamente al centro del corpo sferico dell'aberrazione, evitava di fissare nella sua direzione. L'avrebbe involontariamente liberato. L'occhio centrale dissolveva ogni magia al solo sguardo. Un beholder non fissa mai le vittime dei suoi incantesimi, non con l'occhio centrale. Ne ha a disposizione altri dieci.
"E' chiaro che non puoi rispondermi. Mi secca doverti lasciare senza aver concluso nulla. Ma sappi che ti stiamo osservando. Non puoi sfuggire al tuo destino avverso, noi siamo parte della tua esistenza, sempre presenti. Non dimenticarlo."
Detto questo, scomparve nel buio del corridoio.
venerdì, maggio 19, 2006
Paul e le risorse segrete
Mentre il Beholder si aggirava per la stanza, il paladino non poteva muoversi in alcun modo. La creatura roteava gli occhi in ogni direzione, ispezionando la camera male illuminata della locanda, alla ricerca di qualcosa che Paul non sapeva. Fluttuando volse il ciclopico occhio centrale altrove, continuando a fissare la sua vittima paralizzata con almeno tre dei suoi dieci occhi tentacolari. Ma il campo antimagia si scostò da Paul nell'istante in cui il Beholder gli volse le spalle.
Paul riuscì a ruotare lo sguardo, e i suoi occhi, spostandosi ai limiti del campo visivo, riuscirono a intravedere la sua spada, poggiata ai piedi del letto. La spada reagì vibrando. Era fuori dal campo magico anch'essa.
"Cosa si prova ad essere paralizzati, paladino? Cosa si prova a non potersi muovere, ad essere estratti dal tempo e da ogni contesto? Fermo... Immobile... Senza possibilità di cambiare la propria condizione, di migliorarla, di agire... Cosa si prova?"
Il Beholder parlava a se stesso. Paul non poteva rispondere.
Paul riuscì a ruotare lo sguardo, e i suoi occhi, spostandosi ai limiti del campo visivo, riuscirono a intravedere la sua spada, poggiata ai piedi del letto. La spada reagì vibrando. Era fuori dal campo magico anch'essa.
"Cosa si prova ad essere paralizzati, paladino? Cosa si prova a non potersi muovere, ad essere estratti dal tempo e da ogni contesto? Fermo... Immobile... Senza possibilità di cambiare la propria condizione, di migliorarla, di agire... Cosa si prova?"
Il Beholder parlava a se stesso. Paul non poteva rispondere.
lunedì, gennaio 30, 2006
Paul nel limbo dei senza scelta
In pochi secondi Paul si rese conto di essere paralizzato.
Lo sguardo del Beholder aveva sortito il suo effetto. Non riusciva più a controllare i suoi arti, che sembravano irrigiditi e tesi. A malapena poteva ruotare gli occhi e seguire la terrificante creatura fluttuante mentre gli ruotava intorno.
"Cosa c'è che ti impedisce di muoverti, paladino?"
Chiedeva, vomitando fiato dalle fauci irte di denti. Paul fissava l'occhio centrale del Beholder, quella pupilla nera e enorme, lucida e buia, inquietante. E tutto ciò che risuciva a scorgere in quel nero era la sua immagine, distorta e deforme. Cosa gli impediva di muoversi? Cosa gli impediva di fare un passo avanti e uscire da quella situazione così disagevole.
"Stai cercando di fare forza sulla tua muscolatura, suppongo..."
I tentacoli del Beholder riuscivano ad osservare l'espressione silenziosa del volto di Paul da qualsiasi angolazione. Potevano forse attraversarlo da parte a parte? Leggere la sua mente? Analizzare la sua anima?
No, non potevano. Ma undici punti di vista erano meglio di uno solo. E uno solo esterno sarebbe bastato per capire che il paladino non aveva nessuna idea di come uscire da quel guaio.
"...Sbagli strada paladino. Sbagli strada. Dove credi che ti condurrà il tuo appellarti alla volontà? La tua volontà non ha potere. La mia magia l'ha resa impotente. Non puoi contare su di essa, e quindi non puoi liberarti con la forza."
Niente libertà. Niente forza. Cosa gli rimaneva?
