Ho sfruttato Drizzit (il protagonista delle mie vignette) per la locandina che anticipa l'imminente apertura della Gilda del Drago Nero nei nuovi locali. Si tratta di un grosso passo avanti per l'associazione ludica in questione: gestire un locale tutto nostro significa far fronte a tutta una serie di problemi (economici, organizzativi e... sociali) che non ci spettava di affrontare quando eravamo "ospiti" dello Zainetto Pratico di Heward. Ora il negozio ci supporterà in maniera diversa, nel senso che ci auguriamo di essere suoi sostenitori per tutto quanto quel che riguardo l'ambito ludico. Ma ogni onere e ogni beneficio della Gilda ricadrà sui suoi soci fondatori (un pugno di persone afflitte dalla sindrome di Peter Pan). Al momento, il locale è da ristrutturare, ma ci riproponiamo che sia agibile entro l'inizio di Febbraio. Diamoci da fare, incrociamo le dita e non incrociamo le braccia.
venerdì, gennaio 14, 2011
La Gilda diventa grande
Ho sfruttato Drizzit (il protagonista delle mie vignette) per la locandina che anticipa l'imminente apertura della Gilda del Drago Nero nei nuovi locali. Si tratta di un grosso passo avanti per l'associazione ludica in questione: gestire un locale tutto nostro significa far fronte a tutta una serie di problemi (economici, organizzativi e... sociali) che non ci spettava di affrontare quando eravamo "ospiti" dello Zainetto Pratico di Heward. Ora il negozio ci supporterà in maniera diversa, nel senso che ci auguriamo di essere suoi sostenitori per tutto quanto quel che riguardo l'ambito ludico. Ma ogni onere e ogni beneficio della Gilda ricadrà sui suoi soci fondatori (un pugno di persone afflitte dalla sindrome di Peter Pan). Al momento, il locale è da ristrutturare, ma ci riproponiamo che sia agibile entro l'inizio di Febbraio. Diamoci da fare, incrociamo le dita e non incrociamo le braccia.
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lunedì, gennaio 10, 2011
Drizzit 0.3
In realtà non è cambiato solo il titolo. Ho deciso in maniera più o meno definitiva i colori, il font delle vignette, le caratteristiche del vestito di Drizzit e altre cosucce. Anche la qualità del tratto dovete ammettere che è migliorata un po'... del tipo che ho imparato a tenere dritta la penna mentre traccio la linea. E' un grosso passo avanti.
Mi piacerebbe considerare queste prime vignette come una sorta di "prologo" alle strisce vere e proprie. Con Drizzit e Glenda che partecipano attivamente alle decisioni. Un giorno, quando sarò in carcere per palese abuso di citazione, i miei nipoti potranno sfogliare le pagine del libro e dire: «Queste cagate erano solo il prologo, vent'anni dopo, lo zio ha imparato a disegnare.»
Ma saremo già nella realtà virtuale.
sabato, gennaio 08, 2011
Lo Zainetto RELOAD

Lo Zainetto Pratico di Heward inaugura la nuova gestione, ad opera del dinamico duo Ilaria+Federico, i quali hanno tutte quelle piccole qualità che io non avevo e che servono per gestire una fumetteria (tipo non insultano i clienti). Spero che riprenderanno anche ad aggiornare il sito del negozio, che da ottobre langue inutilizzato.
L'inaugurazione, con buffet annesso, è stata programmata per venerdì prossimo 14 gennaio 2011 e siete tutti invitati a partecipare. Segnatevelo sui calendari.
venerdì, gennaio 07, 2011
Mirò
«Quella che gli altri considerano vera, non è la vita reale di un uomo. E' l'immagine che loro si fanno di lui. Il vero me stesso è colui che sono, così come mi conosco, e anche colui che sono diventato per gli altri, e forse per me stesso. L'essenziale non è forse la misteriosa irradiazione che emana dal focolaio segreto in cui l'opera si plasma, e che poi trasforma l'uomo intero? La vera realtà è questa.Realtà più profonda, ironica, che si burla di quella sotto i nostri occhi; e che tuttavia è la stessa. Basta soltanto illuminarla nel profondo, con un raggio di stella.
Allora tutto diventa insolito, instabile, limpido e al tempo stesso intricato. Le forme germogliano e mutano. Si interscambiano e così creano la realtà di un universo di segni e di simboli nel quale le figure migrano da un regno all'altro, sfiorano con i piedi le radici, anzi sono esse stesse radici e si dissolvono nella chioma delle costellazioni.
Questo è una sorta di linguaggio segreto composto di formule incantatorie, che viene prima delle parole, dal tempo in cui quello che gli uomini immaginavano e presagivano era più vero e più reale di quel che vedevano, e in cui era la sola realtà.»
- Jean Mirò (da Lavoro come Giardiniere e altri scritti)
La mia realtà è fatta di aspettative, quelle che ho io nei confronti delle persone che mi circondano, e quelle che hanno loro nei miei confronti. Una specie di ragnatela, che mi intrappola. Vorrei essere il buco nel tessuto sociale.
Anche io credo nel linguaggio primordiale, nel potere del ghirigoro. Ma ancora di più, credo nel misterioso potere dell'ispirazione, della vena creativa. E' un'ambizione male orientata, che ti spinge a fare qualcosa senza che ce ne sia davvero bisogno, ma alla fine ti ricompensa personalmente. Il mio bene è dentro di me.
mercoledì, gennaio 05, 2011
Drizzit 0.2
martedì, gennaio 04, 2011
Persuasori occulti
Vi segnalo questo articolo, uscito su Il Fatto Quotidiano, che pone interessanti questioni riguardo la manipolazione dell'opinione pubblica. Il tema è il nucleare.Suppongo che chiunque guardi la televisione anche solo un pochino più di me, avrà visto passare quel curioso spot nel quale due scacchisti (in realtà la stessa persona) dibattono sulla possibilità o meno che il nucleare sia il futuro dell'energia. Alla fine dello spot lo spettatore è invitato a discuterne presso il forum di un sito internet.
Io di televisione ne guardo poca, ma 'sto spot me lo sono sciroppato al cinema, poco prima dei titoli di testa di Megamind. L'ho trovato imbarazzante, ridicolo e involontariamente divertente (lo spot, il film era fichissimo). O perlomeno questa è la mia opinione. Bellissimo quando uno dei due scacchisti fa all'altro: il nucleare produce scorie! e l'altro gli risponde: ma è meno di una pedina all'anno per persona! Adesso, a parte il fatto che stiamo parlando di materiale tossico radioattivo, non di bucce di banana, ma chiunque fa presto a moltiplicare "una pedina per persona" per 60 milioni di persone, all'anno. Fanno 60.000.000 di pedine di materiale radioattivo tossico ogni anno. Fusti di quel materiale, prodotti dalle nostre centrali nucleari negli anni precedenti al referendum, adesso languono solitarie su qualche spiaggia in Africa o in qualche paese del terzo mondo, dove qualcuno ha provveduto a scaricarle. Tranquilli, fra ventimila anni saranno innocue.
A quel punto, nello spot, l'altro scacchista controbatte nuovamente: ma stoccate in siti specializzati sarebbero al sicuro per anni! Certo, per ventimila anni. La soluzione migliore, lo sappiamo tutti, è seppellirle in qualche cava abbandonata la cui composizione minerale aiuti a contenerne la radioattività. Una delle ipotesi erano le cave di salgemma, in Sardegna. Ma è probabile che adesso esistano metodi più moderni per trattare rifiuti del genere, di questo non ne dubito. Probabilmente esistono, e saranno appaltati ad aziende controllate dalla mafia, come accade sempre in Italia. Napoli è sepolta dall'immondizia, le mozzarelle diventano blu per colpa della diossina che emerge dai terreni dove la camorra ha fatto sparire carichi di rifiuti tossici provenienti dal nord, le ecoballe stoccate nei magazzini sono inutilizzabili perché fatte senza criterio, non esiste un piano decente di raccolta differenziata nella maggior parte dei comuni italiani (siamo indietro 20 anni rispetto a qualsiasi altro paese europeo), i soldi delle emergenze rifiuti vengono intascati da politici e amministratori che si danno il cambio e non finiscono mai in galera, i posti nelle aziende pubbliche che dovrebbero occuparsi di rifiuti sono regalati in cambio di voti o utilizzati per piazzare amici e parentame vario. E noi adesso vogliamo gestire scorie tossiche radioattive da stoccare al sicuro per 20.000 anni?
Mi accontenterei se riuscissero a gestire la discarica di Cupinoro per i prossimi 20 anni, a due passi da dove abito io. Ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Insomma a un certo punto uno dei due scacchisti avrebbe dovuto alzarsi in piedi e dire all'altro: ma vattela a pià 'nder culo! come avrebbe fatto il miglior Tomas Milian. Ma siamo in Italia, è nel clima di distensione delle tensioni e di apertura al dialogo che ci viene iniettato nei cervelli ogni giorno dagli stessi politici che poi ce lo mettono in quel posto, lo spot si conclude invitandoci a farci un'idea chiara sull'argomento.
Ecco il punto è proprio quello. Non c'è nessuna idea chiara da farsi. Il referendum ha sancito che il nucleare in Italia non si deve fare. Punto. Non è una tragedia! Basta investire in altro. Energia rinnovabile. Tutti gli altri stati del mondo stanno investendo in quello, il nucleare era (forse) una soluzione 40 anni fa quando abbiamo deciso di non farne uso. Il plutonio si esaurirà entro breve, e le centrali nucleari non produrranno che una frazione minima dell'energia necessaria, quando saranno pronte, fra 10 anni (forse, ma siamo sempre in Italia, facciamo 20). Nessuno costruisce più centrali nucleari. Gli USA hanno smesso negli anni '70 e investono milioni nella ricerca di alternative. Tutte le università del mondo ricevono ingenti finanziamenti sulla ricerca per nuove fonti di energia pulita, rinnovabile, a impatto ambientale zero. Noi coi soldi ci costruiamo il ponte di Messina, ci paghiamo le auto blu e gli stipendi e centinaia di enti inutili, ci assicuriamo caccia da guerra e ci regaliamo i decoder digitali terresti. E ovviamente, ci tiriamo su nuovissime centrali nucleari, contro la volontà popolare.
