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sabato, novembre 26, 2011

Ma i cacciatori di vampiri sono ancora discriminati

Apro la pagina de Il Fatto Quotidiano e ci trovo le dichiarazioni di Padre Amorth, noto esorcista. Manco ve le sto a riportare, se volete farvi due ristate potete andare direttamente sul pezzo e leggervele. Però di riflesso resto indignato.

Il punto è questo: quasi la prima cosa che ha fatto Ratzinger quando è diventato Papa, è stato elogiare l'operato degli esorcisti e ribadire l'importanza del loro ministero. Gli esorcisti, capite? Gente che studia come scacciare i demoni. O meglio come scacciare Satana. Dai corpi della gente. Il Papa ha benedetto il loro operato. Persone come Padre Amorth vanno in giro a dire che scacciano i demoni dal corpo delle persone, anzi ci sono corsi apposta per prepararti a certe pratiche. Adesso io non so come la pensate voi, ma secondo me sono cazzate.
Come il sangue di San Gennaro. Mettetevi l'anima in pace: è una mistura chimica che si può riprodurre tranquillamente in laboratorio e che si scioglie agitandola un pochino.
Come le madonnine di coccio che piangono. Qualcuno va lì e ci mette il sangue, poi dice che piangono, ma quando si chiede di fare analisi del sangue comparative ai membri della parrocchia il permesso viene negato.
Come le stigmate di Padre Pio. Se le faceva da solo, probabilmente, e grazie a questo saggio espediente adesso il suo santuario vende più monili di quanto l'ikea venda comodini.

Il bello è che le stesse persone che credono a queste cazzate, poi con la faccia come il culo, vanno in televisione a dire che gli oroscopi, la cartomanzia, gli amuleti di Wanna Marchi sono frodi e magari anche circonvenzione di incapaci a scopo di lucro. Insomma non vedo come un prete che crede nelle madonnine di coccio che piangono sangue possa andare in televisione e dire che non si deve credere nella cartomanzia. Sono lo stesso tipo di stronzate. Non è che siccome la prima è promossa dal Vaticano allora è meno stronzata di quella portata avanti da una piccola azienda di Napoli che va in onda su satellite.

Comunque quello che mi indigna, alla fine, non è nemmeno questa ipocrisia. Quello che mi indigna davvero, è la mancanza di rispetto nei confronti di altre nobili professioni, come i cacciatori di vampiri, gli sterminatori di zombi, e gli uccisori di lupi mannari. Perché il Papa tollera (ma che dico? benedice!) il ministero degli esorcisti, e nessuno rivolge mai una parola di conforto o di elogio nei confronti degli altri loro colleghi? Poveretti... costretti a lavorare nel buio, non supportati ufficialmente dalla Chiesa che quindi non rigira loro nemmeno una fetta dell'8 per mille... Ma io dico, è mai possibile? ...amici della Chiesa Valdese, almeno voi, due parole anche a loro, le volete dire?

sabato, novembre 19, 2011

La Santa Cresta

Girando nelle chiese, sopra qualche altare all'ombra di un paio di colonne, è facile imbattersi negli opuscoli (inclusivi di bollettino prestampato) che invitano a donare per il sostentamento dei sacerdoti. Avendo tra le mie conoscenze qualche sacerdote, so quanto la Chiesa passa loro di stipendio, ed è obiettivamente poco. Perciò ho sempre pensato che ai sacerdoti venga distribuito quanto si può, e niente di più, né di meno.

Poi mi viene segnalato questo articolo su l'Espresso, e mi cadono le braccia. Solo con l'8x1000, alla Chiesa viene destinato (esclusivamente per il sostentamento dei sacerdoti, non per altro) tre volte tanto quanto effettivamente rigira loro. Insomma già solo con quello potrebbe triplicare il loro stipendio. Non che ce ne sia bisogno, visto che comunque le parrocchie, tra donazioni e altri introiti, se la cavano bene (non ho mai visto un sacerdote patire la fame).

"Trentunomila e 478 euro virgola qualcosa. E' la somma che lo Stato, quindi l'intera platea dei contribuenti, ha versato nel 2010 per il mantenimento di ognuno dei 33 mila e 896 sacerdoti in servizio attivo nelle diocesi del Paese. Il totale fa un miliardo e 67 milioni di euro, l'importo del cosiddetto 8 per mille (salito nel 2011 a un miliardo, 118 milioni, 677 mila, 543 euro e 49 centesimi). E l'assegno l'ha incassato la Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale. Che poi a ciascuno di quei preti ha girato direttamente solo 10.541 euro, un terzo di quanto ha stipato nei propri forzieri. L'espressione è un po' forte, ma i numeri sono numeri: e dicono che i vescovi fanno la cresta sullo stipendio dei loro sottoposti."

Ma allora mi chiedo, a che cazzo servono quei bollettini?

lunedì, febbraio 28, 2011

L'Italia e la crisi in Libia

"La Libia sta sprofondando in una paurosa guerra civile. La dittatura di Gheddafi, che dura da 41 anni, sta mostrando il suo vero volto, disumano e feroce. “I manifestanti sono ratti pagati dai servizi stranieri. Una vergogna per le loro famiglie e le loro tribù. Andate a sterminarli!” - ha detto il rais, nel suo discorso televisivo del 21 febbraio scorso. Invitava così i suoi soldati , i suoi fedeli e le migliaia di mercenari africani a sterminare i ‘rivoltosi’. Si parla ormai di oltre diecimila persone massacrate in questa tragica repressione ordinata da uno dei più spietati dittatori d’Africa. Eppure i manifestanti libici chiedono solo pane, dignità e democrazia (seguendo l’esempio dei tunisini e poi degli egiziani).
Infatti, nonostante le immense ricchezze finanziarie derivanti dal petrolio, la disoccupazione giovanile è arrivata al 30%. Si stima che 70 miliardi di dollari siano finiti nelle tasche del dittatore di cui 1,1 miliardi sono investiti nella nostra banca Unicredit. Un abisso tra pochi ricchissimi e moti poveri. Per di più, il popolo libico non ha mai sperimentato la democrazia, nonostante il linguaggio rivoluzionario e populista di Gheddafi e del suo “Libro Verde”. La conseguenza è tragica: la Libia, oggi, invece che ‘verde’ è diventata ‘rossa’ con il sangue dei suoi figli massacrati.

