mercoledì, aprile 13, 2011

Drizzit 41

Con due tipi come Wally e Drizzit nel gruppo, uno potrebbe pensare che gli altri due (Katy e Dotto) siano lì solo per approfittarne. Gli ingenui combattenti fanno la fatica, e gli scaltri loro alleati si prendono parte del bottino. Beh non siete molto distanti da quello che avevo in mente io, avete pensato bene.

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Meglio costruire qualcosa.

"Noi non ci realizziamo mai. Siamo due abissi - un pozzo che fissa il cielo."*
E' una bellissima metafora. Un pozzo, un cielo. Entrambi profondi, di una profondità indefinita. Così l'animo umano, tanto quanto il cielo, tanto quanto un pozzo. Eppure ci si sdraia spesso sui prati in primavera e ci si perde con lo sguardo nell'azzurro, pensando: cazzo com'è profondo il cielo. A me capita spesso. Cazzo sembra di poterci entrare dentro, di poterne essere circondati, da quell'azzurro compatto e nitido, denso. L'ho pensato.
Eppure anche noi siamo pozzi senza fondo: profondi un infinito. Più si scava, più si scopre che l'animo umano è capace di maggiore profondità. Più si riflette, più si analizza, più si comprende, più si diventa consapevoli... più si realizza che c'è tanto altro da scoprire, da capire, da provare.


"Sapere che sarà pessima l'opera che mai si farà. Peggiore tuttavia sarà quella che non si farà mai. Quella che si fa, almeno, resta fatta. Sarà povera cosa, ma almeno esiste. Ciò che scrivo e che riconosco brutto, può anche offrire momenti di distrazione da una cosa peggiore a uno spirito angosciato e triste. Questo mi basta, o non mi basta, ma in qualche modo serve, e così è tutta la vita."*
Così è tutta la vita, vale la pena che l'opera si faccia, anche se non ha senso, ne ha comunque di più del niente.

* da Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Newton

martedì, aprile 12, 2011

Drizzit 40

Non so esattamente come finirà questa cosa del diavolo. Ma credo non bene.

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domenica, aprile 10, 2011

Drizzit 39

Credo che questa sia una delle migliori che ho creato di recente, quindi volevo condividerla subito. Mi piace la dinamica delle strisce (Katy che gira l'arrosto) e il fatto che si veda di nuovo Glenda. E poi il discorso ha un senso, sia nella storia del fumetto che rapportato a quello che succede nel mondo. Vorrei che mi riuscisse di scrivere sempre cose del genere.

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Il libro dell'inquietudine


«Devo scegliere tra cose che detesto: o il sogno, che la mia intelligenza ricusa, o l'azione, che alla mia sensibilità ripugna; l'azione, per la quale non sono nato, o il sogno, per il quale nessuno è nato. Così, siccome detesto entrambi, non scelgo; ma poiché ad un certo momento, devo sognare o agire, mescolo una cosa con l'altra.»
- da Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Newton

E questo è solo quello che c'è stampato in copertina. Come non leggerlo?

sabato, aprile 09, 2011

Drizzit 38

Credo che difficilmente avrei potuto riassumere il passato di Drizzit in maniera più efficace. Forse questa striscia avrebbe avuto bisogno di una o forse due vignette aggiuntive nel mezzo, che ripetevano il concetto, ma bisogna sempre fare i conti con lo spazio. Tra l'altro qui si viene a sapere che Drizzit ha 97 anni (almeno). Questa cosa mi riporta alla mente le copertine dei romanzi di Drizzt Do'Urden non appena vennero pubblicati dalla Armenia: l'elfo in copertina era un vecchietto rugoso. Questo perché probabilmente l'artista si era informato sul personaggio e aveva saputo che Drizzt aveva l'età di un nonno, ma nessuno l'aveva avvertito che gli elfi vivono per centinaia di anni e che pertanto a 97 anni un elfo è di aspetto molto giovanile. Insomma quelle vecchie copertine sono orribili. Per fortuna nelle ultime edizioni dei romanzi, le hanno sostituite facendole ridisegnare a Todd Lockwood.

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Thanks anyway, Browncoats...

Ricevo e pubblico. Devo ammettere che le speranze che la cosa andasse in porto erano davvero poche. La 20th Centuty Fox è un caimano con il quale certe battaglie si possono solo perdere: anche se hanno troncato Firefly perché la serie era costosa e poco seguita, probabilmente sperano ancora di lucrare sul merchandising (libri, fumetti, giochi di ruolo, dvd, blu-ray e gadgets), materiale che continuerà ad essere prodotto e apprezzato da coloro che quella serie l'hanno scoperta e che si sono accorti subito che si trattava di un piccolo gioiellino. Alla domanda: sareste disposti a cedere i diritti della serie a una associazione che possa finanziare un eventuale seguito? hanno risposto come ci si aspettava: NO.

Ecco il comunicato rilasciato dai Browncoats. Grazie lo stesso, ragazzi. :)

People still wonder, “Can we start the ball rolling and buy/fund Firefly?”
Unfortunately, the short answer is: No. The critical first hurdle has always been this: Will Twentieth Century Fox negotiate with a fan-funded organization over Firefly continuation rights? We’ve been told, sadly, that’s not possible at this time. As such, we can’t even raise funds with the hope of rights acquisition. We do sincerely hope that Fox and Mr. Whedon will eventually get Serenity back in the sky, whether on television, the silver screen, or elsewhere. But, for now, this is not the way.

Potete leggere l'intero articolo qui.

venerdì, aprile 08, 2011

Battaglia persa

(le altre Questions le trovate tutte qui)

Credo che sia proprio così. L'universo trama per distruggerci e noi siamo qui, ostinati a voler in qualche modo sopravvivere. Il bello è che non mi sembra nemmeno che c'entri molto il cosiddetto "istinto di sopravvivenza" perché qualsiasi istinto presume una intelligenza. I sassi ce l'hanno l'istinto? No. Eppure stanno lì, ostinati anche loro, si oppongono all'essere sbriciolati, al cadere polverizzati, al logorio del tempo.
Insomma l'ostinazione è una cosa che va oltre la vita, è una caratteristica dell'universo. Ci sono due forze: quella distruttiva, che vorrebbe che tutto regredisse al nulla, e quella che si oppone, che consuma risorse per remare contro, che cerca di rallentare l'inevitabile. Purtroppo la forza distruttiva è assai più forte, direi inesorabile. Tutto quello che possiamo fare, sassi o esseri viventi, è lasciarci disgregare al ritmo che ci è concesso. Per un sasso saranno mille anni (alla fine è assai più bravo di noi), per noi poveri organismi umani non è nemmeno un secolo.
Presa consapevolezza del fatto che la macchina universale non vuole altre che torniate a disperdervi nell'oblio come particelle elementali, non vi sentite un tantino più spronati a fare qualcosa affinché, nel frattempo che il vostro corpo viene lentamente depauperato, possiate avere un esistenza felice? Vincerà lui, questo si sa. Quello che conta, una volta assodato chi vincerà per certo, è cosa si può fare prima che vinca.

Drizzit 37

Eheh mi fa sorridere la determinazione masochista e suicida dei cattivi dei fumetti. Prendono legnate e legnate e continuano imperterriti a riprovare e riprovare. Ma chi glielo fa fare?

