lunedì, agosto 09, 2010

Marco 1

Le strade erano affollate, come se fosse stato indetto un carnevale improvvisato, e la marea delle famiglie inchiodate nelle case dal ripetersi della quotidianità avesse deciso di riversarsi nelle strade per riprendersi quel poco di felicità che gli sarebbe spettata. I meno impreparati avevano sollevato grossi cartelli sui quali erano stati fatti scivolare i colori sintetici di bombolette spray, segnando su legno, cartone o lenzuola di stoffa l'approvazione per quanto stava per accadere. Un fatto straordinario, che aveva meritato l'apertura di tutti i notiziari sin dal giorno prima. Dopo decenni di architettura e costruzioni su ordinazione, un edificio sarebbe di nuovo venuto al mondo in modo naturale. La stampa assediava le balconate, e braccia meccaniche di gru noleggiate per l'occasione emergevano dalla massa in agitazione, sollevando in alto le telecamere. Il rumore degli elicotteri rimbombava tra le finestre sciogliendosi nei cori dei manifestanti. Qualcuno aveva appeso un grosso quadrato di stoffa sulla rete di recinzione del campo di calcio, e sopra a colpi di pennello, c'era scritto: meno edifici, più case!
Marco si nascondeva dietro la sua cassetta degli attrezzi, una grossa scatola di metallo laccata di rosso, le cui cassettiere erano piene di pinze, morsetti, cacciaviti e nastro isolante. Marco era un elettricista, ed era stato chiamato d'urgenza sul posto. Sudava, faceva caldo, il taxi procedeva lentamente e il sole picchiava sulle lamiere della vettura infuocandole. I capelli biondicci gli si erano appiccicati alla fronte, gli occhiali erano appannati e non sapeva bene come si fossero sporcati. Ma non osava aprire il finestrino. Teneva la cassetta degli attrezzi sulle ginocchia, abbracciandola come se si trattasse di un salvagente in alto mare, e deglutendo si ripeteva di aver fatto proprio male a lasciare il numero di telefono a Pietro, l'assessore all'urbanistica. Che poi da qualche mese era suo cognato, quindi non è che avesse avuto molta scelta.
«Toglietevi di mezzo, teste di cazzo!» Gridava il tassista, un omaccione dalla pelle scura, forse di origini indiane, che imprecava in dialetto meglio di come Marco aveva sentito fare al più radicato dei suoi amici romani. «Di questo passo non arriveremo mai... vuole scendere e farsela a piedi?» Gli domandò, voltandosi indietro.
«Santo cielo, no!» Rispose Marco, stringendo ancora di più la vecchia cassetta degli attrezzi. Scendere dalla macchina? Sarebbe stato risucchiato dalla risacca e avrebbe vagato nella folla fino a quando la folla stessa non avrebbe deciso di sputarlo via su un marciapiede a caso. I manifestanti si accalcavano contro le portiere ballando e gridando. La città era impazzita.

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