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venerdì, ottobre 05, 2012

Tra Reality e Commedy

Il mio "giovedì cinema" di ieri ha compreso Reality di Garrone e a seguire Candidato a Sorpresa di [il regista non conta].

Il film del regista di Gomorra, ambientato a Napoli e con protagonista un padre di famiglia che quasi impazzisce di fronte all'aspettativa di entrare nella casa del Grande Fratello, mi è piaciuto. Nonostante tutto. Purtroppo a me non è sembrato il filmone italiano da Oscar che molti hanno descritto nelle loro recensioni... insomma non è un nuovo Nuovo Cinema Paradiso. La regia di Garrone privilegia due tipi di procedure: il primo piano ristrettissimo, con la telecamera che per poco rischia di infilarsi in bocca a chi viene inquadrato, e i piani-sequenza lunghissimi, con i quali ama riprendere intere scene di vita quotidiana. Incastrando per due ore queste due tecniche, Garrone confeziona un film intenso ma a tratti noioso, dove a mio parere si indugia troppo su ogni scena. Bellissimo l'accompagnamento musicale, che sa donare alle immagini il senso di fiabesca inquietudine che meritano. Gli attori sono tutti molto bravi e la ricostruzione del contesto famigliare e cittadino di Napoli è perfetto. Meno convinta è la satira nei confronti del reality. Mi sarei aspettato dalla sceneggiatura maggiori suggerimenti, invece il film si sofferma su ciò che accade raccontandolo come farebbe un osservatore disincantato seduto accanto ai protagonisti, alla fine quindi è il regista stesso che mi è sembrato assistere a tutto come farebbe un Grande Fratello annoiato. Che il senso del film sia questo? Il finale lascia perplessi. Il film non si conclude, scelta tipica di molte sceneggiature italiane. A un certo punto arrivano i titoli e tu ti dici: "ah, finisce così?". Mi chiedo come mai gli sceneggiatori in Italia pensino ancora di farla franca, magari qualcuno dovrebbe dire loro che lasciare un film a metà non è "arte" ma solo un brutto modo di chiudere una pellicola. Un film del genere meritava un finale vero, una sferzata conclusiva, un po' di cattiveria in più, o comunque una vera e propria conclusione della vicenda. Invece si resta lì imbambolati, a chiedersi cosa succederà, oppure a dare la propria interpretazione all'ultima sequenza di immagini, che inaspettatamente è divenuta quella finale.

Candidato a Sopresa è invece una commedia... a sorpresa. Conoscendo il livello medio dei film interpretati da Will Ferrell (sì lo so che ha fatto pure Vero come la Finzione, ma quella è un'eccezione), mi aspettavo una specie di "Vacanze di Natale" all'americana, con battute scoreggione e facili ilarità triviali. Ebbene, in effetti questa comicità c'è. Ma non solo. Ci sono un paio di scene che vanno oltre e che sono sinceramente divertenti, e il finale regala (oltre alla solita conclusione per bene) anche un paio di chicche umoristiche intelligenti. Il film comunque non emerge dalla marea di commedie mediocri che vengono sfornate ogni anno, quindi dubito che ne sentiremo riparlare quando sarà scomparso dai cinema. Una domanda però me la sono posta: come mai nel trailer si vede uno dei due candidati sparare all'altro con una balestra, mentre nel film nella stessa scena viene usato un fucile da caccia? Mi viene da pensare che il trailer sia stato "ritoccato" per passare il visto censura. La cosa mi perplime. Lo scopo qual'era? Convincere i bambini che avrebbero potuto vedere un film del genere, per poi farli trovare davanti a scene in cui uno dei due candidati si scopa la moglie dell'altro davanti al frigorifero aperto? Certe strategie di marketing continuano a sorprendermi.


Peccato per quell'immondizia di Resident Evil: Retribution. Ve l'avrei recensito volentieri perché era proprio il genere di filmaccio che avrei gradito in seconda serata, ma la spietata dittatura del 3D mi ha impedito di andarlo a vedere (pagare 11 euro per un film del genere non mi sembrava davvero il caso). Alla prossima.

sabato, settembre 15, 2012

Restarci male con Prometheus

Appena è uscito Prometheus, sono andato a vederlo. L'atteso film di Ridley Scott, molti non lo sanno, è il presunto prequel di Alien, film del 1975 che assieme a Blade Runner consacrò il regista come un maestro del cinema di fantascienza. Vi consiglio di non leggere il seguito di questa pagina se non volete rovinarvi la sorpresa di vedere il film, meglio riparlarne quando l'avrete visto.
In ogni caso, ecco cosa ne penso.

Tecnicamente, e con "tecnicamente" intendo qualità degli effetti speciali, della fotografia, delle scenografie, degli effetti sonori e tutto il resto, il film è grandioso. Non c'era da aspettarsi di meno, visto il budget e l'importanza dell'operazione: Ridley Scott torna a dirigere un film della saga dello xenomorfo che ha terrorizzato generazioni, e si tratta della "genesi" dell'intera epopea.

Persino dal punto di vista della recitazione, gli attori sono bravissimi. Charlize Theron lo sappiamo, oltre che un gran gnocca, è anche un'attrice favolosa, e in questo film direi che la parte che le danno è addirittura poco impegnativa per lei. Michael Fassbender è incredibile: il miglior androide della serie di Alien, la sua recitazione è impeccabile. La protagonista, Noomi Rapace, aveva già dimostrato di essere brava e in questo film lo conferma. Il resto del cast fa la sua parte, anche quelli che hanno scritto in fronte «carne morta» fin dalla prima inquadratura. La regia è pulita, forse un po' assente, senza virtuosismi né grandi manovre di camera. Il montaggio è classico, Scott appartiene alla vecchia scuola e non ama né il "rallenti" né le scene con camera a mano e taglio sincopato (grazie al cielo). La colonna sonora è adeguatamente pomposa, a tratti inquietante, e di stampo epico.

Ma allora che ha 'sto film che non convince? Semplice: manca la sceneggiatura.
Se vi sembra una cosa da poco, forse non avete ben chiaro cosa significhi fare un film di fantascienza. Probabilmente i vari Transformers di Michael Bay, o quelle cazzate iperpompate dagli effetti che gira Roland Emmerich, vi hanno bruciato il cervello. O magari è stata la Playstation, chissà. Ma di solito (ed è incredibile quanto banale dirlo), un film di fantascienza non lo fanno gli effetti speciali, ma la sceneggiatura solida. Fanta-scienza. Quando James Cameron ammise che l'intero film del primo Terminator era costato quanto il camper dove soggiornava Schwarzenegger durante le riprese del due, stava suggerendo che forse non sono i soldi a fare la differenza. Lo dimostrano gli ottimi film di fantascienza a basso budget che di tanto in tanto appaiono e scompaiono al cinema: i vari Equilibrium, Pitch Black, Moon.
Con questo non voglio dire che Ridley Scott abbia fatto un film al livello di Michael Bay o di Roland Emmerich, perché sarebbe una bestemmia. Eppure qualcosa è successo, perché la sceneggiatura di questo film da davvero, ma davvero, schifo.

Nel film non succede quasi niente per due ore. E sarebbe anche grandioso, perché le immagini e la colonna sonora, da sole, riescono a tenerti sveglio. Però devono essersene accorti, ed ecco allora che vengono infilate nel film scene che non hanno alcun senso di esistere, se non quello di risvegliare l spettatore pagante che magari si aspetta una scena d'azione ogni tanto. Come l'attacco dello zombi al portellone della nave, che fa fuori mezzo equipaggio e poi viene liquidato. O la testa di alieno di mille anni fa che viene rianimata in infermeria e nel panico generale esplode come un soufflé venuto male. Altri punti della sceneggiatura sono debolissimi... come il rapporto tra la fredda figlia di Weyland e il capitano, oppure il modo in cui l'equipaggio alla fine decide di suicidarsi (decisione presa in quattro secondi netti e senza ripensamenti né drammi: qui siamo tutti eroi). Oppure il personaggio del vecchio Weyland, che all'inizio tutti credono che sia morto, poi invece è vivo e ha speso miliardi per andare a chiedere agli alieni di salvarlo dalla morte (a nessuno sembra una cazzata?). Vogliamo parlare di come decide di farsi uccidere il marito della dottoressa, alzandosi in piedi e gridando di voler essere incendiato vivo? E la dottoressa che dopo aver fatto sesso con un infetto si estrae l'alieno dalla pancia ed è finita lì, lei non è contaminata? Più altre piccole incongruenze che, nel complesso, non si sarebbero manco notate se l'intera struttura fosse stata più solida, ma in mezzo a una sceneggiatura così poco efficace finiscono per venire a galla, del tipo: ma dopo che l'astronave si è schiantata, lei ritrova una jeep perfettamente funzionante tra i rottami? E nel film successivo (cioè nel primo Alien) loro non ritrovano un alieno fossile alla guida della nave, con la pancia aperta? ...alla fine invece l'alieno va a rincorrere l'unica superstite, alla faccia della congruenza con il sequel/predecessore. Mettiamo pure che lo spettatore si convinca (da solo) che magari la nave precipitata non è quella che ritrovano in Alien, e che l'alieno non è lo stesso... ma qualcuno vuole spiegarci perché un alieno la cui nave viene abbattuta, dovrebbe uscire dalla stessa e andare a cercare gli umani rimasti vivi per ucciderli? Che senso ha? Perché gli alieni erano "cattivi"?