Davanti a questa tragedia noi italiani dobbiamo chiederci quali siano le nostre responsabilità. Noi siamo profondamente legati alla Libia sia perché siamo quasi vicini di casa, sia perché abbiamo colonizzato quel paese. Un colonialismo brutale il nostro, soprattutto in Cirenaica dove Omar-el-Mukhtar (“il leone del deserto”), ha guidato la resistenza contro il nostro esercito. Non possiamo dimenticare che noi italiani abbiamo impiccato o fucilato, in quel periodo, almeno 100mila libici su una popolazione di 900mila abitanti: un vero e proprio genocidio!
Quando Gheddafi salì al potere, pretese che l’Italia pagasse quel debito coloniale. Fu il governo Berlusconi a pagarlo: 5 miliardi di euro con la condizione che la Libia bloccasse l’immigrazione africana. Il 5 gennaio 2009 il Senato italiano ha approvato il Trattato di amicizia italo-libico. Come ha potuto l’Italia firmare un trattato con un dittatore come Gheddafi che non rispetta i diritti umani? Basterebbe vedere quello che Gheddafi ha fatto agli immigrati respinti dall’Italia e da lui rimandati poi a morire o nel deserto o nei loro paesi.
Adesso il nostro paese si trova a fronteggiare una “duplice invasione” sia degli immigrati africani intrappolati in Libia che tentano di nuovo la traversata sia dei profughi libici che scappano dalla loro patria in fiamme. E del loro inferno siamo in parte responsabili perché abbiamo armato fino ai denti il rais libico. Difatti, molti degli elicotteri che sono stati usati per uccidere i manifestanti sono stati importati dall’Italia. Nel 2009 le esportazioni belliche italiane in Libia hanno raggiunto una cifra incredibile: 112 milioni di euro. Nei due anni 2008-2009, abbiamo esportato in Libia armi per oltre 205 milioni di euro, con la Finmeccanica che ha fatto la parte del leone (ricordiamoci che la Libia è diventata la seconda azionista di Finmeccanica).

Per questo chiediamo:
- accoglienza per tutti quelli che fuggono da questa guerra;
- di fare pressione sul nostro Governo affinché sospenda il Trattato di amicizia italo-libica;
- di sospendere la vendita di armi alla Libia e a tutti i paesi del Nord-Africa (come già proposto dai governi inglese, francese e tedesco);
- che l’Unione Europea non eriga un muro di navi militari in mezzo al mare per bloccare gli immigrati in arrivo;
- che il nostro Governo e l’Unione Europea si prodighino a far sì che in Libia possa finalmente trionfare la democrazia, il rispetto dei diritti umani e la pace."

lunedì, gennaio 03, 2011

Sui sacerdoti che non fanno politica

Il vescovo di Bologna ha ammonito i sacerdoti intimandoli di non fare politica. Un sacerdote che non fa politica, non serve a un cazzo. Ovviamente la "politica" non è scegliere un partito e allinearsi a quello che il partito ti dice. Quella non è politica, quello è vendersi il culo. E' quello che fanno i politici di oggi. E a giudicare da chi siede in parlamento, direi che funziona.

La politica invece è quella cosa nobile che si traduce con il darsi da fare per il bene di tutti. Il bene di tutti, esatto. Gesù faceva politica. Parlava solo di questo, del bene di tutti, da mattina a sera. I ricchi non andranno in paradiso. Non giudicare. Beati gli umili. Perdona. Non fare al prossimo tuo quello che non vuoi sia fatto a te stesso. Questa è politica. Se un domani un partito qualsiasi dicesse: a noi piace che ognuno si possa arricchire senza nessun limite, ci piace dividere i buoni dai cattivi secondo i nostri princìpi, sappiamo di essere i migliori, siamo a favore della condanna a morte e del carcere a fini di punizione, e appoggiamo la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Ecco, quel partito sarebbe contro il messaggio evangelico, sarebbe contro il messaggio di Gesù. Oltre che contro un paio e forse più di articoli della nostra Costituzione. Allora bisognerebbe forse dire a Gesù: ehi stai facendo politica! Vaffanculo! ...io non credo.

E non credo nemmeno a quei sacerdoti "cerchiobottisti" che scambiano l'amore cristiano con il quieto vivere. Schierarsi è cristiano. Indignarsi è cristiano. Anche incazzarsi è cristiano. Se Gesù ha preso un randello e ha sparecchiato il tempio dai mercanti, allora un sacerdote può incazzarsi se le politiche di un tale partito sono contrarie ai valori in cui crede e che ha promesso di testimoniare. Se Gesù guardando il fico che non produceva frutto ha detto: "basta mi hai rotto le balle!" e l'ha seccato, allora un sacerdote può dire "basta mi avete rotto le balle!" a chiunque abusi del potere per impoverire il popolo e farsi i cazzi suoi.
Un prete che non fa politica, è sale che ha perso il suo sapore.
Don Milani era un prete, Don Tonino Bello era un prete, Don Primo Mazzolari era un prete. Non dicevano: non votate questo, votate quest'altro. Facevano politica però, eccome se la facevano!