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mercoledì, aprile 06, 2011

Ho conosciuto la schifezza

A quanto pare i lettori della rivista britannica Empire hanno eletto i peggiori 50 film della storia. La mia classifica delle peggiori schifezze cinematografiche di riferimento resta comunque quella di Internet Movie Database, però quella di Empire mi regala una soddisfazione non da poco: al primo posto, come peggior film della storia, c'è Batman & Robin.
Non posso che concordare, io personalmente sono 15 anni che uso quel film come parametro di paragone dell'indecenza audiovisiva. Con un budget che avrebbe potuto risanare il debito pubblico di dieci stati africani o finanziare la ricerca medica per 20 anni, il regista Joel Schumacher fu in grado in quell'occasione di buttare nel cesso una mezza dozzina di attori niente male, realizzando un film addirittura peggiore del precedente (e già disastroso) Batman forever.
Tengo nota puntigliosamente di quali sono i miei punti di riferimento verso il basso. L'altra schifezza immonda che vi consiglio casomai vi mancasse un film che calzi nella categoria "immondizia" (oltre a Batman & Robin, ovviamente) è Belfagor, il fantasma del Louvre.
Una volta si diceva: sei talmente idiota che se partecipi alle olimpiadi degli idioti arrivi secondo, perché sei idiota! Credo che il concetto possa applicarsi a questi film. Perché se un film è orribilmente trash, raffazzonato, sconclusionato, realizzato in maniera palesemente amatoriale, alla fine ne risulta un capolavoro al contrario. C'è del genio dietro a Plan 9 from outher space di Ed Wood (come ci ha insegnato a comprendere Tim Burton). E sicuramente tutti quegli horror-splatter a basso budget o i film di fantascienza realizzati con due dollari sono talmente intrisi di auto-ironia e di palese voglia di confezionare un B-movie che alla fine non possono essere considerati davvero "brutti" ...sono un "genere".
Ecco per essere davvero una schifezza, film come Batman & Robin devono essere in grado di far vomitare, e nel contempo di essere completamente privi della volontà (e della consapevolezza) di far vomitare. Devono essere lì sulla soglia: schifezze sì, ma al di sopra del livello di spudorata indecenza che li avrebbe altrimenti consacrati come miracoli del trash.
Io non so esattamente dove sia quel limite, ma Batman & Robin è proprio lì, è la mia linea di demarcazione, la mia tacca sul metro. E grazie Empire per avermelo confermato, dopo 15 anni.

Drizzit 36

Gli avventurieri si lavano? Ho dato per scontato di sì.

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martedì, aprile 05, 2011

Seppellitore

Ho creato un nuovo nonmorto per la mia campagna di Pathfinder.
Come sempre, lo condivido, so che molti Master apprezzeranno il gesto. ;)
L'idea non è originale, una creatura con capacità simili era apparsa nel modulo avventura Spedizione a Castel Ravenloft ma mi sembrava sviluppata con poco ingegno, e ho voluto creare la mia versione del seppellitore, decisamente più letale (e quindi, più divertente).
PS l'illustrazione qui sotto l'ho rubata qui.


SEPPELLITORE (GS 7)
PE 3.200
CM nonmorto Medio
Iniz +8; Sensi scurovisione 18m; Percezione +21

Difesa
CA 22; contatto 15, impreparato 17 (+4 Des, +7 naturale, +1 schivare)
pf 78 (12d8+24)
Temp +5, Rifl +10, Vol +9
Immunità tratti dei nonmorti

Attacco
Velocità 9m (muoversi nel terreno 30m)
Mischia 2 artigli +14 (1d8+5 più afferrare)
Attacchi speciali seppellire

Statistiche
For 21, Des 19, Cos -, Int 11, Sag 10, Car 14
Att base +9; BMC +14 (+18 lottare); DMC 29
Talenti Abilità focalizzata (Percezione), Attacco rapido, Capacità focalizzata, Iniziativa migliorata, Mobilità, Riflessi fulminei, Schivare
Abilità Furtività +19, Percezione +21, Nuotare +17, Scalare +20

Ecologia
Ambiente qualsiasi
Organizzazione solitario, gruppo (2-4) o folla (2-4 più altri nonmorti inferiori)
Tesoro standard

Capacità speciali
Muoversi nel terreno (Sop) Un seppellitore è in grado di muoversi fondendosi con il terreno e di spostarsi a una velocità maggiore rispetto al semplice camminare. Immergersi ed emergere sono azioni gratuite e il seppellitore può compierle anche nello stesso round, ma non più di una volta per ciascuna. Un seppellitore può fondersi e spostarsi attraverso ogni tipo di terreno e materiale inorganico o inanimato.
Seppellire (Sop) Se il seppellitore inizia il proprio turno con un avversario in lotta, può decidere di seppellirlo come azione standard effettuando una nuova prova di BMC contro la DMC avversaria. La vittima viene letteralmente immersa nel terreno, come se la superficie solida in questione non fosse che acqua, quindi il seppellitore ritrae la mano e la superficie si solidifica nuovamente attorno al corpo della vittima. Il seppellitore può utilizzare questa capacità per seppellire una vittima solo all'interno di materiale inorganico o inanimato. Una vittima che viene sepolta è normalmente immobilizzata e soggetta alle normali regole per il soffocamento. La vittima viene sempre sepolta circa un metro dalla superficie (il seppellitore non può affondare il braccio più in profondità), inoltre se la superficie non è sufficiente a "contenere" fisicamente la vittima, è probabile che questa resti immobilizzata all'interno della stessa ma sporgendo con alcune parti del corpo. La difficoltà di riemergere con le proprie forze dopo che si è stati sepolti dipende da diversi fattori (consistenza del materiale, distanza dalla superficie) ma non dovrebbe mai essere minore di CD 19 né richiedere meno di un round completo.

I seppellitori sono nonmorti rianimati di persone morte sepolte vive. L'agonia e l'angoscia di una tale morte piega per sempre la volontà delle anime che la sperimentano, e quando queste vengono rianimate, risorgono come seppellitori. I seppellitori non hanno grande intelligenza, vagano cercando vittime alle quali far sperimentare lo stesso tipo di morte che li ha segnati. Attaccano ferocemente e senza tregua qualsiasi creatura vivente e intelligente che incontrino.

domenica, aprile 03, 2011

Drizzit 35

Eheh mi piace quello che Wally dice nella seconda vignetta di questa striscia. Avrebbe potuto essere la battuta conclusiva, ma poi mi sono reso conto che si trattava dell'ultima della 5a serie (vi ricordo che le scrivo e disegno a "blocchi" di sette per volta) e mi sono detto: non lasciamo niente a metà. Con l'eccezione di quell'orco laggiù in fondo, intendo.

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sabato, aprile 02, 2011

Post per i Post-eri


Aggiornamento per quanto riguarda il concorso indetto dal Comune di Bracciano di cui parlavo qui e in altri post precedenti: il mio racconto ha vinto il premio speciale della giuria. Lo potete leggere anche qui, sul mio blog. Per quanto riguarda le foto, mi sono classificato al secondo posto. Il merito di tale successo va tutto ai miei sublimi modelli, Marco e Melania. Un sentito grazie. Volevo congratularmi inoltre con Andrea per il primo premio! Le sue foto erano tutte bellissime (in particolare mi è piaciuta quella desaturata mantenendo i toni di rosso, non il tizio che legge il giornale in primo piano... ma nel complesso davvero meritevoli della prima posizione). Se il comune metterà i lavori online, sarò felice di segnalarvi il link. Per ora sappiate che le foto e i racconti (tutti, non solo quelli vincitori) saranno esposti presso l'archivio storico in Piazza Mazzini a Bracciano, da oggi e per tutta la settimana!

Aggiornamento (4/4/2011): Andrea ha creato su facebook l'album delle foto che hanno vinto il concorso! Il link è questo qui. Non so bene se sarà accessibile a tutti... date un'occhiata!

Drizzit 34

Un'idea che mi è sembrata molto intelligente è stata quella di rendere il trascorrere della notte con le varie "fasi" del riposo di Katy Brie, mentre gli altri due chiacchierano. Dapprima un poco interessata, poi addormentata, infine appena sveglia. In fondo Drizzit è un elfo e non ha molto bisogno di dormire. E Dotto deve essere un po' come quei vecchietti che si addormentano solo per poche ore, ogni notte.

