venerdì, febbraio 25, 2011

Siamo noi i barbari?

Quella che vi posto di seguito è una lunga ma interessantissima riflessione di Mauro Volpi (costituzionalista e consigliere del Csm) sul degrado dei costumi e della società civile italiana. Mi rendo conto che si tratta di molte righe, ma vi consiglio di leggerlo.

Comincia a farsi strada nella cultura italiana, dopo aver molto insistito sulle derive del potere politico e delle modalità del suo esercizio, l’esigenza di interrogarsi sullo stato della “società civile” nel nostro paese. [...] La mia risposta questo interrogativo è che in Italia vi sono non da oggi svariati segni di imbarbarimento e di degrado. Il degrado è economico, sociale, valoriale, etico, culturale, civile e politico.

Cominciamo dal primo, il degrado economico. [...] Come scrive Francesco Marsico, in Italia dai dati Istat relativi al 2008 risulta che il numero di famiglie situate al di sotto della “povertà relativa” è l’11,3% del totale, mentre quelle che vivono in condizioni di “povertà assoluta” sono 1.226.000, pari al 4,9% della popolazione. Dai dati forniti dalla Banca d’Italia relativi al dicembre 2009 risulta che il 10% degli italiani detiene il 44% della ricchezza nazionale, mentre di questa solo il 10% spetta alla metà meno abbiente della popolazione. Altro prodotto di quel modello di sviluppo è la precarizzazione del lavoro che assume tre aspetti, tra loro connessi. Il primo è quello di una nuova mercificazione del lavoro, che pregiudica le garanzie (a cominciare dalla sicurezza, visto che l’Italia è tra i primi paesi in Europa per numero di infortuni mortali sul lavoro) e i diritti dei lavoratori (come il diritto di sciopero e quello di scegliere i propri rappresentanti sindacali all’interno del luogo di lavoro). Il secondo è quello della disoccupazione, che colpisce tutte le fasce di età, ma in Italia è particolarmente drammatica per i giovani, tra i quali raggiunge una percentuale ormai vicina al 30%. Infine vi è la precarietà del lavoro, che spesso è solo un lungo e tormentoso passaggio verso la disoccupazione e frustra qualsiasi possibilità per i giovani di costruirsi un futuro.

Il degrado sociale consiste non solo nel peggioramento delle condizioni di vita di ampi strati della società, ma anche nella perdita (o nella debolezza) di riferimenti di tipo collettivo. Esso sfocia spesso nell’individualismo, che è cosa ben diversa dal “personalismo”, al quale si ispira l’art. 2 della Costituzione, in quanto tende a sacrificare la dimensione sociale della persona a vantaggio di una posizione di isolamento e di chiusura verso gli “altri”, posizione che porta talvolta a confondere la propria libertà con l’arbitrio e con la sopraffazione nei confronti delle altre persone. Altri aspetti del degrado sociale sono l’esaltazione del corporativismo, accentuato in Italia dal ruolo fondamentale giocato storicamente dalle corporazioni e dalle “caste”, e del familismo, che determina una promozione sociale in gran parte basata sul legame parentale. [...]

Il degrado valoriale deriva innanzitutto dallo smarrimento della memoria storica, senza la quale un popolo non può avere futuro. [...] Così alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale si sono manifestati rigurgiti nordisti da un lato e nostalgie borboniche dall’altro, accomunati da un comune sentimento anti-unitario. A sua volta la Resistenza è stata equiparata al fascismo, come se le ragioni di chi lottava per la libertà e la liberazione nazionale fossero le stesse di chi difendeva un regime autoritario e combatteva insieme all’esercito tedesco al servizio del nazismo. [...]
Allo smarrimento della memoria si accompagna la perdita di valori di riferimento. A proposito di questa i vertici della Chiesa cattolica hanno individuato nel “relativismo” il male epocale delle società occidentali. Qui pare opportuno richiamare le parole di Gustavo Zagrebelsky, secondo le quali “la democrazia è relativistica, non assolutistica”, nel senso che “non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa”. Quindi essa non può essere relativistica “sulle questioni di principio, quelle che riguardano il rispetto dell’uguale dignità di tutti gli essere umani e dei diritti che ne conseguono e il rispetto dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative”. Ebbene, proprio questi sono i valori che vengono ad essere messi in discussione. Quale rispetto vi è per la dignità e per i diritti degli immigrati, considerati non come esseri umani, ma come braccia da lavoro da sfruttare o “carne da macello” da respingere versi i campi di concentramento del deserto libico? E dei giovani, disoccupati o precari malpagati, comunque privati del proprio futuro? E delle donne, umiliate, offese e viste non come persone in sé, ma, per usare le parole del Presidente del Consiglio (pronunciate nel settembre 2010 in una conferenza-stampa con Zapatero), come “il più grande regalo di Dio all’uomo”? E degli omosessuali, considerati come dei “diversi” da colpire o dei malati da curare? E poi quanto è garantita la uguale partecipazione alla vita politica dalla struttura personalistica e oligarchica del sistema politico e da un sistema elettorale, che, dietro il mito dell’elezione diretta del Governo, trasforma gli elettori in soggetti muti chiamati a ratificare le scelte imposte dall’alto? In pratica viene pregiudicata la libertà degli elettori [...]. Ebbene, il popolo italiano può scegliere un partito e dare il potere al capo di una coalizione di maggioranza relativa, che ottiene la maggioranza dei seggi grazie ad un assurdo premio inesistente nelle altre democrazie, ma non è libero di scegliere i propri rappresentanti.

Altrettanto evidente è il degrado etico che si è diffuso nella società grazie alla propaganda, veicolata dai mezzi di comunicazione di massa, di un modello di vita basato sulla ricerca del successo ad ogni costo e del guadagno facile, nel quadro di una feroce competizione con gli altri e del sacrificio di ogni visione solidaristica. Non c’è da stupirsi se perfino l’idea di “utilizzare” il proprio corpo per fare carriera (che significa svendere la propria dignità) sia stata giustificata da un esponente politico di primo piano del centro-destra, attualmente sottosegretario al ministero dell’istruzione [...]. E se di fronte ad una giovane precaria il Presidente del Consiglio nel marzo del 2008 non abbia trovato di meglio che invitare le giovani donne a sposarsi con rampolli di ricche famiglie.

Il degrado culturale appare evidente all’interno della scuola e dell’università, cioè dei luoghi deputati alla trasmissione del sapere e alla formazione delle nuove generazioni, all’interno dei quali si tenta di imporre una concezione mercantilistica della istruzione. Basti pensare alle tre “famose” i (internet, inglese, impresa), poste a fondamento dell’educazione pubblica nelle scuole dall’ex ministro Moratti [...]. Si potrebbe ironizzare sul fatto che chi ci governa ha volutamente dimenticato la “i” più importante, l’italiano, inteso come l’insieme della cultura di base, letteraria, storica, filosofica, giuridica, scientifica, che fa di noi un popolo. Ma in realtà viene ad essere mortificato il ruolo fondamentale della scuola e dell’università di trasmissione della cultura e di sviluppo della ricerca di base, che è indispensabile anche per un’utilizzazione corretta e proficua dei nuovi strumenti tecnologici. [...] Il degrado culturale deriva anche dall’uso che viene fatto dei mezzi di comunicazione di massa. In passato la televisione ha svolto un ruolo innegabile nella diffusione della lingua e della cultura nel popolo italiano; oggi contribuisce fortemente alla sua diseducazione, configurandosi come un modello di “cattiva maestra”, per usare l’espressione di Popper, e propagando una video-politica che trasforma il cittadino in homo videns (come sottolinea Sartori), non più partecipe ma succube, specie quando la televisione rappresenta per svariati milioni di persone l’unica fonte di informazione. Inoltre l’infima qualità della grande maggioranza dei programmi televisivi veicola un modello di vita edonistico e consumistico, producendo un ribaltamento tra fiction, posta al centro dell’attenzione, e realtà, trascurata e relegata in secondo piano.

Il degrado civile si manifesta nello scarso rispetto per le regole di qualsiasi natura, da quelle di costume a quelle etiche a quelle giuridiche. L’inosservanza di elementari regole etiche e di correttezza da parte di uomini pubblici viene relegata nel gossip. Le violazioni della legalità sono spesso sopportate o giustificate in nome dell’eccessiva rigidità delle regole (come ha fatto più volte il Presidente del Consiglio per l’evasione fiscale, l’11 novembre 2004 anche di fronte al comando generale della Guardia di finanza). La Costituzione nei suoi principi e nelle sue regole essenziali viene ignorata o relegata in una sfera extragiuridica o in quella dell’antimodernità. Come se il fatto di avere più di sessant’anni fosse di per sé sinonimo di vecchiezza. L’attacco ripetuto e costante contro la Costituzione, al quale la politica trova assai comodo addebitare i disastri e l’incapacità innovativa derivanti dalla propria insipienza, va a colpire al cuore quell’insieme di valori che dovrebbe essere di guida e di modello per tutti, e in particolare per i titolari di funzioni pubbliche. Indici concreti del degrado civile sono l’evasione fiscale, calcolata da Confindustria in 120 miliardi l’anno, la corruzione, che ha fatto collocare l’Italia al sessantasettesimo posto nella classifica stilata per il 2010 da Transparency International e che secondo la Corte dei Conti ammonterebbe a 60 miliardi all’anno, e infine la diffusione nella economia e nella società della grande criminalità. [...]