Possiamo discutere sulla qualità della politica fatta dai preti. Ad esempio se Ratzinger dicesse: non votate questo partito perché è a favore della fecondazione assistita, io gli risponderei: ma vaffanculo. Perché secondo me la fecondazione assistita non solo non è contraria agli insegnamenti di Gesù, ma addirittura li concretizza. E questo è un esempio. Ma non mi permetterei mai di dire a Ratzinger: devi stare zitto. Ratzinger ha la sua idea di cosa è giusto e cosa è sbagliato. La esprime. Bene. Tanti cristiani scambiano la fede per la religione, e l'essere fedeli con l'essere obbedienti, gli danno retta. Sticazzi. Il problema sono questo tipo di fedeli, non quello che dice il Papa. Il Papa deve fare politica, perché se non facesse politica non servirebbe a niente. E i sacerdoti devono farla parimenti, senza allinearsi a nulla se non all'esempio di Gesù, e possibilmente (ma questa è la mia modesta opinione) anteponendo quello alle stronzate secolari della Chiesa.

sabato, dicembre 18, 2010

Vaffanculo la governabilità

Fa freddo, ieri a Bracciano ha nevicato. Sto chiuso in casa e scrivo, ho in mente un progetto malsano, quello di dare il via a una serie di pubblicazioni per finanziare la (seconda) rinascita della Gilda del Drago Nero, l'associazione ludico-culturale che da tanti anni io e un gruppo di amici stiamo cercando di portare avanti e sostenere.

Nel frattempo mi capita di poggiare gli occhi su una lettera, scritta da Don Paolo Farinella, in risposta alle parole di Bagnasco che in nome di una presunta esigenza di "governabilità" consiglia di lasciare perdere il terzo polo e sostenere il governo. L'ho letta con gusto, rincuorato dal fatto che esistono ancora dei preti (con la p minuscola) che si distinguono dai Preti (con la P maiuscola) che invece di seguire il Vangelo perseguono altro. Vi invito caldamente a leggerla.

Dopodiché mi sento obbligato a parlare di governabilità. La mia opinione è che "governabilità" sia una parola inventata (per dirla come i Gemboy). Forse non è inventata, forse fa parte dell'insieme di quelle parole il cui significato è stato piegato e distorto, finché non ha assunto la forma di una menzogna. Un po' come quando per darsi un tono si usa "piuttosto" al posto di "invece" quando le due cose hanno significato diverso, ma siccome lo fanno tutti e fa pure fico, "piuttosto" (che significa "meglio che") è diventato "invece". Piano piano si perderà il senso originale della parola, i vocabolari si aggiorneranno e piuttosto sarà sinonimo di invece.
Allo stesso modo, "governabilità", che significa capacità di governare, è diventato lentamente simile a "dittatura del governo", che significa che chi sta al governo fa il cazzo che gli pare.

Spero che chiunque viva in Italia e abbia diritto di voto si renda conto che attualmente in Italia vige uno stato di formale dittatura del governo. Se qualcuno non se n'è reso conto glielo spiego. Arriva il ministro Tizio, presenta la legge in parlamento, la legge viene discussa (in realtà chi non è d'accordo esprime dissenso e propone mozioni), finché non si chiede la fiducia, e cioè o la legge passa o andiamo tutti a casa. La maggioranza a quel punto, che ha sempre grazie all'attuale legge elettorale almeno il 50%+1 del parlamento, vota compatta e fa passare la legge, buttando nel cesso qualsiasi discussione o proposta di modifica. Ultimamente si è addirittura giunti all'acquisto di deputati al fine di potenziare il proprio palco voti, quando si rischia di non essere compatti a votare una legge. Insomma siamo alla formale dittatura del governo, che propone le leggi, e le approva senza nessuna discussione. Resta la firma del presidente della repubblica ed eventualmente la corte costituzionale a garantire che una legga non sia una merdata completa. Ma solitamente il presidente è eletto in modo da essere meno sveglio possibile ed è ormai usanza che sia ripetutamente coinvolto nelle formulazioni delle leggi (gliele portano a visionare prima, così quando vengono approvate non può più dire: 'sta legge fa schifo). La corte costituzionale infine impiega del tempo a valutare una legge, e quella magari è già entrata in vigore e ha fatto qualche danno. E soprattutto, non è compito della corte costituzionale valutare se una legge è una merda o no, lì valutano solo se è costituzionale o meno, quindi una legge che fa schifo ma rispetta la costituzione potrebbe passare lo stesso. Chi deve valutare se una legge è fatta nell'interesse del popolo o per altri interessi? Il parlamento, appunto, che però non lo fa più.

Sarebbe ora quindi che la smettessimo di chiamare governabilità la dittatura del governo. Governabilità è quando una legge può compiere il suo iter e venire approvata nella sua forma migliore (per il popolo, vale la pena ricordarlo, il governo lavora per il popolo). Questo governo, e quelli prima e prima ancora... ma questo in particolare, vuole fare quello che vuole, e quindi continua a tirare fuori questa presenta governabilità.

Ma sapete come si ripristina veramente la governabilità? Ridando potere e dignità al parlamento. Potere, cioè smettendola di approvare le leggi con il metodo della fiducia, che la nostra costituzione dice di adottare solo in casi estremi. Dignità, cominciando a proporre leggi che davvero siano a favore degli Italiani, anziché di piccoli gruppi di interesse, dei ricchi, dei politici stessi, dei gruppi bancari, e delle mega aziende in mano ai privati. Il nostro parlamento dovrebbe essere il luogo privilegiato della discussione costruttiva, del dialogo fra opinioni opposte, della costruzione di leggi che faranno il bene e il futuro del paese e dei suoi cittadini. Affinché lo sia, così come era stato creato dai padri costituenti, occorre che siano cacciati dalle camere tutti coloro che sono lì per interesse, parentela, favori sessuali, economici e politici. Occorre che il cittadino possa decidere chi mandare alla camera, magari tramite una legge elettorale che impedisce ai deputati stessi di circondarsi dei propri amici, leccaculo e amanti senza che il popolo possa dire la sua. E soprattutto occorre che i parlamentari la smettano di fare le leggi, perché le leggi le fa il parlamento, oppure il popolo. La deve smettere il signor Tizio di presentarsi con la legge pronta e farla approvare. Il signor Tizio dovrebbe presentarsi con un'idea di legge, e poi prepararsi a discuterla con tutti. Non dovrebbe esistere la "legge Tizio", è un'aberrazione.

