mercoledì, maggio 02, 2007

«NOI, CATTOLICI, TIFIAMO DICO»

Il Manifesto / Politica e Società

Un viaggio tra i credenti della città di Bagnasco

Un caposcout, un'attivista delle Acli, un sindacalista in pensione divorziato, una donna che insegna ai ragazzi, una lesbica. Accomunati dalla fede cattolica. E dal no al Family day

di Alessandra Fava

Genova - Che cosa hanno in comune un capo scout, un'attivista delle Acli, un sindacalista in pensione divorziato ma credente, una credente che si occupa di formazione degli adolescenti e una cattolica omosessuale? Dicono tutti peste e corna del Family day, della propaganda contro i Dico e degli attacchi a conviventi e omosessuali. La cosa strana è che li abbiamo pescati a caso nella città del presidente della Cei, l'arcivescovo Angelo Bagnasco: Genova. E in più alcuni di loro appartengono proprio alle associazioni che promuovono la giornata a favore della famiglia.

«Non condivido il Family day e non ci vado - dice con fermezza Chiara T., 46 anni, impegnata nelle Acli, che in un documento nazionale hanno ribadito la necessità di un «sostegno concreto» alle famiglie invece di tante parole - Ritengo che il Family day possa essere interpretato come una manifestazione contro il governo o contro i Dico. Soprattutto si rischia di travisare l'appoggio alla famiglia. Perché famiglie ce ne sono tante. Ho un'amica che vive con una donna e non può andare a trovarla in ospedale, mi sembra che questo sia penalizzante. Forse non posso chiamarla famiglia, magari organizzazione di gruppo? Però le tutele civili vanno date. Dopo di che la religione cattolica faccia il suo mestiere senza dare diktat ai politici e tirare le orecchie ai non credenti. Insomma, se dovessi riassumere dico (e si mette a ridere, ndr) sì alla famiglia e no alla negazione dell'accoglienza, quindi dico sì ai Dico».

Marina M. è un'altra credente praticante. In parrocchia sin da piccola, poi attiva nei gruppi, ora fa volontariato nella comunità cattolica del quartiere dove vive. 46 anni, sposata felicemente con un figlio, si occupa di progetti di formazione per gli adolescenti. «La fede è un impegno civile e quotidiano», ti dice per prima cosa. Perciò «il fatto che la struttura ecclesiastica imponga delle scelte come se chi crede non fosse in grado di decidere autonomamente, dà addosso. Si cerca di essere coerenti, ma poi la vita ti porta su strade che magari non avevi immaginato. Se uno viene lasciato dalla moglie e poi a fatica ritrova una donna, allora diventa una colpa? Finisce che per difendere un valore limito la libertà dell'altro. A volte preferisco definirmi più cristiana che cattolica», butta lì quasi per caso, ma si capisce che è qualcosa a cui pensa da tempo. Sui Dico è positiva: «Ben venga la regolarizzazione di queste situazioni, i Dico sono sacrosanti. Poi ognuno è libero di scegliere». Sul Family day non sarà della partita neppure lei: «Io non ci vado. Se fosse una manifestazione a sostegno della famiglia, sulla difficoltà e i disagi che viviamo tutti i giorni, sui valori da dare ai figli e soprattutto si pensasse ad aiuti concreti che vadano incontro ai tempi delle donne, allora avrebbe un senso. Ma se è un sit-in contro chi convive che senso ha? La famiglia è il nucleo centrale della società, siamo d'accordo. Ma tutto dipende dai valori di chi la forma. Vogliamo accettare solo quella col bollino blu?». Quel che colpisce nel «non giudicare» di Marina come di altri, è che anche lei fa un caso pratico: «Ho un'amica che ha convissuto per vent'anni con un uomo e quando lui è morto non ha potuto dire una parola sul luogo della sua sepoltura».