Lo sguardo del Beholder aveva sortito il suo effetto. Non riusciva più a controllare i suoi arti, che sembravano irrigiditi e tesi. A malapena poteva ruotare gli occhi e seguire la terrificante creatura fluttuante mentre gli ruotava intorno.
"Cosa c'è che ti impedisce di muoverti, paladino?"
Chiedeva, vomitando fiato dalle fauci irte di denti. Paul fissava l'occhio centrale del Beholder, quella pupilla nera e enorme, lucida e buia, inquietante. E tutto ciò che risuciva a scorgere in quel nero era la sua immagine, distorta e deforme. Cosa gli impediva di muoversi? Cosa gli impediva di fare un passo avanti e uscire da quella situazione così disagevole.
"Stai cercando di fare forza sulla tua muscolatura, suppongo..."
I tentacoli del Beholder riuscivano ad osservare l'espressione silenziosa del volto di Paul da qualsiasi angolazione. Potevano forse attraversarlo da parte a parte? Leggere la sua mente? Analizzare la sua anima?
No, non potevano. Ma undici punti di vista erano meglio di uno solo. E uno solo esterno sarebbe bastato per capire che il paladino non aveva nessuna idea di come uscire da quel guaio.
"...Sbagli strada paladino. Sbagli strada. Dove credi che ti condurrà il tuo appellarti alla volontà? La tua volontà non ha potere. La mia magia l'ha resa impotente. Non puoi contare su di essa, e quindi non puoi liberarti con la forza."
Niente libertà. Niente forza. Cosa gli rimaneva?
lunedì, gennaio 09, 2006
Paul e il Beholder

Paul si svegliò ne mezzo della notte. Un rumore strano l'aveva disturbato nel sonno, un sussurrìo, uno strascicarsi di parole che sembrava il sibilìo di un serpente ma che invece era un susseguirsi rapido di parole... "Fine... Sensazione... Genesi... Inevitabile".
Il paladino afferrò la spada e scese dal letto. La finestra aperta mostrava i campi attorno alla locanda immersi nella notte e nel silenzio.
"Fine" pensò Paul. Qualcosa sta per finire. Qualcosa finisce sempre. E' così che va il mondo. Si avvicinò alla parete vicino alla porta e spiò attraverso la fessura tra i cardini. Il corridoio esterno era illuminato dalla luce di lanterne ad olio e, almeno di fronte alla porta della sua camera, sembrava deserto.
"Sensazione"... Quale sensazione? Smarrimento, freddo, incertezza, paura. Paul passò in rassegna il suo stato d'animo. Cosa c'èra che lo rendeva così inquieto? Tornò indietro e infilò velocemente qualche vestito pesante. Lasciò l'armatura, indossarla avrebbe rischiesto troppo tempo. Con lentezza aprì la porta della stanza.
"Genesi". Qualcosa è stato creato. Un nuovo passo in una direzione. Ma sarà la direzione giusta? Esiste una direzione giusta? Un'ombra si mosse, avanzando lentamente dal fondo del corridoio. Paul strinse l'elsa della sua spada. La spada cominciò a vibrare, carica di energia magica. L'ombra si fece avanti, uscendo dalle tenebre. Un nugolo di tentacoli si intrecciavano su un ciclopico volto sospeso. Ogni tentacolo terminava con un occhio. Nessun naso, decine di denti aguzzi, un grosso occhio centrale, niente corpo né arti. Si trattava di un Beholder, un osservatore.
"Inevitabile". Lo era? Era inevitabile? E se non lo era come prevedere quale mossa sarebbe stata giusta, a quel punto? Un solo gesto del Beholder e Paul sarebbe svanito, disintegrato, ridotto in povere. Il paladino restò immobile e in silenzio, attendendo che la creatura facesse la prima mossa.
lunedì, settembre 19, 2005
Paul e Leettel Evilvase
La febbre restò nel suo corpo per quindici giorni. La chiamavano il Male delle Nebbie, e la maggior parte degli avventurieri che attraversavano il Bosco finivano per ammalarsi.