E mettete in calendario le leggi di iniziativa popolare, tutte, immediatamente. Quelle sono le leggi che vanno discusse, emendate e poi approvate in tempi brevissimi. Quella è la governabilità, la democrazia. Bertone, vaffanculo.
Riporto questa frase di Gandhi, che Don Paolo menziona nella sua lettera:
«La disobbedienza civile diviene un dovere sacro quando lo Stato diviene dispotico o, il che è la stessa cosa, corrotto. E un cittadino che scende a patti con un simile Stato è partecipe della sua corruzione e del suo dispotismo».

venerdì, novembre 12, 2010

Lettera di LUIS SEPULVEDA al governo spagnolo

IL PAPA IN SPAGNA: 13.333 euro al minuto


Questo è un mistero tanto grande quanto ilmito della santissima trinità, tuttavia vale la pena porsi qualche domanda al proposito, e me la pongo come cittadino ingannato. Quest’anno, sulla base dei miei introiti dell’anno passato, ho pagato intorno ai 90 mila euro all’erario spagnolo, e di questo non mi lamento ma non solo: mi sembra giusto pagare imposte in quanto pretendo che la scuola pubblica e laica funzioni, che la sanità pubblica funzioni, che il trasporto pubblico funzioni, che la polizia risponda alle mie domande di aiuto in caso di necessità e che la giustizia sia sollecita. Per questo pago. Nella mia dichiarazione dei redditi, al momento di dichiarare quanto ho guadagnato in modo onorevole e senza sfruttare nessuno, ho cancellato, come sempre, il paragrafo mezzo nascosto che, a meno di non usare la lente, consegnerebbe una parte delle mie imposte alla chiesa cattolica spagnola e al Vaticano, a una religione che considero abietta perché lesiva dei diritti del 50% dell’umanità e delle donne, perché copre gli abusi sessuali sui minori commessi da diverse migliaia di degenerati con la sottana,perché rappresenta la parte più rozza e retrograda della società, e perché tutta la sua storia non si distingue in nulla da altre religioni il cui fondamentalismo oggi ci terrorizza. Ossia, non ho autorizzato lo Stato spagnolo e neanche il governo socialista a pagare, con i miei soldi, i 13.333 euro – tredicimilatrecentotrentatre! - che è costato ogni minuto del viaggio papale in Spagna. Se è per pagare il combustibile agli Hercules dell’aviazione, lo faccio conpiacere se si tratta di portare aiuto umanitario in zone che lo necessitino, o per trasportare i generosi volontari che vanno a dare l’esempio della solidarietà sociale, però non ho autorizzato lo Stato spagnolo né il governo socialista a pagare con i miei soldi il trasporto del «papa-mobile», quell’artefatto trasparente come una vetrina dimacellaio dietro al quale si trincera un tipo suppostamente amato. Un calcolo approssimativo dice che la visita papale in Spagna è costata più o meno 29.8 milioni di euro,e che a questa cifra grottesca si dovranno aggiungere gli apporti degli «sponsor» delle messe. Sulla bianca veste dell’ex-militante della Gioventù hitleriana non si leggerà «questa messa la offre il negozio di don Manolo, le migliori lenticchie», né «usate i preservativi Santa Gomita che non vi tradiranno», tuttavia imprenditori anonimi e pieni di soldi, di quelli neanche scalfiti dalla crisi, e banchieri la cui irresponsabilità ha provocato la catastrofe economica, il brodo di coltura in cui la destra spagnola senz’altre idee che eliminare le provvidenze sociali prepara il suo ritorno al potere, si fregano lemani calcolando di quanto defrauderanno l’erario. Era necessaria questa visita? Perché? Sarà che i socialisti hanno abiurato il rigore scientifico dell’economia e confidano solo in unmiracolo per superare la crisi? Qualunque abitante di Spagna sa che basta qualche goccia di veleno verbale del cardinale Rouco Varela, l’arcivescovo di Madrid e il presidente della Conferenza episcopale spagnola, perché i taleban del nazional-cattolicesimo facciano irruzione nelle strade, e se a questo si aggiungono certe riflessioni casuali del leader del Partido popular Mariano Rajoy - «non mi impegno a rispettare la legge sui matrimoni omosessuali» -, è già più che sufficente perché la visita del papa, pagata con le mie imposte e con quelle di tutti coloro che non defraudano il fisco, si sia convertita in un carnevale dell’odio alla libertà, alla costituzione, ai diritti che ci siamo conquistati. Dalla mia condizione di cittadino truffato, mi sono aggiunto a quelli che, alla vigilia, dicevano: «Herr Ratzinger, ich warte nicht auf Sie». Signor Ratzinger, io non l’aspetto.