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venerdì, aprile 01, 2011

Il Rito e Sucker Punch

Forse sono l'unico a pensarlo, ma quando vedo una tizia che fa stretching a terra mentre un prete gli ripete l'ave Maria, a me viene da ridere. Non serve a niente la colonna sonora drammatica, o le voci sussurrate che rimbombano nella sala, e nemmeno desaturare la pellicola al limite del bianco e nero (anzi direi del bianco e marrone). Guardo queste scene e mi viene da ridere, mi dispiace è più forte di me.
Quindi mentre sedevo al cinema guardando Il Rito, cercavo di trovarci l'horror senza riuscirci. Il film ha dalla sua alcune cose interessanti: ad esempio Roma è descritta esattamente come è, senza poesia o tagli melodrammatici. Risulta una città di incredibili bellezze (il colosseo, San Pietro) contrapposte alla fatiscenza di alcuni suoi angoli, agli ingorghi di traffico, alla cafonaggine della gente che vi gira (mitica la scena del tizio in motorino che quasi investe il protagonista e il vigile dietro che lo manda a fanculo). Poi c'è Sir Antony Hopkins che risulta credibile anche come indemoniato, figuratevi quanto è bravo. E anche Rutger Hauer per quanto abbia una particina, è stato bravissimo. Purtroppo il film cede su molti altri aspetti. Ad esempio l'intenzione -fallita in partenza- di voler far credere al pubblico del 2011 che il diavolo esiste davvero e che gli esorcismi non siano una cazzata (faccio notare che il film si apre con la scritta "ispirato a fatti realmente accaduti" e si mantiene su quella linea per tutto il tempo). Poi c'è quel cetriolo imbalsamato del protagonista che proprio non si capisce come abbia fatto ad ottenere la parte. E infine l'incertezza della realizzazione, sia nella sceneggiatura che nella regia: per tutto il film non si capisce se il regista voglia fare a meno o no degli effettacci speciali, poi alla fine ne usa pochi e male (probabilmente per colpa della succitata intenzione di farci credere che tutto possa essere vero) e quel che ne risulta è un film che non fa paura, né riflettere. Peccato.

Al contrario posso dire che da Sucker Punch mi aspettavo molto ma molto di meno. Qualcosa del tipo Captain Sky and the world of tomorrow, nulla di più. Invece il film, nelle intenzioni, era buono. Peccato per la regia di Zack Snyder perché il regista di 300 è perfetto per le scene di azione e massacro, ma tutto il resto lo tratta con una grossolanità che lascia l'amaro in bocca. Ora per chi non lo sapesse il film parla di cinque ragazze che organizzano la fuga da un manicomio femminile, ma mette in scena anziché quello che succede veramente, la versione "immaginaria" della realtà. Così, recuperare una mappa dall'ufficio del secondino capo diventa una battaglia tra nazisti zombie e forze tecnologiche americane durante la seconda guerra mondiale, rubare uno zippo si trasforma in una battaglia fantasy contro un drago... e così via. Siccome il regista è proprio lui, le battaglie e le scene d'azione sono mirabolanti, e da sole valgono il prezzo del biglietto: la telecamera (grazie a degli effetti speciali incredibili) volteggia ovunque avvicinandosi a dettagli minuziosi, come le incisioni sulla Katana, per poi schizzare via attraverso corpi squarciati e poi ruotare in volo e riprendere salti al rallentatore. C'è una sequenza di battaglia in un vagone, su un treno futuristico, che è un unico piano sequenza di cinque minuti in cui le tre protagoniste fanno fuori una ventina di androidi, e la visuale schizza ovunque a ritmo di musica pompando l'adrenalina a mille. Veramente strabiliante.
Altra nota positiva è la galvanizzante colonna sonora, che dovrò procurarmi.
Tuttavia il film non è riuscito al 100% perché tutto quello che c'è al di fuori delle scene d'azione non è affatto amalgamato con le suddette. Per capirci: le battaglie sono evocate dalla protagonista che balla, ma non solo non la si vede mai ballare, sembra proprio che non stia ballando. Pare più una specie di "capacità magica"... inizia la musica, lei ondeggia e parte il combattimento. Quando finisce di ammazzare gente, si torna agli sguardi catatonici degli spettatori, che si risvegliano e applaudono. Insomma non somiglia affatto a una metafora, è più come se la ballerina abbia acceso un TV al plasma e abbia premuto play sulla console. E la morale finale, "sussurrata a voce alta" in faccia agli spettatori prima dei titoli di chiusura, è un modo poverissimo per assicurarsi che gli spettatori più idioti abbiano capito il senso del film. Di nuovo, peccato.

Drizzit 33

Mi preme sottolineare che l'uso corretto di piuttosto è quello di "meglio di" e non di "invece". Cioè se io dico preferisco le fragole piuttosto che le ciliegie, l'uso è corretto; difatti le fragole sono meglio delle ciliegie nella mia preferenza. Se invece dico che dovrei scegliere tra fragole piuttosto che ciliegie, è errato, ed è un grossolano errore di italiano. Perché in questo caso piuttosto è usato (impropriamente) al posto di invece, o di oppure. Quando si stila un elenco, usando il piuttosto come congiunzione, si mettono le cose in ordine di importanza: se dico che devo scegliere la fragola piuttosto che la ciliegia piuttosto che il limone, significa che la fragola è preferibile rispetto alla ciliegia che a sua volta è preferibile rispetto al limone.
L'uso dell'italiese anziché dell'italiano dilaga soprattutto in bocca alle persone che vogliono fare della lingua un uso strumentale, cioè di quelli che amano usare parole "forbite" per dare un tono maggiore al proprio discorso. Non si capisce altrimenti perché non usare invece, o oppure. E' che piuttosto fa più "colto" ed ecco allora personaggi politici, televisivi e a cascata tutto un elenco di persone che, seguendo i cattivi maestri, finisce solo per fare una brutta figura. A nessuno di loro auguro, comunque, la fine dei compaesani di Wally... :)

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giovedì, marzo 31, 2011

Drizzit 32

Credo che il personaggio della mamma di Wally, nonostante non avessi minimamente intenzione di darle spessore, sia risultato molto interessante. Forse dovrei scrivere qualche altra striscia che ne parla, in futuro.

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mercoledì, marzo 30, 2011

Drizzit 31

Non voglio tirarla per le lunghe. E' che mi diverte raccontare certe cose.

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martedì, marzo 29, 2011

Altrove


Correrò il rischio di starmene in silenzio. Spero non dispiaccia a nessuno se in questi giorni aggiornerò un po' di meno il mio blog. Non temete, ho programmato la pubblicazione delle strisce di Drizzit, tutte le notti ne verrà pubblicata una allo scoccare di mezzanotte e uno. Per quanto riguarda me, ho bisogno di leggere più di quanto ne abbia di scrivere, o forse di scrivere più di quanto ne abbia di ascoltare, non lo so bene ancora. In ogni caso credo che Drizzit parlerà al posto mio per un po'. Mi troverete altrove.

Drizzit 30

Mi è sembrata una buona idea disegnare Drizzit con il braccio fasciato per un po' di tempo. Rende realistico lo scontro quasi mortale che ha dovuto affrontare. Lo so sono dettagli che in una striscia forse non hanno senso di essere, ma non credo siano fuori luogo. Per quel che riguarda la battuta, io non ho mai voluto fare di Drizzit una striscia a fumetti per bambini. Certo lo stile del disegno è cartonesco, e si tratta senza dubbio di una striscia umoristica, ma non voglio essere costretto a togliere una parolaccia o una decapitazione cruenta, quando mi sembrerà il caso. E da domani inizia la storia di Wally... :)

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lunedì, marzo 28, 2011

Drizzit 29

Ehi Drizzit è vivo. Ma scommetto che se l'aspettavano un po' tutti. Difficile mettere in piedi un colpo di scena efficace, se il nome del presunto morto è anche il titolo della tua striscia a fumetti.

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domenica, marzo 27, 2011

"Io sono di Sinistra"



Credo che si possa tranquillamente lasciar parlare Ascanio Celestini, e limitare a fare sì con la testa, tra mestizia e desolazione. Per chi non lo conoscesse, qui c'è anche il suo sito internet.

Drizzit 28

Introducendo il tema della prossima serie di strisce (ovvero il passato di Wally) si conclude così il terribile scontro tra Drizzit e l'uber-orco. Alcune note a margine: tecnicamente, Katy Brie non deve 100 monete a Dotto, ma lei ci prova sempre; non era mia intenzione lasciare in sospeso la sorte di Drizzit, ma... non c'era spazio e alla fine rimandare la questione mi è sembrata una soluzione azzeccata; ebbene sì Wally dormiva sotto un pero, ma il pero non ha niente a che fare con il suo passato.