E parlando di costi, comprare l'energia elettrica dagli altri stati non è una vergogna, se mi tiene una centrale atomica lontano da casa. Ce l'hanno in Francia? Sticazzi. Noi siamo italiani e abbiamo detto di no, i francesi facessero quello che vogliono, se poi una centrale esplode in Francia moriremo anche noi per colpa dei francesi teste di cazzo ma intanto noi abbiamo deciso che le centrali nucleari non le vogliamo (c'è stato recentemente un incidente grave in Africa ma queste cose accadono ogni anno, solo che le notizie del genere non vengono riportate, mica fanno vendere vaccini).
L'articolo sopra citato parla proprio della strategia utilizzata per far cambiare idea ai cittadini. Perché il governo ha già deciso, in barba alla costituzione e alla volontà popolare di chi andò a votare 40 anni fa: il nucleare torna. Solo che rischia come al solito che la gente si incazzi, e poi bisogna mandare l'esercito a presidiare i siti e prendere a manganellate i pacifisti. Roba che si fa in certe dittature sudamericane, qui ai politici pare brutto (lo fanno lo stesso, ma pare brutto). Allora si fa così: discutiamone. E partono gli spot. Discutiamone ma noi abbiamo già deciso, quindi vedi se ti va di cambiare idea, così eviti le manganellate.
Persuasori occulti li chiama l'articolista arguto. Persuasori occulti.
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lunedì, gennaio 03, 2011
Sui sacerdoti che non fanno politica
Il vescovo di Bologna ha ammonito i sacerdoti intimandoli di non fare politica. Un sacerdote che non fa politica, non serve a un cazzo. Ovviamente la "politica" non è scegliere un partito e allinearsi a quello che il partito ti dice. Quella non è politica, quello è vendersi il culo. E' quello che fanno i politici di oggi. E a giudicare da chi siede in parlamento, direi che funziona.La politica invece è quella cosa nobile che si traduce con il darsi da fare per il bene di tutti. Il bene di tutti, esatto. Gesù faceva politica. Parlava solo di questo, del bene di tutti, da mattina a sera. I ricchi non andranno in paradiso. Non giudicare. Beati gli umili. Perdona. Non fare al prossimo tuo quello che non vuoi sia fatto a te stesso. Questa è politica. Se un domani un partito qualsiasi dicesse: a noi piace che ognuno si possa arricchire senza nessun limite, ci piace dividere i buoni dai cattivi secondo i nostri princìpi, sappiamo di essere i migliori, siamo a favore della condanna a morte e del carcere a fini di punizione, e appoggiamo la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Ecco, quel partito sarebbe contro il messaggio evangelico, sarebbe contro il messaggio di Gesù. Oltre che contro un paio e forse più di articoli della nostra Costituzione. Allora bisognerebbe forse dire a Gesù: ehi stai facendo politica! Vaffanculo! ...io non credo.
E non credo nemmeno a quei sacerdoti "cerchiobottisti" che scambiano l'amore cristiano con il quieto vivere. Schierarsi è cristiano. Indignarsi è cristiano. Anche incazzarsi è cristiano. Se Gesù ha preso un randello e ha sparecchiato il tempio dai mercanti, allora un sacerdote può incazzarsi se le politiche di un tale partito sono contrarie ai valori in cui crede e che ha promesso di testimoniare. Se Gesù guardando il fico che non produceva frutto ha detto: "basta mi hai rotto le balle!" e l'ha seccato, allora un sacerdote può dire "basta mi avete rotto le balle!" a chiunque abusi del potere per impoverire il popolo e farsi i cazzi suoi.
Un prete che non fa politica, è sale che ha perso il suo sapore.
Don Milani era un prete, Don Tonino Bello era un prete, Don Primo Mazzolari era un prete. Non dicevano: non votate questo, votate quest'altro. Facevano politica però, eccome se la facevano!
Possiamo discutere sulla qualità della politica fatta dai preti. Ad esempio se Ratzinger dicesse: non votate questo partito perché è a favore della fecondazione assistita, io gli risponderei: ma vaffanculo. Perché secondo me la fecondazione assistita non solo non è contraria agli insegnamenti di Gesù, ma addirittura li concretizza. E questo è un esempio. Ma non mi permetterei mai di dire a Ratzinger: devi stare zitto. Ratzinger ha la sua idea di cosa è giusto e cosa è sbagliato. La esprime. Bene. Tanti cristiani scambiano la fede per la religione, e l'essere fedeli con l'essere obbedienti, gli danno retta. Sticazzi. Il problema sono questo tipo di fedeli, non quello che dice il Papa. Il Papa deve fare politica, perché se non facesse politica non servirebbe a niente. E i sacerdoti devono farla parimenti, senza allinearsi a nulla se non all'esempio di Gesù, e possibilmente (ma questa è la mia modesta opinione) anteponendo quello alle stronzate secolari della Chiesa.
venerdì, dicembre 31, 2010
Drizzit 0.1
Ho un nuovo giocattolo. Una tavoletta grafica. Sono un principiante, non so usare nessun programma di grafica, e ci metterò un po' ad imparare. Per esercitarmi, ho deciso di postare qualche strip idiota. Tipo "Drizzit". L'ho creata io. Quello della prima vignetta sono io. Beh credo che ogni commento sia inutile. Se le battute le spieghi, fanno schifo. Vale pure per le strip, credo.
mercoledì, dicembre 29, 2010
Adoro il bosco d'inverno
E oggi, mentre riflettevo su questa cosa, amareggiato dalla difficoltà di fotografare un passero tra i rami (ma ci sono riuscito!), mi sono ritrovato a contemplare per qualche minuto lo splendido silenzio e l'immobilità del bosco d'inverno. Avevo le mani intirizzite dal freddo, e i piedi gelati perché le scarpe affondavano spesso nella neve. Ma erano dettagli, il bosco d'inverno mi piace.
C'è silenzio, a parte il frullo di qualche passero. Gli insetti sono tutti morti, o dormono. I rami degli alberi, perlopiù spogli, disegnano quelle fantastiche trame in aria, simili a ragnatele in alcuni punti. Poi il cielo è azzurro, ma azzurro davvero, non di quel celeste slavato dal sole estivo. Ovviamente è azzurro se la giornata è bella, ma se non lo è fa lo stesso. Il grigiore delle nubi, la loro forma, l'aria di pioggia (o di neve). Il rombo del tuono lontano. E il ghiaccio sotto i piedi, che scricchiola, o la neve che decolora il paesaggio.
In questo periodo poi, gli ultimi strascichi dell'autunno colorano le macchie di rosso, giallo, verde... ho trovato bacche di un po' tutti questi colori, pendenti tra i rovi oppure sui rami sottili degli arbusti. La mia macchinetta ne ha fatto scorpacciate.
domenica, dicembre 26, 2010
BuoNNatale
Attraversare le festività natalizie e uscirne indenni forse è una pretesa assurda. Trascinato da una miscela di buone maniere, quieto vivere, senso di colpa e abitudine, il personaggio medio protagonista di questa assurda tragedia in tre atti (Natale, Capodanno ed Epifania) si ritrova risucchiato in un ingorgo fatto di convenevoli, sorrisi appiccicati alla faccia, indigestioni forzate e ringraziamenti immeritati per regali irragionevoli.Ogni anno se ne prova una diversa. Ogni anno si dice "eh ma l'anno prossimo..." e sembra uno di quei buoni propositi che si fanno a Capodanno, per dimenticarseli subito dopo il passaggio dei Re Magi. L'anno prossimo sarà lo stesso, le coccarde appariranno alle porte, l'associazione commercianti appenderà le luminarie, gli zampognari ricominceranno a rompere i coglioni, i centri commerciali esploderanno, Christian De Sica andrà a sposarsi in un altro paese a caso, il vecchio grassone in abito rosso firmato Coca-Cola si spiaccicherà su ogni vetrina, e dopo cena tutto il parentame brinderà all'unisono.
Il bello è che a dire certe cose, ormai si passa per convenzionali anti-convenzionali. E' un po' come criticare Berlusconi. Quando una cosa diventa alla portata di tutti, improvvisamente ribadirla assume tutti i toni della banalità. Perciò hai voglia a criticare le feste di Natale. Chi ingrassa i negozi e intasa il proprio stomaco inneggiando alla tradizione ci sarà sempre, e sono loro quelli "sani" e ragionevoli. Chi medita di passare questo periodo in una baita di montagna, scaldato da un caminetto, da solo e con una pila di libri è un povero radicale intransigente che non riesce a farsi una ragione del fatto che il mondo possa essere felice a orologeria. Ebbene, si svegli, si può.
Sono a pagina 45 del mio libro.
Silenzio e digestivo, e forse per Gennaio lo vedrò stampato.
martedì, dicembre 21, 2010
La Costituzione
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. “Tutti i cittadini… sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, di religione, opinioni politiche, condizioni personali o sociali”. “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca”. “L’Italia ripudia la guerra…”. “Ogni cittadino può circolare… liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale” senza “nessuna restrizione per ragioni politiche”. “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente…” e “di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione…”. “La responsabilità penale è personale…”. “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, sì alle scuole private ma “senza oneri per lo Stato”. “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione… sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa”. “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale… e la dignità umana”. “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. “Vietata… la riorganizzazione del disciolto partito fascista”.Estratti dalla Costituzione Italiana, a cura di Marco Travaglio.
sabato, dicembre 18, 2010
Vaffanculo la governabilità
Fa freddo, ieri a Bracciano ha nevicato. Sto chiuso in casa e scrivo, ho in mente un progetto malsano, quello di dare il via a una serie di pubblicazioni per finanziare la (seconda) rinascita della Gilda del Drago Nero, l'associazione ludico-culturale che da tanti anni io e un gruppo di amici stiamo cercando di portare avanti e sostenere. Nel frattempo mi capita di poggiare gli occhi su una lettera, scritta da Don Paolo Farinella, in risposta alle parole di Bagnasco che in nome di una presunta esigenza di "governabilità" consiglia di lasciare perdere il terzo polo e sostenere il governo. L'ho letta con gusto, rincuorato dal fatto che esistono ancora dei preti (con la p minuscola) che si distinguono dai Preti (con la P maiuscola) che invece di seguire il Vangelo perseguono altro. Vi invito caldamente a leggerla.
