mercoledì, novembre 03, 2010

Aurora

Questo è l'incipit di un lungo racconto che sto scrivendo. Non so ancora come va a finire, ma le elucubrazioni attorno al silenzio, inteso come stato di stasi, sono interessanti. Questa è la prima stesura, quindi sarà piena di errori, ma chissenefrega.

Dopo una lunga serie di trambusti, la casa sembrò sprofondare nel silenzio più assoluto. Aurora girò pagina, continuando a leggere come se fosse giunto un angelo a fermare il mondo, e finché il silenzio fosse rimasto a coccolarla niente sarebbe andato avanti. Né indietro.
Il libro era delizioso, ne aveva assaporato le prima cinquanta pagine, ed era curiosa di sapere come sarebbe andato avanti. Ma era difficile concentrarsi, con tutto quel baccano. Il vento freddo autunnale spingeva la pioggia contro il vetro della finestra della sua camera, con forza. Tuoni e lampi le impedivano di sospendere per sempre la percezione della realtà, e perdersi tra le righe. E i suoi genitori avevano continuato a litigare per ore e ore. Ma all'improvviso tutto si era cristallizzato, tutto era rimasto sospeso. La pioggia, il vento, i tuoni, i lampi e le grida rabbiose. Una pausa, neanche possedesse l'ipod nel quale è stato caricato il mondo, e avesse premuto stop.
Si rese conto che aveva girato pagina da qualche minuto, e con lo sguardo era giunta fino in fondo, ma nulla di quello che aveva letto le era rimasto in testa. Capitava, a volte. Leggeva, ma le parole, pur formando frasi di senso compiuto, e anche se quel senso veniva registrato dalla mente, scivolavano via, forse dalle orecchie oppure nella gola fino allo stomaco. Sparivano, si dissolvevano senza lasciare traccia. Era giunta alla fine della pagina e non ricordava cosa avesse letto.
Tornò con gli occhi in cima alla pagina. Il mondo era ancora in pausa, il silenzio si protraeva contro ogni sua più rosea previsione. Sentì raspare sotto il letto. Luce era spaventata.
«Luce vieni fuori. – disse, senza staccare gli occhi dalla prima parola della pagina – Luce, vieni qui da me.»
Il gatto tirò fuori la testa dalle coperte, ammucchiate a terra vicino al letto. Si era rifugiata lì sotto per colpa del temporale. Luce odiava i tuoni, così come i tuoni odiano la luce. Per questo i tuoni arrivano in ritardo, perché hanno paura a comparire assieme ai lampi.
Il gatto miagolò. Aurora sbuffò, e poggiò il libro sul letto. Con entrambe le mani afferrò il gatto e lo mise in piedi sul letto. Il gatto restò curvo per qualche secondo, come se la sua spina dorsale dovesse riprendere la forma precedente, dopo essere stata deformata nel sollevamento.
«Non avrai mica paura anche del silenzio?» Chiese Aurora.
Aurora aveva solo quindici anni, ma su tante delle cose del mondo si era già fatta un'idea precisa. Ad esempio sul perché i gatti non parlano. Non parlano perché non ne hanno bisogno. Cioè è chiaro che avrebbero potuto imparare a parlare, nel corso dei millenni, come ha fatto l'uomo. Ma ad un certo punto della storia, probabilmente qualche milione di anni fa, devono essersi resi conto che parlare non serviva a un cazzo. Allora ci avevano rinunciato. Così mentre l'uomo si impegnava a modulare i primi suoni gutturali per chiedere le cose, loro avevano imparato a ottenerle senza dire niente, o magari facendo solo: miao.
«Siediti qui.» Disse Aurora al gatto. Ma lui se ne fregò. Girò attorno ai piedi della ragazzina e si sdraiò sul fianco opposto del letto. Aurora riprese il libro.