Boh. Non sono bastate quelle due o tre scene davvero epiche (la tempesta di silicio, il "parto" automatizzato, lo schianto della nave finale) a salvarmi il film. Sono uscito dal cinema con centinaia di domande, estremamente deluso e con l'idea che se 'sto film fosse stato scritto meglio sarebbe stato indubbiamente un capolavoro. Invece sembra che a Ridley Scott, invecchiando, non gliene freghi più proprio un bel niente di fare grandi film. Probabilmente gli basta riempire i cinema, e far lievitare il proprio conto in banca.

Tanto che è già stato annunciato un sequel del prequel.

domenica, settembre 02, 2012

Capolavori e capolavori, ovvero questa settimana sono andato al cinema

Recentemente ho ripreso ad andare al cinema. E' evidente che l'inizio della Mostra di Venezia ha ripercussioni anche sul mio stato d'animo, ma in maniera perversa. Mi va di andare a vedere immondizia. Questa settimana avevo puntato gli occhi su Expendables 2 e su Abraham Lincoln Vampire Hunter (mi riferirò a questi due film utilizzando i titoli originali, visto che quelli in italiano non c'entrano un cazzo). Due gioielli, due capolavori annunciati. Insomma due merde, per dirla alla René Ferretti.

Certo quando si va al cinema con aspettative che rasentano lo zero, è difficile restare delusi. Ma qualche volta mi è capitato. Stavolta no. I due film in questione erano esattamente come me li aspettavo. Il primo dei due, Expendables 2, era una sequela di sparatorie e di sequenze d'azione assolutamente inverosimili, farcite con abbondanti dosi di battute maschie e cameratismo da due soldi. Il regista, Simon West, quando diresse Con-Air quasi mi convinse che sarebbe stato il futuro John McTiernan. Invece la sua carriera è andata precipitando, tra regie telefonate e filmacci d'azione poco convincenti. L'ultimo è stato questo. Il film si salva perché è auto-ironico quanto basta, e cioè si prende spesso in giro da solo, e regala citazioni simpatiche a chi ricorda i vecchi film d'azione di cui erano protagonisti gli energumeni da museo riuniti in questa pellicola. Purtroppo va segnalato che nella sala in cui ho visto il film, l'età media era sedici anni, e quindi è difficile che il pubblico le abbia colto i rimandi ai vari Rambo e Terminator. Invece sono scattati applausi quando Chuck Norris è entrato in scena (un siparietto tanto ironico quanto penoso) e quando il cattivo viene finalmente accoltellato. Sono certo la morale del film, «se mi fai incazzare ti sbudello», l'abbiamo imparata per benino.

Di Abraham Lincoln Vampire Hunter invece si potrebbe parlare più a lungo. Il film non era una vera e propria immondizia, anche se non si può dire nemmeno che sia un film riuscito. Pare che sia tratto da un libro di successo (che non ho letto e non ho voglia di leggere), quindi il fatto che la sceneggiatura abbia dei crateri imbarazzanti deve essere colpa degli sceneggiatori. Il regista, che aveva già diretto Wanted, conferma di essere uno che della trama se ne frega, per concentrarsi invece sulle scene d'azione, rigorosamente girate con frequenti ralenti, in modo che allo spettatore non sfugga il minimo schizzo di sangue. Ho riconosciuto nell'attrice che fa la moglie di Lincoln la fantastica Ramona Flowers. Il film è una storia in cui si mescolano in modo improbabile la vita di Abraham Lincoln come la conosciamo noi, e quella (segreta) di cacciatore di vampiri. Un paio di sequenze di effetti speciali valgono da sole il prezzo del biglietto, ammesso che a voi come a me piaccia ogni tanto andare a cinema come se si trattasse di un giro in giostra. Mi chiedo come abbia fatto Tim Burton a produrre 'sta roba, ma d'altro canto è qualche annuccio che pure lui sta arrancando. Comunque se trovo il dvd a 10 euro me lo compro, è il tipico film da serata con gli amici, leggero e fracassone.

A salvarmi dal giro spazzatura è stato Batman, nel senso che il 21 agosto in anteprima mi sono andato a vedere Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno (pure qui, varrebbe la pena far notare che il "rises" del titolo originale non c'entra una mazza con i ritorni). Mi accodo al lungo esercito di critici e di profani che uscendo dal cinema hanno constatato che il film prima era migliore. Ma tralasciando banalità e scontatezze, a me il film è piaciuto. Certo è un film di Nolan, e io adoro i film di Nolan, e non mi aspettavo che fosse diverso. Il bambino nerd che si imbottisce di fumetti magari avrebbe voluto che il suo eroe preferito fosse trattato con più rispetto, quindi più ipercazzate tecnologiche, più cattivi idioti, più effetti speciali roboanti e inutili, e soprattutto più Batman nella trama. Perché in effetti, Batman quasi non si vede per tutto il film. Ma Nolan ha girato un film bellissimo che parla di altro, che mette in scena eroi e antieroi verosimili in un contesto assolutamente fantastico, e grazie al cielo ha avuto le palle per scrivere un'epilogo come si deve a una trilogia tra le più belle della storia del cinema di supereroi.
Se volete leggere una recensione seria del film, a me è piaciuta molto questa. Ma vi consiglio di leggerla solo dopo aver visto il film. In ogni caso, vorrei togliermi un sassolino nella scarpa: il doppiatore di Bane dovrebbe essere impalato. Mai visto un doppiaggio tanto orribile: l'attore carica ogni battuta in maniera grottesca, come se stesse doppiando il cattivo di una puntata di Dragon Ball, anzi peggio, come se stesse interpretando il dottor Male in Austin Powers. Immaginatevi ogni battuta di Bane distorta prima dall'orribile performance del doppiatore, e poi dall'effetto cassa sfondata che doveva avere. Disgustorama, come direbbe Luttazzi. Spero di mettere al più presto le mani su una copia in lingua originale per rivedermelo in inglese.

mercoledì, luglio 18, 2012

Il nuovo Biancaneve

Non avevo molta voglia di andare al cinema, lo ammetto. Immaginavo già che questa versione aggiornata di Biancaneve sarebbe stato una mezza cazzata, e anche stavolta la mia intuizione era azzeccata. Ma come sempre preferisco cominciare dai pregi: innanzitutto la presenza di quella gnocca stratosferica di Charlize Theron, la cui presenza scenica spazza via in ogni fotogramma l'insignificante attricetta di Twilight messa a interpretare Biancaneve. Insomma non c'è dubbio che lo specchio fosse sotto acidi quando ha svelato alla strega/matrigna che Biancaneve era più bella di lei. Durante il film la invecchiano con tonnellate di trucco, e la costringono a recitare in scene piuttosto ridicole (come quella in cui urla come un'ossessa di fronte al fratello, l'uomo con i capelli più idioti del reame). Ma niente, non basta a convincere lo spettatore che Kristen Stewart sia più bella, non c'è proprio niente da fare.
Oltre alla splendida strega, il film può vantare scenografie ben fatte, bei paesaggi fantasy, una regia molto moderna e attenta all'impatto visivo di alcune spettacolari sequenze (il bagno nel latte, le mutazioni in corvo, l'esercito di ossidiana) e un cast di tutto rispetto concentrato però essenzialmente nei nani.

Purtroppo però il film soffre di problemi sia di soggetto che di sceneggiatura. Indeciso se fare un film fantasy o no, chi ha scritto il film ci ha infilato sequenze che sfiorano il plagio de Il Signore degli Anelli (come il viaggio con i nani, in cui Biancaneve calpesta crinali di montagne mozzafiato accompagnata guardacaso da un abile arciere e da un ranger/cacciatore...), mentre in altre scene lei recita il Padre Nostro. La sceneggiatura forza tantissimo la nostra sospensione dell'incredulità quando la strega, trasformata nell'amico d'infanzia di Biancaneve, le porge una bella mela rossa... peccato che siamo in un bosco innevato d'inverno, dove cazzo l'ha presa? E a lei ovviamente non le viene nessun sospetto e la morde. Altre piccole (?) sviste tempestano l'intero film: lei prigioniera per dieci anni in una torre ma vestita da dama di corte e non si era mai accorta di un chiodo sporgente fuori dalla finestra; oppure le donne di un villaggio che si fregiano la faccia così non sono più belle e la regina non le vuole più, peccato che alla regina interessi la gioventù e non la bellezza perché è già gnocca di suo e la sua preoccupazione è non invecchiare, non essere più bella. E che dire della scena nel bosco fatato (assolutamente inutile ai fini della trama) in cui i nani si accorgono che "lei è la prescelta" perché a starle vicino i loro malanni passano, potere che poi non ha alcun senso né valore in tutto il film perché Biancaneve non ne fa mai uso? O del fatto che lei si alza dal letto di morte dopo essere stata baciata (due volte), miracolosamente guarita senza spiegazione dall'incantesimo della regina, e in vestaglia convince con un bel discorsetto tutti gli uomini del castello a lanciarsi in un assalto suicida contro la fortezza della strega? ...e nessuno ha riconosciuto dello "spirito della foresta", un cervo con le corna di albero che appare in mezzo a uno specchio d'acqua lussureggiante, una scopiazzatura devastante de La Principessa Mononoke di Miyazaki?