Paul si sentiva debole, aveva sudori freddi e frequenti sogni lo accompagnavano durante l'incerto sonno. Una notte, durante il sonno, tornò ai tempi degli addestramenti nel tempio di Tyr, quando era ancora un giovane allievo e la sollevare la spada era un'enorme fatica. Gli apparve in sogno Leettel Evilvase, la maestra elfa che gli aveva insegnato a comprendere le antiche scritture e i versi dei saggi di Faerun. Leettel era morta. Era accaduto molto tempo dopo, Paul era già stato investito da diversi anni. Leettel si trovava nel cortile del tempio e stava leggendo alcune delle profezie di Alaundo agli allievi, quando d'improvviso cadde a terra. E non si rialzò mai più.
I sacerdoti del tempio parlarono per molti giorni di una maledizione, altri di sangue avvelenato e addirittura di una cospirazione. Paul invece ebbe l'ennesima conferma che gli dei non potevano assolutamente intervenire presso il Piano Materiale. Perché se avessero potuto, se le loro opere miracolose fossero realtà, se avessero il potere di sollevare i mari, dispensare morte e dirigere i venti, allora sarebbe giusto non solo ringraziarli se la sventura ci evita, ma anche maledirli quando essa ci coglie.
Invece i miracoli, quelli veri, sono quelli operati dai credenti grazie alla fede, cioè le opere. Tyr non compiva miracoli, si aspettava invece che i suoi paladini fossero il miracolo. Forse era questo l'ultimo insegnamento che aveva ricevuto da Leettel.
Si svegliò rompendo il sogno e nel buio raggiunse e strinse la l'elsa della sua spada.
La pioggia non gli avrebbe impedito, l'indomani, di ripartire.
venerdì, luglio 22, 2005
Paul e il Picchio Muto
Paul legò Dorf nella stalla e lasciò due monete d'argento al ragazzo che si sarebbe occupato degli animali. "Trattalo bene" gli disse. Il ragazzo annuì vigorosamente ammirando le monete nel suo palmo.
Entrando nella locanda fu subito avvolto dall'odore di carne arrostita e ortaggi bolliti. L'aria ne era satura. Numerose persone dalle vesti umili e dai volti scavati dalla fatica sorseggiavano pinte di birra riunite attorno a vecchi tavolini di legno. I loro sguardi stanchi si rivolsero verso il paladino quando Paul fece il suo ingresso. L'armatura e le effigi gli garantivano di essere subito riconosciuto ovunque come un servitore della fede, anche se la sua armatura era sporca, i suoi stivali infangati e il suo volto provato dal lungo viaggio.
"Signore, vi sentite bene?" Chiese immediatamente il vecchio oste. Era un signore magro dalla pelle bruna e con lunghi capelli bianchi. Uno dei suoi occhi aveva perso la vista, la pupilla era ormai solo uno spettro grigio immerso nella sua iride sbiadita.
"Tutto bene, sono solo stanco.... non dormo da qualche giorno."
"Voi avete attraversato il bosco nebbioso, non è così?"
L'oste puntò il dito ossuto verso Paul. La risposta era abbastanza scontata. La locanda si trovava proprio al margine del bosco e all'inizio di una grossa vallata. Paul aveva letto l'insegna a stento, illuminata dal chiaro della luna: il Picchio Muto.
"Vorrei una stanza." Chiese il paladino.
L'oste si allontanò e tornò con una chiave.
"La seconda stanza a sinistra, se serve dell'acqua calda basta chiamare."
"Grazie." disse il Paladino. Ora aveva bisogno di dormire.
mercoledì, luglio 13, 2005
Paul e il mattino silenzioso
Il drago Slept restò a distanza quella notte. Forse il silenzio del bosco nebbioso aveva attenuato la sua fame, o forse si era distratto, ammaliato da qualche meraviglia nascosta tra gli alberi.
Paul si svegliò comunque dopo poche ore, abituato ormai a non dormire più di quanto non fosse strettamente necessario. Aveva fame, ma non poteva rischiare di addentrarsi nelle nebbie per cacciare, e la sua bisaccia era quasi vuota. Addentò un tozzo di pane nero, bevve un sorso d'acqua, quindi risistemò ogni cosa sulla schiena di Dorf.