Dopodiché mi sento obbligato a parlare di governabilità. La mia opinione è che "governabilità" sia una parola inventata (per dirla come i Gemboy). Forse non è inventata, forse fa parte dell'insieme di quelle parole il cui significato è stato piegato e distorto, finché non ha assunto la forma di una menzogna. Un po' come quando per darsi un tono si usa "piuttosto" al posto di "invece" quando le due cose hanno significato diverso, ma siccome lo fanno tutti e fa pure fico, "piuttosto" (che significa "meglio che") è diventato "invece". Piano piano si perderà il senso originale della parola, i vocabolari si aggiorneranno e piuttosto sarà sinonimo di invece.
Allo stesso modo, "governabilità", che significa capacità di governare, è diventato lentamente simile a "dittatura del governo", che significa che chi sta al governo fa il cazzo che gli pare.
Spero che chiunque viva in Italia e abbia diritto di voto si renda conto che attualmente in Italia vige uno stato di formale dittatura del governo. Se qualcuno non se n'è reso conto glielo spiego. Arriva il ministro Tizio, presenta la legge in parlamento, la legge viene discussa (in realtà chi non è d'accordo esprime dissenso e propone mozioni), finché non si chiede la fiducia, e cioè o la legge passa o andiamo tutti a casa. La maggioranza a quel punto, che ha sempre grazie all'attuale legge elettorale almeno il 50%+1 del parlamento, vota compatta e fa passare la legge, buttando nel cesso qualsiasi discussione o proposta di modifica. Ultimamente si è addirittura giunti all'acquisto di deputati al fine di potenziare il proprio palco voti, quando si rischia di non essere compatti a votare una legge. Insomma siamo alla formale dittatura del governo, che propone le leggi, e le approva senza nessuna discussione. Resta la firma del presidente della repubblica ed eventualmente la corte costituzionale a garantire che una legga non sia una merdata completa. Ma solitamente il presidente è eletto in modo da essere meno sveglio possibile ed è ormai usanza che sia ripetutamente coinvolto nelle formulazioni delle leggi (gliele portano a visionare prima, così quando vengono approvate non può più dire: 'sta legge fa schifo). La corte costituzionale infine impiega del tempo a valutare una legge, e quella magari è già entrata in vigore e ha fatto qualche danno. E soprattutto, non è compito della corte costituzionale valutare se una legge è una merda o no, lì valutano solo se è costituzionale o meno, quindi una legge che fa schifo ma rispetta la costituzione potrebbe passare lo stesso. Chi deve valutare se una legge è fatta nell'interesse del popolo o per altri interessi? Il parlamento, appunto, che però non lo fa più.
Sarebbe ora quindi che la smettessimo di chiamare governabilità la dittatura del governo. Governabilità è quando una legge può compiere il suo iter e venire approvata nella sua forma migliore (per il popolo, vale la pena ricordarlo, il governo lavora per il popolo). Questo governo, e quelli prima e prima ancora... ma questo in particolare, vuole fare quello che vuole, e quindi continua a tirare fuori questa presenta governabilità.
Ma sapete come si ripristina veramente la governabilità? Ridando potere e dignità al parlamento. Potere, cioè smettendola di approvare le leggi con il metodo della fiducia, che la nostra costituzione dice di adottare solo in casi estremi. Dignità, cominciando a proporre leggi che davvero siano a favore degli Italiani, anziché di piccoli gruppi di interesse, dei ricchi, dei politici stessi, dei gruppi bancari, e delle mega aziende in mano ai privati. Il nostro parlamento dovrebbe essere il luogo privilegiato della discussione costruttiva, del dialogo fra opinioni opposte, della costruzione di leggi che faranno il bene e il futuro del paese e dei suoi cittadini. Affinché lo sia, così come era stato creato dai padri costituenti, occorre che siano cacciati dalle camere tutti coloro che sono lì per interesse, parentela, favori sessuali, economici e politici. Occorre che il cittadino possa decidere chi mandare alla camera, magari tramite una legge elettorale che impedisce ai deputati stessi di circondarsi dei propri amici, leccaculo e amanti senza che il popolo possa dire la sua. E soprattutto occorre che i parlamentari la smettano di fare le leggi, perché le leggi le fa il parlamento, oppure il popolo. La deve smettere il signor Tizio di presentarsi con la legge pronta e farla approvare. Il signor Tizio dovrebbe presentarsi con un'idea di legge, e poi prepararsi a discuterla con tutti. Non dovrebbe esistere la "legge Tizio", è un'aberrazione.
E mettete in calendario le leggi di iniziativa popolare, tutte, immediatamente. Quelle sono le leggi che vanno discusse, emendate e poi approvate in tempi brevissimi. Quella è la governabilità, la democrazia. Bertone, vaffanculo.
Riporto questa frase di Gandhi, che Don Paolo menziona nella sua lettera:
«La disobbedienza civile diviene un dovere sacro quando lo Stato diviene dispotico o, il che è la stessa cosa, corrotto. E un cittadino che scende a patti con un simile Stato è partecipe della sua corruzione e del suo dispotismo».
domenica, dicembre 12, 2010
Un saluto alla Fumetteria
Ho un negozio di fumetti. Scrivo queste righe e il tempo del verbo avere si sta per trasformare da presente a imperfetto. Fra qualche giorno avevo. Poi avrò avuto. Il negozio si chiama Lo Zainetto Pratico di Heward e si trova in via Principe di Napoli 94 a Bracciano, vicino Roma. Fino a settembre, tenevo aggiornato il blog del negozio, con tutte le uscite. Il negozio non era solo una fumetteria, potevi trovarci anche Giochi di Ruolo, giochi in scatola, miniature, accessori per collezionismo, action figures, dvd di anime e serie di carton animati, gadgets. Nel retrobottega ho allestito una sala per giocare, dove negli ultimi due anni sono stati organizzati tornei di Magic, di Dungeons & Dragons, corsi di disegno, di giapponese, e molti altri eventi.Tutto questo adesso lo lascio ad altri. Il negozio non chiuderà, se qualche cliente legge queste righe si tranquillizzi. Ma altre persone, amici, prenderanno in gestione la mia attività e io da quel momento in poi sarò solo il proprietario del locale. Due anni sono bastati per farmi perdere qualsiasi entusiasmo nel gestire una attività commerciale. Qualsiasi. E scrivo questo post affinché chiunque lo legga
possa farsi un'idea di cosa significa gestire un negozio in Italia, nel 2010, in particolare un negozio di fumetti. Roba che molti in questi anni sono entrati e mi hanno chiesto di poterci lavorare! ...altri mi dicevano: sei fortunato, a fare un lavoro del genere! ...e altri ancora sognavano di poterne aprire uno anche loro, da qualche parte. Ecco anche io all'inizio la pensavo così. Pensavo che in un paese civile ed economicamente avanzato, se un povero cristo volesse vendere qualcosa, gli bastasse trovare i clienti, acquistare i prodotti, rivenderli, e non dico arricchirsi... ma sopravvivere. Non perderci tutto.
Invece no. Siamo in Italia, nel 2010 appunto. Ho iniziato col comprare il locale. Avete capito bene, il locale è mio. Niente affitto, niente spese di quel tipo. L'ho pagato all'istante, senza mutuo, centomila euro in due assegni e ho comprato un locale commerciale in Via Principe di Napoli, la via principale del paese. Più altri ventimila euro di tasse, mobilio e contratti vari, e il negozio era mio, arredato, pronto a partire. Non ho mai avuto problemi di clientela, Bracciano è un paese piccolo ma gli appassionati non mancano. I primi mesi di attività dovevano essere i più duri (secondo quel che si dice in giro) invece il negozio è andato benissimo sin da subito.
Il fatturato in uscita era di più di mille euro di merce acquistata ogni settimana, e vi assicuro che non spendevo in cose futili. Qualche volta mi è capitato di ordinare troppi numeri di un fumetto, o dei portachiavi che si sono rivelati schifezze, o magliette che non ho venduto. Ma credo che capiti a chiunque, anche al più oculato e parsimonioso gestore di negozio.
Quello di cui mi sono reso subito conto, era l'esiguo (direi quasi ridicolo) margine di guadagno garantito da un'attività del genere. Un fumetto -è meglio che lo sappiate- costa al negoziante circa un terzo del suo prezzo di copertina (prezzo imposto) e questo nonostante sui fumetti, come sui libri, non ci si paghi l'iva. In pratica il fatto che l'iva sia assolta per legge, ingrassa il distributore non chi vende il fumetto al dettaglio. Faccio un esempio: un gioco in scatola, come monopoli, mi viene venduto dal fornitore con circa il 45% di sconto, ma poi ci devo pagare l'iva del 20% quindi alla fine il mio margine di guadagno è sempre un terzo/un quarto del prezzo al quale il cliente lo acquista. Sul fumetto (così come sui manuali di giochi di ruolo) non grava l'iva, quindi mi aspetterei di guadagnarci di più. Invece no, perché il distributore te li sconta del 30% mangiandosi di fatto il risparmio dell'iva. Al negoziante spetta lo stesso margine che se vendesse merce su cui grava l'iva.