Insomma, non ci siamo. Per due ore ho sospirato guardando avanti, anelando l'arrivo de Lo Hobbit a far piazza pulita di tutti questi filmetti da intrattenimento leggero spacciati per cose che non sono. E ho pure un po' rimpianto il cartone animato della Disney.

venerdì, luglio 06, 2012

Quando si confonde Prequel con Remake

Appena ho notato i voti assegnati dal pubblico di imdb ai due film che avrei visto nel pomeriggio, ho trovato conferma dei miei sospetti. Il nuovo The Thing (La Cosa) diretto da un regista quasi esordiente e remake del grandioso film di Carpenter degli anni '80, non sembrava essere all'altezza del predecessore e anzi, nelle recensioni collegate al titolo era evidente l'indignazione dei critici cinematografici ai quali era stato toccato uno dei capolavori del cinema horror dell'epoca reaganiana. Invece le critiche riguardo al nuovo The Amazing Spiderman, anche se con toni altalenanti, gli assegnavano dei voti medio-alti, convincendomi che tra i due film sarebbe stato quest'ultimo quello dal quale avrei tratto maggiore soddisfazione.

E invece no.

Man mano che mi godevo il remake de La Cosa mi sono reso conto che non si trattava di un remake, bensì di un prequel. Il film narra infatti delle vicende precedenti a quelle viste nel film di Carpenter del 1981 e di quello che accadde in quella base norvegese dove Kurt Russel e gli altri rinvennero la creatura che li decimò tutti. Lentamente ho cominciato quindi a trovare spocchiose e pretenziose tutte le critiche che avevo letto che bollavano il nuovo film come un tentativo fallito di riportare al cinema la storia già narrata in La Cosa di Carpenter (che poi, vorrei ricordarlo giusto per la cronaca, era già un remake di un film degli anni '50). Invece questo nuovo La Cosa si è dimostrato un'operazione non solo dignitosa, ma anche molto rispettosa. La regia di Matthijs van Heijningen Jr. (devo ammetterlo ho fatto copia+incolla perché ricordarsi il suo nome mi risultava impossibile) in realtà ricalca molto quella di Carpenter, indugiando sui bellissimi e desolati paesaggi artici, e poi sulla claustrofobia degli ambienti della base, focalizzando l'orrore sui due principali aspetti che ci avevano fatto amare il film degli anni '80 e cioè la diffidenza del prossimo (l'alieno è fra noi) e l'impossibilità di fuga (fuori da queste mura c'è solo un deserto di ghiaccio e neve). La sceneggiatura presenta qualche debolezza, qualche momento in cui ti chiedi "ma come hanno fatto a..?" ma nel suo complesso resta solida e si perde solo nei minuti finali, quando esagera un pochino con la fantascienza, annullando quella deliziosa atmosfera lovecraftiana che permeava il film fino a quel momento. Insomma non si tratta di un capolavoro, ma nemmeno di uno stupro, e mi sento di incoraggiarne la visione, soprattutto e proprio a chi ha amato il film di Carpenter, perché vedrete che saprete riconoscere i numerosi omaggi sparsi qua e là.

Al contrario, questo The Amazing Spiderman tanto osannato dal pubblico di imdb si è dimostrato una cazzata fotonica. Partiamo subito con l'evidenziarne le debolezze: è recitato da cani (sia Emma Stone che Andrew Garfield si producono in una recitazione talmente caricaturale che il doppiaggio italiano fa fatica a nascondere), è terribilmente lungo (due ore e un quarto per un film di supereroi è davvero troppo, se non ti chiami Joss Whedon), e soprattutto registicamente non è all'altezza dell'altro film di Spiderman, quello diretto da Sam Raimi.
Tralasciando il fatto che il modo in cui è stata riarrangiata la storia delle origini di Peter/Ragno per infilarci dentro un improbabile Lizard non mi è piaciuto affatto (tra l'altro si discosta ancora di più dalle origini narrate nei fumetti da Lee & Dikto), sarebbe una questione di gusti. Il fatto è che è chiaro che Mark Webb non ha che un decimo del talento di Raimi. Il suo lavoro da regista consiste nel lasciare gli attori davanti alla telecamera accesa, oppure nel girare la responsabilità delle inquadrature agli addetti agli effetti speciali e al montaggio della pellicola. Ci sono nel film alcune scene spettacolari, ma se si torna al lavoro di Raimi ogni confronto è a favore di quest'ultimo. I sensi di ragno? Qui sono due colpi di violino, nel film di Raimi ve la ricordate la scena in cui il pugno passa a fianco a Peter che osserva di braccio di Flash quasi immobile? E le scene comiche con cui Peter scopre man mano i suoi poteri? Qui il tutto è riassunto in un unica scena, in cui massacra senza senso un po' di gente in metropolitana, per poi stupirsi di quanto è fico. Ci sono poi ridicolezze nei dialoghi, scontatezze macroscopiche nella sceneggiatura (ma è davvero necessario inserire sempre le solite scene quando si deve rappresentare la vita di uno studente liceale a scuola? Ne abbiamo le palle piene di armadietti, lezioni noiose, ammiccamenti tra compagni banchi, bulletti che pistano gli sfigati e loro due che si baciano sugli spalti di un campo di rugby, eddai checcazzo). Poi a un certo punto, anche se troppo tardi, arrivano le botte. Gli effetti speciali ridestano lo spettatore dal sonno quel tanto che basta per arrivare al finale, dove se uno ha la pazienza di aspettare che scorra qualche titolo, si scopre che il sequel è già in forno. Inevitabile. Ma la domanda resta: a che è servito questo "reboot" confezionato a pochi anni dall'uscita del film di Spiderman di Raimi? Risposta: sono passati 10 anni, per un pubblico di quattordicenni è abbastanza. E infatti devono essere stati loro a votare 'sto film su imdb.

giovedì, settembre 22, 2011

Altri capolavori da dimenticare

Altri due film che andrebbero evitati, soprattutto se siete sensibili quanto me a certe sollecitazioni. Vi narrerò della mia serata al cinema.

Seduto sulla mia poltroncina vellutata ero in attesa che il film The Eagle cominciasse. Di fianco a me, una coppia (ragazzo e ragazza), sgranocchiavano quella sottomarca di cipster che nei multiplex vendono al doppio del costo dell'originale. Li sento lamentarsi del fatto che c'è troppa pubblicità, in maniera del tutto generica. Dopo i consueti 20 minuti di spot caserecci per lo più riguardanti bisteccherie e autofficine, il film comincia.

The Eagle scorre indigesto come la pasta scotta al ristorante. Si tratta della storia di un romano inviato presso un forte in Britannia, che dopo aver difeso efficacemente la postazione dai barbari, come premio viene congedato. Trattandosi di un film essenzialmente fascista, il protagonista non può che soffrire per il fatto che ora sarà costretto a trascorrere la vita in qualche bella villa romana. Perché è chiaro che lui vuole combattere, vuole l'onore, vuole riscattare la figura del padre che è stato maciullato in battaglia assieme a tutta la sua legione perdendo lo stendardo d'oro di Roma, l'aquila del titolo. Il suo schiavo gli chiede: ma che c'è di tanto importante in quel pezzo di metallo? Lui gli risponde: l'aquila è ROMA! Come se fosse una spiegazione. Comunque continuo a farmi inondare di testosterone, saluti romani, maschilismo manifesto e dialoghi pompati fino alla fine. In due ore non prende la parola mai nemmeno una volta una donna (diciamola meglio, nel film non compare mai una donna). Alcune battute sono da memoriale della storia del cinema: "Bevi i suoi intrugli, sono un toccasana, anche se puzzano più dei suoi peti." Gli dice lo zio riferendosi all'erborista suo schiavo, quando il protagonista è malato.
La vicenda si sposta a nord, quando lui decide di andare a ritrovare l'aquila, ché qualcuno l'ha vista da qualche parte oltre il vallo. Partono in due, lui e lo schiavo. L'aquila alla fine ce l'hanno gli uomini-foca (davvero!), una tribù di barbari che lo spettatore potrebbe addirittura prendere in simpatia, e infatti prima della fine lo sceneggiatore arguto ci infila una sequenza in cui un guerriero degli uomini-foca sgozza un ragazzino la cui unica colpa era di non aver svegliato il papà. Così, tanto per far capire chi sono i cattivi. Fotografia e regia del film sono pregevoli, la colonna sonora è un po' scialba ma le litanie sullo sfondo fanno sempre la loro bella figura. Un po' meno bravi gli scenografi: vestiti e location sanno sempre un po' troppo di finto. Gli attori si limitano a prestare la faccia, ma tanto non serve molto di più in un film del genere. Ovviamente, è la sceneggiatura il punto debole. Buchi grossi come case: i romani costretti a uscire dal forte per ammazzare i barbari? Ma non ce le hanno le lance e le frecce? Uomini a piedi che raggiungono fuggitivi a cavallo. Banalità assortite: ah bravo hai riportato l'aquila, rifaremo la IX legione e tu sarai il capitano (dice il senatore in quattro e quattr'otto, senza consultare nessuno, visto che siamo agli sgoccioli del film e bisogna chiudere). Ma ancora peggio della sceneggiatura è l'intenzione del film, che sembra proprio voler dare una spolverata a quei valori che (forse) saranno stati in voga duemila anni, ma che nonostante progresso e civiltà l'umanità non è mai riuscita a togliersi dal groppone, e che quindi continuano a sprofondarci nella vera barbarie, non quella dei Pitti, bensì quella delle guerre economiche, del sopruso del più forte, dell'ostentazione del potere, della prevaricazione dei diritti dei deboli, della conquista con le armi, della testa alta, del me ne frego. Le barbarie del nazifascismo, delle dittature di stampo sovietico, degli assolutismi, dei combattenti armati per la libertà africani e dei vanti virili del nostro premier, hanno tutte una cosa in comune: l'amor proprio. L'amor proprio ti tiene in vita, è vero, ma se lo esalti e lo veneri e ne fai un valore, diviene un'arma con la quale colpire chi ti sta attorno. Una volta Giacomo Leopardi scrisse: "Il principio universale dei vizi umani è l'amor proprio." Ora ci hanno fatto un film, si chiama The Eagle.