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sabato, marzo 26, 2011

La magia del volto umano

Non sono mai stato portato per i ritratti. In tutta la mia vita ne ho disegnato uno solo, anzi due. Riprodurre con esattezza il volto di una persona richiede molto di più che una semplice bravura con la matita, bisogna conoscere bene la fisionomia dei volti, e il modo in cui un volto viene percepito.
Una volta lessi su un libro che quando lo sguardo si fissa su un volto, l'occhio "vaga" all'interno dello spazio della faccia soffermandosi principalmente su occhi e bocca. Cioè il nostro occhio, e di conseguenza il cervello, analizza un volto principalmente (per il 90%) basandosi su occhi e bocca. Solo nel restante 10% del tempo trascorso ad osservare una faccia, lo sguardo si sposta, e per brevi secondi, su altri dettagli come naso, orecchie, mento, zigomi eccetera.
Questo spiega tra l'altro perché mettere una pezza nera sugli occhi di una faccia la rende difficile da riconoscere (è il modo con il quale si censurano spesso i volti). E questo la dice anche molto lunga su quanto sia deficiente il costume di Diabolik... ma questo forse è un po' fuori tema.
Insomma un ritrattista dovrebbe sapere che se riesce a disegnare con sufficiente somiglianza gli occhi e la bocca di una persona, chi guarda quel volto lo riconoscerà quasi sicuramente. Al contrario soffermarsi su altri dettagli, come la forma del naso, è assolutamente secondario. Eccovi svelato uno dei trucchi. Ma ce ne sono altri, moltissimi credo, che si imparano proprio facendo pratica nel ritrarre le persone. Ad esempio fu Alessandro Chiarolla a spiegarmi, una volta, che il naso e le orecchie di una persona, continuano a crescere sempre, con l'età, non si fermano mai. Quindi per dare a un volto un'aria da anziano, basta ingrandire un po' le orecchie e il naso. Mentre se si ritrae il volto di un bambino, conviene non mettere in evidenza il naso, così risulterà giovanile. Se ci pensate, è anche il motivo per cui molti disegnatori non si soffermano sul naso quando disegnano una donna (vedi molte tavole di Giovanni Freghieri o di Milo Manara). Più metti in evidenza il naso, più il volto perde in dolcezza.
Qualcosa la so pure io, che non ho frequentato né corsi né scuole di disegno, ma la so più per caso che per altro. Quindi ritratti no.

Però la fotografia mi ha permesso di giocare un po' con la mia faccia, gestendo la saturazione, la luce, applicando alcuni filtri grafici. E' difficile ottenere un'immagine della propria faccia che non sembri a nostri stessi occhi deforme (vedi le foto spaventose su patenti e carte di identità). Questo perché il cervello, quando ci guardiamo in faccia (ad esempio allo specchio) cerca di "pareggiare" i conti. Cioè la nostra percezione del volto di noi stessi non è reale. E' come la voce che udiamo uscire dalla nostra gola: in realtà non è la stessa che sentono gli altri, perché quella che sentiamo noi "rimbomba" nel nostro corpo e ci risulta diversa. Lo stesso -più o meno- con la faccia: siamo così abituati a vederci, che il cervello quando ci guardiamo "soprassiede" a molti dettagli che invece non sfuggono alla macchina fotografica. Ad esempio noi tendiamo a percepire il nostro volto simmetrico, quando non lo è affatto. Uno dei nostri occhi magari è un po' più in alto, il naso piegato un po' a sinistra, un sopracciglio è più folto o più lungo, l'attaccatura dei capelli non è a metà della fronte, o la punta delle labbra non si trova esattamente sotto il naso. Sono tutti dettagli che quando ci guardiamo in faccia, non notiamo, perché siamo abituati a non vederli. Occorre mettersi davanti a uno specchio e passare parecchi minuti prima di notare davvero quanto è storta la nostra faccia.
E sapete qual'è la cosa bella? Che la "stortura" del nostro volto, di tutti i nostri volti, a livello conscio non la percepiamo, ma a livello inconscio la riconosciamo alla grande. Per questo quando guardiamo un film in computer grafica, di quelli di ultima generazione che magari tentano di riprodurre perfettamente esseri umani come in Final Fantasy - The Spirit Within (ma anche nell'ultimissimo Tron Legacy), ci risulta così facile riconoscere un volto riprodotto al computer rispetto a uno vero. Perché per quanto un grafico di talento possa aggiungere imperfezioni a un volto digitale, il nostro cervello registra che "non sono naturali" e percepisce che c'è qualcosa di sbagliato.

C'è qualcosa di magico in tutto questo. Valeva la pena condividerlo.
PS perché sono il numero 37 lo racconterò... un'altra volta.

Drizzit 27

Eheh mi piace la dinamica di queste quattro vignette. Mi ricorda quella dei vecchi cartoni animati. Come avevo scritto per la striscia precedente, avrei preferito disegnare molte più sequenze di combattimento tra Drizzit e l'uber-orco, ma alla fine non mi sembrava pertinente al tipo di fumetto. Però ho sempre voluto dare per palese che Drizzit, anche se imbranato e molto ingenuo, sia un combattente di tutto rispetto. Questa cosa mi pare che sia perfettamente in sintonia con il suo passato: Drizzit è un elfo scuro, è stato addestrato come guerriero per anni e sicuramente in futuro dovrò sviluppare meglio questo suo aspetto.

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venerdì, marzo 25, 2011

A proposito di giustificazioni

Di nuovo, mi sento in dovere di consigliare un articolo apparso sul Fatto Quotidiano riguardante il reale fabbisogno elettrico dell'Italia. Al di là di quello che c'è scritto (se vi interessa, leggetelo), mi sembrava interessante riflettere sul pretesto iniziale del pezzo. E cioè il fatto che tutti dicono: "compriamo l'elettricità dalla Francia, tanto vale mettere anche noi le centrali nucleari".


Lo si sente dire spesso. E' una frase che rientra nella grande categoria delle "supercazzole giustificate dalle supercazzole" ...una categoria, modestamente, di mia invenzione. Cioè è come quando qualcuno ti dice: ehi stai buttando la cartaccia a terra! e tu gli rispondi: ma lo fanno tutti!
Ecco: supercazzola giustifica supercazzola. Qualche giorno fa quel coglione di Giuliano Ferrara ha montato su una puntatina della sua trasmissione sull'evangelico "chi è senza peccato scagli la prima pietra" e partendo dalle parole di Gesù intendeva giustificare le puttanate (letterali) del nostro presidente del consiglio. Ma Gesù certo non intendeva dire che se esiste un malcostume, allora si è giustificati. Gesù insomma non giustificava le supercazzole con le supercazzole.
Forse Ferrara scambia Gesù con Craxi (capita spesso, soprattutto a una certa corrente politica), il quale, Craxi, quando fu chiamato in parlamento a giustificare i soldi che si era fregato e le mazzette che giravano nel suo partito, si giustificò dicendo più o meno: ma lo fanno tutti!

Bisognerebbe prendere il coraggio a due mani e cominciare a dire che se una cosa fa schifo, se un comportamento è ingiusto, degradante, violento, ignobile, deprecabile... beh lo resta anche se ci sono esempi numerosi e illustri che ne fanno sfoggio. Perché l'umanità procede verso livelli di civilità e di progresso maggiori, indipendentemente dall'esempio di questi esseri (anzi direi, nonostante l'esempio di questi esseri), e bisogna smettere di giustificare lo schifo con lo schifo. O la supercazzola con la supercazzola.

Drizzit 26

Come promesso, ecco la nuova striscia di Drizzit in anticipo di un giorno. Avrei voluto disegnare un sacco di scene di combattimento, ma bisogna sempre fare i conti col fatto che Drizzit è una striscia a fumetti, non un fumetto vero e proprio. Nonostante questo, mi sembra che lo scontro tra l'elfetto e il colosso meccanico si sia sviluppato bene, in questa e nelle prossime vignette si vedono i due combattere.