A ridurre ulteriormente l'esiguo margine di guadagno, c'è anche il discorso dello sconto. Le fumetterie, per contrastare la concorrenza delle edicole, ricorrono spesso a uno sconto del 10% sui fumetti. E' vero che non tutti i fumetti che si trovano in fumetteria o in libreria escono in edicola, ma diciamocelo chiaro e tondo, quelli che vendono di più sì. Alla fine quindi, un fumetto che ha un prezzo imposto di 3,90 euro viene scontato a 3,50 in modo che il cliente sia invogliato a comprarlo in fumetteria anziché in edicola. Il negoziante l'ha pagato 2,70 e ci ha guadagnato solo 80 centesimi. Mettiamo che il negoziante ordini un centinaio di questi fumetti. Li dovrà pagare alla consegna, quindi 270 euro (più le spese del corriere e del contrassegno, che non sono mai meno di 10 euro a consegna, ma sorvoliamo). Di questi 100 fumetti, ne vende 80. Voi direte: cavolo! E' andata bene, li ha venduti quasi tutti. Invece è andata malissimo. Vendendo 80 fumetti a 3,50 ci ha fatto 280 euro, che è appena sufficiente a coprire il costo a cui li ha acquistati! In pratica ci ha guadagnato 10 euro, a monte di un movimento di denaro 20 volte superiore.

Certo direte: quei 20 fumetti che avanzano, magari li rivenderà nel corso degli anni, forse anche a prezzo maggiorato se il fumetto acquista valore (cosa che capita raramente, checché ne possano pensare gli appassionati)! ...ma si tratta comunque di investimenti che non rientreranno a breve. E' il cosiddetto "magazzino" che fa la differenza tra una fumetteria e un'edicola (che invece ha il reso, e non ha nessun interesse a soddisfare clienti che arrivano dieci mesi dopo l'uscita di una serie a chiederti il numero uno). Nella maggior parte dei casi, quei fumetti resteranno in magazzino finché non uscirà una prestigiosa ristampa, o finché il fumetto non sarà dimenticato, e la fumetteria a quel punto potrà solo svenderli a prezzi irrisori, o usarli come carta straccia. Ecco spiegato come è stato possibile che ogni mese io pagassi 4 o 5 mila euro di materiale, e a fine mese mi ritrovassi a guadagnarci 4 o 500 euro. Cioè niente, perché poi c'è da pagare corrente, telefono (internet), ici, inps (batoste da 700 euro ogni tre mesi che non tengono conto minimamente di quanto un'attività guadagni realmente), tassa sui rifiuti, acqua, iscrizione alla camera di commercio, spese di condominio, e tutte le altre spese (bisognerà sempre pulire, sostituire le lampadine, aggiornare il sofware, cambiare lo zerbino, allestire la vetrina per Natale, comprare le buste eco-compatibili, la carta per i pacchi regalo e le coccarde) comprese assurde tasse extra infilate nel mucchio dal comune (tassa sul recupero dei cartoni, 100 euro all'anno grazie).
I primi due anni li ho passati così. Guadagno zero. Facevo il fumettarlo per passione, per volontariato, per vocazione. Mi piaceva allestire tornei di Giochi di Ruolo nel retrobottega, vedere gente che giocava, promuovere questo tipo di attività sociale, coinvolgere i ragazzi più giovani. Non ho recuperato un solo euro di quanto investito, e tutto non perché non abbia clienti o il negozio non funzioni. Ripeto: ho sempre pagato 5.000 euro al mese di merce, per due anni. Quindi qualcuno la roba se la comprava. L'incasso c'era ogni giorno. Qual'era allora il problema? Il problema è che i soldi non ce li ha più nessuno. Lo stato non ha più i soldi. I fornitori non hanno più i soldi. Il comune non ha più i soldi. I corrieri che ti portano i pacchi non hanno più i soldi. Le aziende che forniscono elettricità e telefonia non hanno più i soldi.
E allora cosa si fa, in Italia? Si cerca di prendere più soldi possibile a chi li fa. Lo stato tra tasse dirette e indirette esige tasse da lasciarti mesi senza mangiare (ehi questo NON è un luogo comune, a me chiedevano e chiedono tuttora 700 euro ogni tre mesi e io guadagno dichiarazione dei redditi alla mano 600 euro al mese... sapete che significa?). Il comune inventa servizi inutili da farti pagare per rimpinguare le sue casse. I corrieri consegnano dopo tre giorni tanto li devi pagare lo stesso. Le tariffe di elettricità e telefono sono le più alte d'Europa. E la distribuzione che si mangia ogni vantaggio e che considerato il prezzo imposto ti impone lei stessa il margine di guadagno. Solo che se nessuno ha i soldi, e quindi i soldi li chiede a chi ne fa un minimo, alla fine chi ne fa un minimo non fa più nemmeno quel minimo.
A settembre ho detto basta. Dopo due anni del mio investimento iniziale non avevo recuperato nulla, e non ero riuscito a mettere da parte un solo euro. Sono stato anche male, un mezzo esaurimento se volete chiamarlo così. Non me la sento più di fare volontariato, di nessun tipo, meno che mai quello non riconosciuto come tale, che passa come attività commerciale. Se affitto il locale ci guadagno qualcosa, chi me lo fa fare a starci dentro otto ore a servire i clienti? Questa è l'Italia fondata sul lavoro. L'unica vera forma di guadagno è l'investimento immobiliare. O la frode fiscale. O entrambe le cose, come ci insegna il nostro attuale premier.
Spero di non aver scoraggiato nessuno, in cuor mio credo ancora che alla fine le cose possano cambiare e che non ci ritroveremo impantanati in un'economia stagnante che premia chi mette i soldi nei paradisi fiscali. Ma la realtà al momento è quella che é. Buona fortuna a tutti.
venerdì, dicembre 10, 2010
Wikileaks
“Se il segreto è necessario per la sicurezza nazionale e per l’attività diplomatica, è anche inevitabile che la prerogativa della segretezza sia usata per nascondere i misfatti degli stati. Organizzazioni come Wikileaks sono il meglio che possiamo sperare per promuovere il clima di trasparenza e responsabilità necessario per un’autentica democrazia liberale”. Noam Chomsky da The Economist (tradotto e riportato da Internazionale)
giovedì, dicembre 02, 2010
Vi veri universum vivus vici
«Come molti apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione. Ma affinché gli eventi importanti del passato vengano celebrati con una bella festa, ho pensato che avremmo potuto dare risalto a questo 5 novembre.Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che presto arriveranno gli uomini armati. Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; esse sono il mezzo per giungere al significato e all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c'era la libertà di obiettare, di pensare e parlare, ora avete censori e sistemi di sorveglianza.
Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno risponderne ma ancora una volta, se cercate il colpevole... non c'è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l'avete fatto. So che avevate paura. Guerre, terrore, malattie… problemi, una macchinazione diabolica per corrompere la vostra ragione e privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, ed il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all'attuale capo. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso, obbediente consenso.
Più di 400 anni fa, un grande ha voluto compiere la congiura delle polveri. La sua speranza era di ricordare al mondo che l'equità, la giustizia, la libertà non sono parole: sono prospettive. Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questo governo vi restano ignoti, vi consiglio di lasciar passare inosservato il 5 novembre. Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, ad un anno da questa notte, fuori dai cancelli del Parlamento, e insieme offriremo loro un 5 novembre che non verrà mai più dimenticato.»
dal film V per Vendetta
domenica, novembre 28, 2010
Fenomenologia degli Zombi
Mi piacerebbe leggere qualcosa di interessante e ben scritto su quella che mi piace chiamare "fenomenologia degli zombie". Dilagano veramente, i morti viventi. Non nella realtà (o forse sì, ma ne parlerò dopo), bensì in tutte le forme di intrattenimento possibili. Dapprima nei film e nei romanzi, portati al successo da George Romero e dai suoi epigoni; poi nei videogiochi, dove sono stati riciclati, convertiti, adattati e remixati in tutti i modi possibili (da House of the Dead a Plants vs Zombies), infine fumetti, serie televisive, spot che rimandano a film e libri del genere, fino alla caleidoscopia mediatica: film tratti da videogiochi ispirati a film di zombi (Resident Evil ne è l'esempio più lampante, ma anche il sopra citato House of the Dead ha avuto ben due film ispirati al videogioco, e un terzo è in produzione). E vogliamo parlare di Orgoglio e Pregiudizio e Zombie? La riscrittura del romanzo di Jane Austen con l'aggiunta di morti viventi. ...personalmente trovo l'idea geniale. Ma è solo un altro esempio: gli zombi dilagano attorno a noi. Qualcuno avrà fatto una ricerca, quindi. Ci deve essere una base sociologica se gli zombi piacciono così tanto (The Walking Dead, la serie tv trasmessa da Fox ha avuto il miglior esordio di tutte le serie Amc per dati di ascolto). Come mai?Qualcuno, tempo fa, mi fece riflettere sull'immagine della morte. I morti viventi rappresentano la morte, una paura atavica dell'uomo, che improvvisamente in questi film ci troviamo a fronteggiare. Non moriremo, torneremo in vita. Il nostro corpo straziato si trascinerà per il mondo cercando i vivi per divorarli. I nostri amati cari irromperanno nelle nostre case per strappare brandelli della nostra carne. Sono in effetti tutte componenti valide della "paura degli zombi". Ma appunto, sono motivazioni che ce li rendono terrificanti, non amabili. Invece lo zombi è sempre più un'icona amata, un simbolo, qualcosa che (come dice lo stesso Romero) "non muore mai". I racconti, i romanzi, i film di zombi ormai hanno esplorato ogni terribile aspetto del fenomeno zombi: dalla corsa alla sopravvivenza (le regole di Zombieland e dei manuali di sopravvivenza appositi), alle conseguenze morali (sparare o no all'amico appena morso che si sta per risvegliare? un classico intramontabile), alle implicazioni sociali su vasta scala (crollo dell'economia, creazione di un nuovo tipo di società, vedi La Terra dei Morti Viventi). Inoltre alla paura della morte si possono aggiungere centinaia di altre componenti: la paura del contagio (come in 28 Giorni Dopo e in tutti quei libri o film dove il risorgere dei morti è conseguenza di un'epidemia), il crollo di qualsiasi sicurezza, la violazione dei nostri spazi, la corruzione della carne eccetera. Ma stiamo divagando. Il mio parere è che il "successo" dei morti viventi non può essere dovuto solamente all'attualità del modo in cui ci spaventano.