Stremato psicologicamente da questo film, quando si sono riaccese le luci ho notato che la coppia seduta vicino a me aveva già lasciato la sala, abbandonando in terra mezzo panino smozzicato, i bicchieri delle bibite e i cartocci di patatine. Trogloditi. Gente che siccome paga, pensa di aver comprato il diritto di essere incivile. Se vi capitasse di fermarne uno, vi risponderebbe: beh lo butteranno via gli inservienti. Anche se addirittura negli spot prima del film ti invitano a "utilizzare i cestini". E anche se abbandonare un panino mangiato a metà per terra, fa schifo. Ma è a quelli come loro che il film presumibilmente sarà piaciuto.

Cambiando sala per il secondo film della serata, Contagion, mi devo essere confuso. Dopo la lunga trafila di trailer e spot vari, mi ritrovo a contemplare allibito i titoli di testa del film Box Office 3D di Ezio Greggio, pellicola che nemmeno sotto tortura sarei riuscito a vedere. Fuggo dalla sala e imbocco in quella giusta. Vado a sedermi trafelato e un signore, seduto sul sedile di fronte a me, mi chiede se "mi era già capitato". Dapprima non capisco... anzi penso: e questo che ne sa??? Poi lui si spiega, e io intuisco che si riferisce al fatto che sono 25 minuti che sta seduto a vedere spot e il film non comincia ancora. Giunge un altro individuo che impreca ad alta voce prima di sedersi: "Ma che cazzo! Non è possibile! Mezz'ora di pubblicità!". Era andato a protestare (dove? non lo so). Gente qualsiasi, altri trogloditi. Si rivolge a me e gli dico che è normale (nei multiplex è così da 20 anni, anche se in effetti 20 anni fa c'erano 15-20 minuti e adesso sono 20-25). Lui mi fa, tutto incazzato: "ma che il cinema è vostro? C'avete 'na convenzione?" come se gli avessi detto che adoro gli spot e che è giusto che sia così. Capacità intellettive limitate. D'altro canto appunto, questo poveretto probabilmente era la prima volta che si ritrovava a vedere un film in un multiplex, ed era di tale pochezza mentale da non essere riuscito a scorgere l'avvertenza che il film sarebbe cominciato 25 minuti dopo l'orario annunciato, stampata su brochure, biglietto che aveva in mano e premessa anche sul sito internet.
Comincia il film (il troglodita sbotta ad alta voce: "Grazieeee di esistereeeeee"), e già sapevo che si trattava di quel genere di film che avrebbe sfruttato la grande predisposizione dell'americano medio alla paranoia. Dopo il millennium bug, il terrorismo e la suina, era la volta dell'aviaria. Il film percorre precisamente ogni binario presagito. Terrore del contagio, primi piani su facce sudate, morti per strada, gente che si tossisce in faccia, fino ad arrivare alle soglie di un'apocalisse che, dopo quasi due ore di film, speri proprio che avvenga, trasformando quella palla in un bel racconto di fantascienza in stile Richard Matheson. E invece no, trovano la cura, e l'emergenza si sgonfia con la stessa tranquillità con la quale si era montata. Ognuno dei dieci attori di grande richiamo che partecipano al film, ricopre una parte di meno di un quarto d'ora complessivo su schermo, e ci si chiede quanto abbiano pagato per far schiattare Gwyneth Paltrow dopo cinque minuti di pellicola. Matt Damon non si ammala perché ha avuto culo coi geni. Jude Law fa la parte del giornalista che accusa le multinazionali farmaceutiche di fare i miliardi sulla pelle della gente, alimentando fobie solo per vendere medicinali, e sarebbe stato un ruolo di grande denuncia (perché nella realtà i fatti stanno proprio così), ma nel film si scopre che fa il doppio gioco, froda il pubblico e prende mazzette, e così diventa lui lo stronzo, e qualsiasi cosa sensata abbia detto in precedenza perde immediatamente di spessore. Musica sintetica, regia invisibile (di Stephen Soderbergh), e niente altro degno di nota. Quando si arriva ai titoli di coda ci si rende conto di aver assistito a una grande ricostruzione storica di qualcosa che non è avvenuto mai. E qual è il senso del film? Che bisogna imparare a lavarsi le mani? Perplesso lascio la sala, ormai è l'una ed è ora di tornare a casa. Il cafone mentalmente limitato che sedeva di fronte a me ammette con prodezza di aver dormito per quasi un'ora.

Dove andremo a finire? Come dice Daniele Luttazzi, ci siamo già.

lunedì, settembre 05, 2011

Recenti incursioni in sala

Questa settimana ho fatto un salto al cinema più volte. L'insopportabile trascinarsi avanti dell'estate riempie le mie serate di una fastidiosa voglia di starmene in un posto buio, comodo, condizionato e guardare qualcosa di assolutamente stupido. Non so perché.
Il primo film che ho visto è stato Professione Assassino, ovvero The Mechanic (grazie industria del cinema italiana per il modo in cui cambi i titoli ai film anche quando non ce n'è assolutamente bisogno). Si tratta di un onesto action-movie con Jason Statham, che ricicla senza problema quelle due o tre espressioni facciali che ce l'hanno reso simpatico. Il film ha il pregio di non "modernizzare" troppo la storia originale (è un remake di un film con Charles Bronson). Sarebbe stato facile prendere la sceneggiatura del vecchio film e riempirla di coreografie di combattimenti assurdi (in stile The Transporter), o optare per un montaggio inusuale e sincopato. Invece la maggior parte delle scene d'azione del film restano vecchia maniera: inseguimenti e sparatorie. Ovviamente girate con i mezzi moderni e con una regia decisamente più veloce, ma questo è il minimo dovuto. Alla fine si esce dal cinema con quella sensazione di aver già visto tutto, altrove, e anche fatto meglio. Insomma niente che valga la pena, perché niente di eccezionale.

Poi mi sono sparato il nuovo Conan The Barbarian. Il protagonista, mi hanno detto, ha interpretato anche un altro ruolo fantasy in un serial che però non ho visto. Come Conan, a mio parere, faceva schifo. Nei romanzi Conan è un invincibile guerriero-ladro, agile, forte e imbattibile. Schwarzenegger ha sostituito all'immagine dei libri quella del Conan muscoloso e statuario. Momoa dal punto di vista fisico ci azzecca di più, ma con quella faccia da cazzone non è riuscito minimamente a convincermi. Al di là del protagonista, comunque, il film fa acqua sia dal punto di vista della sceneggiatura che da quello della regia. I primi tre-quattro minuti sono la parte migliore dell'intera pellicola. Seguono due ore di dialoghi talmente insulsi che si ringrazia il cielo per il fatto che siano sporadici, combattimenti dalle coreografie ridicole e perlopiù immotivati, e siparietti umoristici di un pecoreccio quasi vanziniano. Memorabile la scena con la protagonista femminile che interroga Conan sulla sensatezza del destino, e lui che gli risponde: "io vivo, combatto, uccido e non mi interessa altro" (o qualcosa del genere). E lei lo bacia. Come anche quella in cui fanno fuori gli schiavisti e si ritrovano davanti una gran quantità di femmine giovani, nude e procaci che non vedono l'ora di partire in viaggio con i loro salvatori. Il cattivo del film è caratterizzato in maniera superficiale, peccato perché l'intenzione era buona, ma nel finale si fa uccidere come un coglione. Ho adorato il vecchio Conan di John Milius soprattutto per la colonna sonora di Basil Poledouris, qui la colonna sonora fa il proprio dovere ed è forse una delle cose migliori del film (assieme alle ricostruzioni sceniche, complimenti ai falegnami e ai carpentieri), ma da sola non salva questa pellicola, così come non la salva la breve ma buona interpretazione di Ron Perlman nella parte del padre.

Infine ho rivisitato le sale per andare a gustarmi Lanterna Verde. Che dire? Un altro film di supereroi di cui non si sentirà più parlare quando sarà uscito dalle sale, più o meno come Captain America. Quest'ultimo mi è passato davanti con la stessa indifferenza di quando guardo il muro scorrere fuori dal vetro della metropolitana. Lanterna Verde invece qualche emozioncina me l'ha regalata, ma è stato tutto merito degli effetti speciali (suppongo che il costo di dieci minuti di questo film sarebbero bastati a risanare il debito pubblico dell'Italia). Ancora una volta, è la sceneggiatura che è di una banalità stratosferica. Lui supereroe, lei svenevole ma combattiva, la volontà contro la paura, bisogna essere coraggiosi o il nemico te se magna, complesso di inferiorità da babbo morto, sono una pippa no ce la faccio, e siamo umani con tutti i difetti riusciamo ad essere i più fighi della galassia. Mi sembra che sia tutto. Da premiare comunque un paio di scene: quella in cui la gnoccolona di turno fa notare a uno sbigottito Ryan Reynolds che non basta una ridicola mascherina a nascondere l'identità, e quella in cui lui cercando di ricordare il giuramento si lascia andare a un paio di citazioni da vero nerd. Tim Robbins ha una parte da deficiente (più deficiente ancora di quella di John Malkovich in Transformers 3) e ci si chiede quanto debbano pagarlo per convincerlo a comparire in ruoli del genere. Ma alla fin fine è un film veloce e spettacolare, come una salva di fuochi di artificio. Intrattiene e stupisce prima ancora che ci si renda conto che sono passate due ore che si potevano impiegare per fare altro.

sabato, giugno 04, 2011

Se Sheldon Cooper non capisce The Matrix

Riguardando qualche episodio di Big Bang Theory ho fatto caso alla battuta in cui Leonard ammette che l'unica volta in cui ha visto Sheldon così bloccato nei ragionamenti è stato dopo aver visto il terzo episodio di Matrix.