Vi è infine un degrado politico che pregiudica il corretto funzionamento delle istituzioni. I partiti appaiono come entità oligarchiche sempre più distaccate dalla società e negli ultimi venti anni si è imposto il modello del “partito personale” (secondo la felice espressione di Mauro Calise), il cui compito fondamentale non è di rappresentare interessi sociali, [...], ma quello di lanciare un leader che appaia in grado di rimanere più a lungo possibile al potere. In Italia il fenomeno è stato accentuato dalla radicalità della crisi che all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha colpito il sistema politico e dalla successiva commistione tra potere politico, economico e mediatico, che ha portato all’emergere di un capo carismatico, il quale ha dato vita ad un partito votato al culto della sua personalità e alla difesa dei suoi interessi privati (economici e giudiziari). [...]
Il degrado politico determina l’inesistenza di una qualsiasi etica pubblica, che viene spesso condannata come moralismo. Ciò comporta che il comportamento indecoroso e socialmente o eticamente riprovevole di un uomo politico non porta al suo allontanamento o a sanzioni politiche, ma viene giustificato finché non vi sia una sentenza definitiva di condanna della magistratura. [...] Di fronte a comportamenti ingiustificabili e degradanti viene poi invocata la privacy dell’uomo pubblico come sfera che non tollera alcuna intromissione e che giustifica qualsiasi comportamento, anche il più vergognoso e contraddittorio rispetto agli “ideali” proclamati pubblicamente, e quindi perfino la commissione di reati (la maggioranza dei quali, come si sa, vengono commessi in privato). Si dimentica volutamente che il livello di tutela della privacy di un uomo pubblico è necessariamente inferiore rispetto a quello di un comune cittadino. E che in base all’art. 54, c. 2, Cost. i titolari di funzioni pubbliche “hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Naturalmente la tanto invocata privacy non vale più nei confronti di chi si permette di criticare o di controllare uomini potenti. Questi viene esposto ad attacchi mediatici, basati su notizie di scarsa rilevanza, quando non inventate (come nel caso Boffo) o mediaticamente costruite sul nulla (come per il giudice Mesiano), o sulla minaccia di pubblicare notizie sgradevoli. Certo, si può sostenere con buoni argomenti che la classe politica è lo specchio della società attuale. Ma si tratta di una ben magra consolazione, perché da quando si è affermato il suffragio universale i cittadini sono stati convinti che fossero chiamati ad eleggere i “migliori”, quelli che per capacità di esprimere interessi sociali, per cultura, per qualità umane, apparissero come i più degni di rappresentarli. Nel momento in cui la qualità e la dignità della rappresentanza vengono degradate al livello medio (o forse anche più basso) esistente nella società, essa perde di ogni credibilità e la nobile professione del politico viene ad essere appannaggio di persone in cerca di successo e che sarebbero incapaci di emergere in qualsiasi altra attività umana.

Mauro Volpi - da I barbari siamo noi? Una riflessione sui costumi incivili degli italiani.

giovedì, febbraio 24, 2011

Drizzit 9

Eheh in questa vignetta torna l'autore. Non avevo escluso completamente l'idea di riapparire, di tanto in tanto. Mi piace il meta-fumetto, e il rapporto che il me stesso disegnato ha con le strisce che disegna. Ma non potevo basarci tutta la storia, una comparsa ogni tanto, è la scelta migliore.
Per quanto riguarda l'argomento di questa striscia, credo che si tratti di uno dei tanti paradossi generati dalla suspension of disbelief invocata al tempo da Samuel Coleridge. Lui diceva che il lettore è disposto a prestare fiducia a un autore, e a "sospendere" la propria incredulità accettando cose che in realtà sarebbero inverosimili, a patto che la storia lo coinvolga. Insomma se un fumetto è ben fatto, ed è divertente, non vai a chiederti come sia possibile che l'elfo (che peraltro non esiste) abbia trovato degli abiti praticamente identici ai suoi addosso a un orco (che non esistono nemmeno gli orchi). Sospendi la tua incredulità e seguiti a leggere, accettando che esistano gli elfi, gli orchi e anche che indossino abiti della stessa taglia.
Quindi quello della suspension of disbelief è una sorta di test. Fateci caso: se in un film, in un libro o in un fumetto, la storia non vi piace, si finisce per non tollerare più nessuna delle sue incongruenze, e anzi si finisce per criticarle tutte. Al contrario se l'opera vi piace, siete sempre ben disposti a passare sopra a qualche imprecisione, ad accettare che le cose siano "andate davvero così".
Ecco da questo ragionamento è nata la striscia qui sopra, una sorta di scena surreale nella quale cerco invano di giustificarmi addirittura con i personaggi dello stesso fumetto. Tanto per farvi rendere conto dell'entità delle pippe mentali che mi faccio.

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martedì, febbraio 22, 2011

Drizzit 8

Ecco la prima striscia della seconda "serie di sette" di Drizzit. Come vedete, ho deciso di includere il titolo ma di lasciarlo fuori dalle vignette. Questo mi permetterà di inserirlo anche nelle strisce successive, senza che ogni volta tolga spazio ai disegni o al testo. Sto anche cercando di migliorare il tratto e la resa del disegno (datemi tempo).
Tornando a questa striscia in particolare, credo che il problema che Drizzit si pone qui sia comune a molti giocatori di gioco di ruolo coscienziosi. Gli orchi hanno una speranza di redenzione, o sono "cattivi" per loro natura? Ok in realtà credo che veramente pochi giocatori si pongano la questione. Ok me la pongo solo io.

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lunedì, febbraio 21, 2011

Quando si ha voglia di fare qualcosa...

...alla fine ci si riesce. Credo che sia una specie di impulso primordiale, per cui se veramente desideri qualcosa, alla fine la pressione esercitata dalla tua voglia di farla ti spingerà a realizzarla. magari ci vorranno anni, magari dovrai aspettare tempi migliori, occasioni migliori, la giusta combinazione insomma. Ma alla fine, un piccolo passo per volta, alle mete ci si arriva sempre.
E' chiaro non sto parlando di utopie irrealizzabili, mi riferisco a sogni "concreti" (un sogno concreto è sempre un sogno?) e in particolare a quegli aspetti della vita che molti ti dicono: mettili da parte, devi fare altro. Altre cose sono migliori, altre cose sono più proficue. E sulla proficuità delle alternative mi è capitato spesso di essere in contrasto con gli altri.
Perché proficuo adesso è sinonimo di un benestare materiale, che è sinonimo di soldi. La felicità è in vendita là fuori, basta avere le risorse per permettersela. Beh io 'sta felicità in vendita non l'ho mai trovata. Mi capita di essere felice spesso, ma per cose del tutto povere. E la mia rotta è sempre in quella direzione, nella direzione delle cose che mi fanno stare bene, e non di quelle che mi mettono "al sicuro". Sarò sempre precario, forse, ma sempre soddisfatto e felice. E' una maledizione, credo -così la vedono in molti- ma se riesco a non far del male a nessuno, potrei conviverci senza problemi fino alla morte.

E veniamo a discorsi più concreti. Oggi ha aperto la Gilda del Drago Nero. E' un'associazione ludica, promuoviamo giochi di ruolo, giochi da tavolo, giochi di carte e qualche volta anche videogiochi e altro ancora. Ci piace vantarci della nostra Sindrome di Peter Pan eheheh. Ma potrei anche dire che è stato difficile per noi divenire grandi e mantenere un amore così grande per il divertimento più puro.
Con i miei amici abbiamo iniziato a giocare a Risiko, Dungeons & Dragons e con i videogames quando ero alle scuole medie. La passione ci ha aiutato a crescere. Leggo molto, disegno, scrivo racconti, libri, fotografo il mondo e tutto questo, forse, nasce dal modo in cui sono cresciuto e dal mondo in cui questa cosa è cresciuta con me. Giocavamo sui muretti, bucando le schede del personaggio con le matite, rigando i dorsi delle carte con i sassi, riempendo di pinoli e foglie secche le scatole dei giochi. Poi tornavo a casa, scrivevo sul mio vecchio piccì, giocavo con il Lego, leggevo fumetti a profusione. Bei tempi, le medie. A parte le medie, intendo.

Più in là una copisteria, tramite un amico, ci ha offerto uno spazio dove giocare: nel loro magazzino, nello scantinato di un condominio. Così è nata la Gilda del Drago Nero. Poi sono passati degli anni, ho aperto un negozio di fumetti, nel retro ho ospitato l'associazione ludica. In un piccolo spazio abbiamo dato vita a un sacco di eventi e ci siamo fatti conoscere. E adesso posso permettermi di dire che la Gilda del Drago Nero vive di vita propria. Certo gli inizi sono difficoltosi, ma abbiamo un locale tutto nostro... spazioso, con una stufetta a legna e la possibilità di organizzare proiezioni e tornei. Sono bei tempi anche adesso.