I primi film di Romero erano politici. Qualcuno dissentirà, dirà che erano horror come tanti e che come tanti altri film dello stesso genere avevano quella venatura di critica sociale che serve solo a rendere più interessante la trama (quando un film horror è fatto bene). In realtà io ci vedo molta più politica in un film di zombi di Romero che in una puntata di Ballarò, ma che volete farci, sarò malato. Quando mi viene presentata l'idea di un gruppo di disperati chiusi in un supermercato e assediato da gente morta che vuole mangiarseli, non riesco a non fare un centinaio di collegamenti con quello che succede nel nostro mondo tutti i giorni. Insomma, al di là di quello che dice lo stesso Romero: «Ho sempre simpatizzato per gli zombie, hanno un che di rivoluzionario. Rappresentano il popolo solitamente senza idee autonome che a un certo punto, stanco dei soprusi, si ribella. Eravamo noi nel '68. E ora siamo morti, no? I nostri ideali sono morti, io sono uno zombie.» mi pare che applicando il metodo Montessori a certi film, si possano trovare interessanti analogie con la realtà. E' per questo che gli zombi ci affascinano così tanto? ...perché li vediamo come una rilettura della faccia più triste della nostra quotidianità? Ripetere gli stessi gesti, ogni giorno, muoversi solo per mangiare, vivere, morire, e forse non morire mai, consumare, venire decerebrati da qualcosa che ti impedisce di uscire dalla massa, massificati e costretti a rivivere per sempre lo stesso giorno, finché qualcuno non ti spara in testa. Non sono zombi forse i ragazzi impasticcati che si scrollano di dosso il sudore al ritmo di percussioni caotiche in una discoteca? Non sono zombi le masse di lavoratori accalcate nei treni per pendolari, come carri bestiame, trasportati verso l'ennesima giornata di lavoro? Non sono zombi forse anche i dirigenti delle mega aziende che si nutrono della carne viva dei loro sottoposti, intascandone il sangue sotto forma di stipendi milionari, interessati solo ad accumulare soldi? mmmh no questi ultimi in effetti somigliano più ai vampiri. Ma non c'è dubbio che i loro sottoposti siano zombi. E i loro sottoposti siamo noi, i dominati. Ecco, lo zombi è l'icona del popolo dominato, morto, e tenuto in vita da una scintilla. La voglia di non morire, forse. Non si ostinano a morire, continuano a campare anche se quella non è più vita, è sopravvivere, a malapena. Ma non lo sanno.
Magari tutte queste sono chiacchiere a vanvera. Eppure sono sicuro che se facessi un giro nel reparto di saggistica di una grossa libreria, troverei anche più di un libro sull'argomento. Vorrei davvero sapere cosa li rende così interessanti, un genere intramontabile, un successo intergenerazionale. Proverò a documentarmi, un giorno o l'altro.
venerdì, novembre 26, 2010
Album
Se volete, potete seguire questo link.
Le foto che ho messo sono solo una piccola parte di quelle che ho scattato, ma mi hanno detto che va bene così, caricarne poche alla volta, aggiornare man mano.
Mi sta bene.
Nel frattempo, ho scoperto che si possono fotografare e lucciole. Forse dovrei rivedere qualche racconto.
venerdì, novembre 12, 2010
Lettera di LUIS SEPULVEDA al governo spagnolo

IL PAPA IN SPAGNA: 13.333 euro al minuto
Questo è un mistero tanto grande quanto ilmito della santissima trinità, tuttavia vale la pena porsi qualche domanda al proposito, e me la pongo come cittadino ingannato. Quest’anno, sulla base dei miei introiti dell’anno passato, ho pagato intorno ai 90 mila euro all’erario spagnolo, e di questo non mi lamento ma non solo: mi sembra giusto pagare imposte in quanto pretendo che la scuola pubblica e laica funzioni, che la sanità pubblica funzioni, che il trasporto pubblico funzioni, che la polizia risponda alle mie domande di aiuto in caso di necessità e che la giustizia sia sollecita. Per questo pago. Nella mia dichiarazione dei redditi, al momento di dichiarare quanto ho guadagnato in modo onorevole e senza sfruttare nessuno, ho cancellato, come sempre, il paragrafo mezzo nascosto che, a meno di non usare la lente, consegnerebbe una parte delle mie imposte alla chiesa cattolica spagnola e al Vaticano, a una religione che considero abietta perché lesiva dei diritti del 50% dell’umanità e delle donne, perché copre gli abusi sessuali sui minori commessi da diverse migliaia di degenerati con la sottana,perché rappresenta la parte più rozza e retrograda della società, e perché tutta la sua storia non si distingue in nulla da altre religioni il cui fondamentalismo oggi ci terrorizza. Ossia, non ho autorizzato lo Stato spagnolo e neanche il governo socialista a pagare, con i miei soldi, i 13.333 euro – tredicimilatrecentotrentatre! - che è costato ogni minuto del viaggio papale in Spagna. Se è per pagare il combustibile agli Hercules dell’aviazione, lo faccio conpiacere se si tratta di portare aiuto umanitario in zone che lo necessitino, o per trasportare i generosi volontari che vanno a dare l’esempio della solidarietà sociale, però non ho autorizzato lo Stato spagnolo né il governo socialista a pagare con i miei soldi il trasporto del «papa-mobile», quell’artefatto trasparente come una vetrina dimacellaio dietro al quale si trincera un tipo suppostamente amato. Un calcolo approssimativo dice che la visita papale in Spagna è costata più o meno 29.8 milioni di euro,e che a questa cifra grottesca si dovranno aggiungere gli apporti degli «sponsor» delle messe. Sulla bianca veste dell’ex-militante della Gioventù hitleriana non si leggerà «questa messa la offre il negozio di don Manolo, le migliori lenticchie», né «usate i preservativi Santa Gomita che non vi tradiranno», tuttavia imprenditori anonimi e pieni di soldi, di quelli neanche scalfiti dalla crisi, e banchieri la cui irresponsabilità ha provocato la catastrofe economica, il brodo di coltura in cui la destra spagnola senz’altre idee che eliminare le provvidenze sociali prepara il suo ritorno al potere, si fregano lemani calcolando di quanto defrauderanno l’erario. Era necessaria questa visita? Perché? Sarà che i socialisti hanno abiurato il rigore scientifico dell’economia e confidano solo in unmiracolo per superare la crisi? Qualunque abitante di Spagna sa che basta qualche goccia di veleno verbale del cardinale Rouco Varela, l’arcivescovo di Madrid e il presidente della Conferenza episcopale spagnola, perché i taleban del nazional-cattolicesimo facciano irruzione nelle strade, e se a questo si aggiungono certe riflessioni casuali del leader del Partido popular Mariano Rajoy - «non mi impegno a rispettare la legge sui matrimoni omosessuali» -, è già più che sufficente perché la visita del papa, pagata con le mie imposte e con quelle di tutti coloro che non defraudano il fisco, si sia convertita in un carnevale dell’odio alla libertà, alla costituzione, ai diritti che ci siamo conquistati. Dalla mia condizione di cittadino truffato, mi sono aggiunto a quelli che, alla vigilia, dicevano: «Herr Ratzinger, ich warte nicht auf Sie». Signor Ratzinger, io non l’aspetto.
(Per chi non sapesse chi è Luis Sepulveda, dopo un minuto di vergogna, cliccate qui).
mercoledì, novembre 03, 2010
Aurora
Questo è l'incipit di un lungo racconto che sto scrivendo. Non so ancora come va a finire, ma le elucubrazioni attorno al silenzio, inteso come stato di stasi, sono interessanti. Questa è la prima stesura, quindi sarà piena di errori, ma chissenefrega.
Il libro era delizioso, ne aveva assaporato le prima cinquanta pagine, ed era curiosa di sapere come sarebbe andato avanti. Ma era difficile concentrarsi, con tutto quel baccano. Il vento freddo autunnale spingeva la pioggia contro il vetro della finestra della sua camera, con forza. Tuoni e lampi le impedivano di sospendere per sempre la percezione della realtà, e perdersi tra le righe. E i suoi genitori avevano continuato a litigare per ore e ore. Ma all'improvviso tutto si era cristallizzato, tutto era rimasto sospeso. La pioggia, il vento, i tuoni, i lampi e le grida rabbiose. Una pausa, neanche possedesse l'ipod nel quale è stato caricato il mondo, e avesse premuto stop.
Si rese conto che aveva girato pagina da qualche minuto, e con lo sguardo era giunta fino in fondo, ma nulla di quello che aveva letto le era rimasto in testa. Capitava, a volte. Leggeva, ma le parole, pur formando frasi di senso compiuto, e anche se quel senso veniva registrato dalla mente, scivolavano via, forse dalle orecchie oppure nella gola fino allo stomaco. Sparivano, si dissolvevano senza lasciare traccia. Era giunta alla fine della pagina e non ricordava cosa avesse letto.
Tornò con gli occhi in cima alla pagina. Il mondo era ancora in pausa, il silenzio si protraeva contro ogni sua più rosea previsione. Sentì raspare sotto il letto. Luce era spaventata.
«Luce vieni fuori. – disse, senza staccare gli occhi dalla prima parola della pagina – Luce, vieni qui da me.»
Il gatto tirò fuori la testa dalle coperte, ammucchiate a terra vicino al letto. Si era rifugiata lì sotto per colpa del temporale. Luce odiava i tuoni, così come i tuoni odiano la luce. Per questo i tuoni arrivano in ritardo, perché hanno paura a comparire assieme ai lampi.