E' capitato anche a me, e forse un po' a tutti. Il film mescola gli elementi della trama (potremmo chiamarli un primo livello di lettura) con suggerimenti di altri campi, onirici, filosofici, teologici. Il risultato è che per gran parte dei film di Matrix lo spettatore è chiamato in causa per decidere se quello che sta accadendo appartiene al campo della scienza, della religione o della metafora filosofica. Ad esempio il Merovingio è un vecchio programma che sfugge alla sua distruzione nascondendosi, accumulando potere e rifiutandosi di tornare alla "sorgente" dove sarebbe destinato ad andare. Questa è la lettura superficiale, quella per così dire "realistica". La figura del Merovingio però può essere vista come una metafora del destino di Lucifero (la discoteca che gestisce è l'inferno, la sua sposa è Persefone, rifiuta la luce e vuole il potere). Oppure potrebbe essere vista come una figura filosofica: spiega a Neo e agli altri il principio di causalità, la visione dell'universo per cui siamo tutti schiavi delle conseguenze e nessuno e libero, e in questa chiave ridefinisce il senso di "acquisire potere" in Matrix.

Il punto è che molti spettatori, mescolando mescolando, alla fine non hanno più capito quale fosse il livello "base" e quali fossero gli altri livelli di lettura. Per cui alcune parti della pellicola potevano essere comprese, altre no e quindi finivano per essere interpretate. Ma certo da Sheldon Cooper non me lo sarei mai aspettato, anche perché basta fare un salto su wikipedia per trovarci tutta la trama spiegata in maniera terra terra, evitando così di perdere notti insonni a chiedersi perché Neo alla fine si sacrifica e Smith muore. Semmai qualcuno oltre a Sheldon ci abbia passato qualche notte.
Dal mio punto di vista The Matrix era un film solido e ben scritto, un gioiello. I due sequel (in realtà uno solo, lunghissimo, spezzato in due) sono stati ben progettati ma la verità è che gli sceneggiatori non avevano molto altro da raccontare. Molto più gustosi sono stati gli Animatrix, quei nove piccoli cortometraggi animati ambientati nell'universo di Matrix che hanno preceduto il lancio del secondo film. Gustosissimi, e davvero ben fatti.

Mi andava di dedicare una piccola riflessione a questa saga cinematografica perché domani ho in programma una maratona per rivederli tutti, organizzata dall'associazione ludica di cui sono co-fondatore. Non si gioca solo di ruolo. Il nerdismo non ha confini!

venerdì, maggio 06, 2011

Scott Pilgrim e Source Code

Ecco un esempio di film che ho scaricato in maniera assolutamente gratuita, barbarica, piratesca e illegale da internet, e che poi, visto che mi è piaciuto, sono andato ad acquistare. D'altro canto come dice qualcuno, se la pirateria danneggiasse veramente l'industria del cinema, il porno sarebbe fallito da un pezzo. Il film in questione non è un porno, è Scott Pilgrim vs the world.

Il regista è Edgar Wright, che conoscevo già perché sono un grande fan dei film di Simon Pegg e Nick Frost (Shaun of the Dead era geniale, ma secondo me Hot Fuzz è ancora meglio). Mentre i due appena citati sono stati impegnati a girare il prossimamente al cinema Paul, lui si è dedicato a questo piccolo gioiellino che è tratto invece da un fumetto altrettanto divertente che ho scoperto solo grazie al fatto che fino a qualche mese fa lavoravo in una fumetteria. Scott Pilgrim vs the world è un concentrato di scene deliranti, combattimenti, citazioni da film, videogames, fumetti e il tutto (incredibile!) funziona ed è spassosissimo. Certo bisogna essere molto nerd per riconoscere la colonna sonora di Zelda che scorre dietro alcune scene, e soprattutto se non si è reduci degli anni 80 tutta quella esplosione di bit cubettosi la capiremo un po' poco, ma una regia veloce, una sceneggiatura delirante e un uso divertentissimo degli effetti speciali rende questo filmetto una vera chicca da guardarsi con gli amici il sabato sera. Fidatevi.

L'altro film sul quale mi interessava esprimere un'opinione è Source Code, un film di fantascienza che è uscito da pochi giorni e ancora si trova in sala. Stavolta, tranquilli, ho pagato il biglietto. Anche perché avevo letto recensioni convincenti, e devo dire che non sono stato affatto deluso. Grazie a una sceneggiatura che -nonostante tratti di salti temporali e dimensioni parallele- riesce a essere solida e a nascondere bene i buchi, e soprattutto alla parsimonia nel dosare scene di azione e effetti speciali, questo Source Code sembra davvero un film di fanta-azione come non se ne fanno da un po'. Mescolando atmosfere alla Philip K. Dick e una buonissima scelta di cast (i tre attori principali sono tutti e tre stupendi e perfettamente nel ruolo) il risultato è stato positivissimo e ho trovato davvero molta soddisfazione nell'arrivare fino in fondo alla storia. Era forse dai tempi di Moon che un film di fantascienza non solleticava così bene sia la mia esigenza di intelligenza che quella di evasione. E infatti si tratta dello stesso regista, Duncan Jones. Possiamo aspettarci molto da lui, in futuro. Complimenti, attenderò con ansia il blu-ray.


lunedì, aprile 18, 2011

Dopo aver rivisto Tron Legacy

Ho visto questo film al cinema. Poiché mi era piaciuto molto, ma nutrivo qualche dubbio in proposito, ho aspettato a parlarne bene. Nel cinema multisala dove sono andato a vederlo, qualche mese fa, lo proiettavano esclusivamente nel fastidiosissimo formato 3D, che io ritengo una stronzata mirata a stimolare i cervelli atrofizzati della nuova generazione di teen-ager cresciuti a televisori 50 pollici e playstation 3 (e badate che non ho nulla né contro i televisori 50 pollici, né contro la playstation 3).
Ma tornando al film, sono stato costretto a sorbirmelo con occhialetti di plastica sul naso e futili immagini stereoscopiche. Eppure mi è piaciuto. Nonostante il fastidio.
Ci sono tornato, a vederlo, perché a forza di consigliarlo agli amici mi era venuta voglia di rivederlo. E mi è piaciuto anche la seconda volta. Ma siccome si trattava di un film di grosso impatto visivo, con musica roboante e effetti speciali grandiosi, ho pensato: sarà l'effetto cinema.
Ebbene ieri l'ho rivisto in blu-ray con la mia playstation 3 su televisore 50 pollici (ve l'avevo detto che non li odiavo). E mi è piaciuto comunque! A questo punto mi sono chiesto: come mai? Per le scene d'azione? Per gli effetti speciali? No, non credo. Ne fanno tanta di immondizia con effetti speciali grandiosi e scene d'azione mozzafiato, che però resta immondizia. Ricordo ancora con dolore quando uscii dalla sala dopo aver visto Van Helsing. Deve essere qualcos'altro. E secondo me questo qualcos'altro è la nostalgia.

Nostalgia innanzitutto degli anni '80, gli anni di quando ero ragazzino. Dei neon e della musica col sintetizzatore, della moda esagerata e degli eccessi luminosi, dei videogame cubettosi e delle sale giochi, delle gomme da masticare e delle biciclette BMX. Nel film ci sono molti omaggi a quegli anni, perché il primo Tron era degli anni '80, e probabilmente ogni piccolo omaggio ha smosso qualcosa dentro di me.
Poi nostalgia della fantascienza, di quel tipo di fantascienza. Cavolo, la fantascienza che si leggeva sui libri Urania, quella fatta di scienza spinta oltre il credibile, di tecnofantasie del tutto inverosimili, di quella che vedeva nel progresso tecnologico una porta per raggiungere mondi inventati apposta per evadere da questo. Quella fantascienza non esiste più. Adesso esistono solo due tipi di fantascienza: quella ancorata saldamente alla realtà, che gioca con i nostri incubi e le nostre sicurezze, rimuovendole e sostituendole con il mistero e l'inconsueto; e poi esiste la fantascienza fracassona, quella che distrugge un set dopo l'altro per la gioia delle nostre pupille e del nostro testosterone. Pochi film si discostano da tutto questo, e sono i film di fantascienza che, riusciti o meno, mi fa davvero piacere guardare (ad esempio Moon, o Sunshine, o Pitch Black).
Beh secondo me Tron Legacy, al di là di tutti i suoi difetti, ha avuto il pregio di unire queste due nostalgie. Forse per questo, mi è piaciuto molto.

sabato, aprile 09, 2011

Thanks anyway, Browncoats...