Dice Simone Weil che questa è la vera libertà. Meno male. Vorrà dire che da oggi mi considererò un po' più libero. Comunque la Gilda è lì, dimostra qualcosa. Dimostra che puntare in alto non è tanto utopico come si vuole far credere. Che c'è ben poco da rassegnarsi. Che si può essere inquieti ed irrequieti, ma anche arrivare da qualche parte, dove da bambini si pensava di poter arrivare, e dove la maggior parte delle persone non arriva mai perché "bisogna stare con i piedi per terra". Forse non ho fatto salti troppo lunghi, o mi sarei spezzato una gamba, forse sono più prudente di quanto non pensi io stesso, ma alla fine giocavo a 12 anni e gioco adesso, 20 anni dopo. Grazie a ogni singola persona che me l'ha permesso.

domenica, febbraio 20, 2011

Drizzit 7

Mi è piaciuto concludere il primo ciclo di 7 strisce così, con una enorme vignetta che rimanda un po' alla copertina di the thousand orcs, disegnata dal mirabolante Todd Lockwood. Ovviamente il mio è un pallidissimo omaggio. Da adesso, tre Drizzit a settimana. L'insonnia aiuta.

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venerdì, febbraio 18, 2011

Il fenomeno dei "fenomeni"

Roberto Benigni è andato al Festival di Sanremo a fare una comparsata di 15 minuti, e per 15 minuti ha chiesto 250.000 euro, roba che mia madre per guadagnarli deve lavorare 8 anni. Questa cosa ha fatto indignare qualche persona, come è facile immaginare, e anche a me fa incazzare un pochino... si tratta di tanti soldi, per 15 minuti, e nonostante la simpatia che provo per Benigni, di questi tempi si fa fatica a immaginare che i minuti di una persona possano valere 16.000 euro l'uno.

Però... è anche vero che in quei 15 minuti lo share ha toccato il 50% il che vuol dire che una persona su due stava guardando Benigni, e che probabilmente la pubblicità subito prima e subito dopo l'intervento di Benigni l'avranno venduta a prezzi comparabili al PIL di uno stato africano. Insomma 'sti 250.000 euro se li è meritati, se stiamo a guardare le leggi del mercato. Poi consideriamo che a parte un paio di minuti di battutelle iniziali, fondamentalmente ha spiegato a tutti gli italiani l'inno di Mameli!
E' chiaro che non è facile trovare un altro che ti fa il 50% di share spiegando l'inno di Mameli. E quello che dobbiamo chiederci non è "come mai lui ci riesce" ma piuttosto "come mai non ci riesce nessun altro". Perché Benigni non è l'unico showman di talento che abbiamo in Italia. Ma in un panorama televisivo dove il direttore generale della RAI telefona all'Isola dei Famosi per congratularsi per la trasmissione e dove vanno in onda porcate tipo le trasmissioni di Maria de Filippi e il gioco dei pacchi... direi che Benigni 250.000 euro si può permettere di chiederli.

Il punto è che se in televisione le cose che dice Benigni si potesse permettere di dirle chiunque, saremmo in uno stato libero e civile... e soprattutto se in televisione ci fossero più persone come Benigni, allora Benigni non sarebbe più un "fenomeno" e forse si eviterebbe di pagarlo quanto otto anni di stipendio di mia madre per 15 minuti di intervento. Non discuto che Benigni sia bravo, è bravissimo, e proprio perché ormai è considerato un "mostro sacro" può permettersi di fare battute che chiunque altro le facesse rischierebbe la testa, ma è proprio questo il punto. Benigni fa ironia su cose terribili. Quando dice "Silvietto scusa faccio solo una battuta e poi basta" e ride e scherza, sta ironizzando sulla catastrofe che piaga la televisione e più in generale la cultura italiana.
Perché fa così tanto odiens? Perché alla gente piace che lui prenda per il culo i potenti, piace che renda la cultura una cosa alla portata di tutti e soprattutto alla gente piace chi sa fare la televisione. E' come dice Luttazzi, la gente ne ha bisogno. Se in televisione ci fosse gente come Benigni tutto il tempo, invece che leccaculo assunti per parentela e pompini, invece che tette e culi che vanno in onda per questioni di affarismo politico, allora Benigni sarebbe pagato normalmente perché sarebbe semplicemente un altro di quelli che stanno in televisione perché sanno fare televisione e non sarebbe considerato una specie di "fenomeno".

La domanda quindi è... perché la televisione italiana è piena di stronzi che non sono capaci a fare un cazzo anziché di programmi condotti da agente brava e intelligente come Benigni? Adesso sarò chiaro ai limiti della denuncia: ma Giletti, che talento ha? e quell'altro simpaticone lampadato di Carlo Conti? ...e c'è tanta altra gente di cui non conosco manco i nomi perché di televisione ne sorbisco poca ché mi fa venire il voltastomaco... Ma gli zombi redivivi tipo Frizzi? E le conduttrici ignoranti che stanno lì solo perché sono gran gnocche? E le figure grottesche come Malgioglio?

Che stanno facendo adesso i veri artisti, cantanti e pensatori veri, uomini di cultura e di spettacolo, gente capace di fare la televisione? Ne cito alcuni tipo Dario Fo, Beppe Grillo, Daniele Luttazzi, Gigi Proietti, Lella Costa, Corrado Guzzanti... gente che il televisore lo farebbe ESPLODERE. Dove sono? Dategli un programma in prima serata! E ce ne sono altri che ogni tanto appaiono, facendosi pagare centinaia di migliaia di euro perché in mezzo alla desolazione televisiva spiccano come fuoco nella notte, come Celentano o Fiorello...
Non farebbero il 50% di share ogni sera? E allora perché non stanno lì e invece in televisione c'è Simona Ventura con le tette rifatte a presentare l'Isola dei Cazzoni?
Luttazzi con Decameron su LA7 a mezzanotte faceva il 6% quando una qualsiasi trasmissione in prima serata sulla stessa rete fa di solito il 3-4%. E non ci stanno persone di talento che possono condurre programmi in maniera migliore, più elevata, più brillante e meno gretta di non so... Panariello? Nessuno si accorge che quando Fiorello fa una trasmissione ti sfonda i dati di ascolto? E Fiorello chi è? E' solo uno che sa fare televisione (e ti pare poco). Ma forse se fai andare gente di qualità a fare tv si accorgono che tutto il resto è una merda.

E Fiorello non fa ascolti per quello che dice, perché effettivamente non dice granché. E' solo bravo, quel tipo di bravura che merita di andare in televisione. Quello che c'è in televisione adesso invece, merita di non andarci!
Perché allora stanno lì? ... perché non ci credo che c'è stata una selezione, un casting, e alla fine ha vinto Giletti!!! ...o Carlo Conti!!! ...o Barbara D'Urso!!! Ma che talento hanno? Chi sono ste persone di fronte a Lella Costa, Ascanio Celestini o Sabina Guzzanti per dire? Sono insignificanti.
Poi grazie che arriva Benigni e BOOOM esplode lo schermo... la gente è abituata alle "sagaci battute" di Paolo e Luca...

Concludo che Enzo Biagi è morto senza lo spazio che meritava in TV perché al tempo non gli rinnovarono il contratto della tramissioncina che conduceva, il Fatto, cinque minuti al giorno, alle otto e mezza dopo il telegionale. E ci hanno messo le comiche di Max e Tux al suo posto.

giovedì, febbraio 17, 2011

La parola libertà

Oggi leggevo le Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale, un libriccino che raccoglie alcuni pensieri di Simone Weil.

"E tuttavia nulla al mondo può impedire all'uomo di sentirsi nato per la libertà. Mai, qualsiasi cosa accada, potrà accettare la servitù; perché egli pensa. Non ha mai smesso di sognare una libertà senza limiti, sia come felicità remota di cui sarebbe stato privato per una punizione, sia come una felicità futura che gli sarebbe dovuta per una sorta di patto con una provvidenza misteriosa. Questo sogno è sempre rimasto vano, come tutti i sogni, oppure è servito da consolazione, ma come fosse oppio; è tempo di rinunciare a sognare la libertà e decidersi a concepirla."

Mi ha fatto pensare al modo in cui la parola "libertà" viene utilizzata. Ce l'hanno tutti in bocca, se ne ammantano, se ne vantano. Tutti a coccolarla e a promuoverla. Lo fanno i partiti di centrodestra, che la innalzano come una spada contro l'oscuro male dell'oppressione socialista; lo fanno i gruppi di guerriglieri nei paesi in guerra civile, che in nome della libertà ammazzano e compiono violenza di ogni tipo; lo fanno i filmacci americani di terza tacca, che quando non sanno quale valore promuovere si buttano sempre sulla libertà, che è sempre attuale e sempre verde. Chi non la ama, la libertà? Parafrasando la frase di un professore del liceo, che rispose in maniera simile a un rappresentante degli studenti quando io ero allo scientifico: "la libertà è come la pelle dei cojoni... come la tiri stà."
Certo non è Simone Weil, ma il concetto è chiaro. La libertà è il jolly. Tutti possono farsi belli parlando di libertà. Ma quante persone si fermano a pensare cos'è, la libertà?