Non riusciva ad individuare il sole. La foschia velava il giorno e le chiome degli alberi sembravano trattenerla al di sotto dei rami. Doveva raggiungere la fine del bosco, trovare del cibo per Dorf e chiedere indicazioni.
Non aveva più meta né missione.
mercoledì, giugno 22, 2005
Paul e il bosco senza fine
D'improvviso Paul sentì un dolore alla testa.
Non un dolore forte, anzi forse nemmeno un dolore. Come una fastidiosa sensazione che si propagava da una tempia all'altra, una scarica di avvertimento di qualcosa che non andava.
Tirò le briglie di Dorf per comunicare al cavallo di fermarsi.
Ebbe un giramento di testa, gli alberi vorticavano senza ribaltarsi, il silenzio del bosco nebbioso si fece per un attimo assordante. Si poggiò alla corteccia ruvida di un tronco.
Forse lo scontro con l'Assassino Bianco l'aveva stancato oltre misura. Aveva dormito poco e il drago Slept era da qualche parte lì intorno, immerso nella nebbia, in attesa del suo momento. O forse la stanchezza non c'entrava nulla, era il bosco. L'aria immobile, l'umidità perenne, la foschia che sembrava anestetizzare ogni senso.
Quanto mancava al margine del bosco? Era in cammino ormai da quasi un giorno, e per quanto non potesse esserne sicuro si fidava dell'orientamento di Dorf e del fatto che aveva percorso la distanza in linea il più possibile diretta.
Di nuovo un mancamento. Il paladino si sedette su una roccia circondata da cespugli umidi e coperta da grassi muschi. "Ho bisogno di riposare" Pensò.
Legò Dorf all'albero e slegò una coperta dalla sella, poi sfoderò la spada, la sua fidata lama. Si sedette alla base dell'albero coprendosi con la coperta e stringendo l'elsa.
Sprofondò in un sonno senza sogni.
lunedì, giugno 20, 2005
Paul e la meta perduta
Il bosco nebbioso scivolava attorno a Paul e a Dorf come un velo silenzioso sul quale erano disegnate ombre di alberi e di cespugli. Il sole del giorno splendeva spettrale oltre il muro impenetrabile di foschia, che impediva di vedere oltre dieci metri dal proprio naso.
Paul si sarebbe già perso se non fosse per gli incantesimi lanciati su Dorf. Era una cavalcatura speciale, dotata di poteri soprannaturali grazie alle magie infuse nel proprio corpo dai sacerdoti del tempio. Dorf sapeva che strada seguire, Paul si limitava a farsi guidare camminandogli a fianco, stringendo le briglie.
Il tempio lo voleva morto, il tempio lo voleva eroe. Il tempio lo disprezzava, per il tempio era indispensabile. Il tempio lo aveva istruito, il tempio lo rinnegava. I pensieri vorticavano turbinosi nella mente del paladino. Cosa si aspettavano da lui, ora? Devozione? Disprezzo? Indifferenza? Quella non l'avrebbe saputa dare.
Quando era un allievo si stupiva di come le azioni scaturite dalle migliori intenzioni potessero essere fraintese e ribaltate nei significati. Una volta gli ordinarono di colpire uno scudo attaccato ad un asta di legno, di colpirlo con la spada finché fosse caduto a terra. Gli altri allievi colpivano lo scudo ripetutamente e con forza, finché l'asta non si spezzava e lo scudo cadeva a terra. Paul pensò che si trattasse di una prova di strategia. Si avvicinò e con un sol colpo tagliò l'asta che reggeva lo scudo, facendola cadere.
Il diacono Kohlaas gli inflisse dieci giorni di isolamento e preghiera, rimproverandolo di non osare mai più prendersi gioco dei suoi maestri.
domenica, maggio 22, 2005
Paul e la confessione dell'Assassino
Paul diede qualche minuto al suo assalitore per riprendersi.
Dalla ferita sulla gamba dell'assassino continuava a uscire sangue, e le vesti bianche del sicario ormai erano divenute simili ad un sudario.