La porta della camera si scosse. Qualcuno cercava di entrare, ruotando con forza la maniglia. Aurora sentì la voce del padre, che bestemmiava incazzato. La maniglia tintinnava e cigolava penosamente mentre qualcuno tentava di forzarla così brutalmente. Sembrava che gemesse, chiedendo pietà. «Non è colpa mia! E' la serratura! La serratura è chiusa dall'interno, l'ha chiusa Aurora! Aurora si chiude sempre in camera quando legge! Aiuto! Aiuto!»
Un colpo violento fece tremare addirittura le pareti della cameretta. Le piccole bambole allineate sugli scaffali di fianco alla porta caddero a faccia avanti sul tappeto rosa. Il papà stava prendendo a spallate la porta. Aveva smesso di prendersela con la maniglia, aveva scelto un avversario più grosso, ma non meno tenace. Bestemmiava ancora, se possibile con una rabbia maggiore. Poi si rivolse a lei.
«Aurora! Apri questa cazzo di porta o ti faccio il culo! Apri questa cazzo di porta!»
Magari se l'avesse chiesto prima di dare di matto, Aurora l'avrebbe accontentato. Ma adesso no, non se lo sognava nemmeno. Stranamente Luce non sembrava agitato. Guardava fisso verso la porta, placido, quasi sonnacchioso. Aveva paura dei tuoni, le bestemmie non lo colpivano. Aurora invece era agitata, il cuore le batteva forte in gola, lasciò cadere a terra il libro. Perse il segno.
«Aurora se non apri questa cazzo di porta, ti giuro che la sfondo!» Gridò il padre.
Ogni tanto capitava che fosse arrabbiato. Anzi furioso. Si alterava per un niente, e se non c'era sua madre a calmarlo subito, la furia di un attimo poteva protrarsi per tutto il giorno, tormentosa e insensata. Allora per calmarlo bisognava che si sfogasse, e se non c'era niente per sfogarsi finiva per picchiare la mamma. Niente di grave, un manrovescio, un calcio. Però qualche volta la spingeva contro un mobile o la faceva cadere. Insomma non è che la mamma se la cavasse con poco. Quando la vedeva a terra, inerme, che piangeva, la sua rabbia evaporava. Usciva di casa, e tornava con le scuse. E magari anche due pizze.
Ecco, il silenzio era finito. La pioggia aveva ripreso a scrosciare. Vento, lampi e tuoni. La porta e suo padre che cercava di sfondarla a spallate. Aurora prese Luce tra le braccia. Il gatto tentò di divincolarsi, ma la ragazza se lo poggiò sulle ginocchia a prese ad accarezzarlo. Nonostante la pioggia, il vento, i lampi, i tuoni e le vigorose spallate che il papà vibrava alla porta, Luce si abbandonò in grembo alla ragazzina. Caddero due piccoli omini della thun, rubicondi e sorridenti. I loro cocci schizzarono ovunque, sul pavimento. Aurora ne vide uno infilarsi in una delle sue ciabatte di snoopy. Cadde la sveglia, cozzando pesantemente sulla scrivania. Caddero il portafoto di lupo alberto e quello d'argento che Aurora aveva ricevuto in regalo per la cresima. L'ennesima forte scossa fece ribaltare la tazza colma di matite che Aurora teneva sulla scrivania. Tutto si rovesciò tra i quaderni, sulla sedia, e sul tappeto.
«Papà, smettila!» Urlò Aurora.
Il papà smise. Sentì i passi di suo padre allontanarsi riecheggiando, giù per le scale. Per quella sera l'aveva scampata, ma chissà come stava la mamma. Aurora aveva troppa paura per scendere e andare a controllare. Si guardò attorno spaurita. Nella stanza sembrava essere passato un tornado. Luce scese dal letto e iniziò a giocare con tutto quello che era caduto in terra. Lei allungò la mano e raggiunse il libro. Con le mani ancora tremanti per la tensione e lo spavento, voltò le pagine in cerca del segno che aveva perso e lo ritrovò, cinquanta pagine oltre la copertina, qualcosa più, qualcosa meno.
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