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giovedì, marzo 24, 2011

Dylan Dog me lo vedo in streaming

Ho letto la recensione del film di Dylan Dog scritta da Stefano Feltri per Il Fatto quotidiano. Devo premettere che non mi aspettavo, dal film, niente di diverso. Mi chiedo come mai, ma alla fine non riesco mai ad essere stupito, nel male, da certe produzioni. Ad esempio, non avrei mai scommesso un centesimo sul film di Kyashan. E non mi aspetto di certo un capolavoro se un decidono di fare il film de La Lega degli Straordinari Gentleman di Alan Moore. Diciamo che di default, mi aspetto delle cagate incommensurabili. Ben vengano quindi i risultati positivi (che siano o meno capolavori) come Watchmen, Il Cavaliere Oscuro, Kick-Ass.

Poiché un film è una "creatura" molto diversa da un fumetto, occorre sempre rimaneggiarlo. E il rimaneggiamento può essere affidato (capita spesso) a persone che dell'opera originale non hanno colto una mazza, o che per esigenze di produzione sono costrette a fare scelte più popolari e meno rispettose dello spirito della fonte originale. Insomma è più facile che un film tratto da un libro, o da un fumetto, sia più "povero" della sua fonte, anziché il contrario (e di questo tutti siamo consapevoli).

Insomma non mi aspettavo che Dylan Dog fosse un capolavoro di film, immaginavo, presagivo, mi aspettavo una mezza stronzata. Da vedere, una volta, per curiosità. Certamente non da premiare con l'acquisto di un dvd, e nemmeno con 7 euro al cinema. In fondo a questo serve la pirateria, a far capire a chi confeziona stronzate che non hai approvato quello che hanno fatto. Se vai al cinema e gli lasci 7 euro, cosa gliene frega ai produttori che il film ti ha fatto schifo? Tanto loro l'incasso l'hanno fatto lo stesso. Anzi, ne produrranno un altro, bissando e superando lo schifo nello schifo (ehi Daredevil ha fatto cagare, ma abbiamo riempito i cinema, lo facciamo Elektra?). Quando invece un film è bello, è giusto premiarlo con l'acquisto del dvd o del blue-ray o andando al cinema anche se l'hai visto scaricato. Perché allo stesso modo, chi ha prodotto il film se ne frega se a te il film è piaciuto, visto che il cinema è un industria e a fine mese tirano le somme dei soldi fatti. Se una cosa ti piace, occorre premiarla.

Quindi credo proprio che 'sto Dylan Dog me lo vedrò in streaming. E continuerò a leggere il fumetto. E se non l'avete fatto consiglio a tutti di leggere la recensione che citavo prima, la trovate qui.

Drizzit 25

Questo tipo di sequenza è un classico, ma era una tentazione troppo forte quella di realizzare una striscia del genere. Peccato che le dimensioni sproporzionate del mostro mi abbiano costretto a lasciare metà della seconda vignetta vuota. Comunque, domani (allo scoccar della mezzanotte) ne pubblicherò un'altra. Lo scontro tra Drizzit e l'uber-orco non può aspettare!

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martedì, marzo 22, 2011

Drizzit 24

Nelle vignette precedenti in cui Drizzit faceva uso di Abbaglio, avevo cercato di rendere l'effetto flash utilizzando diverse gradazioni di colore giallo, ma l'effetto non era eccezionale. Stavolta mi sono affidato alla "magia" della grafica digitale, applicando alla vignetta un filtro luminoso. L'effetto mi sembra migliore, e nemmeno tanto inappropriato.

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lunedì, marzo 21, 2011

A proposito di Questions...


«Quando Woody parla, il significato delle sue parole non muove mai alcun indicatore [di consenso, di applausi]. Woody Allen ha dato inizio a una nuova era emozionandoci metafisicamente, inducendoci a imparare mentre sorridiamo, e questo è l'unico modo in cui possiamo essere intellettualmente mossi a trascendere il nostro status sociale, e conseguente paura del fallimento, per esercitare invece la nostra opportunità, adesso chiaramente dimostrata, di rendere l'intera umanità un durevole, concreto e vivo successo.»

Queste parole fanno parte dell'introduzione a Inside Woody Allen, scritta da R. Buckminster Fuller e riportata nel volume La vita secondo Woody Allen, di Stuart Hample, ISBN edizioni.

Ho voluto riportarle qui perché io sono una di quelle persone che reputa Woody Allen un genio, e oltretutto un genio molto, molto divertente. Mi piace pensare che le persone alle quali non piace Woody Allen appartengano solo a due categorie: quelli che non lo capiscono, e quelli per i quali non vale la pena fare lo sforzo di capirlo (cioè essenzialmente le persone intelligenti ma pigre). Quando ho deciso di cominciare a scrivere le Questions, una serie di vignette che effettivamente non ha lo scopo di far ridere ma quello di far riflettere, ho cercato di trovare nella filosofia di Woody Allen una specie di via da percorrere. Mi sono detto: se una persona legge una delle mie Questions e la capisce subito, è un mezzo fallimento. Il mio scopo infatti era quello di spingere almeno un neurone a fare un salto. La reazione che vorrei vedere sulla faccia di un lettore è definita da tre fasi successive: fase 1, legge la vignetta; fase 2, resta interdetto per un secondo; fase 3, elabora una propria reazione alla vignetta. Quale che sia questa reazione poco mi interessa. Alcune vignette potrebbero essere divertenti per alcuni, irritanti per altri, scialbe per altri ancora, profetiche per certi altri. Non importa, l'importante era che non fossero immediate, che non parlassero al lettore superficiale o distratto, che richiedessero cioè una sorta di collaborazione da parte di chi le legge.


Non so se ci sono riuscito, forse no. Quel che è certo è che nella società delle scoregge incendiate e dei cinepanettoni, non mi aspetto che una follia del genere possa essere premiata dal consenso. Non si tratta di arroganza, non reputo il mio lavoro "migliore" in nessun modo a un libro di barzellette su Totti. Credo che si tratti di una differenza di spazio, cioè di dove "collocare" la propria opera. Le vignette di Drizzit, per dire, fanno parte di una categoria ben stabilità, che è quella delle strisce a fumetti. Stanno nello stesso cassetto assieme a Calvin & Hobbes, i Peanuts, Garfield e Sturmtruppen... senza minimamente voler fare alcuna comparazione dal punto di vista artistico (finirei spappolato)! Allo stesso modo, quando ho deciso di "collocare" in un cassetto le Questions, non volevo che occupassero uno dei soliti spazi, come la satira politica, o le vignette umoristiche da giornaletto. Volevo che si posizionassero su un piano culturalmente e intellettualmente più alto, ma senza che divenissero esclusive. Senza essere elitarie, senza essere snob.


E' questo il senso di quello che scrive Fuller riguardo alle strisce di Hample su Woody Allen. Quando parla Woody è difficile che sia il "significato" della battuta a strappare gli applausi. La maggior parte del pubblico resta interdetto, come se fosse sul punto di comprendere di cosa sta veramente ridendo, come se dovesse pensarci ancora un po'. Quello sforzino, necessario a comprendere il messaggio dietro l'ironia o il sarcasmo o il senso della battuta di Allen, ci costringe ad allenarci ogni volta. Ed è allenandosi in questo modo, un passo alla volta, uno sforzino per volta, invitati dalla curiosità di comprendere, stuzzicati dalla possibilità di ridere per un senso, o di condividere l'opinione dell'autore, che pian piano si spinge tutto il pubblico a trasformarsi in persone in grado di promuovere la società umana, a prescindere dal proprio status sociale (niente più distinzioni tra intellettuali e popolo) .


Ok forse sono ambizioso, ma da qualche parte dovevo cominciare, e mi sembrava una cosa importante cominciare da qui.

La scuola pubblica

Quasi in risposta alla supercazzola di Silvio, che un paio di settimane fa disse: "La scuola pubblica inculca idee diverse da quelle che vengono trasmesse nelle famiglie" ho trovato questa lettera di Lorenzo Cherubini a sostegno proprio della scuola pubblica. La ospito volentieri sul mio blog. La vignetta è invece del mitico Mauro Biani.