Il paladino allora si avvicinò, e raccogliendo un poco di potere divino nel palmo della mani rimarginò la ferita. L'assassino aveva comunque perso molto sangue e la sua fronte (l'unica parte del corpo non avvolta nei drappi di stoffa bianca) era madida di sudore.
"Chi ti ha ingaggiato? Chi è che mi vuole morto?"
L'assassino roteò gli occhi, poi li strinse superando il dolore e si convinse a parlare:
"Nella stessa dimora dove riposa chi confida in te, ci sono persone che non tollerano la tua esistenza. Il tuo modo di agire e di pensare è pericoloso per loro... Ma puoi essere ancora utile ai loro scopi."
Paul si sedette su un tronco di un albero abbattuto dal vento. La nebbia perenne che avvolgeva gli alberi attorno alla radura sembrava sibilare parole incomprensibili.
"Io non ho altro scopo che servire il tempio. La mia cerca è per loro. Deve esserci un traditore tra i luminari del tempio, qualcuno che opera nell'ombra e che vuole distruggermi..."
L'assassino sorrise, scoprendo i denti macchiati di sangue.
"Presuntuoso... Sciocco... Pensi davvero di essere così importante da spingere i luminari a prendere la decisione di eliminarti? No... il loro agire è contro tutti coloro che hanno preso una strada diversa. Contro tutti coloro che si sono allontanati.
Non c'è nessun tradimento, le loro decisioni sono prese alla luce del sole, anche chi non le condivide non fa nulla per opporvisi, perchè la morale non è che un'ostacolo. Lo scopo dei luminari è la salvaguardia del codice. Esso può essere salvaguardato anche da iniziative contradditorie o addirittura in contrasto fra loro... Ciò che non è contro il tempio è a favore di esso."
Paul strinse l'impugnatura della spada bastarda.
"Tutto questo non ha senso... Sono un alleato... e nel contempo un nemico!"
"I nemici più pericolosi - sussurrò l'assassino bianco - sono proprio gli alleati."
Paul si alzò, rinfoderò la spada dietro la schiena e si allontanò velocemente. Afferrò le briglie di Dorf e si inoltrò nel bosco senza voltarsi. Dietro di sé lasciava un assassino e un futuro che doveva ancora sbocciare.
giovedì, maggio 05, 2005
Paul e l'assassino bianco
L'assassino scagliò il suo corpo contro Paul con la stessa rapidità alla quale avrebbe lanciato i suoi pugnali.
Paul ebbe appena il tempo di voltarsi, poi la sottile lama dell'assalitore si infiltrò tra le piastre della sua armatura e perforò la carne. Cadde all'indietro, sul letto di erba, e l'assassino lo sorvolò tirando via l'arma e femandosi al centro del circolo di pietre.
Tra i suoi piedi c'era il futuro, non ancora sbocciato, ma non sembrava curarsene. Indossava complicate vesti di lino bianche come la nebbia, e i suoi capelli erano scoloriti e chiari come la sua pelle. Estrasse un altro pugnale dalla cintura.
Paul sentì il calore del sangue scivolare lungo la gamba ed i vestiti appiccicarsi sulla pelle. Il dolore era insignificante rispetto all'entità della ferita. Recitò una breve formula di guarigione e sanò lo squarcio della pugnalata. L'assassino realizzò di dover colpire di nuovo e con maggiore dedizione.
"Cosa vuoi? Chi sei?" - Chiese Paul.
"Il lato oscuro della ragione. La conseguenza della conoscenza." - Rispose la figura spettrale.
"Che significa? Hai un nome?"
"Grael."
"Io non ti conosco. Sei stato inviato da qualcuno?"
L'assassino non rispose, scattò in avanti. Paul si rese conto di non aver nemmeno sfoderato l'arma. Deviò il primo colpo di pugnale con il bracciale dell'armatura, mentre con la mano sinistra riuscì ad afferrare il polso dell'avversario prima che potesse ferirlo. L'assassino si ribaltò su se stesso saltando in aria, e Paul non riuscì a mantenere la presa. Prima di voltarsi, però, sfilò la spada bastarda dal fodero sulla schiena.
"Dimmi perché vuoi uccidermi! Un uomo ha diritto di sapere perché muore!" - Insistette il paladino.