Una volta ce lo chiesero. Avevo diciassette anni. Mi ricordo che uno dei miei amici disse: la libertà è che quando vado al supermercato, invece di scegliere una sola marca di un prodotto, ne ho tre e posso scegliere. Il resto era d'accordo sul fatto che comunque il concetto di libertà coincidesse più o meno con "fare il più possibile il cazzo che mi pare". Ma ovviamente non è così. Così è essere schiavi della libertà, e nemmeno questa è libertà. Imprigionati nella frenesia di togliersi di dosso quanti più vincoli possibile, tabù, restrizioni, convenzioni, tradizioni, auto-imposizioni, convinzioni, prassi. Ovviamente il modo più semplice per essere liberi diventa accumulare potere. E accumulare potere diventa accumulare soldi. E la libertà si riduce alla libertà di fare più soldi. Scommetto che in pochi di quelli che sparano inni alla libertà in faccia al prossimo ha mai riflettuto davvero su quanto egli stesso è schiavo.

"Si può intendere per libertà qualcosa di diverso dalla possibilità di ottenere senza sforzo ciò che ci piace. Esiste una concezione ben diversa della libertà, una concezione eroica, che è quella della saggezza comune. La libertà autentica non è definita da un rapporto tra il desiderio e la sua soddisfazione, ma da un rapporto tra il pensiero e l'azione; sarebbe completamente libero l'uomo le cui azioni procedessero tutte da un giudizio preliminare concernente il fine che egli si prepone e il concatenamento dei mezzi atti a realizzare questo fine."

Ecco cos'è la libertà in senso eroico. La libertà vera. Non ha nulla a che vedere con il desiderare qualcosa e appagare quel desiderio. La libertà vera scaturisce dalla possibilità che deve avere un uomo di perseguire un fine con tutti i mezzi che ritiene atti allo scopo. Cioè avere un'idea di cosa ci rende felici, e avere la possibilità di lavorare per raggiungerla.
Questa è la libertà vera. Credo che sia una delle cose più nobili e belle che abbia mai letto.

"Poco importa che le azioni in se stesse siano agevoli o dolorose, e poco importa anche che esse siano coronate da successo; il dolore e la sconfitta possono rendere l'uomo sventurato, ma non possono umiliarlo perché è lui stesso a disporre della propria facoltà di agire."

Non importa se il tentativo di raggiungere la propria idea di felicità è doloroso, e non importa nemmeno se ci si riesce. Tentare, soffrire e fallire non è umiliante fintanto che si decide di propria spontanea volontà di farlo.

"Poiché pensa, [l'uomo] ha la facoltà di scegliere tra cedere ciecamente al pungolo con il quale una necessità assolutamente inflessibile lo incalza dall'esterno, oppure conformarsi alla raffigurazione interiore che egli se ne forgia: in questo consiste l'opposizione tra servitù e libertà. [...] Un uomo sarebbe totalmente schiavo se tutti i suoi gesti procedessero da una fonte diversa dal suo pensiero, cioè dalle reazioni inconsulte del suo corpo, oppure dal pensiero altrui; l'uomo primitivo affamato che si muove solo per placare la fame, lo schiavo romano perennemente teso verso gli ordini di un sorvegliante con la frusta; l'operaio moderno che lavora in una catena di montaggio, sono tutti prossimi a questa condizione miserabile."

Schiavi.

Drizzit 6

Eheh. Inutile nasconderlo. La vera protagonista di queste strisce è la mucca evocabile. Qualcuno già mi ha chiesto se la statuina della mucca evocabile sarà disponibile come oggetto magico nelle mie avventure di Dungeons & Dragons. Ebbene no, mi dispiace, non lo sarà. Continuerà a comparire solo nelle tasche di Drizzit, quando meno ne avrà bisogno.

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martedì, febbraio 15, 2011

Giovani e pendolari, un concorso

Il Comune di Bracciano (dove risiedo) ha indetto un concorso sul tema "i giovani popolo di pendolari". Si tratta di un'iniziativa della Consulta Giovanile e premia la migliore fotografia e il miglior racconto (o saggio breve) sull'argomento. In realtà ci sono premi minori anche per il secondo e il terzo classificato, in entrambe le categorie (qui potete leggere tutti i dettagli).

Inizialmente pensavo di partecipare con una fotografia. Ma è difficile, per me, scattarne una all'altezza. Non faccio più parte del popolo dei "giovani pendolari" e dovrei salire apposta su un treno affollato, per scattare foto. Non me la sento, credo che sarebbe più giusto se il premio lo vincesse uno studente del liceo, che magari il pendolarismo lo vive tutte le mattine sulle proprie spalle. Uno che magari con un colpo di macchinetta tascabile, in uno scatto fortuito, riesce a catturare un momento eccezionale di quella piccola odissea nella quale è costretto ad imbarcarsi suo malgrado. Credo anche che questo sia lo spirito del concorso, cioè quello che il concorso vorrebbe premiare.

Ma un racconto potrei spedirlo. La scadenza è il 10 Marzo. Magari riesco a buttare giù qualcosa di decente, e tentare non nuoce.

lunedì, febbraio 14, 2011

Drizzit 5


Mi piace l'immediatezza di questa piccola sequenza. Immagino che l'orco abbia continuato ad avere incubi per tutta la notte. Nota tecnica per i posteri: credo che sia la prima striscia di Drizzit senza nemmeno un baloon. Sono piccoli traguardi che val la pena ricordare.

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domenica, febbraio 13, 2011

Crinalvento, Medusa ladro 7°

Per il terzo capitolo della mia campagna di Pathfinder, che segue la saga di Seconda Oscurità, ho sostituito alcuni png con altri di mia invenzione in modo da rendere più interessanti certe sessioni. Uno dei png da me inseriti è una medusa/ladra le cui caratteristiche riporto qui di seguito.
So che creare png è una dei compiti più onerose che spettano a un master di Pathfinder (e della 3a edizione in generale), soprattutto quando poi si tratta di mostri con livelli di classe... ho speso un'ora a controllare punteggi e modificatori. Quindi spero che condividere certi lavori possa alleggerire il lavoro di altri master. In ogni caso, può essere di spunto per una vostra avventura o qualcosa del genere.
Se qualcuno avesse bisogno del formato odt (open office) oppure del pdf, può lasciarmi l'indirizzo email e glielo spedisco.


Crinalvento – GS 14

PE 38.400

Medusa ♀ Ladro 7°

CB umanoide mostruoso Medio

Iniz +7; Sensi scurovisione 18m; visione 360°, percezione +22

Difesa

CA 20, contatto 14, impreparato 16 (+3 Des, +3 naturale, +3 cuoio borchiato, +1 Schivare)

pf 148 (8d10+8d8+64)

Temp +10, Rifl +15, Vol +11 (eludere)

Attacco

Velocità 9m

Mischia Stocco +2 acido +17/+7 (1d6+2 +1d6 da acido/18-20) e Daga +1 danzante +16 (1d6+1/19-20) e serpenti +11 (1d4 +veleno)

Distanza balestra a una mano perfetta +17/gittata 9m (1d6/19-20)

Spazio/portata 1,5m/1,5m

Attacchi speciali attacco furtivo (+4d6)

Statistiche

For 10, Des 16, Cos 18, Int 12, Sag 13, Car 16

Attacco base +14; BMC +14; DMC 27

Talenti (incluse doti da ladro) Arma accurata, Arma focalizzata (stocco), Arma focalizzata (daga), Iniziativa migliorata, Inseguire, Magia minore (individuazione del magico), Mobilità, Recupero (8 pf), Schivare, Tempra possente, Volontà di ferro

Abilità Conoscenze (dungeon) +12, Camuffare +17, Disattivare congegni +14, Furtività +20, Intimidire +20, Manolesta +21, Percezione +22, Raggirare +17; modificatori razziali +4 Percezione

Linguaggi Comune, Draconico

Ecologia

Ambiente qualsiasi

Organizzazione unico (PNG)

Tesoro Armatura di cuoio borchiato, Balestra a una mano perfetta, Stocco +2 acido, Daga +1 danzante, 80 mo, 2 pozioni di ristorare inferiore, 2 pozioni di rimuovi paralisi, cinque pozione di cura ferite moderate, pozione di neutralizza veleno.

Capacità speciali

Sguardo pietrificante (Sop) pietrifica in modo permanente, 9 metri, Tempra CD 21 (basata su Car) nega.

Veleno (Str) Morso – ferimento; TS Tempra CD 22 (basata su Cos); frequenza 1/round per 6 round; effetto 1d3 danni a For; cura 2 TS consecutivi.

Visione a 360° (Str) Le meduse ottengono visione a 360° grazie ai capelli serpe; ottengono inoltre un modificatore razziale +4 alle prove di percezione (già conteggiato) e non possono essere fiancheggiate.