«La scelta di andare o meno al Family day viene lasciata a ogni singolo gruppo come si fa per la marcia della pace Perugia-Assisi» : Giovanni P., 28 anni, caposcout alle prese con adolescenti, preferisce glissare, ma dai discorsi che fa capisci che non ci andrà neppure lui. «Si parla tanto di famiglia ma ci si interroga poco su che cosa la famiglia dovrebbe offrire ai figli. La famiglia io la vorrei accogliente, aperta, progettuale. Mi sembra più importante che due creino una famiglia con dei valori piuttosto che siano sposati. Vogliamo una comunità in cui i figli crescano e possano fare delle scelte oppure mettiamo un timbro o andiamo in chiesa a fare una pagliacciata? Confetti, vestito e ciao. Invece ci si concentra sui cavilli, e sul Family day e i Dico si alzano troppo i toni. Ma se la famiglia sfasciata esiste, non è facendo i Dico che viene meno la famiglia. Perché famiglia è più una scelta che lo sposarsi». Giovanni non si definirebbe «cattolico del dissenso», però racconta il disagio di tanti credenti davanti alle prese di posizione della Chiesa contro i gay: «Due omosessuali hanno già tanti problemi, magari trovano anche preti che li stanno a sentire, ma l'atteggiamento generale è puntare il dito. Forse Gesù Cristo avrebbe fatto qualcos'altro» .

Angelo Sottanis, ex sindacalista Cgil, ha fatto una scelta, che lui chiama «piccola ritorsione». Lui e i suoi genitori dallo scorso anno hanno scelto di versare l'8 per mille alla Chiesa valdese. 57 anni, due figlie, una moglie da cui è separato da 12 anni e una donna con cui vive, Angelo dice: «Sono un credente, anche se al momento riesco ad ascoltare solo un paio di preti». «Quando ho conosciuto quella che poi è diventata mia moglie mi sono sposato in comune - continua con foga - poi man mano le figlie battezzate andavano a catechismo, anche noi abbiamo iniziato a frequentare la parrocchia e siamo diventati credenti. Alla fine ci siamo sposati in chiesa con le mie due bambine accanto. Poi ci siamo separati. Ora mi trovo in una situazione strana: sui Dico sono incazzatissimo e mi chiedo come mai la chiesa si ponga così. Voglio i diritti per tutti, non mi sento di dire che l'omosessualità è una malattia. Quanto alla famiglia, come sappiamo se hai tempo e soldi la Sacra rota annulla qualunque matrimonio. Basta raccontare due palle. Allora è tutta un'ipocrisia! Da credente penso che la fede vada al di là delle gerarchie e detesto le convenzioni».

«Passo da una chiesa ogni tanto quando non ci sono le messe e prego»: come tanti omosessuali credenti anche Paola N., 38 anni, separata con tre figli, si sente esclusa. Laureata in filosofia con un baccellierato in teologia, Paola da quattro anni ha una relazione affettiva con una compagna con cui gestisce una scuola materna. «Al Family day non ci andrei perché non mi piacciono i movimenti di massa, si è trovato un modo per strumentalizzare la gente. Quanto penso alla famiglia, mi immagino una famiglia larga, in cui ci possa essere una condivisione fra generazioni. Sogno la mia famiglia, le mie sorelle, quelle della mia compagna, mia madre, tutti insieme, con apertura mentale. Ma la società non ce lo permette».

Sui Dico che tanti omosessuali bollano con un no come facsimile dei Pacs o peggio, Paola dice: «Non sto a discutere sulle proposte di legge. Però due persone eterosessuali hanno la possibilità di stabilire un patto che preveda anche una separazione, mentre agli omosessuali questo viene negato. Adotti un figlio, hai una casa in affitto, hai un'eredità, oppure due donne hanno avuto un figlio con la fecondazione artificiale, vanno studiati i modi per normare tutto questo. E se dai una forma giuridica a un'unione, la devi dare anche a una possibile separazione futura».

Viene in mentre un omosessuale dichiarato ventenne che recentemente a una manifestazione per la laicità in piazza De Ferrari girava con un cartello «Scortatemi, mi sento minacciato da Bagnasco». Paola non andrebbe mai in giro con un cartello, eppure «di pregiudizi ne viviamo impregnati, tirati fuori con più o meno prudenza, una prudenza prevalentemente nascosta».

Di Bagnasco o Ruini non fa neppure i nomi: «Ho sempre creduto di più nella forza delle piccole comunità come Taizè più che nelle istituzioni - dice - Certo c'è un tradimento di base. Gesù aveva detto si abbatte il tempio e invece da Costantino in avanti si è consolidata una struttura politica e di potere. Eppure son convinta che la Chiesa non sia quella che si legge sui giornali o quella delle grandi adunate a piazza San Pietro o con i microfoni in occasione della messa per l'arrivo del nuovo vescovo. La verità è che i vertici della Chiesa hanno un'estrema paura e perciò diventano intransigenti. La Chiesa è stata culla delle peggiori perversioni e oggi si maschera per paura. Sai che cosa sogno? Una messa in silenzio».
Posta un commento