L'assassino si voltò con una capriola appena toccò terra e con un balzo gli era di nuovo addosso.
"Non ho rispetto delle vittime delle mie lame!" - Rispose. E con entrambi i pugnali mirò alla gola.
Paul capì che girare la spada sarebbe stato un movimento troppo lento. Colpì con il calcio dell'elsa, dritto nello stomaco. L'assassino mancò il suo colpo e il paladino gli affondò la lama nella gamba. Senza estrarla gli assestò un calcio sull'altra costringendolo a cadere a terra.
La lama di Paul uscì dalla ferita con gran dolore.
L'assassino era a terra, sconfitto.
giovedì, aprile 21, 2005
Paul e la custode del Bosco
La nebbia si diradò appena un po', e Paul risucì ad intravedere un prato privo di sottobosco e di alberi dalle alte chiome. La luce pallida del sole illuminava l'erba e sembrava che il giorno fosse sorto solo in quell'angolo di bosco. Si avvicinò con cautela, attirato dal tepore tenue del primo mattino.
Al centro della radura un cerchio di pietre sembrava indicare che il posto aveva (o aveva avuto, in passato) una qualche funzione sacra, o comunque un significato spirituale. Una figura silenziosa sedeva su una delle pietre, le nebbia nascondeva ancora molto del suo aspetto. Paul si avvicinò ancora, tirando la briglia di Dorf, e nel frattempo tentò di richiamare l'attenzione di quella strana apparizione.
Quando fu abbastanza vicino da sollevare il velo di nebbia che la nascondeva, il paladino si trovò di fronte una vecchina dai capelli bianchi, avvolta in una tunica lunga con sandali e cappuccio dello stesso colore. Dei ricami dorati contornavano le maniche ed una corda di seta le cingeva la vita. La vecchina sollevo gli occhi azzurri verso Paul, come a chiedergli di presentarsi. Il silenzio del bosco nebbioso assumeva un significato diverso in questo posto, come se si trattasse di rispettosa venerazione.
"Mi chiamo Paul, vengo da Est..."
La vecchina si voltò ed accarezzò una delle pietre più grandi, che si trovava di fianco a quella su cui sedeva. Il muschio verde cresceva grasso e folto su quelle rocce, grazie alla perenne umidità che contraddistingueva il luogo.
"Paul e vieni da Est. - Ripeté la vecchina con voce lenta e pacata - Sei solo di passaggio o eri diretto qui?"
"Non saprei... Dove mi trovo?"
"Qui nascerà il futuro."
"Il futuro?" Domandò Paul, che non comprendeva appieno quelle parole.
La vecchina allungò una mano, e con dita bianche e ossute indirizzò lo sguardo di Paul verso il centro del cerchio di pietre. Lì era nata una piccola piantina, e alla sommità della pianta spuntava un bulbo affusolato che presto si sarebbe aperto, sbocciando in un fiore. Attorno alla pianta sembrava concentrarsi tutta la luce della radura, come se la nebbia concedesse al sole di passare.
"Dovrò aspettare tanto per vedere il futuro?"
La vecchina sorrise. "Non devi aspettare. Quando tornerai lo vedrai."
Poi avvenne qualcosa di insolito. Una folata di vento. Ma il vento non smosse la nebbia, e scomparve tanto rapidamente quanto velocemente si era sollevato. La vecchina non c'era più.
Paul decise di sedersi qualche minuto prima di riprendere il viaggio.
venerdì, aprile 15, 2005
Paul nel bosco nebbioso
Il passo di Dorf si fece più incerto non appena la nebbia iniziò a scivolare tra le sue caviglie.
Era presto, appena l'alba, e il bosco nebbioso appariva quasi immobile.
Paul spinse il cavallo a proseguire, ma vide che zoppicava debolmente con la zampa destra. Da qualche giorno Dorf sembrava essersi ferito a quella zampa, ma Paul non aveva idea di come fosse accaduto. Nell'eventualità che il cavallo avesse rallentato per un dolore improvviso anziché per la paura, il paladino scese e si incamminò a piedi, tirando il destriero per le briglie.