Ricevo e pubblico. Devo ammettere che le speranze che la cosa andasse in porto erano davvero poche. La 20th Centuty Fox è un caimano con il quale certe battaglie si possono solo perdere: anche se hanno troncato Firefly perché la serie era costosa e poco seguita, probabilmente sperano ancora di lucrare sul merchandising (libri, fumetti, giochi di ruolo, dvd, blu-ray e gadgets), materiale che continuerà ad essere prodotto e apprezzato da coloro che quella serie l'hanno scoperta e che si sono accorti subito che si trattava di un piccolo gioiellino. Alla domanda: sareste disposti a cedere i diritti della serie a una associazione che possa finanziare un eventuale seguito? hanno risposto come ci si aspettava: NO.

Ecco il comunicato rilasciato dai Browncoats. Grazie lo stesso, ragazzi. :)

People still wonder, “Can we start the ball rolling and buy/fund Firefly?”
Unfortunately, the short answer is: No. The critical first hurdle has always been this: Will Twentieth Century Fox negotiate with a fan-funded organization over Firefly continuation rights? We’ve been told, sadly, that’s not possible at this time. As such, we can’t even raise funds with the hope of rights acquisition. We do sincerely hope that Fox and Mr. Whedon will eventually get Serenity back in the sky, whether on television, the silver screen, or elsewhere. But, for now, this is not the way.

Potete leggere l'intero articolo qui.

mercoledì, aprile 06, 2011

Ho conosciuto la schifezza

A quanto pare i lettori della rivista britannica Empire hanno eletto i peggiori 50 film della storia. La mia classifica delle peggiori schifezze cinematografiche di riferimento resta comunque quella di Internet Movie Database, però quella di Empire mi regala una soddisfazione non da poco: al primo posto, come peggior film della storia, c'è Batman & Robin.
Non posso che concordare, io personalmente sono 15 anni che uso quel film come parametro di paragone dell'indecenza audiovisiva. Con un budget che avrebbe potuto risanare il debito pubblico di dieci stati africani o finanziare la ricerca medica per 20 anni, il regista Joel Schumacher fu in grado in quell'occasione di buttare nel cesso una mezza dozzina di attori niente male, realizzando un film addirittura peggiore del precedente (e già disastroso) Batman forever.
Tengo nota puntigliosamente di quali sono i miei punti di riferimento verso il basso. L'altra schifezza immonda che vi consiglio casomai vi mancasse un film che calzi nella categoria "immondizia" (oltre a Batman & Robin, ovviamente) è Belfagor, il fantasma del Louvre.
Una volta si diceva: sei talmente idiota che se partecipi alle olimpiadi degli idioti arrivi secondo, perché sei idiota! Credo che il concetto possa applicarsi a questi film. Perché se un film è orribilmente trash, raffazzonato, sconclusionato, realizzato in maniera palesemente amatoriale, alla fine ne risulta un capolavoro al contrario. C'è del genio dietro a Plan 9 from outher space di Ed Wood (come ci ha insegnato a comprendere Tim Burton). E sicuramente tutti quegli horror-splatter a basso budget o i film di fantascienza realizzati con due dollari sono talmente intrisi di auto-ironia e di palese voglia di confezionare un B-movie che alla fine non possono essere considerati davvero "brutti" ...sono un "genere".
Ecco per essere davvero una schifezza, film come Batman & Robin devono essere in grado di far vomitare, e nel contempo di essere completamente privi della volontà (e della consapevolezza) di far vomitare. Devono essere lì sulla soglia: schifezze sì, ma al di sopra del livello di spudorata indecenza che li avrebbe altrimenti consacrati come miracoli del trash.
Io non so esattamente dove sia quel limite, ma Batman & Robin è proprio lì, è la mia linea di demarcazione, la mia tacca sul metro. E grazie Empire per avermelo confermato, dopo 15 anni.

venerdì, aprile 01, 2011

Il Rito e Sucker Punch

Forse sono l'unico a pensarlo, ma quando vedo una tizia che fa stretching a terra mentre un prete gli ripete l'ave Maria, a me viene da ridere. Non serve a niente la colonna sonora drammatica, o le voci sussurrate che rimbombano nella sala, e nemmeno desaturare la pellicola al limite del bianco e nero (anzi direi del bianco e marrone). Guardo queste scene e mi viene da ridere, mi dispiace è più forte di me.
Quindi mentre sedevo al cinema guardando Il Rito, cercavo di trovarci l'horror senza riuscirci. Il film ha dalla sua alcune cose interessanti: ad esempio Roma è descritta esattamente come è, senza poesia o tagli melodrammatici. Risulta una città di incredibili bellezze (il colosseo, San Pietro) contrapposte alla fatiscenza di alcuni suoi angoli, agli ingorghi di traffico, alla cafonaggine della gente che vi gira (mitica la scena del tizio in motorino che quasi investe il protagonista e il vigile dietro che lo manda a fanculo). Poi c'è Sir Antony Hopkins che risulta credibile anche come indemoniato, figuratevi quanto è bravo. E anche Rutger Hauer per quanto abbia una particina, è stato bravissimo. Purtroppo il film cede su molti altri aspetti. Ad esempio l'intenzione -fallita in partenza- di voler far credere al pubblico del 2011 che il diavolo esiste davvero e che gli esorcismi non siano una cazzata (faccio notare che il film si apre con la scritta "ispirato a fatti realmente accaduti" e si mantiene su quella linea per tutto il tempo). Poi c'è quel cetriolo imbalsamato del protagonista che proprio non si capisce come abbia fatto ad ottenere la parte. E infine l'incertezza della realizzazione, sia nella sceneggiatura che nella regia: per tutto il film non si capisce se il regista voglia fare a meno o no degli effettacci speciali, poi alla fine ne usa pochi e male (probabilmente per colpa della succitata intenzione di farci credere che tutto possa essere vero) e quel che ne risulta è un film che non fa paura, né riflettere. Peccato.

Al contrario posso dire che da Sucker Punch mi aspettavo molto ma molto di meno. Qualcosa del tipo Captain Sky and the world of tomorrow, nulla di più. Invece il film, nelle intenzioni, era buono. Peccato per la regia di Zack Snyder perché il regista di 300 è perfetto per le scene di azione e massacro, ma tutto il resto lo tratta con una grossolanità che lascia l'amaro in bocca. Ora per chi non lo sapesse il film parla di cinque ragazze che organizzano la fuga da un manicomio femminile, ma mette in scena anziché quello che succede veramente, la versione "immaginaria" della realtà. Così, recuperare una mappa dall'ufficio del secondino capo diventa una battaglia tra nazisti zombie e forze tecnologiche americane durante la seconda guerra mondiale, rubare uno zippo si trasforma in una battaglia fantasy contro un drago... e così via. Siccome il regista è proprio lui, le battaglie e le scene d'azione sono mirabolanti, e da sole valgono il prezzo del biglietto: la telecamera (grazie a degli effetti speciali incredibili) volteggia ovunque avvicinandosi a dettagli minuziosi, come le incisioni sulla Katana, per poi schizzare via attraverso corpi squarciati e poi ruotare in volo e riprendere salti al rallentatore. C'è una sequenza di battaglia in un vagone, su un treno futuristico, che è un unico piano sequenza di cinque minuti in cui le tre protagoniste fanno fuori una ventina di androidi, e la visuale schizza ovunque a ritmo di musica pompando l'adrenalina a mille. Veramente strabiliante.
Altra nota positiva è la galvanizzante colonna sonora, che dovrò procurarmi.
Tuttavia il film non è riuscito al 100% perché tutto quello che c'è al di fuori delle scene d'azione non è affatto amalgamato con le suddette. Per capirci: le battaglie sono evocate dalla protagonista che balla, ma non solo non la si vede mai ballare, sembra proprio che non stia ballando. Pare più una specie di "capacità magica"... inizia la musica, lei ondeggia e parte il combattimento. Quando finisce di ammazzare gente, si torna agli sguardi catatonici degli spettatori, che si risvegliano e applaudono. Insomma non somiglia affatto a una metafora, è più come se la ballerina abbia acceso un TV al plasma e abbia premuto play sulla console. E la morale finale, "sussurrata a voce alta" in faccia agli spettatori prima dei titoli di chiusura, è un modo poverissimo per assicurarsi che gli spettatori più idioti abbiano capito il senso del film. Di nuovo, peccato.

giovedì, marzo 24, 2011

Dylan Dog me lo vedo in streaming

Ho letto la recensione del film di Dylan Dog scritta da Stefano Feltri per Il Fatto quotidiano. Devo premettere che non mi aspettavo, dal film, niente di diverso. Mi chiedo come mai, ma alla fine non riesco mai ad essere stupito, nel male, da certe produzioni. Ad esempio, non avrei mai scommesso un centesimo sul film di Kyashan. E non mi aspetto di certo un capolavoro se un decidono di fare il film de La Lega degli Straordinari Gentleman di Alan Moore. Diciamo che di default, mi aspetto delle cagate incommensurabili. Ben vengano quindi i risultati positivi (che siano o meno capolavori) come Watchmen, Il Cavaliere Oscuro, Kick-Ass.

Poiché un film è una "creatura" molto diversa da un fumetto, occorre sempre rimaneggiarlo. E il rimaneggiamento può essere affidato (capita spesso) a persone che dell'opera originale non hanno colto una mazza, o che per esigenze di produzione sono costrette a fare scelte più popolari e meno rispettose dello spirito della fonte originale. Insomma è più facile che un film tratto da un libro, o da un fumetto, sia più "povero" della sua fonte, anziché il contrario (e di questo tutti siamo consapevoli).