Il gatto miagolò. Aurora sbuffò, e poggiò il libro sul letto. Con entrambe le mani afferrò il gatto e lo mise in piedi sul letto. Il gatto restò curvo per qualche secondo, come se la sua spina dorsale dovesse riprendere la forma precedente, dopo essere stata deformata nel sollevamento.
«Non avrai mica paura anche del silenzio?» Chiese Aurora.
Aurora aveva solo quindici anni, ma su tante delle cose del mondo si era già fatta un'idea precisa. Ad esempio sul perché i gatti non parlano. Non parlano perché non ne hanno bisogno. Cioè è chiaro che avrebbero potuto imparare a parlare, nel corso dei millenni, come ha fatto l'uomo. Ma ad un certo punto della storia, probabilmente qualche milione di anni fa, devono essersi resi conto che parlare non serviva a un cazzo. Allora ci avevano rinunciato. Così mentre l'uomo si impegnava a modulare i primi suoni gutturali per chiedere le cose, loro avevano imparato a ottenerle senza dire niente, o magari facendo solo: miao.
«Siediti qui.» Disse Aurora al gatto. Ma lui se ne fregò. Girò attorno ai piedi della ragazzina e si sdraiò sul fianco opposto del letto. Aurora riprese il libro.
La porta della camera si scosse. Qualcuno cercava di entrare, ruotando con forza la maniglia. Aurora sentì la voce del padre, che bestemmiava incazzato. La maniglia tintinnava e cigolava penosamente mentre qualcuno tentava di forzarla così brutalmente. Sembrava che gemesse, chiedendo pietà. «Non è colpa mia! E' la serratura! La serratura è chiusa dall'interno, l'ha chiusa Aurora! Aurora si chiude sempre in camera quando legge! Aiuto! Aiuto!»
Un colpo violento fece tremare addirittura le pareti della cameretta. Le piccole bambole allineate sugli scaffali di fianco alla porta caddero a faccia avanti sul tappeto rosa. Il papà stava prendendo a spallate la porta. Aveva smesso di prendersela con la maniglia, aveva scelto un avversario più grosso, ma non meno tenace. Bestemmiava ancora, se possibile con una rabbia maggiore. Poi si rivolse a lei.
«Aurora! Apri questa cazzo di porta o ti faccio il culo! Apri questa cazzo di porta!»
Magari se l'avesse chiesto prima di dare di matto, Aurora l'avrebbe accontentato. Ma adesso no, non se lo sognava nemmeno. Stranamente Luce non sembrava agitato. Guardava fisso verso la porta, placido, quasi sonnacchioso. Aveva paura dei tuoni, le bestemmie non lo colpivano. Aurora invece era agitata, il cuore le batteva forte in gola, lasciò cadere a terra il libro. Perse il segno.
«Aurora se non apri questa cazzo di porta, ti giuro che la sfondo!» Gridò il padre.
Ogni tanto capitava che fosse arrabbiato. Anzi furioso. Si alterava per un niente, e se non c'era sua madre a calmarlo subito, la furia di un attimo poteva protrarsi per tutto il giorno, tormentosa e insensata. Allora per calmarlo bisognava che si sfogasse, e se non c'era niente per sfogarsi finiva per picchiare la mamma. Niente di grave, un manrovescio, un calcio. Però qualche volta la spingeva contro un mobile o la faceva cadere. Insomma non è che la mamma se la cavasse con poco. Quando la vedeva a terra, inerme, che piangeva, la sua rabbia evaporava. Usciva di casa, e tornava con le scuse. E magari anche due pizze.
Ecco, il silenzio era finito. La pioggia aveva ripreso a scrosciare. Vento, lampi e tuoni. La porta e suo padre che cercava di sfondarla a spallate. Aurora prese Luce tra le braccia. Il gatto tentò di divincolarsi, ma la ragazza se lo poggiò sulle ginocchia a prese ad accarezzarlo. Nonostante la pioggia, il vento, i lampi, i tuoni e le vigorose spallate che il papà vibrava alla porta, Luce si abbandonò in grembo alla ragazzina. Caddero due piccoli omini della thun, rubicondi e sorridenti. I loro cocci schizzarono ovunque, sul pavimento. Aurora ne vide uno infilarsi in una delle sue ciabatte di snoopy. Cadde la sveglia, cozzando pesantemente sulla scrivania. Caddero il portafoto di lupo alberto e quello d'argento che Aurora aveva ricevuto in regalo per la cresima. L'ennesima forte scossa fece ribaltare la tazza colma di matite che Aurora teneva sulla scrivania. Tutto si rovesciò tra i quaderni, sulla sedia, e sul tappeto.
«Papà, smettila!» Urlò Aurora.
Il papà smise. Sentì i passi di suo padre allontanarsi riecheggiando, giù per le scale. Per quella sera l'aveva scampata, ma chissà come stava la mamma. Aurora aveva troppa paura per scendere e andare a controllare. Si guardò attorno spaurita. Nella stanza sembrava essere passato un tornado. Luce scese dal letto e iniziò a giocare con tutto quello che era caduto in terra. Lei allungò la mano e raggiunse il libro. Con le mani ancora tremanti per la tensione e lo spavento, voltò le pagine in cerca del segno che aveva perso e lo ritrovò, cinquanta pagine oltre la copertina, qualcosa più, qualcosa meno.
mercoledì, ottobre 13, 2010
Siamo invasi dagli orchi
“Questo è un Paese di orchi”
Professore, c’è un aumento della violenza oppure se ne parla solo di più?
Non mi interessa se vent’anni fa il numero dei crimini era lo stesso. Il problema è che noi, come società, siamo fermi. E questa è una colpa tanto più grave perché oggi c’è meno ignoranza che in passato.
Come si spiega l’indifferenza delle persone che, nella metropolitana di Roma, camminano accanto alla ragazza romena incosciente senza reagire ?
C’è un vortice di rassegnazione, cinismo ed egoismo che crea questa violenza. I giovani la respirano. Il video dell’aggressione a Roma è sconvolgente nella sua metafora: vecchi, giovani, uomini e donne passano di fianco al corpo della ragazza senza preoccuparsene. È una fotografia.
Di cosa?
Dell’Italia in cui il ministro Ignazio La Russa chiede di mettere le bombe sugli aerei, del Paese in cui il sindaco di Milano Letizia Moratti si guarda bene dall’andare a visitare il tassista in fin di vita all’ospedale. C’è un contesto in cui i compaesani di Sarah Scazzi che chiedono la pena di morte per lo zio assassino s’inseriscono naturalmente: è quello dell’imbarbarimento dovuto al fatto che la classe dirigente per prima non combatte le violenze.
A cosa allude ?
Abbiamo la più grande industria di Stato, quella della criminalità organizzata, che guadagna con la droga e agisce indisturbata.
Perché azienda di Stato?
Perché se lo Stato non combatte le mafie ne diventa complice, connivente. Si tollerano le cosche, si appoggiano le guerre, si anestetizzano le periferie: questo provoca l’incattivimento delle persone, la cultura dell’odio e della rabbia.
A proposito di droghe, crede che la violenza crescente dipenda anche dalla diffusione di sostanze stupefacenti?
Certamente. Ma, ripeto, la responsabilità è soprattutto collettiva, perché non combattiamo il fenomeno.
Gli omosessuali aggrediti, gli immigrati picchiati, i cadaveri delle due bambine rom ignorate sulla spiaggia di Napoli: le minoranze sono le prime vittime del clima che lei descrive.
È quel che succede quando c’è la paura. Il violento, da Hitler in giù, è un codardo. Non se la prende con chi si può difendere. I pestaggi al gay pride in Serbia, poi, dimostrano che quando un Paese è abituato alla violenza non abbandona quella tendenza, la riproduce nella quotidianità.
Come ci si può difendere?
Ciascuno deve essere consapevole che il Paese è invaso dagli orchi. Purtroppo sembra che il singolo sia costretto di nuovo a pensare da solo alla propria sicurezza. E questo è sintomo evidente dell’imbarbarimento. Soprattutto, ci vuole un coraggio da Savonarola, bisogna smetterla con la mediazione e con la mediocrità: è arrivato il momento di indignarsi.
da Il Fatto Quotidiano del 13/10/2010

Lo psichiatra Paolo Crepet, in controtendenza rispetto ai suoi colleghi, si rifiuta di cercare letture sociologiche degli ultimi episodi di violenza a Roma e Milano: “Per decenni abbiamo dato spiegazioni a tutti i fenomeni, ma queste persone sono aborigeni che prendono una clava e la spaccano in testa al primo che passa. A forza di cercare interpretazioni di questi crimini si finisce per darne una lettura benevola, per giustificare gli aggressori. Non ci sono provocazioni, né ragioni valide, né malattie mentali. L’Italia è piena di orchi”.
Professore, c’è un aumento della violenza oppure se ne parla solo di più?
Non mi interessa se vent’anni fa il numero dei crimini era lo stesso. Il problema è che noi, come società, siamo fermi. E questa è una colpa tanto più grave perché oggi c’è meno ignoranza che in passato.
Come si spiega l’indifferenza delle persone che, nella metropolitana di Roma, camminano accanto alla ragazza romena incosciente senza reagire ?
C’è un vortice di rassegnazione, cinismo ed egoismo che crea questa violenza. I giovani la respirano. Il video dell’aggressione a Roma è sconvolgente nella sua metafora: vecchi, giovani, uomini e donne passano di fianco al corpo della ragazza senza preoccuparsene. È una fotografia.
Di cosa?
Dell’Italia in cui il ministro Ignazio La Russa chiede di mettere le bombe sugli aerei, del Paese in cui il sindaco di Milano Letizia Moratti si guarda bene dall’andare a visitare il tassista in fin di vita all’ospedale. C’è un contesto in cui i compaesani di Sarah Scazzi che chiedono la pena di morte per lo zio assassino s’inseriscono naturalmente: è quello dell’imbarbarimento dovuto al fatto che la classe dirigente per prima non combatte le violenze.
A cosa allude ?
Abbiamo la più grande industria di Stato, quella della criminalità organizzata, che guadagna con la droga e agisce indisturbata.