Cosa stava cercando in quel bosco? Perché aveva abbandonato il tempio? Le domande risuonavano nella testa di Paul senza che alcun rumore disturbasse i suoi pensieri. Era ad un passo dal priorato, avrebbe potuto fare carriera come sacerdote di guerra, addestrare i novizi, occuparsi della politica del tempio... Invece aveva deciso di partire, di andare via, lontano. Una voce, forse. Quella di Lilith.
Molti avevano capito che sarebbe tornato, altri che aveva abbandonato il suo villaggio per sempre. Paul aveva lasciato credere ad ognuno quello che voleva e si era diretto ad ovest, verso le valli silenziose. Dopo quattro mesi di viaggio era giunto nel bosco nebbioso.
Da quando il drago Slept aveva preso a tormentarlo non sapeva più dove sarebbe terminato il suo viaggio. Prima, forse, si era sedimentata in lui una illusione. I continui scontri con Slept l'avevano lentamente spazzata via... Il drago era stato nel contempo il suo peggior nemico e la scossa che aveva distrutto un miraggio. Adesso vagava in cerca di quacosa che non avrebbe neppure saputo descrivere. Una reliquia, forse un ideale. Ne sentiva il richiamo, verso ovest, ma non capiva.
Tirò le briglie di Dorf e scomparve assieme a lui tra gli alberi immersi nella nebbia.
martedì, aprile 12, 2005
Paul e Il drago Slept
Non era ancora l'alba quando il drago Slept scivolò silenzioso verso il bosco immobile.
Nessun rumore, nessun canto notturno, non un filo di vento.
Paul si era appisolato avvolto nel suo mantello, abbracciando la spada che solitamente portava dietro la schiena. Con il capo appoggiato al tronco di un vecchio castagno, il paladino era immerso in un sonno senza sogni, come al solito. Con le dita accarezzava l'acciaio della lama, cercando nel sonno di percepirne il freddo contatto anche attraverso i guanti di pelle.
Slept percepì la presenza del paladino. Da due anni era divenuto il suo nemico quotidiano. Un sortilegio permetteva alla creatura di muoversi tra i rami e sopra il tappeto di erba e foglie senza che un singolo arbusto fosse mosso. Ascoltava il silenzio, e nel silenzio sentì il respiro regolare del suo nemico. Con un colpo di coda nuotò nell'aria e sinuosamente sfiorò il grosso tronco di una quercia bruciata da un fulmine. Adesso vedeva la sua vittima, vedeva il paladino. Passò la lingua purpurea, ancora più scura delle sue scaglie, sulle zanne giallastre. Una lacrima ambrata scivolò giù da uno dei suoi occhi.
Scattò in avanti.
Paul sentì vibrare la spada, la sentì scuotersi e poi d'improvviso cantare. "Sveglia!" - cantava la lama - "il drago è qui!". Si sollevò di scatto su due piedi, e lo sforzo fu grande perché aveva una delle due gambe completamente addormentata. Sentì il peso della corazza a piastre gravare tutto su un solo ginocchio, perse l'equilibrio, il mantello scivolò via e il paladino cadde in avanti. Fece appena in tempo a frapporre il braccio tra sé e il terreno umidiccio. Prono a terra sollevò il capo, e vide le fauci del drago che si spalancavano minacciose a pochi centimetri dal suo naso.
"Sveglia! Sveglia!" continuava la spada, tra melodie di strumenti arcani "o il drago avrà la sua vittoria!".
Ma il drago non ebbe la sua vittoria, non quella mattina. Lo sguardo di Paul lo trafisse pochi istanti prima che il drago potesse raggiungerlo. "Sono sveglio!" disse il paladino. E l'enorme creatura si dissolse. Ancora una volta.
Paul raccolse il mantello e lo riallacciò al collo. Aveva lasciato il cavallo a poca distanza, lungo il fiume. Il cavallo di Lilith. "Sveglia! Sveglia!" cantava la spada. "Sono sveglio!" le disse il paladino, e colpì con la lama il tronco del castagno. La spada si zittì, e lui la rinfoderò dietro la schiena.
L'aurora colorava già il cielo.
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