«Quando nostra figlia è arrivata all’età della scuola io e mia moglie ne abbiamo parlato e abbiamo deciso: scuola pubblica. Potevamo permetterci di scegliere e abbiamo scelto. Abbiamo pensato che fosse giusto così, per lei. E’ nostra figlia ed è la persona a cui teniamo di più al mondo ma è anche una bimba italiana e l’Italia ha una Scuola Pubblica. Sapevamo di inserirla in una realtà problematica ma era proprio quello il motivo della scelta.
Un luogo pubblico, che fosse di sua proprietà in quanto giovane cittadina, che non fosse gestito come un’azienda e che non basasse i suoi principi su una dottrina religiosa per quanto ogni religione venisse accolta. Un luogo pubblico, di tutti e per tutti, scenario di conquiste e di errori, di piccole miserie e di grandi orizzonti, teatro di diversi saperi e di diverse ignoranze. C’è da imparare anche dalle ignoranze, non solo dai saperi selezionati. La scuola è per tutti, deve essere per tutti, è bello che sia così, è una grande conquista avere una scuola pubblica, specialmente quella dell’obbligo.
Io li ho visti i paesi dove la scuola pubblica è solo una parola, si sta peggio anche se una minoranza esigua sta col sedere al calduccio e impara tre lingue. A che serve sapere tre lingue se non sai come parlare con uno diverso da te ? Il nostro presidente del consiglio dicendo quello che ha detto offende milioni di famiglie e migliaia di persone che all’insegnamento dedicano il loro tempo migliore, con cura, con affetto vero per quei ragazzi.
Tra le persone che conosco e tra i miei parenti ci sono stati e ci sono professori di scuola, maestre, ho una cugina che è insegnante di sostegno in una scuola di provincia. Li sento parlare e non sono dei cinici, fanno il loro lavoro con passione civile tra mille difficoltà e per la maggior parte degli insegnanti della scuola pubblica è così. Perchè offenderli? Perchè demotivarli? Perché usare un termine come “inculcare”? E’ una parola brutta che parla di un mondo che non deve esistere più.
La scuola pubblica non è in competizione con le scuole private, non è la lotta tra Rai e Mediaset o tra due supermercati per conquistarsi uno spettatore o un cliente in più, non mettiamola su questo piano…
La scuola di Stato è quella che si finanzia con le tasse dei cittadini, anche di quelli che non hanno figli e anche di quelli che mandano i figli alla scuola privata, è questo il punto. E’ una conquista, è come l’acqua che ti arriva al rubinetto: poi ognuno può comprarsi l’acqua minerale che preferisce ma guai a chi avvelena l’acqua del rubinetto per vendere più acque minerali. E’ una conquista della civiltà che diventa un diritto nel momento in cui viene sancito. Ma era un diritto di tutti i bambini già prima, solo che andava conquistato, andava affermato. La scuola pubblica va difesa, curata, migliorata.
In quanto idea, e poi proprio in quanto scuola: coi banchi gli insegnanti i ragazzi le lavagne. Bisogna amarla, ed esserne fieri.»
- Lorenzo Cherubini

domenica, marzo 20, 2011

Gotterdammerung

photo by Bigio 2011

Si legge che il crepuscolo degli Dei
stia per incominciare. E' un errore.
Gli inizi sono sempre inconoscibili,
se si accerta qualcosa, quello è già
trafitto dallo spillo.
Il crepuscolo è nato quando l'uomo
si è creduto più degno di una talpa o di un grillo.
L'inferno che si ripete è appena l'anteprova
di una "prima assoluta" da tempo rimandata
perché il regista è occupato, è malato, imbucato
chissà dove e nessuno può sostituirlo.
Eugenio Montale

Girare per i prati a primavera è un ottimo antidoto. Ridimensiona la grandiosità umana. Così oggi giravo e ho pensato: 'sta margherita è molto più rispettosa della creazione di quanto non lo sia un antenna televisiva, o un centro commerciale. La terra se la cava benissimo anche senza gente che si lanci missili tomahawk o centrali atomiche. Insomma non bisogna rinunciare al progresso tecnologico, ma credo che sia davvero progresso solo se include il rispetto, e non opera tramite sfruttamento e degrado. Ulteriori evoluzioni cerebrali ve le risparmio, perché non è che voglio sembrare troppo ambientalista, o cose del genere. La mia era più una riflessione sull'arroganza umana, fiorita per caso mentre leggevo Montale.

Drizzit 23

Questa me l'ha suggerita Marco. Ogni tanto mi capita di disegnare Drizzit mentre sono in Gilda, chiacchierando con gli amici. Un'altra idea era di far parlare l'ingegnere con l'accento tedesco (d'altro canto "uber-orco" è quasi tedesco) ma mi sembrava di calcare troppo la mano.

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sabato, marzo 19, 2011

La nutria

Ieri mentre me ne stavo appostato in un cespuglio nel tentativo di fotografare una rana, ho avuto modo di assistere invece alla nuotata spensierata di una nutria.
Si tratta di topoloni dal muso piatto, simile a quello di un castorino, ma per il resto in tutto e per tutto simili a grossi sorci marroni (sono grandi quanto un gatto) che abitano in ambienti lacustri. In particolare, presso i canneti del lago di Bracciano ve ne sono parecchi esemplari. Però è difficile avvistare una nutria. Proprio come i topi, tendono rapidamente a fuggire e rintanarsi fra i cespugli quando qualcuno si avvicina. Oltretutto questo tipo di animale è a proprio agio in acqua, quindi nel momento in cui sentono appropinquarsi un avventore, in un lampo si gettano nel lago e nuotano via, lontano da sguardi indesiderati.
Insomma io ieri passeggiavo su una sponda malandata del lago (malandata perché piuttosto sporca, in quanto lontana dalle solite "rotte turistiche" e quindi abbandonata a se stessa), dalle parti di Anguillara. Avevo la macchina fotografica in mano perché stavo... fotografando muschio. Ebbene sì, mi piace fotografare il muschio, secondo me ha colori splendidi. D'un tratto mi sono accorto che sulla sponda a pochi passi da me riposavano alcune ranocchie. Purtroppo nel tempo necessario a girare la macchina fotografica, sono saltate tutte in acqua. Un po' deluso mi sono seduto sull'erba, nella speranza che qualcuna tornasse a prendere l'ombra. Sarebbe stato bello scattare una foto a una rana mentre zampilla in aria, pensavo. Invece dopo qualche minuto, quatta quatta, dal canneto è uscita la nutria. Asciutta, col pelo ispido e bruno, come se si fosse appena svegliata (in effetti mi dicono che sono animali prevalentemente notturni). Pochissimi secondi di confidenza ed è corsa in acqua per scappare. Pur avendo la macchinetta pronta, prima che scomparisse nell'acqua ho fatto in tempo a scattare solo un paio di foto. E quella che vedete qui sopra, è quella in cui il topolone si vede meglio.

venerdì, marzo 18, 2011

Drizzit 22

Drizzit entra ufficialmente nel gruppo di avventurieri. Nonostante qualche incomprensione filosofica. Inizia così la nuova settimana di strisce di Drizzit. :)

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mercoledì, marzo 16, 2011

Studenti, 3


STUDENTI
terza parte (qui la prima parte, qui la seconda parte)