(Per chi non sapesse chi è Luis Sepulveda, dopo un minuto di vergogna, cliccate qui).

giovedì, giugno 24, 2010

Opinioni eretiche

Estratto dal blog di Piergiorgio Odifreddi, su ilfattoquotidiano.it

In un incontro precedente, sempre a Torino, la sera del 19 settembre 2006, a cena Saramago mi aveva detto: “il mondo sarebbe molto migliore se fossimo tutti atei”. Gli feci scrivere quella frase su un foglio, che tengo da allora appeso nel mio studio. Non mi stupiscono, dunque, gli ottusi e sgraziati necrologi dell’Avvenire e dell’Osservatore Romano contro uno scrittore che non ha mai fatto mistero di pensare della religione tutto il male possibile.
Mi stupiscono invece i più subdoli elogi postumi di altri media “laici” a un pensatore comunista che, in vita, andava sistematicamente a testa bassa contro tutto il sistema che essi quotidianamente difendono. Ora che non c’è più lo schermo di un premio Nobel a difendere e proteggere certe idee, sarà più difficile continuare a leggerle, sia pure magari soltanto citate o bollate come “opinioni eretiche”.

lunedì, novembre 09, 2009

Leggendo Alberoni

Stamattina esco e compro il giornale. Compro il Corriere, perché Manifesto e Fatto non sono in edicola il lunedì. Per un euro mi caricano di mezza Amazzonia, cioè 50 pagine di giornale più corriere economia più corriere motori. Ringrazio madre natura e vado a leggermi il giornale al bar. E in prima pagina trovo Alberoni.

Adesso, io non ho mai considerato Francesco Alberoni una cima, anzi mi pare che di cagate ne scriva parecchie. Ma stavolta vale la pena considerarlo, e non per l'opinione che esprime -del tutto legittima- bensì per come la scrive, e per il fatto che io le stronzate che ho trovato scritte da Alberoni le conoscevo già. Le avevo già sentite al baretto la mattina, durante la fila alle poste, mentre passeggiavo per strada, prendendo un pezzo di pizza sul viale. Sono le stronzate che dicono tutti. I luoghi comuni del paese. Alberoni le sintetizza e le fa proprie con maestria encomiabile, ed ecco che il suo pezzo, in prima pagina sul corriere, diventa la "summa" del sentire italiota generale riguardo l'argomento più "piccante" del momento: crocefisso sì o crocefisso no? Parliamone. Con Alberoni.

Tralasciando il titolo (ve lo lascio scoprire), l'articolo esordisce così:

I giudici di Strasburgo hanno proibito l’esposizione del crocifisso nelle scuole. Alla Turchia proibirebbero la mezzaluna e a Israele la stella di Davide. E già qualcuno chiede di sopprimere il Natale e, con la stessa logica, Yom Kippur e Ra madan. Tutto nel nome della laicità dello Stato.

Innanzitutto notate la parabola ascendente delle prime righe. Suppongo che quella di Alberoni fosse ironia, ma io trovo il tutto davvero grottesco. A Strasburgo decidono che il crocefisso non va esposto nelle scuole (pubbliche, aggiungerei, il privato fa quello che gli pare), e Alberoni suggerisce che allo stesso modo nei paesi musulmani proibirebbero la mezzaluna, e in quelli ebraici la stella di Davide. Beh, forse. Ma solo nelle scuole pubbliche, e solo se lo stato è laico. Strasburgo dice: siccome gli stati europei si dicono laici e la scuola è pubblica (tanto dei cristiani, quanto dei musulmani o dei buddisti, per dire) allora è ingiusto che si esponga il simbolo di un solo credo religioso, anche se è quello professato, almeno sulla carta, dalla maggior parte degli alunni. Non è la stessa cosa che abolire la mezzaluna andare in uno stato dove la scuola pubblica è confessionale, il diritto si basa sul Corano e non c'è una divisione tra stato e religione, caro Alberoni.
Per non parlare poi della colossale cazzata che segue, sull'abolizione del Natale o del Ramadan. Anche qui Alberoni si fa portavoce della banalità e del luogo comune. E aggiunge: "con la stessa logica". Quale stessa logica??? La logica per la quale Strasburgo ritiene che non si debba esporre la croce nelle scuole pubblico, secondo Alberoni, finirà per abolire il Natale??? O Alberoni è un coglione, oppure ha frainteso la logica che c'è dietro alla decisione di Strasburgo. Vedete voi.

In un’Europa multietnica e multireligiosa sono importantissime le vecchie nazioni e le formazioni che vivono attorno a valori, norme, simboli tradizionali. Proibire i loro simboli perché irritano, turbano, danno fastidio a un individuo qualsiasi, significa impedire a intere comunità di continuare a essere se stesse, negare il pluralismo.

E qui siamo al capolavoro del voltafrittate. Secondo Alberoni la sentenza di Strasburgo è contro il pluralismo. Il punto è che Alberoni vive nel dopoguerra, vive in un Italia dove se prendi la metropolitana al mattino non ti ritrovi in un vagone pieno di algerini, marocchini, albanesi, turchi, indiani, cinesi, senegalesi. Vive in un paese dove alle elementari le classi non sono composte per un terzo da figli di immigrati o di stranieri. Vive in una nazione dove gli operai, i manovali e i preti non sono lavori quasi completamente occupati da cittadini che non sono italiani da più di dieci o vent'anni. Dove cazzo vive Alberoni??? Se Alberoni volesse davvero il multiculturalismo, si batterebbe affinché a fianco al crocefisso ci fosse pure la mezzaluna, la stella di Davide, la statua di buddha e perché no, anche Quelo. L'Italia è già multireligiosa e pluralista. Sono le sue aule scolastiche che non lo sono, perché espongono solo un simbolo religioso. E siccome una sfilata di simboli religiosi in ogni aula sarebbe ridicola (anche perché allora l'unico a non essere rispettato sarebbe quello che non è religioso), Strasburgo ha sentenziato: meglio niente simboli religiosi.

