lunedì, giugno 20, 2005

Paul e la meta perduta


Il bosco nebbioso scivolava attorno a Paul e a Dorf come un velo silenzioso sul quale erano disegnate ombre di alberi e di cespugli. Il sole del giorno splendeva spettrale oltre il muro impenetrabile di foschia, che impediva di vedere oltre dieci metri dal proprio naso.
Paul si sarebbe già perso se non fosse per gli incantesimi lanciati su Dorf. Era una cavalcatura speciale, dotata di poteri soprannaturali grazie alle magie infuse nel proprio corpo dai sacerdoti del tempio. Dorf sapeva che strada seguire, Paul si limitava a farsi guidare camminandogli a fianco, stringendo le briglie.

Il tempio lo voleva morto, il tempio lo voleva eroe. Il tempio lo disprezzava, per il tempio era indispensabile. Il tempio lo aveva istruito, il tempio lo rinnegava. I pensieri vorticavano turbinosi nella mente del paladino. Cosa si aspettavano da lui, ora? Devozione? Disprezzo? Indifferenza? Quella non l'avrebbe saputa dare.

Quando era un allievo si stupiva di come le azioni scaturite dalle migliori intenzioni potessero essere fraintese e ribaltate nei significati. Una volta gli ordinarono di colpire uno scudo attaccato ad un asta di legno, di colpirlo con la spada finché fosse caduto a terra. Gli altri allievi colpivano lo scudo ripetutamente e con forza, finché l'asta non si spezzava e lo scudo cadeva a terra. Paul pensò che si trattasse di una prova di strategia. Si avvicinò e con un sol colpo tagliò l'asta che reggeva lo scudo, facendola cadere.
Il diacono Kohlaas gli inflisse dieci giorni di isolamento e preghiera, rimproverandolo di non osare mai più prendersi gioco dei suoi maestri.
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