Insomma non mi aspettavo che Dylan Dog fosse un capolavoro di film, immaginavo, presagivo, mi aspettavo una mezza stronzata. Da vedere, una volta, per curiosità. Certamente non da premiare con l'acquisto di un dvd, e nemmeno con 7 euro al cinema. In fondo a questo serve la pirateria, a far capire a chi confeziona stronzate che non hai approvato quello che hanno fatto. Se vai al cinema e gli lasci 7 euro, cosa gliene frega ai produttori che il film ti ha fatto schifo? Tanto loro l'incasso l'hanno fatto lo stesso. Anzi, ne produrranno un altro, bissando e superando lo schifo nello schifo (ehi Daredevil ha fatto cagare, ma abbiamo riempito i cinema, lo facciamo Elektra?). Quando invece un film è bello, è giusto premiarlo con l'acquisto del dvd o del blue-ray o andando al cinema anche se l'hai visto scaricato. Perché allo stesso modo, chi ha prodotto il film se ne frega se a te il film è piaciuto, visto che il cinema è un industria e a fine mese tirano le somme dei soldi fatti. Se una cosa ti piace, occorre premiarla.

Quindi credo proprio che 'sto Dylan Dog me lo vedrò in streaming. E continuerò a leggere il fumetto. E se non l'avete fatto consiglio a tutti di leggere la recensione che citavo prima, la trovate qui.

mercoledì, marzo 02, 2011

Il Grinta e Solomon Kane

Adesso metto insieme due recensioni e parlo di due film che apparentemente non hanno niente in comune... e che forse non hanno niente in comune nemmeno oltre l'apparenza. Il primo film è Il Grinta, che da qualche giorno è nei cinema. L'altro è Solomon Kane, che da qualche giorno è uscito in Dvd/Blue-ray e che al cinema è apparso di sfuggita, ma senza biasimo per le sale che non l'hanno messo in programma.

Il Grinta è l'ultimo film dei fratelli Coen. Trovate tutti i dettagli su Internet Movie Database quindi non starò a parlarvi degli attori e dei registi, tranne forse menzionare che i fratelli Coen sono quelli che hanno girato il film più bello di tutti i tempi, a mio parere: Il Grande Lebowsky. Come in tutti i film di questi registi, c'è molta ironia (anche se si tratta di un western) e la regia è impeccabile, ma quello che colpisce di più dei loro film è la qualità della sceneggiatura. Non c'è un solo dialogo che sembri arraffato e buttato là giusto per far dire qualcosa al personaggio. Il copione è di altissimo livello, le battute non sono mai banali, anzi dimostrano sempre un gran lavoro di approfondimento attorno al periodo storico, al tipo di film, alla collocazione geografica e non per ultimo alle origini di ogni personaggio. Nessun personaggio discute di banalità, o scambia due parole senza senso. In un qualsiasi altro film western in cui due cowboy di fine '800 discutessero a cavallo, si direbbero cose tipo "che diavolo di foresta intricata" oppure "sono giorni che camminiamo dannazione" o "una volta con la mia colt ho fulminato dieci indiani" ...cose così. Ma in un film dei Coen l'intelligenza dello spettatore, la cultura, la capacità di riconoscere le blatere dalle discussioni verosimili, non vengono mai sottovalutate. Così quando il Grinta straparla, lo fa citando geografia, storia, eventi del periodo. I personaggi fanno riferimento a quello che probabilmente era il loro contesto, in quel tempo e in quel luogo. E' tutto minuziosamente riprodotto anche nei dialoghi.

Ci ripensavo, a Il Grinta, mentre oggi mi rivedevo in dvd Solomon Kane. Un filmetto fantasy che nonostante avesse buone possibilità di divenire qualcosa di serio, è risultato un b-movie da seratina con gli amici, senza troppe pretese, anzi da vedere mentre si chiacchiera di altro. Perché i dialoghi sono qualcosa di risibile. Del tipo "tu sei il male io la cura". Banalità su banalità su banalità. "Tuo padre mi aveva promesso che se ti avessi salvata, la mia anima sarebbe stata salva... ti ho salvata... e la mi anima è salva." Complimenti! Probabilmente avevano paura che un ragazzino di 12 anni col cervello sfondato dalla playstation non riuscisse a comprendere discorsi un po' più complessi. Oppure (cosa più facile) hanno come al solito relegato il genere fantasy a un sotto-genere da film di scarso impegno, come se Il Signore degli Anelli non fosse mai stato girato. Peccato. Non che i romanzetti di Howard su Solomon Kane fossero capolavori della letteratura, ma forse si meritavano qualcosina di più.

A questo punto mi sorge una domanda, che forse è più il barlume di una speranza, un desiderio che forse non si realizzerà mai e che magari è meglio che non si realizzi. Ma i fratelli Coen dirigeranno mai un fantasy?

sabato, febbraio 26, 2011

Help Nathan to buy Firefly

Qualche giorno fa, Nathan Fillion è stato intervistato da Entertainment Weeky. Sono affetto da una particolare adorazione nei confronti di Nathan Fillion, credo che sia la sua faccia da bastardo, o la sua strana attitudine allo scherzo, il modo in cui si atteggia a brillante e spaccone. Non so. E' anche probabile che nella vita non si esattamente come appare nei telefilm, ma il fatto che nelle due serie che gli hanno dato più successo (Firefly e Castle) egli interpreti più o meno lo stesso tipo di personaggio, mi fa pensare che abbia a che fare con il suo modo di essere naturale. Anche perché, nelle interviste non sembra tanto diverso.

Comunque, sproloqui a parte su Nathan Fillion, egli durante questa intervista ha detto "Se vincessi alla lotteria e avessi tipo 300.000 dollari, comprerei io la serie Firefly per produrre la nuova stagione da mandare gratis online." O qualcosa del genere.

Per chi non conoscesse Firefly, si tratta di una serie di fantascienza andata in onda qualche anno fa, creata da Joss Whedon (quello di Buffy, ma credetemi, ha poco a che fare con lei). La serie ha vinto numerosi premi e nell'atmosfera era la commistione perfetta tra western e film di fantascienza... il protagonista (interpretato da Nathan Fillion) era il capitano Malcolm Reynolds, una sorta di Han Solo, contrabbandiere fuorilegge che tentava di sbarcare il lunario accettando missioni al margine della legalità, cercando nel contempo di sfuggire al potere centrale della galassia. I pianeti di "frontiera" luoghi di colonizzazione lontani dal centro burocratico e vivo dell'unione governativa, nella serie sono abbandonati a loro stessi e la Serenity (l'astronave di Malcolm) assieme al suo variopinto equipaggio (tra cui un prete e un'accompagnatrice di cui lui è innamorato) vivono una serie di avventure che hanno più il sapore di un romanzo di avventura che di uno di fantascienza. La serie fu premiata anche per gli effetti speciali, davvero pregevoli, e forse proprio per il costo la Fox decise che non ne valeva la pena: si potevano fare gli stessi soldi spendendo molto meno. Chiusero la serie alla prima stagione, dopo 15 episodi. Dopo un paio di anni Joss Wedon diresse un film, Serenity, nel quale chiudeva molte delle questioni lasciate in sospeso dalla serie. Anche il film fu molto apprezzato e ricevette numerosi riconoscimenti, ma ovviamente chi lo apprezzò di più furono i milioni di fan rimasti orfani di Firefly. Cercate di recuperare la serie e di vederla, ne vale davvero la pena (in Italia è stata trasmessa da canal Jimmy più o meno stuprandola, cioè tagliandola in 4:3 e con un doppiaggio che eliminava molte delle scelte di registro del parlato inglese).

Tornano alla dichiarazione di Nathan, è chiaro che abbia scatenato una rivoluzione. Fatti due conti, acquistare i diritti della serie non costerebbe certo 300.000 dollari (si stima 30-40.000 dollari), quindi perché non aiutare il capitano Malcolm Reynolds a portare a termine l'intenzione? Detto fatto. Su internet è nata una campagna di raccolta fondi: "Help Nathan buy Firefly", poi una pagina ufficiale di Facebook e su Twitter, e il fanclub ufficiale di Firefly (i "Brown Coats" in onore dei cappotti marroni che i ribelli indossavano durante la battaglia di Serenity valley, nel telefilm) si è fatto carico di organizzare il tutto. Nel sito si legge che prima di accettare soldi, si muoveranno affinché sia realmente possibile fare una cosa del genere (non è detto ad esempio che la Fox abbia intenzione di venderli, o che Joss Whedon abbia intenzione di dare un seguito alla serie... o che Nathan Fillion non stesse scherzando!). Comunque, qualsiasi donazione, casomai il progetto dovesse partire e poi non andare in porto, sarà rigirata a un paio di enti benefici fondati da Joss Whedon e da Nathan Fillion.