La storia ci dice che il pluralismo vie ne negato da tutti coloro che vogliono di struggere il passato per realizzare una utopia. Gli spagnoli hanno annientato le civiltà precolombiane, la Rivoluzione francese ha cambiato persino il nome agli anni e ai mesi. I comunisti sovietici hanno imposto l’ateismo. Negli Stati to talitari islamisti vieni arrestato se mo stri una Bibbia o un Vangelo. L’utopia porta al totalitarismo.

Qui siamo quasi al vertice dell'opera. La corte di Strasburgo viene paragonata a una dittatura assolutista e totalitaria, che vuole imporre il pensiero unico. Se non fosse ridicolo, sarebbe drammatico. Io personalmente ho riso molto, l'ho trovato talmente idiota da essere quasi imbarazzante... In prima pagina sul Corriere!!! Sicché una sentenza che dice essenzialmente che non si può imporre agli alunni di una classe un solo simbolo religioso, meglio non imporne nessuno, diventa per Alberoni un'azione violenta e criminale con la quale si vuole cancellare l'identità di fede di milioni di cittadini. Come commentarla? Proseguiamo oltre. Faccio comunque notare che Alberoni cita ben quattro tipi di assolutismo totalitario e violento del passato e del presente, infilandoci la Rivoluzione Francese come esempio negativo (perché ha cambiato il nome agli anni e ai mesi del calendario, eh già) e "dimenticandosi" degli orrori della shoah. Chissà come mai.

Questo vuol dire che i filosofi, i giuristi dei diritti dell’individuo hanno una mentalità totalitaria? Se vogliono realizzare l’utopia di impedire che qualsiasi in dividuo possa essere turbato dal compor­tamento reale o simbolico di qualsiasi altro sì. Per accontentare tutti devono proibire tutto: gli usi, i costumi, i valori, perfino le lingue degli altri popoli. Mentre i grandi imperi persiano, romano, inglese lasciavano vivere i culti, le tradizioni e le lingue locali, i nostri utopisti sono spietati. Non solo sulle dimensioni dei piselli e delle arance, ma sui simboli religiosi e persino sul linguaggio. In certi Paesi non puoi dire «sesso» ma devi dire «genere» perché qualcuno si offende.

Dopo le cazzate del precedente paragrafo, Alberoni è sicuro che il lettore lo seguirà verso sentieri sempre più illogici e preoccupanti, e si inerpica in una serie di ragionamenti del tutto fuori luogo. Parla di regimi che impediscono alla singola persona di esprimere opinioni, di mostrare simboli, di promuovere i propri valori. Insomma la sentenza di Strasburgo è senza senso, perché se un alunno di un'altra fede religiosa si sente offeso dal crocefisso in aula e questo viene dichiarato illegittimo, poi si passerà ai crocefissi nelle piazze e nelle vie, e poi a quelli nelle case, e poi a quelli che indossiamo!!! OH CIELO!!! Fuggite!!! L'apocalisse!!!
Anche qui, possiamo farci due risate e mandarlo a cagare. Se uno per strada indossa un crocefisso d'oro di mezzo metro al collo, nessuno gli dirà mai niente. E nemmeno se sul balcone di casa sua issa una statua di Cristo di un metro con luminarie che la circondano. E sapete perché? Perché ognuno è libero di fare il cazzo che gli pare, a casa sua, e anche riguardo alla sua persona. Il problema si pone nei locali pubblici, ovvero nei locali che appartengono allo stato e che dovrebbero quindi essere rispettosi di tutti coloro che li frequentano. Adesso andate a spiegarlo a Alberoni, che sta ancora lì, sulla prima pagina del Corriere.

Dopo un totalitarismo giacobino, marxista, nazista e musulmano potrebbe nascere un totalitarismo eurocratico. Sbandierando le sue promesse utopiche, distrugge le istituzioni del passato e impone il suo potere. Ammaestrati dalla storia, cerchiamo di impedire che accada, restiamo vigili e diffidenti. Siamo europei, ma per favore, conserviamo le nostre tradizioni, il nostro linguaggio, sì, perfino le nostre debolezze, i nostri pregiudizi. E se ci impongono a forza qualcosa, diciamo di no.

Il magnifico racconto di fantascienza di Francesco Alberoni si conclude con un richiamo all'orgoglio nazionale, per far fronte all'avanzata del potere di Strasburgo! Strasburgo, che ha tentato di difendere il diritto di ogni alunno di andare in una scuola pubblica e aconfessionale, diventa l'araldo di un nuovo totalitarismo, che dopo quello giacobino, marxista, nazista e musulmano si impone sul diritto degli Italiani di far pesare la "fede nazionale" sugli alunni di ogni confessione! Che magnifica storia. E non dimentichiamo di salvaguardare -si raccomanda Alberoni in chiusura- anche i nostri pregiudizi! Eh, anche quelli sono importanti. Così anche gli altri potranno conservare quello loro su di noi: italiano pizza, mafia e mandolino! Evviva i pregiudizi! Facciamone una bandiera!

Adesso un momento di riflessione. Voglio chiarire una cosa: io in fondo sono favore del crocefisso nelle aule. Cioè, se dovessi decidere qui su due piedi, lo toglierei, ma se si comprendesse meglio cosa rappresenta, non ci vedrei niente di male a lasciarlo lì. E per "quello che rappresenta" non intendo certo la sequela di cazzate che ha vomitato sulla carta Francesco Alberoni. E' che bisognerebbe insegnare agli alunni che il crocefisso non è il simbolo della Santa Romana Ecclesia. E che quando si guarda a quel crocefisso, non dobbiamo pensare al Papa, alle messe solenni o alle processioni con la Madonna in testa alla fila e i ragazzini del catechismo a seguire. Dovremmo pensare a Gesù e al suo esempio. Quel crocefisso raffigura un tizio che è stato inchiodato su una croce di legno perché DUEMILA ANNI FA promuoveva con le parole e con l'esempio cose come la giustizia sociale, la nonviolenza, la fratellanza dei popoli, la pace senza compromessi, e assieme ad essi anche l'anticlericalismo e la laicità dello stato.
L'hanno inchiodato lassù, e dovremmo pensare a questo quando guardiamo un crocefisso. Perché dopo duemila anni, il mondo è ancora lontano da quel suo progettino.