Sebbene in una situazione normale non sia certo rassicurante sentirsi dire da uno sconosciuto (oltretutto dall'aspetto tutt'altro che ordinario) che egli è un ladro, questa non era proprio una situazione normale. Cristina emise un sospiro di sollievo e si sedette. Marco e Fabio lasciarono cadere gli zaini a terra e si sentirono in qualche modo tranquillizzati. Un ladro! Un ladro cosa può farti? Al massimo ti ruba qualcosa. Marco pensò al suo cellulare. Un vecchio modello di Nokia scassato che da tempo pensava di sostituire, ma non aveva mai un soldo in tasca. In tasca aveva anche un pacchetto di gomme, gusto spearmint. Fabio il cellulare l'aveva lasciato a casa, nemmeno si ricordava dove. E quando fu costretto a pensarci, d'improvviso si ricordò: era in bagno, sul lavandino. Aveva mandato un messaggio a Marco prima di lavarsi i denti e se l'era scordato lì. Beh meglio nessuno glielo avrebbe fregato. Cristina pensò alla catenina d'argento che portava al collo, e agli orecchini... cose di poco valore ma che quel ladro avrebbe potuto portarsi via. Gli sarebbe dispiaciuto, la catenina era un regalo della cresima. Cristina aveva anche un cellulare, ma non ci teneva poi così tanto. La cosa che le sarebbe davvero dispiaciuto perdere erano tutti gli sms di lei e Marco, quelli che si erano scritti fino a quel momento, la prova provata del loro eterno amore.
«Guardi che noi non abbiamo un soldo.» Affermò a quel punto Fabio. Era vero, almeno per quanto lo riguardava. Altrimenti si sarebbe preso un bel pezzo di pizza appena arrivato alla stazione.
«Ma io non sono quel tipo di ladro. - Spiegò l'uomo. E si poggiò di traverso sul bracciolo del primo sedile alla sua destra. - Lasciate che mi presenti come si deve, prima che sia troppo tardi.»
Inutile dire che quel “prima che sia troppo tardi” suonava malissimo.
«Dicevo, mi chiamo Anacleto, e sono un ladro. Ma non rubo soldi, e nemmeno oggetti di valore. Quello che sottraggo alle persone è una cosa molto più preziosa: il tempo. Il vostro tempo, per la precisione. Perché il mio è finito un sacco di anni fa, e adesso non mi resta che rubarlo agli altri.»
Santo cielo! Pensò Fabio. Aveva visto film horror con una trama più originale. Cos'era questa roba? Una specie di puntata di X-files? Cosa voleva questo tizio, fargli credere che lui era una specie di fantasma e che presto sarebbero invecchiati fino a sgretolarsi in polvere, vittime di un incantesimo demoniaco?
«Senta, guardi che noi non abbiamo tempo da perdere...» Disse il ragazzo, sistemandosi il berretto. Ma si pentì di quello che aveva appena detto, perché in effetti si rese conto che loro di tempo da perdere ne avevano tantissimo. E Anacleto lo interruppe subito.
«Sono io che non ho tempo da perdere, ragazzi. Non vedete quanto invecchio velocemente? Fra qualche minuto i miei capelli saranno tutti grigi, e poi diverranno bianchi. Poi inizierò a camminare curvo, e infine cadrò a terra... morto.»
Marco credette di capire cosa stava succedendo. Per un attimo, solo per un attimo, prestò la propria fiducia a quell'uomo, e finse di credere a tutto questo. Come se stesse accadendo veramente. Un ladro di tempo, uno che ruba il tempo perché non ne ha più. Sarebbe addirittura poetico, se non fosse così grottesco. Ma una volta superata l'incredulità, cominciò a ragionare e disse:
«Quindi adesso ruberai il nostro tempo... e diverrai di nuovo giovane.»
L'uomo scosse il capo, ma non per annuire. I suoi capelli, sempre più lunghi e cesposi, si erano quasi completamente coperti di grigio. Le mani erano divenute ossute, la pelle delle braccia si era seccata e quel poco che si intravedeva del collo si era asciugato.
«Vedete, - disse Anacleto – quando rubo il tempo, lo faccio sempre un po' per volta. Una o due ore al giorno a ogni persona che incontro. Non se ne accorgono nemmeno. Di tempo se ne perde così tanto! ...chi vuoi che si accorga di aver perso un'ora o due incrociando me? Praticamente nemmeno ci fanno caso. Continuano a vivere la loro vita senza badare al tempo che hanno perso. Nessuno mi nota, nessuno si rende conto di quello che perde, e men che mai di glielo sottrae.»
Poi il suo sguardo si fece triste, e chinò la testa.
«Ma oggi mi andava di scambiare quattro chiacchiere con voi. Mi capita di sentirmi molto solo, ed erano anni che non parlavo con nessuno. Vi ho notato dal fondo del vagone mentre travolgevate quella anziana signora, entrando. Era come se non voleste perdere nemmeno un minuto del vostro tempo! Che arroganza! Ebbene sì, vi ho giudicato. Mi dispiace, mi sono sbagliato. Non siete affatto come sembravate. L'ho capito quando ho osservato lei che scriveva sul vetro. Quella che ha scritto non era una grande frase... ma almeno non era di Moccia.»
Calò il silenzio su tutti e quattro i passeggeri. Per qualche minuto restarono quieti ad ascoltare il battito delle ruote del treno sui binari, ritmico, costante, come quello di un cuore. Poi uno stridio metallico, poi un piegarsi di lamiere. Il treno sembrava voler commentare, dire la sua. Ma non disse niente, o perlomeno non aggiunse nulla di utile alla conversazione.
«Sediamoci qui.» Propose Anacleto.
Si sedettero vicini. La chioma di Anacleto iniziava a imbiancarsi, le sue braccia si erano già coperte di macchie e la sua voce si era fatta all'improvviso molto roca. Le mani di Fabio erano talmente sudate che non riusciva a smettere di asciugarle sui pantaloni. Marco era nervoso, così nervoso che quando Cristina gli strinse la mano la trovò tremante. Anacleto inspirò prendendo fiato, e iniziò a parlare.

Dapprima parlò dei suoi genitori, di come si erano conosciti, e amati. Proseguì raccontando della sua nascita. Disse di aver rivisto alcuni vecchi filmini girati in super8 di recente, filmini muti, senza audio, con i colori sbiaditi, filmini in cui era bambino e correva sul prato di fronte a casa. E poi raccontò delle feste di compleanno alle elementari, del peso della cartella alle medie, delle insicurezze di quando era adolescente. Tante figuracce, tanti rimorsi, tanti ripensamenti. Si fermò ad analizzarli uno per uno. Accennò ai suoi primi amori, e spese una mezz'ora intera a parlare della sua prima ragazza. Il cuore schiaffeggiato dagli ormoni che gli gridava di fare il contrario di quello che poi alla fine avrebbe fatto. Passò l'esame di maturità per culo. Crebbe velocemente fino all'università, trascorrendo lunghe serate in casa a studiare (davvero). Narrò di alcuni esami superati in maniera epica e di altri che non avrebbe meritato di passare. Poi di come spendeva i pomeriggi in aula studenti, tra risate e centinaia di fotocopie. Il sabato sera al pub e il mercoledì al cinema (ché costava meno). Disse di aver comprato una casa, e assieme alla casa, di aver ricevuto anche una compagna. Divise in due la propria vita e la rimise insieme molte volte, ma non smise mai di consumarla. Vendette la sua quinta automobile quando divenne troppo miope per guidare, e troppo stanco per fingere di vederci bene. Non ebbe figli ma crebbe quelli dei suoi fratelli. E quando Anacleto cominciò a parlare della propria malattia, Marco, Fabio e Cristina si resero conto che i capelli sulla sua testa, radi e fragili, erano divenuti bianchi come la luce delle lampade al neon accese sopra di lui. La voce di Anacleto si fece flebile e i suoi gesti sembravano più guidati da spasmi che da movimenti volontari. Appoggiò il capo al finestrino, e prima di morire sussurrò questa frase: «La morte si sconta vivendo.»
Il suo corpo scomparve nel nulla un attimo dopo, lasciando i tre ragazzi impietriti. Per dei lunghissimi secondi non ebbero la forza nemmeno di torcere il collo, di guardarsi negli occhi.
«Credo che sia di Ungaretti.» Mormorò Fabio.
«Eh?» Fece Marco.
«Si avvisano i signori passeggeri che il treno è in arrivo alla stazione di termine corsa.» Gracchiò l'altoparlante. Un paio di minuti dopo riconobbero gli edifici del loro paese. Quando la porta si aprì, si resero conto che il treno non aveva fatto nessuna altra fermata a parte quella finale. O forse, semplicemente, non se ne erano accorti.
«Io me ne vado a casa.» Disse Fabio, calcandosi il berretto sulla testa e issando lo zaino in spalla.
«Tu che fai?» Chiese Marco a Cristina.
«In che senso?» Le domandò lei, con la testa ancora immersa in un groviglio di pensieri.
«Vieni a pranzo da me? Non mi hai ancora risposto.»
Cristina annuì. Si allontanarono ognuno per la sua strada, come se non fosse successo nulla. Da qualche parte e in un modo che nessuno di loro può ben comprendere, a quei tre ragazzi è stato rubato del tempo. Ma come tanti altri, non se ne sono accorti. O forse hanno preferito far finta di niente.