Tattiche

Crinalvento cerca di evitare il combattimento diretto e di restare nelle retrovie, dove può attaccare con la balestra entro 9 metri cercando di sfruttare il proprio attacco furtivo. Se coinvolta in combattimento rilascia la propria daga danzante e sferra attacchi con lo stocco e con i capelli serpe, sfruttando nel contempo anche il letale sguardo. Il talento inseguire le permette di incalzare i nemici che si allontanano. Crinalvento non combatte fino alla morte per nessun motivo: quando la situazione si mette male, tende a utilizzare la dote da ladro per recuperare 8 pf e a fuggire, così da potersi rimettere in sesto velocemente grazie al suo arsenale di pozioni.



venerdì, febbraio 11, 2011

Drizzit 4

Lo so, oggi non è lunedì. Ma adesso sono un po' più veloce nel disegnare le vignette, quindi riesco a produrle ad un ritmo maggiore. Certo, è sempre meglio accumularne un po' in modo che in futuro si possa partire per la Svezia senza interrompere la pubblicazione, ma adesso che ne ho un bel po' da parte mi posso permettere di pubblicare una striscia extra.
Qui si spiega cos'è successo nella striscia precedente (chi conosce i Forgotten Realms lo sapeva già!). Mi piace la continuità delle strisce, cioè il fatto che abbiano un "ciclo" narrativo e che, anche se ognuna è leggibile in maniera autonoma, si possano leggere una dopo l'altra formando una sorta di "episodio". Ecco nell'episodio attuale, Drizzit si ritrova nudo e deve trovare una soluzione. Che accadrà? Si vedrà... lunedì.

Striscia precedente; Striscia successiva; Leggi Drizzit dall'inizio

giovedì, febbraio 10, 2011

Inside Woody Allen

"Aristotele pensava che il tempo fosse una quantità. Ma il suo negozio fallì quando si rese conto che non poteva incartarlo." - Woody Allen

Ho acquistato un libro (sai che novità). Ma di questo volevo parlarne. E' un libro di strisce a fumetti, si tratta della raccolta di Inside Woody Allen di Stuart Hample. Furono pubblicate dal 1976 al 1984 su molti giornali statunitensi e il protagonista era proprio Woody Allen. Il comico mise a disposizione di Hample la sua sterminata collezione di battute, e lo autorizzò ad utilizzarle per farne delle strisce. Hample aveva chiesto di poter utilizzare Allen come protagonista di una striscia, ma non si aspettava tutta quella collaborazione. Nella raccolta, pubblicata da ISBN edizioni col titolo La Vita secondo Woody Allen, sono state inserite le 300 migliori strisce e anche molto materiale relativo alla collaborazione tra Woody e Stuart. Al di là della genialità delle battute (che suppongo molti conosceranno già) non mi ero mai accorto di come queste potessero incastrarsi così bene nella struttura di una striscia a fumetti. Nonostante ormai molti riferimenti siano obsoleti (si tratta di vignette pubblicate 30-40 anni fa!) restano ancora godibilissime e piacevoli da leggere.

Ovviamente non sto qui a parlare di questo libro per fargli pubblicità. Anche se ve lo consiglio. Lo faccio innanzitutto perché alcuni dei consigli che Woody Allen ha dato per iscritto a Stuart Hample valgono non solo per lui, e non solo per i disegnatori di strisce (categoria nella quale sono un mediocre esordiente dilettante), ma più in generale per tutti gli scrittori. C'è un punto in cui dice:

"Non aver paura di essere FUORI. Stai davanti ai tuoi lettori, non affannarti ad inseguirli. Resisti alle battute facili, prevedibili. Valori ed interessi sono solo apparentemente, e non realmente, intellettuali. Per cui le battute non devono essere commerciali." - Woody Allen

E dopo averla letta mi sono messo a pensare... davvero valori e interessi sono falsamente intellettuali? In effetti spendersi in dettagli insignificanti riguardanti un interesse specifico, non è cultura. Per vincere al milionario o al Trivial infatti, non si richiede di essere colti, solo di fare il pieno di nozioni. L'intelligenza, diceva la Montessori, si fa coltivando l'abitudine di fare i collegamenti. Certo farsi rincorrere dai lettori, nel 2011, è abbastanza facile se ti chiami Woody Allen... la gente legge Fabio Volo, Federico Moccia e Dan Brown e pensa di trovarci la filosofia. Ecco ho scritto una cosa snob. E non me ne pento.

L'altro motivo per cui ho voluto dedicare un post a questo libro, è che in una vignetta su tre ci riconosco gli stessi meccanismi mentali che animano i miei pensieri. Ovviamente, io inseguo Woody Allen come lui si aspetta che facciano i suoi lettori. Ma è estremamente "confortevole" leggere una riflessione e dire: ehi anche io ieri stavo pensando a questo. Oppure: ehi questa battuta potrebbe riferirsi anche a quello che io penso. Ti fa sentire meno alieno, meno solo.

Drizzit 3

La terza striscia di Drizzit è di nuovo una di quelle che può essere compresa appieno solo da chi conosce il personaggio a cui Drizzit è ispirato. Certo, l'ultima vignetta della striscia è divertente comunque, e se il lettore non conosce i romanzi fantasy di Drizzt Do'Urden quello che perderà in divertimento lo guadagnerà probabilmente in curiosità. Che è successo? Lo scoprirà nella prossima vignetta.

Striscia precedente; Striscia successiva; Leggi Drizzit dall'inizio

lunedì, febbraio 07, 2011

Drizzit 2

Ecco, questa è la seconda striscia "regolare" di Drizzit. Come vedete non c'è il titolo, perché solitamente nelle strisce (che sono pubblicate sui giornali) il titolo viene stampato al di fuori delle vignette, e non all'interno. Tuttavia, una volta ogni sette-otto vignette lo inserirò nuovamente, come a voler completare "un ciclo" di narrazione. Inoltre mi ci ero abituato, e questa striscia mi sembra come... più povera. Non so.
Comunque spero che sia all'altezza delle precedenti. Mi sono divertito molto a disegnare la mucca. Soprattutto lo sguardo della mucca.

Striscia precedente; Striscia successiva; Leggi Drizzit dall'inizio

venerdì, febbraio 04, 2011

La vecchia stazione di servizio

Le cose abbandonate, decadono più velocemente.
Sembra una cosa stupida da dire, invece non lo è affatto. Non intendo dire che una cosa, se viene curata, riparata e conservata, impiega meno tempo a distruggersi. No, questo darebbe banale. Intendo "abbandonata" nel senso di "lasciata sola". Ecco forse così si capisce meglio: le cose lasciate sole, decadono più velocemente.

Stamattina stavo camminando sul ciglio di una provinciale, e mi sono imbattuto in una stazione di servizio abbandonata. La scritta ERG era accartocciata dal sole. Il blu della pensilina era scolorito e venato di rosso laddove la ruggine era emersa. I cartelli sbiaditi. L'erba che si faceva strada lungo il marciapiede.
Eppure quella stazione ha chiuso solo un anno fa, me lo ricordo. E i cartelli non sbiadiscono così velocemente, le scritte non si piegano al tempo in così poco tempo. L'erba non sale sui marciapiedi e non li spacca con tale rapidità e forza. Anche senza ridipingere il blu, anche senza strappare le erbacce, anche senza sostituire la scritta ERG, quel posto avrebbe resistito alla decadenza in modo migliore se non fosse stato abbandonato. Se la stazione non fosse stata lasciata sola.

Io ho posseduto un locale. Ho vissuto molto più tempo di un anno nella stessa casa. Ho visto trascorrere il tempo per decine di stazioni di servizio, anche trascurate. Ma niente invecchia e si ingiallisce, perde forza e si affievolisce, muore e si disgrega tanto velocemente fintanto che non viene lasciata sola.
Credo che sia un principio universale. Vale per le cose, e vale per le persone. Se le lasci sole, invecchiano, si incupiscono, si chiudono in se stesse. Abbandonate, perdono vita con incredibile celerità. Quando si staccano dal resto del mondo, il mondo si stacca da loro. Appassiscono, come le piante alle quali vengono recise le radici. Appassiscono. Ecco cosa è successo a quella vecchia stazione di servizio: è appassita.

giovedì, febbraio 03, 2011

Drizzit 1


Ecco la prima apparizione ufficiale di Drizzit. Ho messo anche un badge nella prima vignetta, perché volevo che fosse chiaro che tutte quelle pubblicate fino ad ora erano prove generali, durante le quali sceglievo i colori, provavo gli strumenti e definivo i personaggi.
L'unica cosa che non sarà mai definitiva è la qualità del disegno. Ma prima o poi imparerò a tenere dritta quella maledetta penna.
Tornando alla striscia qui sopra, mi chiedo se sia accessibile a tutti. E' chiaro che Drizzit è un omaggio al personaggio di Drizzt Do'Urden creato da R.A. Salvatore, ma non tutti sapranno chi è Drizzt Do'Urden, e forse nemmeno cosa sia un elfo scuro, e che gli elfi scuri vivono nel sottosuolo. Insomma credo che almeno all'inizio, queste strisce saranno molto più divertenti se si conosce l'ambientazione fantasy alla quale sono ispirate. Poi man mano tutto sarà più chiaro a tutti.
Da oggi in poi cercherò di postare Drizzit un paio di volte a settimana, prevedibilmente il lunedì e il giovedì.