A questo proposito, su tali motivazioni, vi rimando alla lettura dell'articolo di Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano.

sabato, marzo 28, 2009

Ricevo, apprezzo e pubblico

Daniele mi ha spedito questa sua riflessione. La condivido con voi.

Scusate... volevo dire altre 2 paroline sul testamento biologico. Parto da un articolo che è stato inviato alcuni giorni fa e che sottolineava in modo critico il fatto che la nuova legge ribadisse l'indisponibilità (oltrechè l'inviolabilità ) del diritto alla vita. In realtà mi sento di sottolineare tre volte questa cosa. Certo che il diritto alla vita è indisponibile: ma che vuol dire? Indisponibile vuol dire che non posso cedrlo a terzi, non posso venderlo. Non so facciamo un esempio: se in uno stato fosse sancita l'indisponibilità del diritto alla casa ( potremmo discutere se tale diritto sia sancito nella Costituzione italiana...ma vabbè) ciò vorrebbe dire che tutti devono poter avere ed abitare in una casa e nessuno potrebbe vendere la casa in cui abita. Ma se io decido di andarmene dalla casa in cui vivo? chi me lo impedisce? se voglio andare a convivere con alcuni amici? E' questo il punto: io rimango titolare del mio diritto alla casa ( "il dirito è mio" nessuno me lo può togliere nè io lo posso cedere) ma lo esercito come mi pare ( non sono obbòligato a starci). Certo con il diritto alla vita questo è più difficile e, anzi, il paragone potrebbe apparire inadeguato: dal momento in cui decido di non esercitare il mio diritto alla vita non ne sono manco più titolare ( e certo... sono morto!): Ma allora il punto centrale diventa un altro. Cedere il mio diritto alla vita ad un altro vuol dire consentirgli di decidre della mia vita... e della mia morte; di decidere fin quando ho diritto di viveree quando devo morire.
Davvero questa Legge sancisce l'indisponibilità del diritto alla vita? O forse mi obbliga a cederlo ad un altro( lo stato, il medico) ? ( mi sembrano domende retoriche)
Proprio grazie al fatto che il diritto alla vita è indisponibile la Signora Maria ha potuto decidere di non farsi amputare le gambe, accettando di morire in santa pace, senza temere che una sorta di "polizia sanitaria" la venisse a prendere a casa. Se però invece di beccarmi una malattia che mi lascia nella piena capacità di decidere ho la sfiga di finire in come allora non posso più decidere o, qualora l'evessi già fatto, la mia volontà viene annullata: qualcun altro decide il momento in cui mi tocca morire.
E allora? Perchè? Beh io penso che sia perchè ancora una volta si preferisce far sì che sia qualcun altro a decidere, qualcun altro a sceglier cos'è bene e male per gli altri, in fondo, è più semplice. Anche in questo modo, a mio parere, si è inferto un altro colpo alla Democrazia.
Buona Giornata
PS http://www.. biennaledemocraz ia.it/

martedì, settembre 23, 2008

Ma Adamo ed Eva sono esistiti davvero?

Questo brano è tratto da Adista (vedi link qui a fianco). E' la ritrattazione di un sacerdote, il quale è stato caldamente invitato (praticamente obbligato) a rivedere quanto aveva affermato in alcuni suoi precedenti interventi. Interventi -a mio parere- del tutto sensati, pieni di amore verso Dio e di buonsenso. Ma evidentemente c'è chi, in Santa Sede, pensa che la vera fede si ottenga abdicando alla ragione, negando la realtà, raccontanto stronzate e inginocchiandosi davanti a fanfaronate degne di Vanna Marchi (vedi il sangue di San Gennaro o le lacrime delle madonne di coccio, per citarne solo due). E' una ritrattazione un po' lunga, ma se avete pazienza, vale davvero la pena leggerla.


Ritrattazione in ambito nazionale

di Ariel Álvarez Valdez

Nella mia condizione di sacerdote della Chiesa cattolica, e per esplicita richiesta della Santa Sede, intendo rettificare con la presente alcune affermazioni che sono risultate contrarie agli insegnamenti della Chiesa (secondo il Catechismo della Chiesa cattolica), Chiesa che amo, che rispetto e a cui desidero continuare a restare unito nel mio ministero.

1. Avevo affermato che Dio non gradisce la sofferenza dell’uomo, che non la prescrive né la permette in maniera diretta, perché Dio salva mediante l’amore e non mediante il dolore. E che non potrebbe mai rientrare nella volontà di Dio qualcosa che possa far soffrire l’uomo.

Tuttavia, questo non coincide con gli insegnamenti della Chiesa cattolica, in base a cui la sofferenza ha un valore salvifico.

2. Avevo affermato che Dio fa sempre miracoli, ma non sospendendo o superando le leggi della natura, poiché tali leggi sono ben fatte da Dio e non c’è necessità di sospenderle; che Dio, quando fa miracoli, li fa attraverso le stesse leggi della natura, molte delle quali non conosciute dal-l’uomo, che per questo, a volte, ha l’impressione che esse vengano “sospese”. E che questa spiegazione non ridimensiona assolutamente il potere di Dio, ma, al contrario, lo rende più saldo e più grande.

Tuttavia, questo non coincide con gli insegnamenti della Chiesa cattolica, in base a cui i miracoli intesi come sospensione delle leggi naturali sono possibili.

