giovedì, settembre 22, 2011

Altri capolavori da dimenticare

Altri due film che andrebbero evitati, soprattutto se siete sensibili quanto me a certe sollecitazioni. Vi narrerò della mia serata al cinema.

Seduto sulla mia poltroncina vellutata ero in attesa che il film The Eagle cominciasse. Di fianco a me, una coppia (ragazzo e ragazza), sgranocchiavano quella sottomarca di cipster che nei multiplex vendono al doppio del costo dell'originale. Li sento lamentarsi del fatto che c'è troppa pubblicità, in maniera del tutto generica. Dopo i consueti 20 minuti di spot caserecci per lo più riguardanti bisteccherie e autofficine, il film comincia.

The Eagle scorre indigesto come la pasta scotta al ristorante. Si tratta della storia di un romano inviato presso un forte in Britannia, che dopo aver difeso efficacemente la postazione dai barbari, come premio viene congedato. Trattandosi di un film essenzialmente fascista, il protagonista non può che soffrire per il fatto che ora sarà costretto a trascorrere la vita in qualche bella villa romana. Perché è chiaro che lui vuole combattere, vuole l'onore, vuole riscattare la figura del padre che è stato maciullato in battaglia assieme a tutta la sua legione perdendo lo stendardo d'oro di Roma, l'aquila del titolo. Il suo schiavo gli chiede: ma che c'è di tanto importante in quel pezzo di metallo? Lui gli risponde: l'aquila è ROMA! Come se fosse una spiegazione. Comunque continuo a farmi inondare di testosterone, saluti romani, maschilismo manifesto e dialoghi pompati fino alla fine. In due ore non prende la parola mai nemmeno una volta una donna (diciamola meglio, nel film non compare mai una donna). Alcune battute sono da memoriale della storia del cinema: "Bevi i suoi intrugli, sono un toccasana, anche se puzzano più dei suoi peti." Gli dice lo zio riferendosi all'erborista suo schiavo, quando il protagonista è malato.
La vicenda si sposta a nord, quando lui decide di andare a ritrovare l'aquila, ché qualcuno l'ha vista da qualche parte oltre il vallo. Partono in due, lui e lo schiavo. L'aquila alla fine ce l'hanno gli uomini-foca (davvero!), una tribù di barbari che lo spettatore potrebbe addirittura prendere in simpatia, e infatti prima della fine lo sceneggiatore arguto ci infila una sequenza in cui un guerriero degli uomini-foca sgozza un ragazzino la cui unica colpa era di non aver svegliato il papà. Così, tanto per far capire chi sono i cattivi. Fotografia e regia del film sono pregevoli, la colonna sonora è un po' scialba ma le litanie sullo sfondo fanno sempre la loro bella figura. Un po' meno bravi gli scenografi: vestiti e location sanno sempre un po' troppo di finto. Gli attori si limitano a prestare la faccia, ma tanto non serve molto di più in un film del genere. Ovviamente, è la sceneggiatura il punto debole. Buchi grossi come case: i romani costretti a uscire dal forte per ammazzare i barbari? Ma non ce le hanno le lance e le frecce? Uomini a piedi che raggiungono fuggitivi a cavallo. Banalità assortite: ah bravo hai riportato l'aquila, rifaremo la IX legione e tu sarai il capitano (dice il senatore in quattro e quattr'otto, senza consultare nessuno, visto che siamo agli sgoccioli del film e bisogna chiudere). Ma ancora peggio della sceneggiatura è l'intenzione del film, che sembra proprio voler dare una spolverata a quei valori che (forse) saranno stati in voga duemila anni, ma che nonostante progresso e civiltà l'umanità non è mai riuscita a togliersi dal groppone, e che quindi continuano a sprofondarci nella vera barbarie, non quella dei Pitti, bensì quella delle guerre economiche, del sopruso del più forte, dell'ostentazione del potere, della prevaricazione dei diritti dei deboli, della conquista con le armi, della testa alta, del me ne frego. Le barbarie del nazifascismo, delle dittature di stampo sovietico, degli assolutismi, dei combattenti armati per la libertà africani e dei vanti virili del nostro premier, hanno tutte una cosa in comune: l'amor proprio. L'amor proprio ti tiene in vita, è vero, ma se lo esalti e lo veneri e ne fai un valore, diviene un'arma con la quale colpire chi ti sta attorno. Una volta Giacomo Leopardi scrisse: "Il principio universale dei vizi umani è l'amor proprio." Ora ci hanno fatto un film, si chiama The Eagle.