Insomma è passata solo una settimana! ...ma già si inizia a sperare.

giovedì, dicembre 02, 2010

Vi veri universum vivus vici

«Come molti apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione. Ma affinché gli eventi importanti del passato vengano celebrati con una bella festa, ho pensato che avremmo potuto dare risalto a questo 5 novembre.
Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che presto arriveranno gli uomini armati. Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; esse sono il mezzo per giungere al significato e all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c'era la libertà di obiettare, di pensare e parlare, ora avete censori e sistemi di sorveglianza.
Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno risponderne ma ancora una volta, se cercate il colpevole... non c'è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l'avete fatto. So che avevate paura. Guerre, terrore, malattie… problemi, una macchinazione diabolica per corrompere la vostra ragione e privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, ed il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all'attuale capo. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso, obbediente consenso.
Più di 400 anni fa, un grande ha voluto compiere la congiura delle polveri. La sua speranza era di ricordare al mondo che l'equità, la giustizia, la libertà non sono parole: sono prospettive. Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questo governo vi restano ignoti, vi consiglio di lasciar passare inosservato il 5 novembre. Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, ad un anno da questa notte, fuori dai cancelli del Parlamento, e insieme offriremo loro un 5 novembre che non verrà mai più dimenticato.»

domenica, novembre 28, 2010

Fenomenologia degli Zombi

Mi piacerebbe leggere qualcosa di interessante e ben scritto su quella che mi piace chiamare "fenomenologia degli zombie". Dilagano veramente, i morti viventi. Non nella realtà (o forse sì, ma ne parlerò dopo), bensì in tutte le forme di intrattenimento possibili. Dapprima nei film e nei romanzi, portati al successo da George Romero e dai suoi epigoni; poi nei videogiochi, dove sono stati riciclati, convertiti, adattati e remixati in tutti i modi possibili (da House of the Dead a Plants vs Zombies), infine fumetti, serie televisive, spot che rimandano a film e libri del genere, fino alla caleidoscopia mediatica: film tratti da videogiochi ispirati a film di zombi (Resident Evil ne è l'esempio più lampante, ma anche il sopra citato House of the Dead ha avuto ben due film ispirati al videogioco, e un terzo è in produzione). E vogliamo parlare di Orgoglio e Pregiudizio e Zombie? La riscrittura del romanzo di Jane Austen con l'aggiunta di morti viventi. ...personalmente trovo l'idea geniale. Ma è solo un altro esempio: gli zombi dilagano attorno a noi. Qualcuno avrà fatto una ricerca, quindi. Ci deve essere una base sociologica se gli zombi piacciono così tanto (The Walking Dead, la serie tv trasmessa da Fox ha avuto il miglior esordio di tutte le serie Amc per dati di ascolto). Come mai?

Qualcuno, tempo fa, mi fece riflettere sull'immagine della morte. I morti viventi rappresentano la morte, una paura atavica dell'uomo, che improvvisamente in questi film ci troviamo a fronteggiare. Non moriremo, torneremo in vita. Il nostro corpo straziato si trascinerà per il mondo cercando i vivi per divorarli. I nostri amati cari irromperanno nelle nostre case per strappare brandelli della nostra carne. Sono in effetti tutte componenti valide della "paura degli zombi". Ma appunto, sono motivazioni che ce li rendono terrificanti, non amabili. Invece lo zombi è sempre più un'icona amata, un simbolo, qualcosa che (come dice lo stesso Romero) "non muore mai". I racconti, i romanzi, i film di zombi ormai hanno esplorato ogni terribile aspetto del fenomeno zombi: dalla corsa alla sopravvivenza (le regole di Zombieland e dei manuali di sopravvivenza appositi), alle conseguenze morali (sparare o no all'amico appena morso che si sta per risvegliare? un classico intramontabile), alle implicazioni sociali su vasta scala (crollo dell'economia, creazione di un nuovo tipo di società, vedi La Terra dei Morti Viventi). Inoltre alla paura della morte si possono aggiungere centinaia di altre componenti: la paura del contagio (come in 28 Giorni Dopo e in tutti quei libri o film dove il risorgere dei morti è conseguenza di un'epidemia), il crollo di qualsiasi sicurezza, la violazione dei nostri spazi, la corruzione della carne eccetera. Ma stiamo divagando. Il mio parere è che il "successo" dei morti viventi non può essere dovuto solamente all'attualità del modo in cui ci spaventano.

I primi film di Romero erano politici. Qualcuno dissentirà, dirà che erano horror come tanti e che come tanti altri film dello stesso genere avevano quella venatura di critica sociale che serve solo a rendere più interessante la trama (quando un film horror è fatto bene). In realtà io ci vedo molta più politica in un film di zombi di Romero che in una puntata di Ballarò, ma che volete farci, sarò malato. Quando mi viene presentata l'idea di un gruppo di disperati chiusi in un supermercato e assediato da gente morta che vuole mangiarseli, non riesco a non fare un centinaio di collegamenti con quello che succede nel nostro mondo tutti i giorni. Insomma, al di là di quello che dice lo stesso Romero: «Ho sempre simpatizzato per gli zombie, hanno un che di rivoluzionario. Rappresentano il popolo solitamente senza idee autonome che a un certo punto, stanco dei soprusi, si ribella. Eravamo noi nel '68. E ora siamo morti, no? I nostri ideali sono morti, io sono uno zombie.» mi pare che applicando il metodo Montessori a certi film, si possano trovare interessanti analogie con la realtà. E' per questo che gli zombi ci affascinano così tanto? ...perché li vediamo come una rilettura della faccia più triste della nostra quotidianità? Ripetere gli stessi gesti, ogni giorno, muoversi solo per mangiare, vivere, morire, e forse non morire mai, consumare, venire decerebrati da qualcosa che ti impedisce di uscire dalla massa, massificati e costretti a rivivere per sempre lo stesso giorno, finché qualcuno non ti spara in testa. Non sono zombi forse i ragazzi impasticcati che si scrollano di dosso il sudore al ritmo di percussioni caotiche in una discoteca? Non sono zombi le masse di lavoratori accalcate nei treni per pendolari, come carri bestiame, trasportati verso l'ennesima giornata di lavoro? Non sono zombi forse anche i dirigenti delle mega aziende che si nutrono della carne viva dei loro sottoposti, intascandone il sangue sotto forma di stipendi milionari, interessati solo ad accumulare soldi? mmmh no questi ultimi in effetti somigliano più ai vampiri. Ma non c'è dubbio che i loro sottoposti siano zombi. E i loro sottoposti siamo noi, i dominati. Ecco, lo zombi è l'icona del popolo dominato, morto, e tenuto in vita da una scintilla. La voglia di non morire, forse. Non si ostinano a morire, continuano a campare anche se quella non è più vita, è sopravvivere, a malapena. Ma non lo sanno.

Magari tutte queste sono chiacchiere a vanvera. Eppure sono sicuro che se facessi un giro nel reparto di saggistica di una grossa libreria, troverei anche più di un libro sull'argomento. Vorrei davvero sapere cosa li rende così interessanti, un genere intramontabile, un successo intergenerazionale. Proverò a documentarmi, un giorno o l'altro.

lunedì, luglio 20, 2009

Depressione al cinema

Segnale del declino di hollywood, al cinema in questi giorni ho infilato una dopo l'altra tre grosse delusioni. Cominciando da Terminator - salvation, dal quale mi aspettavo forse di più di quanto fosse lecito, giacché avevo appena finito di vedere la spettacolare serie televisiva (The Sarah Connor Chronicles). Credevo che qualche sceneggiatore della serie, scritta veramente benissimo, avesse potuto essere tenuto d'occhio da chi ha messo in piedi il quarto film. Invece no. Roboanti effetti speciali lasciano poco spazio ad una sceneggiatura piena di incertezze e di buchi, che a sua volta trasforma tutti gli attori in comparse sprecandone sia la presenza che il talento. Nessuno ha pensato che il personaggio di John Connor avesse bisogno di più cinque minuti di introspezione? Probabilmente no, nessuno. Interessante comunque l'idea di skynet di uccidere John Connor mandandogli contro Schwarzenegger nudo.

Tutto sommato comunque è stato il film meno deludente della serie. L'avete visto Transformers 2? Una trama puerile (per non dire scoreggiona) abbinata a due ore mezza di effetti speciali talmente esplosivi che dopo un'ora mi ero già stufato di vederli. Immagino che quando a uno sceneggiatore si offra la possibilità di scrivere un film che avrà un budget pari a dieci volte il PIL di uno stato africano, sia normale scrivere di trasformers che si trasformano in gnoccone arrapate che tentano di uccidere il protagonista. O di robottini che parlano fighetto e scoreggiano quando si trasformano. O di fare battute razziste. O di inquadrare a tutto schermo il sedere di John Turturro con delle mutande davvero esilaranti (se sei un fan dei film dei Vanzina, altrimenti è una trovata pecoreccia e di basso livello). Beh io non lo immagino e non l'avrei mai immaginato, prima di vederlo.

E finiamo in bellezza con l'ultimo Harry Potter, del quale non sono un fan ma che stavolta supera se stesso. Due ore e mezza di film durante le quali l'unica cosa che succede sono intrallazzi amorosi tra i protagonisti. Tra un bacio e una scena di gelosia isterica, Harry Potter riesce a scoprire come sconfiggere Voldemort. Dopo di ché, il film finisce. Sì sì... Finisce! E' come se per due ore e mezza uno si fosse goduto il trailer del prossimo film. E dire che non è girato affatto male. Le scenette romantiche sono pure gustose (mettono in ridicolo proprio quegli aspetti idioti che caratterizzano le vanesie ragazzette che popolano i nostri licei). Però sin dall'inizio del film ci si aspetta che succeda qualcosa. E quel qualcosa non succede.

Per fortuna nel periodo in cui mi sono sorbito queste tre ciofeche, ho però anche avuto la fortuna di capitare al cinema per vedere qualcosa di veramente appagante: Coraline. L'avete visto? ...spero per voi che non siate andati a vedere i film sopra descritti e abbiate invece mancato questo piccolo capolavoro. Decisamente il film migliore tratto da una sceneggiatura di Neil Gaiman (non che ci volesse molto). Non vi voglio raccontare nulla, ma cercate di non perdervelo perché sicuramente è molto meglio di quanto vi aspettate.