Striscia precedente; Striscia successiva; Leggi Drizzit dall'inizio

mercoledì, febbraio 02, 2011

HHL

Ho scoperto che il testo della canzone HHL - Homo Homini Lupus degli Elettrojoyce (potete scaricarla gratuitamente qui oppure qui l'intero album) è composta da brani di William Blake tratti dai suoi Proverbi dell'Inferno.

Riporto qui di seguito la mia traduzione dei proverbi. Se ne avete la possibilità (e cioè se masticate un minimo l'inglese) vi consiglio di leggerveli in lingua originale. Li trovate anche in rete, ad esempio in questa pagina ci sono tutti (ma è la prima che è uscita da una semplice ricerca).

Nel tempo della semina impara; in quello del raccolto insegna; durante l'inverno spassatela.
Guida il tuo carro e il tuo aratro sopra le ossa dei morti.
La strada degli eccessi conduce alla saggezza.
La prudenza è una vecchia zitella orribile e ricca, corteggiata dall'incapacità.
Colui che desidera ma non agisce, alleva pestilenza.
Il verme tagliato perdona l'aratro.
Getta nel fiume colui che ama l'acqua.
Il folle non vede lo stesso albero che vede il saggio.
Colui il cui viso non emana luce, non diverrà mai una stella.
L'eternità è innamorata delle opere del tempo.
L'ape operosa non ha tempo per la tristezza.
Le ore di follia sono misurate dagli orologi, ma quelle della saggezza nessun orologio può misurarle.
Lascia conti, pesi e misure agli anni di carestia.
Nessun uccello vola troppo in alto se vola con le proprie ali.
Un corpo morto non si vendica delle offese.
Il più sublime dei gesti è anteporre un altro a se stessi.
Se il folle persistesse nella sua follia, il mondo diverrebbe saggio.
La follia è la cappa sotto cui si nasconde la malizia.
La vergogna è la cappa sotto cui si nasconde l'orgoglio.
Le prigioni sono costruite con le pietre della legge, i bordelli coi mattoni della religione.
L'orgoglio del pavone è la gloria di Dio.
La lussuria della capra è la ricompensa di Dio.
La nudità della donna è il lavoro di Dio.
L'eccesso di tristezza ride, l'eccesso di gioia piange.
Il ruggito dei leoni, l'ululato dei lupi, la furia del mare in tempesta, la spada della distruzione sono porzioni di eternità troppo grandi per l'occhio umano.
La volpe se la prende con la trappola, non con se stessa.
Le gioie fecondano, i dolori partoriscono.
L'uomo indossi la pelle del leone, la donna il vello della pecora.
Il nido all'uccello, la tela al ragno, l'amicizia all'uomo.
Il folle egoista e sorridente e il folle grottesco e scontroso saranno entrambi creduti saggi, così che possano divenire un manganello.
Quello che ora è provato, un tempo era solo immaginato.
Il ratto, il topolino, la volpe e il coniglio guardano le radici; il leone, la tigre, il cavallo e l'elefante guardano i frutti.
La cisterna contiene, la fontana dilaga.
Un pensiero colma l'immensità.
Sii sempre pronto a dire ciò che pensi, e l'uomo superficiale ti eviterà.
Qualsiasi cosa si possa credere, è un'immagine della verità.
L'aquila non ha mai perso così tanto tempo come quando si iscrisse alla scuola del corvo.
La volpe provvede a se stessa, ma Dio provvede al leone.
Pensa al mattino. Agisci a mezzogiorno. Mangia in serata. Dormi di notte.
Colui che ha subito una tua imposizione, dopo ti conosce.
Così come l'aratro è trainato dalle chiacchiere, Dio esaudisce le preghiere.
Le tigri della furia sono comunque più sagge dei cavalli dell'istruzione.
Aspettati veleno dalle acque quiete.
Non potrai mai sapere cosa è abbastanza, finché non avrai sperimentato il troppo.
Ascolta le parole del folle: è un privilegio da re.
Gli occhi del fuoco, le narici dell'aria, la bocca dell'acqua, la barba della terra.
Chi manca di coraggio è dotato di forte astuzia.
L'albero di mele non chiede mai al faggio come deve crescere, così come il leone al cavallo come deve catturare la sua preda.
Chi è grato di ricevere accumula una abbondante messe.
Se qualcun altro non fosse stato folle, lo saremmo noi.
L'anima della dolce delizia non potrà mai essere sporcata.
Quando vedi un'aquila, vedi una porzione di genio: solleva la testa!
Così come il bruco sceglie le foglie migliori per deporre le uova, così il prete depone le sue maledizioni sulle nostre gioie.
Creare un piccolo fiore è il lavoro di ere.
Condannare rinforza, benedire rammollisce.
Il miglior vino è quello più vecchio, la migliore acqua è quella più nuova.
Pregare non ara! Supplicare non miete!
La gioia non ride! I dispiaceri non piangono!
Alla testa il sublime, al cuore il pathos, ai genitali la bellezza, a mani e piedi la proporzione.
Come l'aria all'uccello e l'acqua al pesce, così la riprovazione al riprovevole.
Il corvo non ha mai desiderato che tutto sia nero, né il gufo che tutto sia bianco.
Esuberanza è bellezza.
Se il leone fosse consigliato dalla volpe, sarebbe furbo.
Le migliorie rendono dritte le strade, ma le strade impervie senza migliorie sono le strade del genio.
Meglio uccidere un bimbo nella culla che crescere desideri insoddisfatti.
La verità non sarà mai detta in modo da essere incomprensibile, e non creduta.
Abbastanza, oppure troppo.

- William Blake, Proverbi dell'Inferno

lunedì, gennaio 31, 2011

Drizzit 0.9

Ecco l'ultima striscia del prologo di Drizzit! Dalla prossima la pubblicazione sarà regolare (credo due volte a settimana) e ci sarà qualche piccolo cambiamento. L'autore (cioè me stesso) smetterà di apparire così spesso, il titolo comparirà solo una volta a settimana lasciando la prima vignetta libera dal suo ingombro e le varie scelte stilistiche saranno definitive (non vi eravati accorti che l'abito di Drizzit cambiava praticamente ogni vignetta? eheheh).
Se riesco ad essere costante e produttivo, magari a fine anno posso raccoglierle in un bel volumetto e regalarle per Natale. Non sarebbe una cattiva idea.

domenica, gennaio 30, 2011

Requiem della 4a edizione

Non so chi lo dirà per primo. Cioè non so chi lo ammetterà per primo, visto che si tratta di uno di quegli argomenti talmente scottanti per chi è un appassionato di Giochi di Ruolo, che si cerca sempre di evitare di dirlo. Però a me pare evidente, e sfiderò il tabù: la 4a edizione di Dungeons & Dragons puzza di morto lontano un miglio.Dopo un lancio in pompa magna degno dell'era mediatica che l'ha accolta, con tanto di countdown sul sito ufficiale, il nuovo Manuale del Giocatore (che sin dalla grafica di copertina sembrava avere qualcosa di strano) è approdato sugli scaffali. Vendite magnifiche, tutti si aspettavano che la 4a edizione del gioco di ruolo fantasy più famoso del mondo fosse l'evoluzione della 3a edizione, che a sua volta era l'evoluzione della 2a edizione, che era l'evoluzione della prima. Ma non è stato così. Nonostante in tutti i forum del mondo i sostenitori senza se e senza ma della 4a edizione abbiano fatto di tutto per confondere le acque e seminare il dubbio, la maggior parte di quelli che dopo aver acquistato il manuale base lo hanno letto, sono rimasti davvero di stucco.

La quarta edizione era un passo indietro. Ma fatto con orgoglio! Convinti che tornare a un gioco di ruolo più semplice, riduttivo e legato alle tattiche da tavolo avrebbe permesso più facilmente di conquistare nuovi giocatori e nel contempo avrebbe reso felici i giocatori più vecchi e nostalgici, gli autori della 4a edizione con un colpo di spugna hanno cancellato ogni evoluzione che D&D ha avuto in 30 anni. Ovviamente stiamo parlando delle evoluzioni "indesiderate". Col tempo Dungeons & Dragons era diventato un gioco eccezionalmente plasmabile, con una infinità di opzioni (addirittura troppe opzioni) e quindi dannatamente complesso, soprattutto per le nuove leve. La lettura dei manuale della 3a edizione era davvero impegnativa, ed era difficile che un nuovo giocatore si avvicinasse al tavolo da gioco senza qualcuno che, già esperto del regolamento, lo aiutasse a comprendere la miriade di possibilità che aveva di fronte (cosa che veniva fatta, solitamente, nell'arco di diverse partite, in modo che il boccone non risultasse indigesto e il poveretto non desiderasse tornare subito a giocare a Risiko).