fine

Drizzit 21

Ultima striscia della terza "settimana" di Drizzit. Quando ho scritto questa serie di strisce volevo che la striscia finale introducesse in qualche modo i temi della serie successiva. Un po' come nella serie precedente: il gruppo di avventurieri che sono stati protagonisti di questa "settimana" era stato introdotto nella vignetta finale di quella prima. Mi piace questo metodo, mi pare che doni continuità alla storia. E inoltre scrivere la trama di 7 in 7 mi aiuta a mantenere un filo logico, senza che le singole strisce siano sparate là per far ridere e basta.
PS mi hanno fatto notare che sulla U iniziale di Uber-orco ci andavano i due puntini. Ma credo che sia un errore veniale, in fondo non è tedesco, è orchesco. ;)

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martedì, marzo 15, 2011

Studenti, 2


STUDENTI
Seconda parte (prosegue da qui)

«L'ha scritta Lucio Battisti, vero?»
La voce arrivò dall'altro lato della carrozza, quindi tutti e tre i ragazzi si voltarono di scatto. L'uomo che prima sedeva in fondo allo scompartimento leggendo la gazzetta, adesso si era avvicinato e li stava osservando dal sedile appena oltre lo stretto corridoio. Si trattava di un uomo sulla trentina, forse appena quarantenne. La barba e i capelli lunghi e neri impedivano di coglierne bene l'età. Indossava jeans scuciti e una maglietta nera con un qualche disegno sopra, ma le braccia incrociate sul petto coprivano l'immagine.
Cristina ritrasse istantaneamente la mano, nascondendo il pennarello rosso. Forse quel tipo l'aveva vista mentre scriveva sul vetro. Il suo fu un gesto istintivo, spontaneo, che ci permette di asserire con una buona dose di sicurezza che Cristina sia una ragazza responsabile e con un senso del giusto perfettamente sviluppato. Ma solo inconsciamente. Infatti non appena ci pensò sopra, si disse che quel tipo in fondo non era nessuno, che anche se l'avesse sgridata se ne sarebbe fregata e che non erano affari suoi.
«Non l'ho so l'ho letta sul diario di una mia amica.» Ammise.
L'uomo annuì con la testa. Aveva uno sguardo inquietante, come se le scrutasse dentro. Annuendo in quel modo pacato sembrava intendesse: “brava mi stai dicendo la verità”. Cristina diede una botta alla spalla di Marco e si alzò in piedi. Marco la guardò dal basso in alto, chiedendosi che stava succedendo. Fabio invece capì subito, si alzò in piedi anche lui e afferrò lo zaino.
«Dove andate?» Chiese stupidamente Marco.
«Andiamo dagli altri.» Gli rispose freddamente Cristina, cercando poi di scavalcarlo. Quell'uomo le metteva i brividi. Non era davvero il caso di restare neanche solo un minuto in più in quello scompartimento, da soli, assieme a lui. Piuttosto avrebbe preferito viaggiare in piedi in un altro vagone, stracolmo di studenti, come era la norma. E Marco capì. Tutti e tre si allontanarono velocemente e senza dire una parola, scendendo in un attimo la rampa di scale che conduceva allo spazio tra le porte di salita e discesa. L'uomo non si mosse, ma li seguì con lo sguardo finché non scomparvero oltre il bordo della scalinata.
«Secondo me quello era un maniaco!» Sparò Cristina appena scese le scale. Pronunciò quelle parole sussurrando, ma nel tentativo di essere sentita da entrambi i suoi amici fu costretta ad alzare fin troppo la voce. Fabio, che era ancora sulle scale, le intimò di stare zitta portando il dito indice davanti al naso. La ragazza deglutì. Marco la prese sotto braccio, come per tranquillizzarla. Ma non appena si guardò attorno, si rese conto di essere lui a dover essere tranquillizzato.
Il treno era vuoto. Da quel punto era possibile con un'occhiata raggiungere l'altra estremità del vagone attraverso tutto il piano terra, in entrambe le direzioni. Non c'era nessuno. E al piano superiore, da dove erano appena scesi, non c'era nessun altro a parte loro tre e quell'uomo dal fare inquietante. Fuori dai finestrini era possibile scorgere la campagna, strade e case che fuggivano veloci come di norma, anche se difficilmente uno chiunque dei tre ragazzi avrebbe potuto dedurre a che punto del tragitto si trovassero. Il treno correva sussultando di tanto in tanto, emettendo i soliti cigolii, i rumori di sempre. Ma quei rumori erano gli unici che era possibile sentire.

«Dove sono finiti tutti gli altri? Ho visto salire anche Pippo, il Gazzosa e Federica... e c'era un sacco di gente, stavano tutti dietro di noi quando siamo entrati.» Esclamò Marco.
Fabio scese gli ultimi scalini e si rese conto della situazione. Cristina era ammutolita. Tutti e tre si incamminarono lungo il corridoio, fino alla porta che conduceva al vagone successivo. Arrivati lì di fronte, Marco sbirciò oltre le due porte e riconobbe una decina di suoi compagni di classe, ammassati su quattro sedili, assieme a molti altri passeggeri.
Sono tutti qui! Pensò Marco. Sorrise mentre si voltava per rassicurare anche Fabio e Cristina. Ma il sorriso scomparve velocemente dalla sua faccia quando si accorse che la porta non aveva intenzione di farlo passare. Continuò a premere insistentemente il pulsante dell'apertura automatica, ma niente.
«Sarà rotta... come al solito.» Suggerì Fabio, facendosi avanti. Provò anche lui a premere il pulsante ma la porta non reagiva in alcun modo. Oltre quella porta, oltre lo spazio tra i due vagoni e oltre la successiva identica porta, sembrava che tutti stessero trascorrendo il viaggio come al solito. Pippo faceva il deficiente, Federica rideva, altri stavano giocando a tressette su uno zaino rovesciato, e un passeggero leggermente infastidito dal baccano tentava di leggere una rivista. Marco si unì a Fabio nel tentativo di aprire la porta a mano. Entrambi afferrarono la maniglia e la tirarono con tutte le forze, ma la porta era come bloccata. Allora Fabio cominciò a battere sul vetro per richiamare l'attenzione degli altri. Anche Marco iniziò a gridare. Chiamarono i loro compagni di scuola uno dopo l'altro, ma nessuno sembrava sentirli. Il rumore tra i due vagoni, le porte chiuse, forse non era così strano che non si accorgessero di niente.
«Proviamo dall'altra parte del vagone, - suggerì Cristina – magari di là è aperto.»
Ma quando si voltarono, si trovarono di fronte quell'uomo.
Era in piedi, in mezzo al corridoio. Non teneva più le braccia incrociate, e sul petto sopra l'immagine di un morto vivente verdognolo si poteva leggere la scritta IRON MAIDEN. Inquietante e pure metallaro. Qualcosa era cambiato in lui. Barba e capelli sembravano più lunghi, a malapena si riusciva adesso a scorgere il suo sguardo e il naso. Non solo, adesso che era illuminato di fronte dalle lampade al neon, era chiaro che si trattava di un quarantenne, anche piuttosto attempato. Dal folto di quella zazzera spuntavano diversi capelli bianchi, che scivolavano ai lati della testa striando di chiaro la folta chioma nera. Cristina indietreggiò.
«Non potete andare via.» Disse l'uomo. Loro rimasero in silenzio, così lui riprese a parlare.
«Mi chiamo Anacleto, e sono un ladro.» Aggiunse.
(continua)

Drizzit 20

Non so se questa striscia aiuti meglio a comprendere la psicologia di Dotto, o quella di Katy Brie. In ogni caso, mi piace la dinamica di queste tre vignette, tanto che ho voluto ridisegnare la posizione di Dotto in tutte e tre, senza usare il solito copia+incolla.
A proposito oggi è il mio compleanno. Non avrei dovuto pubblicare Drizzit, prendetelo come una sorta di regalo di compleanno, ma al contrario. :)

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