Stremato psicologicamente da questo film, quando si sono riaccese le luci ho notato che la coppia seduta vicino a me aveva già lasciato la sala, abbandonando in terra mezzo panino smozzicato, i bicchieri delle bibite e i cartocci di patatine. Trogloditi. Gente che siccome paga, pensa di aver comprato il diritto di essere incivile. Se vi capitasse di fermarne uno, vi risponderebbe: beh lo butteranno via gli inservienti. Anche se addirittura negli spot prima del film ti invitano a "utilizzare i cestini". E anche se abbandonare un panino mangiato a metà per terra, fa schifo. Ma è a quelli come loro che il film presumibilmente sarà piaciuto.

Cambiando sala per il secondo film della serata, Contagion, mi devo essere confuso. Dopo la lunga trafila di trailer e spot vari, mi ritrovo a contemplare allibito i titoli di testa del film Box Office 3D di Ezio Greggio, pellicola che nemmeno sotto tortura sarei riuscito a vedere. Fuggo dalla sala e imbocco in quella giusta. Vado a sedermi trafelato e un signore, seduto sul sedile di fronte a me, mi chiede se "mi era già capitato". Dapprima non capisco... anzi penso: e questo che ne sa??? Poi lui si spiega, e io intuisco che si riferisce al fatto che sono 25 minuti che sta seduto a vedere spot e il film non comincia ancora. Giunge un altro individuo che impreca ad alta voce prima di sedersi: "Ma che cazzo! Non è possibile! Mezz'ora di pubblicità!". Era andato a protestare (dove? non lo so). Gente qualsiasi, altri trogloditi. Si rivolge a me e gli dico che è normale (nei multiplex è così da 20 anni, anche se in effetti 20 anni fa c'erano 15-20 minuti e adesso sono 20-25). Lui mi fa, tutto incazzato: "ma che il cinema è vostro? C'avete 'na convenzione?" come se gli avessi detto che adoro gli spot e che è giusto che sia così. Capacità intellettive limitate. D'altro canto appunto, questo poveretto probabilmente era la prima volta che si ritrovava a vedere un film in un multiplex, ed era di tale pochezza mentale da non essere riuscito a scorgere l'avvertenza che il film sarebbe cominciato 25 minuti dopo l'orario annunciato, stampata su brochure, biglietto che aveva in mano e premessa anche sul sito internet.
Comincia il film (il troglodita sbotta ad alta voce: "Grazieeee di esistereeeeee"), e già sapevo che si trattava di quel genere di film che avrebbe sfruttato la grande predisposizione dell'americano medio alla paranoia. Dopo il millennium bug, il terrorismo e la suina, era la volta dell'aviaria. Il film percorre precisamente ogni binario presagito. Terrore del contagio, primi piani su facce sudate, morti per strada, gente che si tossisce in faccia, fino ad arrivare alle soglie di un'apocalisse che, dopo quasi due ore di film, speri proprio che avvenga, trasformando quella palla in un bel racconto di fantascienza in stile Richard Matheson. E invece no, trovano la cura, e l'emergenza si sgonfia con la stessa tranquillità con la quale si era montata. Ognuno dei dieci attori di grande richiamo che partecipano al film, ricopre una parte di meno di un quarto d'ora complessivo su schermo, e ci si chiede quanto abbiano pagato per far schiattare Gwyneth Paltrow dopo cinque minuti di pellicola. Matt Damon non si ammala perché ha avuto culo coi geni. Jude Law fa la parte del giornalista che accusa le multinazionali farmaceutiche di fare i miliardi sulla pelle della gente, alimentando fobie solo per vendere medicinali, e sarebbe stato un ruolo di grande denuncia (perché nella realtà i fatti stanno proprio così), ma nel film si scopre che fa il doppio gioco, froda il pubblico e prende mazzette, e così diventa lui lo stronzo, e qualsiasi cosa sensata abbia detto in precedenza perde immediatamente di spessore. Musica sintetica, regia invisibile (di Stephen Soderbergh), e niente altro degno di nota. Quando si arriva ai titoli di coda ci si rende conto di aver assistito a una grande ricostruzione storica di qualcosa che non è avvenuto mai. E qual è il senso del film? Che bisogna imparare a lavarsi le mani? Perplesso lascio la sala, ormai è l'una ed è ora di tornare a casa. Il cafone mentalmente limitato che sedeva di fronte a me ammette con prodezza di aver dormito per quasi un'ora.

Dove andremo a finire? Come dice Daniele Luttazzi, ci siamo già.
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