Non andava bene, non andava bene affatto. Una volta "epurato" lo scheletro del regolamento da ogni fronzolo, Bill & C. hanno ottenuto un bellissimo wargame da tavolo con risvolti interpretativi niente male. Si può scegliere una classe per volta (a meno di non comprare anche il terzo Manuale del Giocatore), ogni manovra di combattimento è affidata ai cosiddetti "poteri" (che talvolta sono così ridicoli da apparire imbarazzanti per chi li ha scritti) e si è costretti a giocare su un quadrettato spostando segnalini. Forse questa 4a edizione era davvero l'edizione che Gary Gigax aveva sognato di creare, ma non era di sicuro quello che si aspettavano centinaia di migliaia di giocatori di D&D in tutto il mondo.

Chi aveva provato le edizioni precedenti, e magari era passato dalla 1a alla 2a e poi alla 3a edizione... oppure chiunque avesse provato negli ultimi 20 anni qualsiasi altro gioco di ruolo disponibile nel panorama editoriale del settore (Call of Cthulhu, Vampire la Masquerade, Star Wars, Gurps, Rolemaster, il GiRSA per citarne solo alcuni tra i più famosi) si era formato nell'idea che giocare di ruolo volesse dire interpretare... cosa che fra l'altro è vera, se ci fermiamo anche solo alla definizione da vocabolario. Ebbene D&D non è mai stato un gioco di ruolo noto per il suo lato "narrativo" ma evolvendosi era riuscito negli anni ad accontententare tutti: dai wargamers più accaniti, che giocavano la 3a edizione con miniature e quadretti proprio come la 4a edizione obbligherà a fare tutti, ai "puristi" dell'interpretazione che trascorrono intere sessioni solo a recitare la parte del loro personaggio e la sua interazione con gli altri personaggi e col mondo, a quelli a cui piace investigare e risolvere gli enigmi che il Dungeon Master pone davanti, fino a quelli che si gettavano in sequenze infinite di scontri senza mai però ricorrere al quadrettato, lasciando che ogni fendente fosse descritto, e la scena appena accennata su un foglio di carta. A quest'ultima categoria appartenevo anche io, che come DM ho sempre amato mixare sessioni di investigazione e interazione con una buona dose di combattimenti pirotecnici.

Come me, molti giocatori di ruolo abituati a narrare, raccontare, immaginare e creare il proprio personaggio utilizzando appieno ogni possibilità del regolamento, si sono scontrati con la minimizzazione semplificante delle regole della 4a edizione. Si era passati dal poter creare qualsiasi personaggio (a patto di conoscere tutte le milioni di opzioni possibili) a dover scegliere quali opzioni offriva il manuale. Si era passati dal poter inscenare qualsiasi combattimento, a doverlo ridurre a un piano quadrettato. Persino le pagine dei libri, bianche e senza abbellimenti, sembravano ribadire il concetto. Quell'edizione di D&D, con i manuali tutti uguali, era la versione per bambini (e per bambini troppo cresciuti) del gioco di ruolo fantasy più giocato al mondo.

Dall'uscita del Manuale del Giocatore, sono bastati 4 anni di sfruttamento commerciale intensivo per esaurire qualsiasi entusiasmo del pubblico. Un manuale al mese per 4 anni fanno 50 manuali, e qualsiasi accanito giocatore di ruolo direbbe basta. C'è da dire che anche la 3a edizione era stata sfruttata fino al midollo, e che alla fine i manuali erano anche di più, ma in qualche modo il sistema della 4a edizione non è riuscito a reggere tanto quanto quello della 3a edizione. La 3a edizione è durata 8 anni. La 4a edizione a malapena la metà. Gli ultimi manuali della 4a edizione escono sempre più sporadicamente. Sempre di più restano sugli scaffali dei negozi di giochi di ruolo, che tentano (spronati dalla wizards e dalle case editrici locali) di spingere le vendite organizzando eventi. Quando possono. Ma anche questi eventi cominciano a stancare, sempre meno giocatori hanno voglia di rigiocare l'ennesima sessione di primo livello a un gioco di ruolo che sembra ridotto ormai a un gioco da tavolo iperpompato.
La linea Essentials, l'ultima uscita, tenta di riconquistare i nostalgici riproponendo scatole vintage e chi ci casca spende altri 100 euro per acquistare 4 manuali formato "mignon" che per il 50% sono un copia incolla l'uno dell'altro. Ma il gioco, nonostante qualche piccolo passo indietro che la dice lunga su come le cose stiano andando, è sempre lo stesso.

Attendo con ansia l'annuncio di una 5a edizione, anche se forse aspetteranno un altro po', per evitare che la massa di genti che ha acquistato i manuali della 4a si incazzi a morte. Personalmente -ci tengo a precisarlo alla fine di questo mio articolo- ho collezionato quasi tutti i manuali della 4a edizione che sono usciti in italiano, ho acquistato anche alcune avventure, i dungeon tiles per comporre le mappe, ho comprato anche i manuali Essentials (sì, io sono uno di quei coglioni). Ho anche iniziato e arbitrato diverse campagne alla 4a edizione, e ho promosso i Gameday e persino i D&D Encounters. L'associazione ludica di cui faccio parte, li promuoverà ancora, e sto anche scrivendo un manuale di regole aggiuntive per la 4a edizione. Perché tutto sommato è un bel gioco, anche se non è un gioco di ruolo.

sabato, gennaio 29, 2011

L'inferno dei viventi

«L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»
(Italo Calvino, Le città invisibili, 1972)


Queste parole di Calvino sono un tutto tondo, credo che sia illuminante fermarsi a contemplare la loro universalità, la loro completezza. Di Calvino ho letto molto, ma forse non abbastanza. Oggi mentre stavo cercando uno dei suoi racconti brevi (a proposito anche io ne ho pubblicato uno qui) mi è comparsa questa riflessione, che è riportata su Wikipedia.

L'inferno dei viventi è già qui, ce l'abbiamo intorno. Nasciamo. La condizione essenziale per poter essere testimoni dell'esistenza ci viene donata fin dal primo battito di cuore: è semplicemente essere vivi. Da quel momento in poi, le cose possono solo peggiorare. Possiamo farci male, menomarci, ammalarci, storpiarci, impazzire, e alla fine morire. Non ci è dato di tornare alla sanità, di resettare il sistema, di rifarci crescere un braccio, o di recuperare l'ignoranza che abbiamo perso a vantaggio della follia. Da quando nasciamo, iniziamo a morire (questo lo disse di sicuro qualcuno prima di me, ma non so chi). L'inferno dei viventi è quello che ci circonda, ci consuma, ci tormenta, ci impegna, ci mastica e ci sputa. E' una specie di meccanismo che ci incastra, ci risucchia attraverso strade ben studiate... si cresce, si studia, si cerca un lavoro, si sgobba, si prolifera e poi si crepa.
In molti guardano a questa sequenza di cose come alla vita. Qualcuno addirittura ambisce a tutto questo. Sempre meno bambini quando gli viene chiesto cosa vogliono fare da grandi rispondono "l'astronauta" o "la ballerina". Sempre di più ti rispondono: "voglio una famiglia, una casa, un figlio" e questo significa che vogliono solo entrare nel percorso, seguire la sequenza, salire sul tram di quanto progettato. D'altronde come biasimarli? Meno deviazioni, meno problemi, meno tormenti, meno dispiaceri, meno preoccupazioni. La trafila assicura tranquillità, certezze. Sostituire ai sogni la cruda realtà: arredare casa, il pranzo di Natale, aspettare il pargolo quando esce da scuola, pagare le rate dell'università, le ore perse sul treno ogni giorno. L'inferno dei viventi.

Questo inferno lo creiamo noi tutti, semplicemente stando insieme.
Per soffrire meno, ci sono due alternative. La prima è accettarlo, farne parte, assimilarsi. Accettare che non sarai mai astronauta, che le tue ambizioni (se ancora ne hai, povero stronzo illuso) sono solo ninna nanne per bambini, che devi crescere e mettere "la testa a posto" e "i piedi per terra" e rinunciare alla ricerca di qualcosa di più, accontentarti di quello che ti spetta. Che non è poco, perché tanti non hanno nemmeno quello, tanti soffrono e si dolgono e non hanno la possibilità di avere quello che hai tu, tu che sei fortunato, quindi: accontentati. La felicità è essere felice di quello che si ha già, quindi anziché ucciderti per ottenere quello che vorresti, abbassa il capo e impara a dire che quello che hai è prezioso, che quello che hai è oro! Impara a valorizzare le cose di tutti i giorni, riempi la vita con la quotidianità, ripeti all'infinito la danza del giorno e della notte finché non sarai memoria (e poi, come dice Foscolo, se hai un sepolcro bene, altrimenti faranno ancora prima a scordarsi di te).

