venerdì, aprile 01, 2011

Il Rito e Sucker Punch

Forse sono l'unico a pensarlo, ma quando vedo una tizia che fa stretching a terra mentre un prete gli ripete l'ave Maria, a me viene da ridere. Non serve a niente la colonna sonora drammatica, o le voci sussurrate che rimbombano nella sala, e nemmeno desaturare la pellicola al limite del bianco e nero (anzi direi del bianco e marrone). Guardo queste scene e mi viene da ridere, mi dispiace è più forte di me.
Quindi mentre sedevo al cinema guardando Il Rito, cercavo di trovarci l'horror senza riuscirci. Il film ha dalla sua alcune cose interessanti: ad esempio Roma è descritta esattamente come è, senza poesia o tagli melodrammatici. Risulta una città di incredibili bellezze (il colosseo, San Pietro) contrapposte alla fatiscenza di alcuni suoi angoli, agli ingorghi di traffico, alla cafonaggine della gente che vi gira (mitica la scena del tizio in motorino che quasi investe il protagonista e il vigile dietro che lo manda a fanculo). Poi c'è Sir Antony Hopkins che risulta credibile anche come indemoniato, figuratevi quanto è bravo. E anche Rutger Hauer per quanto abbia una particina, è stato bravissimo. Purtroppo il film cede su molti altri aspetti. Ad esempio l'intenzione -fallita in partenza- di voler far credere al pubblico del 2011 che il diavolo esiste davvero e che gli esorcismi non siano una cazzata (faccio notare che il film si apre con la scritta "ispirato a fatti realmente accaduti" e si mantiene su quella linea per tutto il tempo). Poi c'è quel cetriolo imbalsamato del protagonista che proprio non si capisce come abbia fatto ad ottenere la parte. E infine l'incertezza della realizzazione, sia nella sceneggiatura che nella regia: per tutto il film non si capisce se il regista voglia fare a meno o no degli effettacci speciali, poi alla fine ne usa pochi e male (probabilmente per colpa della succitata intenzione di farci credere che tutto possa essere vero) e quel che ne risulta è un film che non fa paura, né riflettere. Peccato.

Al contrario posso dire che da Sucker Punch mi aspettavo molto ma molto di meno. Qualcosa del tipo Captain Sky and the world of tomorrow, nulla di più. Invece il film, nelle intenzioni, era buono. Peccato per la regia di Zack Snyder perché il regista di 300 è perfetto per le scene di azione e massacro, ma tutto il resto lo tratta con una grossolanità che lascia l'amaro in bocca. Ora per chi non lo sapesse il film parla di cinque ragazze che organizzano la fuga da un manicomio femminile, ma mette in scena anziché quello che succede veramente, la versione "immaginaria" della realtà. Così, recuperare una mappa dall'ufficio del secondino capo diventa una battaglia tra nazisti zombie e forze tecnologiche americane durante la seconda guerra mondiale, rubare uno zippo si trasforma in una battaglia fantasy contro un drago... e così via. Siccome il regista è proprio lui, le battaglie e le scene d'azione sono mirabolanti, e da sole valgono il prezzo del biglietto: la telecamera (grazie a degli effetti speciali incredibili) volteggia ovunque avvicinandosi a dettagli minuziosi, come le incisioni sulla Katana, per poi schizzare via attraverso corpi squarciati e poi ruotare in volo e riprendere salti al rallentatore. C'è una sequenza di battaglia in un vagone, su un treno futuristico, che è un unico piano sequenza di cinque minuti in cui le tre protagoniste fanno fuori una ventina di androidi, e la visuale schizza ovunque a ritmo di musica pompando l'adrenalina a mille. Veramente strabiliante.
Altra nota positiva è la galvanizzante colonna sonora, che dovrò procurarmi.
Tuttavia il film non è riuscito al 100% perché tutto quello che c'è al di fuori delle scene d'azione non è affatto amalgamato con le suddette. Per capirci: le battaglie sono evocate dalla protagonista che balla, ma non solo non la si vede mai ballare, sembra proprio che non stia ballando. Pare più una specie di "capacità magica"... inizia la musica, lei ondeggia e parte il combattimento. Quando finisce di ammazzare gente, si torna agli sguardi catatonici degli spettatori, che si risvegliano e applaudono. Insomma non somiglia affatto a una metafora, è più come se la ballerina abbia acceso un TV al plasma e abbia premuto play sulla console. E la morale finale, "sussurrata a voce alta" in faccia agli spettatori prima dei titoli di chiusura, è un modo poverissimo per assicurarsi che gli spettatori più idioti abbiano capito il senso del film. Di nuovo, peccato.
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