Perché azienda di Stato?
Perché se lo Stato non combatte le mafie ne diventa complice, connivente. Si tollerano le cosche, si appoggiano le guerre, si anestetizzano le periferie: questo provoca l’incattivimento delle persone, la cultura dell’odio e della rabbia.
A proposito di droghe, crede che la violenza crescente dipenda anche dalla diffusione di sostanze stupefacenti?
Certamente. Ma, ripeto, la responsabilità è soprattutto collettiva, perché non combattiamo il fenomeno.
Gli omosessuali aggrediti, gli immigrati picchiati, i cadaveri delle due bambine rom ignorate sulla spiaggia di Napoli: le minoranze sono le prime vittime del clima che lei descrive.
È quel che succede quando c’è la paura. Il violento, da Hitler in giù, è un codardo. Non se la prende con chi si può difendere. I pestaggi al gay pride in Serbia, poi, dimostrano che quando un Paese è abituato alla violenza non abbandona quella tendenza, la riproduce nella quotidianità.
Come ci si può difendere?
Ciascuno deve essere consapevole che il Paese è invaso dagli orchi. Purtroppo sembra che il singolo sia costretto di nuovo a pensare da solo alla propria sicurezza. E questo è sintomo evidente dell’imbarbarimento. Soprattutto, ci vuole un coraggio da Savonarola, bisogna smetterla con la mediazione e con la mediocrità: è arrivato il momento di indignarsi.
da Il Fatto Quotidiano del 13/10/2010
venerdì, ottobre 08, 2010
Buon uomo e coglione
«Poiché gli intrighi e le arti ingannevoli in uso nella società civile diventano lentamente massime comuni e complicano notevolmente il gioco delle azioni umane, non c'è da meravigliarsi se un uomo altrimenti intelligente e onesto per il quale tutta questa furberia è troppo spregevole perché egli debba occuparsene, o che non sappia indurre il suo cuore retto e ben intenzionato a farsi un concetto tanto odioso della natura umana, possa finire da tutte le parti tra le spire di ingannatori e debba offrir loro occasione di riso. Cosicché, alla fine, l'espressione "buon uomo" finisce col significare, non più in modo metaforico, proprio un babbeo, e se capita, anche un coglione; poiché, nel linguaggio dei furfanti, nessuno è un uomo intelligente se non considera gli altri niente di meglio di quanto egli stesso sia, e cioè degli imbroglioni.»– da Immanuel Kant, Saggio sulle malattie della mente
Stamattina mi sento più fuori-luogo del normale, più del dovuto diciamo. Percepisco che non ne avrei ragione, ma certi giorni uno si alza così, e certe sensazioni se le tiene. Così, leggendo il piccolo Saggio sulle malattie della mente di Kant, ci ho trovato tante cose interessanti. In realtà, credo che molte siano delle constatazioni anche piuttosto semplici e (con tutto il rispetto di Kant) banali. Questa qui sopra ad esempio ci dice che la società civile è marcia, perché costruita sullo sciacallaggio e l'egoismo, e chiunque sia un minimo benintenzionato non può che essere deriso o considerato un babbeo da chi accetta invece il meccanismo sociale imperante. E per Kant essere benintenzionati, e cioè disprezzare lo stato delle cose, è un segno di intelligenza. Per cui alla fine le persone intelligenti, quelle consapevoli, sono quelle critiche, che muovendosi controcorrente, privilegiando atteggiamenti di solidarietà, finiscono per rendere la propria vita un inferno. Sono dei babbei, dei coglioni.
PS: ho vinto il premio Rac-Corti indetto da Flanerì, con il racconto Dodici Dita. :)
giovedì, ottobre 07, 2010
Pensioni in parlamento

Il 21 settembre di quest'anno è stata votata in parlamento una mozione per ridurre le pensioni dei parlamentari, adeguandole a quelle dei "comuni" cittadini. La mozione è stata respinta con la quasi totalità dei voti contrari (su 520 votanti, solo 20 hanno detto sì, vedi questo blog per maggiori dettagli). Mi preme di più segnalare qualche riga dell'intervento di Antonio Borghesi, il parlamentare che ha proposto la mozione:
"Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno - ce ne sono tre - e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese."
E non c'è molto altro da aggiungere. Qualcuno mi ha pure chiesto: "tu non avresti fatto lo stesso?" Non avresti votato contro qualcosa che ti riduce la pensione, che revoca un tuo privilegio? ...no, non l'avrei fatto. Avrei rinunciato a una pensione vergognosa. E se questa vi sembra ipocrisia, vuol dire che non credete più nelle persone oneste, e siete già vittime del sistema.
martedì, ottobre 05, 2010
La nobiltà dell'indignazione
Io, disabile, non voglio più essere italianadi Anita Pallara
Mi chiamo Anita Pallara e sono una ragazza di 21 anni affetta da atrofia muscolare spinale, una malattia neurodegenerativa e totalmente invalidante. In parole povere, sono handicappata. Mi rivolgo al professor Joanne Maria Pini che vorrebbe buttare me e quelli come me dalla Rupe Tarpea: la disabilità non è un valore aggiunto, non è proprio un valore. È solo una condizione. Non voglio parlare di solidarietà e nemmeno di sensibilità. Io parlo di diritti. Il diritto all’istruzione ce lo garantisce la Costituzione. Le sue parole, professore, sono vergognose, pericolose, razziste e illegali. Ma che valore ha tutto ciò nel nostro Paese? A parte le ovvie reazioni di sdegno e le condanne morali, quale sarà la conseguenza reale? A voi tanti che parlate di “selezione genetica”: io non sono disposta a subire questa ignoranza nel 2010. Se non ci saranno delle forti prese di posizione da parte delle istituzioni e dei media, io mi recherò alla Prefettura di Bari e consegnerò la mia carta d’identità e il mio passaporto, rifiutando così la cittadinanza italiana. Non posso essere cittadina di uno Stato di questo tipo.
Mi chiamo Anita Pallara e sono una ragazza di 21 anni affetta da atrofia muscolare spinale, una malattia neurodegenerativa e totalmente invalidante. In parole povere, sono handicappata. Mi rivolgo al professor Joanne Maria Pini che vorrebbe buttare me e quelli come me dalla Rupe Tarpea: la disabilità non è un valore aggiunto, non è proprio un valore. È solo una condizione. Non voglio parlare di solidarietà e nemmeno di sensibilità. Io parlo di diritti. Il diritto all’istruzione ce lo garantisce la Costituzione. Le sue parole, professore, sono vergognose, pericolose, razziste e illegali. Ma che valore ha tutto ciò nel nostro Paese? A parte le ovvie reazioni di sdegno e le condanne morali, quale sarà la conseguenza reale? A voi tanti che parlate di “selezione genetica”: io non sono disposta a subire questa ignoranza nel 2010. Se non ci saranno delle forti prese di posizione da parte delle istituzioni e dei media, io mi recherò alla Prefettura di Bari e consegnerò la mia carta d’identità e il mio passaporto, rifiutando così la cittadinanza italiana. Non posso essere cittadina di uno Stato di questo tipo.
da Il Fatto Quotidiano del 5 ottobre 2010
sabato, settembre 25, 2010
Stiamo facendo guerra alla pace
Quando nell’83 mi sono consegnato alla Polizia di Roma dicendo che non avevo intenzione di imparare a sparare e che quindi avessero deciso quel che volevano non avrei mai fatto il militare, stava iniziando (era già iniziato) un cammino faticoso che avrebbe portato a sostituire il servizio di leva con quello volontario. Molti dicevano che ciò non sarebbe stato un passo verso la pace e i fatti lo hanno dimostrato.
Sono moltissimi i motivi per cui esiste la guerra sia organizzata che privata e uno dei principali è che la guerra conviene a qualcuno. Ai produttori di armi, a chi non ha argomenti leciti e pacifici per far valere le proprie ragioni (o i propri tronaconti), a chi ha qualcosa di grosso da nascondere.
Perché ci sia la pace ci vuole innanzitutto una “cultura della pace“, che parta dalla conoscenza delle nostre pulsioni violente e arrivi a sublimarle attraverso pratiche non belligeranti. Esattamente il contrario della “Guerra nella scuola” che è ciò che il ministro Gelmini e il ministro La Russa vorrebbero. Il protocollo firmato di recente, che invita attraverso la scuola a imparare l’uso delle armi, a formare “pattuglie di studenti” (sic!) che competano in maniera sana, con pistole ad aria compressa e percorsi di sopravvivenza ritenendo in questo modo di “contrastare il bullismo” , è un chiaro intento di portare nelle scuole la “cultura della guerra“. Rimane da chiedersi come mai, in un’epoca in cui i genitori devono procurare la carta igienica per i propri figli e le palestre e gli impianti scolastici per la pratica sportiva, quella vera, sono a livello libico, si riescano a trovare così in fretta i fondi per far partire corsi di guerra truccati da esperienze di condivisione sociale. Il nome dato all’iniziativa “allenati per la vita” la dice lunga su come la nostra classe dirigente intenda la vita.
Dopo l’uscita sull’idea di insegnare Mike Bongiorno nelle scuole, giusto per capire come s’intende la cultura in questo Paese e questi corsi paramilitari di mussoliniana memoria, sarebbe il caso che i così detti politici di sinistra e i politici di destra che hanno a cuore il futuro dei propri figli e tutti quelli che dichiarano di credere in un Dio di Pace (che bello dirlo a parole!) facessero di tutto per defenestrare un ministro che sta creando danni che avranno un grosso peso sulle generazioni future.
Natalino Balasso, da Il Fatto Quotidiano
Post originale: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/23/stiamo-facendo-guerra-alla-pace/63927/
Sono moltissimi i motivi per cui esiste la guerra sia organizzata che privata e uno dei principali è che la guerra conviene a qualcuno. Ai produttori di armi, a chi non ha argomenti leciti e pacifici per far valere le proprie ragioni (o i propri tronaconti), a chi ha qualcosa di grosso da nascondere.