L'altra alternativa, per chi non vuole divenire parte dell'inferno al punto da chiamarlo "vita", è riconoscere le cose che non ne fanno parte. Le cose fuori posto, le anomalie, le cose che sono insolitamente contro corrente. Degeneri e malinconiche, bisogna imparare a riconoscere la materia dei sogni quando la si incontra per strada. A volte è un oggetto, a volte un racconto, a volte una foto, a volte una persona. Stona, stride con quello che ci hanno insegnato ad apprezzare, ma è perfettamente in armonia con quello che vorremmo apprezzare, con quello che vorremmo vedere, con quello che vorremmo essere. Sembrano cose tristi, ma è solo perché sono incongrue, sfasate, inadatte a quello che hanno attorno. Credo che qualcuna di loro, di queste cose o di queste persone, creda di essere triste davvero.
Riconoscere queste persone, o queste cose, richiede impegno costante. E' una fatica. Chi te lo fa fare? Puoi restare in casa. Se accendi la televisione, scompaiono. "Hai tutto ciò che si può desiderare, non darti un cruccio in più, non pensare a loro, non pensare a quello che stona, a chi è diverso, a chi crede che la vita non sia quella che ci hanno edificato attorno."

Riconoscere, salvare e dare spazio. Salvare quello che è davvero prezioso e dargli la giusta importanza. Rimetterlo al posto che merita, sopra le altre cose. Io credo di averne trovate, di cose preziose. Quello che so io, è che riconoscere, salvare e dare spazio a tutto ciò che non è inferno, significa salvare una parte di me stesso, una parte che resta a galla solo per dimostrare che è vero, c'è qualcosa oltre all'inferno. Ed è il bello della vita.

Drizzit 0.8

Mentre mi apprestavo a concludere la serie di "vignette di prova" di Drizzit (a proposito, questa è la penultima, poi cercherò di pubblicarle sul blog con una certa regolarità) mi sono arrivati altri utili suggerimenti. Ad esempio di non puntare troppo sul meta-fumetto, cioè sull'interazione tra autore e personaggio. E anche di fare qualche esercizio al di fuori delle strisce, per migliorare la confidenza con la tavoletta grafica e con il sistema dei colori. Ringrazio tutti per i consigli. Drizzit sarà fichissimo anche grazie a voi!

venerdì, gennaio 28, 2011

L'amore delle pietre

Oggi mi sono ricordato di un fumetto che sto leggendo, un manga in realtà, Vinland Saga. Notevole dal punto di vista della ricostruzione storica (è ambientato in Europa del nord attorno all'anno mille), è disegnato con un tratto molto curato, decisamente più curato della stragrande maggioranza dei manga. Mi è tornato in mente per un discorso apparso in uno degli ultimi numeri, in cui un prete straccione, rivolgendosi a un principe vichingo, gli spiega che in realtà chi è più vicino a dimostrare il vero amore puro così come ci insegna il Vangelo è... un sasso. Perché il sasso non è vivo, quindi non brama nulla di ciò che lo circonda, non ha bisogno di niente, è privo di ogni egoismo, è fuori da ogni equazione. Il sasso si offre tale e quale è, al pieno delle proprie possibilità, senza ingannare (se inganna non è colpa sua, ma dell'ambiente che lo circonda). Lui dona senza ricevere nulla. Il sasso è amore puro. Ma il sasso è morto.
La disturbante equazione tra amore e morte mi è rimbalzata nel cervello oggi, perché ad un certo punto avevo fame, ma non volevo far perdere tempo a nessuno, né spendere soldi. E ho rinunciato a mangiare, mettendo i miei bisogni in secondo piano. Ma prima o poi avrei dovuto mangiare, e mangiare significa "consumare" qualcosa, quindi disturbare, alterare, trasformare... interagire. E significa farlo per egoismo. Un egoismo buono, se vogliamo, un egoismo necessario, di cui nessuno può rimproverare l'altro, fintanto che nulla toglie al prossimo.
E qui il pensiero mi si è incasinato. Quand'è che si non toglie nulla al prossimo? Bevo acqua, imbottigliata chissà dove esaurendo sorgenti che vengono pagate una miseria, utilizzando plastica inquinante per le bottiglie, trasportate con mezzi inquinanti su e giù per il mondo, pagate mille volte il prezzo di un'acqua di rubinetto (per non parlare del fatto che sgorgava gratis), e la bottiglia dovrà essere gettata, differenziata, riciclata. Disturbo. Le persone pagate per fare tutto questo sono certamente pagate poco, probabilmente non in regola con le norme di sicurezza, assunte con contratto a termine. Disturbo. Potrei bere l'acqua del rubinetto di casa, e infatti così faccio quando sono a casa. E se posso bevo a una fontanella. Ma oggi stavo per prendere l'aereo e la mia sete è diventata disturbo. Non avrei disturbato nessuno se fossi stato sasso.
Insomma credo che la morale sia che vivere implica una sana dose di egoismo, e che la cosa importante è stare attenti a che non degeneri. Poi l'aereo è partito, e tutte queste riflessioni sono rimaste materiale per blog.

mercoledì, gennaio 26, 2011

Drizzit 0.7

Mi piace l'effetto colore che sono riuscito a dare alla mappa della prima vignetta. E mi piacciono anche i funghetti rossi in mezzo alle stalagmiti. Il finale "aperto" di questa striscia invece è del tutto fuori luogo. Queste strisce dovrebbero essere un prologo, e dare loro una qualche continuità è un errore perché dovrebbe essere una caratteristica della forma "definitiva" di questo fumetto. Ma mentre disegnavo l'ultima vignetta mi sono detto: «Mi sto prendendo troppo sul serio. Chissenefrega.»

martedì, gennaio 25, 2011

Chi si contenta (di Italo Calvino)

C'era un paese dove era proibito tutto.
Ora, l'unica cosa non proibita essendo il gioco della lippa, i sudditi si riunivano in certi prati che erano dietro al paese e lì, giocando alla lippa, passavano le giornate.
E siccome le proibizioni erano venute un poco per volta,sempre per giustficati motivi, non c'era nessuno che trovasse a ridire o non sapesse adattarsi.
Passarono gli anni. Un giorno i connestabili videro che non c'era più ragione a che tutto fosse proibito e mandarono messi ad avvertire i sudditi che potevano fare quel che volevano.
I messi andarono in quei posti dove usavano riunirsi i sudditi.
- Sapete - annunziarono - non è più proibito niente.
Quelli continuavano a giocare alla lippa.
- Avete capito? - insistettero i messi. - Siete liberi di fare quel che volete.
- Bene, - risposero i sudditi. - Noi giochiamo alla lippa.
I messi s'affannarono a ricordar loro quante occupazioni belle e utili vi fossero cui loro avevano atteso in passato e cui potevano di nuovo attendere d'allora in poi. Ma quelli non davano retta e continuavano a giocare, una botta dopo l'altra, senza nemmeno prender fiato.
Visti vani i tentativi, i messi andarono a dirlo ai connestabili.
- Presto fatto - dissero i connestabili. - Proibiamo il gioco della lippa.
Fu la volta che il popolo fece la rivoluzione e li ammazzò tutti.
Poi senza perder tempo, tornò a giocare alla lippa.

(Italo Calvino, Apologhi e racconti - 1943-1958, in Prima che tu dica pronto)

Wondering

Da oggi me ne andrò qualche giorno in Svizzera, a Zurigo e Basilea. Ho intenzione di visitare la mostra di Picasso, e soprattutto di fare molte foto. So che farà freddo, ma per fortuna il freddo non mi spaventa e non mi ha mai fermato (al contrario del caldo). Tornerò venerdì.
Noiose riflessioni notturne che non dovreste leggere: stanotte mentre tornavo a casa, in macchina, percorrendo una stradina che attraversava la campagna, mi sono ritrovato a pensare di fermarmi lì, dormire in una tenda, sotto zero, in un sacco a pelo caldo, nel silenzio più assoluto di una notte invernale. E' di questo che ho bisogno? Freddo, silenzio e solitudine? Ultimamente sono incredibilmente produttivo. Scrivo, disegno, leggo, scatto foto, tengo aggiornati un paio di blog, creo manuali di giochi di ruolo. Credo sia desiderio di comunicare, sotto forme diverse. Allora la verità non è che non voglio relazionarmi col mondo, è che non sono capace a farlo nei modi convenzionali. Il punto è che non credo di aver bisogno di nessuna riabilitazione, a me sta bene così.

lunedì, gennaio 24, 2011

Drizzit 0.6

In realtà non ho nessuna intenzione di trasformare Drizzit in qualcosa di "epico", ma la citazione mi piaceva perché condurre avventure epiche è la mia aspirazione come Dungeon Master quando gioco a Dungeons & Dragons, e spesso finisce che le sfide che pongo davanti al mio gruppo di giocatori sono al limite delle possibilità dei loro personaggi, con risultati simili a quelli che si trova ad affrontare Drizzit in questa striscia.
Tornando alle vignette, sto cercando di aumentare la qualità del disegno. A parte impratichirmi con la tavoletta grafica, vorrei che le strisce di Drizzit non sembrassero tirate via. Mi piace arricchirle con dettagli che forse in una striscia sono del tutto futili, come ad esempio il mantellino sbrindellato dell'ultimo riquadro. Devo misurare bene certe scelte, perché se la striscia non viene letta con l'ingrandimento adeguato, si tratta di lavoro inutile.