Perché ci sia la pace ci vuole innanzitutto una “cultura della pace“, che parta dalla conoscenza delle nostre pulsioni violente e arrivi a sublimarle attraverso pratiche non belligeranti. Esattamente il contrario della “Guerra nella scuola” che è ciò che il ministro Gelmini e il ministro La Russa vorrebbero. Il protocollo firmato di recente, che invita attraverso la scuola a imparare l’uso delle armi, a formare “pattuglie di studenti” (sic!) che competano in maniera sana, con pistole ad aria compressa e percorsi di sopravvivenza ritenendo in questo modo di “contrastare il bullismo” , è un chiaro intento di portare nelle scuole la “cultura della guerra“. Rimane da chiedersi come mai, in un’epoca in cui i genitori devono procurare la carta igienica per i propri figli e le palestre e gli impianti scolastici per la pratica sportiva, quella vera, sono a livello libico, si riescano a trovare così in fretta i fondi per far partire corsi di guerra truccati da esperienze di condivisione sociale. Il nome dato all’iniziativa “allenati per la vita” la dice lunga su come la nostra classe dirigente intenda la vita.
Dopo l’uscita sull’idea di insegnare Mike Bongiorno nelle scuole, giusto per capire come s’intende la cultura in questo Paese e questi corsi paramilitari di mussoliniana memoria, sarebbe il caso che i così detti politici di sinistra e i politici di destra che hanno a cuore il futuro dei propri figli e tutti quelli che dichiarano di credere in un Dio di Pace (che bello dirlo a parole!) facessero di tutto per defenestrare un ministro che sta creando danni che avranno un grosso peso sulle generazioni future.
Natalino Balasso, da Il Fatto Quotidiano
Post originale: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/23/stiamo-facendo-guerra-alla-pace/63927/
mercoledì, settembre 22, 2010
Zombi del Vuoto (revised)
NM Nonmorto medio GS 5Iniz +3; Sensi scurovisione 18m; Percezione +0
Difesa
CA 14, contatto 10, impreparato 13 (-1 Des, +4 naturale, +1 schivare)
pf 45 (8d8+8)
Temp +2, Rifl +1, Vol +6
Capacità difensive tratti dei nonmorti, lingua difensiva; RD 5/tagliente
Debolezze vulnerabilità ai colpi critici
Attacco
Vel 9m
Mischia 2 artigli +8 (1d6+2) e lingua +6 (1d4 più risucchio di sangue)
Statistiche
For 14, Des 8, Cos -, Int -, Sag 10, Car 1
Attacco base +6, BMC +8, DMC 17
Talenti Iniziativa migliorata, Multiattacco, Robustezza, Schivare
Capacità speciali
Lingua difensiva (Str) La lingua di uno zombi del vuoto sferza l'aria deviando i colpi in arrivo; se lo zombi del vuoto non usa la lingua per attaccare ottiene un bonus di deviazione +3 alla CA.
Risucchio di sangue (Str) Se uno zombi del vuoto colpisce una creatura vivente con il suo attacco con la lingua, le infligge 2 danni alla Forza.
Vulnerabilità ai colpi critici (Str) Uno zombi del vuoto è vulnerabile ai colpi critici e anche agli attacchi furtivi; un colpo critico messo a segno su uno zombi del vuoto uccide la larva di akata che lo sostiene distruggendolo immediatamente.
lunedì, settembre 20, 2010
Il sonetto del Vaffanculo
se il mio malumore dà disturbo,
in dovere di chiedere perdono
non mi sento, ché ora è troppo furbo.
Possono, invece, semplicemente
abbandonarmi ove m'hanno incontrato.
Questo certo darà alla loro mente
sollievo, e io d'assenza sarò grato.
Se posso anche lontano dai rumori,
ho un quaderno bianco, e una matita.
La necessità di giorni migliori
non sento e vi assicuro che la vita
mia senza nessuno di dolori
ne ha meno, e così io l'ho ambita.
giovedì, settembre 09, 2010
the Melancholy Death...
Staring Girl

I once knew a girl
who would just tand there and stare.
At anyone or anything,
she seemed not to care.
She'd stare at the ground,
she stare'd at the sky.

She'd stare at you for hours,
and you'd never know why.
But after winning the local staring contest,
she finally gave her eyes a well-deserved rest.
sabato, settembre 04, 2010
La massa e i solitari
«Perché così vuole la massa. Essa non tollera che ci siano solitari; se ti chiudi in casa, la vedrai affollarsi davanti alla tua porta, come davanti alla porta di un suicida. Se fai qualche passo lungo i vialetti dei giardini pubblici, punteranno il dito su di te. Se non parli al vicino seduto alla sua porta, e passi avanti a testa bassa perché la sera ti rende silenzioso, ti seguirà con lo sguardo e chiamerà la moglie e la madre perché vengano a odiarti insieme a lui. E può accadere che i suoi figli ti lancino pietre e ti feriscano. Vivere non è facile per i solitari.I genitori restano terrorizzati quando scoprono nei loro figli una lieve inclinazione a star soli; quei fanciulli timorosi che già da piccoli hanno le proprie gioie e i propri dolori appaiono inquietanti. Sono estranei all'interno della famiglia, intrusi e osservatori ostili e l'odio verso di loro cresce di giorno in giorno ed è già molto grande accanto a loro ancora piccoli. Così entrano nella vita, destini che cominciano nelle profondità delle lacrime, destini che non saranno tramandati perché li copre la chiacchiera di una domestica o lo scoppiettare di una macchina. [...]
Ma non desidero andare verso di loro, perché cosa potrei mai dire di più grande del loro dolore o di più sublime del loro silenzio? Non li disturbo. Ma una cosa mi riempie interamente: la coscienza che la vita di quei solitari è una delle forze potenti che agisce dentro di me dalle profondità della notte. Essi mi raggiungono, mi trasformano e ci sono luoghi in me immersi nel chiarore della luce silenziosa che essi emanano. Non credo esista una comunione, o un contatto, più prossimi di questo.
E penso anche: se questi giovani solitari mi inondano di luce dalle lontananze sconosciute della notte, senza far altro che stare tristemente alla finestra, quali influsso dovrebbero esercitare sulla mia esistenza quei solitari che sono intimamente felici e pieni di azione? E mi sembra che in questo senso sia indifferente se tutti loro ancora vivano o siano ormai dei nomi tra i morti.»
Rainer Maria Rilke - Appunti sulla Melodia delle Cose, Passigli Editori
martedì, agosto 17, 2010
La serendipità della gioventù

"Il bambino è re e custode del suo fantastico regno, ed è molto selettivo nello scegliere i suoi compagni. Il fatto che il suo regno sia così esclusivo non fa che provocare il tentativo, da parte dei grandi, di riconquistare la serendipità della giovinezza per recuperare quello che è irrecuperabile. Pochi disperati si sforzano a tal punto da guadagnarsi un posto in un centro di recupero alcolisti. Gli altri, dotati di un pizzico di sensibilità in più, leggono Calvin & Hobbes." - Garry Trodeau
lunedì, agosto 09, 2010
Marco 1
Le strade erano affollate, come se fosse stato indetto un carnevale improvvisato, e la marea delle famiglie inchiodate nelle case dal ripetersi della quotidianità avesse deciso di riversarsi nelle strade per riprendersi quel poco di felicità che gli sarebbe spettata. I meno impreparati avevano sollevato grossi cartelli sui quali erano stati fatti scivolare i colori sintetici di bombolette spray, segnando su legno, cartone o lenzuola di stoffa l'approvazione per quanto stava per accadere. Un fatto straordinario, che aveva meritato l'apertura di tutti i notiziari sin dal giorno prima. Dopo decenni di architettura e costruzioni su ordinazione, un edificio sarebbe di nuovo venuto al mondo in modo naturale. La stampa assediava le balconate, e braccia meccaniche di gru noleggiate per l'occasione emergevano dalla massa in agitazione, sollevando in alto le telecamere. Il rumore degli elicotteri rimbombava tra le finestre sciogliendosi nei cori dei manifestanti. Qualcuno aveva appeso un grosso quadrato di stoffa sulla rete di recinzione del campo di calcio, e sopra a colpi di pennello, c'era scritto: meno edifici, più case!Marco si nascondeva dietro la sua cassetta degli attrezzi, una grossa scatola di metallo laccata di rosso, le cui cassettiere erano piene di pinze, morsetti, cacciaviti e nastro isolante. Marco era un elettricista, ed era stato chiamato d'urgenza sul posto. Sudava, faceva caldo, il taxi procedeva lentamente e il sole picchiava sulle lamiere della vettura infuocandole. I capelli biondicci gli si erano appiccicati alla fronte, gli occhiali erano appannati e non sapeva bene come si fossero sporcati. Ma non osava aprire il finestrino. Teneva la cassetta degli attrezzi sulle ginocchia, abbracciandola come se si trattasse di un salvagente in alto mare, e deglutendo si ripeteva di aver fatto proprio male a lasciare il numero di telefono a Pietro, l'assessore all'urbanistica. Che poi da qualche mese era suo cognato, quindi non è che avesse avuto molta scelta.
«Toglietevi di mezzo, teste di cazzo!» Gridava il tassista, un omaccione dalla pelle scura, forse di origini indiane, che imprecava in dialetto meglio di come Marco aveva sentito fare al più radicato dei suoi amici romani. «Di questo passo non arriveremo mai... vuole scendere e farsela a piedi?» Gli domandò, voltandosi indietro.
«Santo cielo, no!» Rispose Marco, stringendo ancora di più la vecchia cassetta degli attrezzi. Scendere dalla macchina? Sarebbe stato risucchiato dalla risacca e avrebbe vagato nella folla fino a quando la folla stessa non avrebbe deciso di sputarlo via su un marciapiede a caso. I manifestanti si accalcavano contro le portiere ballando e gridando. La città era impazzita.
- Segue 1
sabato, luglio 17, 2010
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