3. Avevo affermato che, con gli insegnamenti di Cristo, il valore dottrinale del libro di Giobbe è stato superato, poiché questo libro è stato scritto 400 anni prima di Cristo, e il suo autore non conosceva i nuovi insegnamenti di Gesù rispetto alla sofferenza. Avevo affermato anche che, con gli insegnamenti di Cristo, pure il valore dei dieci comandamenti è stato superato, poiché questi sono stati trasmessi da Mosè per il popolo ebraico, mentre Gesù afferma nel Discorso della montagna (Mt 5) che i cristiani non devono basarsi sui dieci comandamenti ma tenere una condotta superiore.

Tuttavia, questo non coincide con gli insegnamenti della Chiesa cattolica, in base a cui, con l’apparizione del Nuovo Testamento, il valore dottrinale del libro di Giobbe o quello dei dieci comandamenti non è stato superato (Catechismo della Chiesa cattolica 123).

4. Avevo affermato che i primi capitoli della Genesi (il racconto di Adamo ed Eva, di Caino e Abele, dell’arca di Noè) non hanno un contenuto storico nel senso moderno della parola, ma appartengono ad un genere letterario particolare, con cui si intende piuttosto trasmettere degli insegnamenti sull’origine dell’uomo e del peccato nel mondo.

Tuttavia, questo non coincide con gli insegnamenti della Chiesa cattolica, in base a cui, nonostante i generi letterari, questi capitoli contengono racconti storici.

5. Avevo affermato che il racconto dell’Annunciazione del Vangelo di Luca, cioè la narrazione di un angelo che entra volando in casa di Maria e conversa fisicamente con lei, non ha fondamento reale in questi termini, in quanto Luca ha impiegato un genere letterario particolare per raccontarla, chiamato “racconto di annunciazione”, frequentemente usato in altre parti della Bibbia.

Tuttavia, questo non coincide con gli insegnamenti della Chiesa cattolica, in base a cui l’annunciazione ha avuto realmente luogo nella storia così come la racconta san Luca.

6. Avevo affermato che l’idea della verginità di Maria “durante il parto” (il fatto cioè che non vi sia stata rottura dell’imene) è basata sui vangeli apocrifi, e che il parto di Maria deve essere stato normale, come quello di ogni donna, giacché questo non aggiunge e non toglie nulla alla grandezza di Maria, così come non tocca il fatto della sua verginità perpetua.

Tuttavia, questo non coincide con gli insegnamenti della Chiesa cattolica, in base a cui Maria si è mantenuta vergine anche durante il parto (Catechismo della Chiesa cattolica 499).

Oltre a ciò, intendo chiarire due affermazioni fatte correttamente, ma che possono essere fraintese.

7. Quando ho scritto che il racconto di Adamo ed Eva che mangiano del frutto proibito nel Paradiso non è una narrazione storica, ma intende solo trasmettere un insegnamento religioso, alcuni hanno pensato che io stessi negando con ciò la dottrina del peccato originale. Per questo intendo chiarire che non ho mai negato tale dottrina, ma che la sostengo e la riaffermo, così come insegna la Chiesa cattolica.

8. Quando ho detto che tutti i cristiani, per il fatto di essere battezzati, sono sacerdoti di Gesù Cristo, alcuni hanno pensato che io stessi sostenendo che tutti sono ugualmente sacerdoti di Gesù Cristo in senso ontologico. Per questo voglio chiarire che ho sempre creduto, e che così ho voluto dire, che il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale sono essenzialmente diversi, e partecipano in diversa maniera dell’unico sacerdozio di Cristo.

Pertanto ritratto tutte queste affermazioni che non coincidono con ciò che attualmente insegna la Chiesa cattolica.

mercoledì, gennaio 16, 2008

Lettera di Marcello Cini

Lettera di Marcello Cini (Docente di Fisica dell'università La Sapienza di Roma) al Rettore, scritta in occasione del cambio di programma della cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico.

Signor Rettore, apprendo da una nota del primo novembre dell'agenzia di stampaApcom che recita: «è cambiato il programma dell'inaugurazione del 705esìmo Anno Accademico dell'università di Roma La Sapienza, che in un primo momento prevedeva la presenza del ministro Mussi a ascoltare la Lectio Magistralis di papa Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la cerimonia di inaugurazione, e il ministro dell'Università Fabio Mussi invece non ci sarà più».

Come professore emerito dell'università La Sapienza - ricorrono proprio in questi giorni cinquanta anni dalla mia chiamata a far parte della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali su proposta dei fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico Persico - non posso non esprimere pubblicamente la mia indignazione per la Sua proposta, comunicata al Senato accademico il 23 ottobre, goffamente riparata successivamente con una toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo stesso ne mantiene sostanzialmente l'obiettivo politico e mediatico.

Non commento il triste fatto che Lei è stato eletto con il contributo determinante di un elettorato laico. Un cattolico democratico - rappresentato per tutti dall'esempio di Oscar Luigi Scalfaro nel corso del suo settennato di presidenza della Repubblica - non si sarebbe mai sognato di dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio. Mi soffermo piuttosto sull'incredibile violazione della tradizionale autonomia delle università - da più 705 anni incarnata nel mondo da La Sapienza dalla Sua iniziativa.

Sul piano formale, prima di tutto. Anche se nei primi secoli dopo la fondazione delle università la teologia è stata insegnata accanto alle discipline umanistiche, filosofiche, matematiche e naturali, non è da ieri che di questa disciplina non c'è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali. Ignoro lo statuto dell'università di Ratisbona dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più avanti, ma insisto che di regola essa fa parte esclusivamente degli insegnamenti impartiti nelle istituzioni universitarie religiose. I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero comunque rientrare nell'ambito degli argomenti di una lezione, e tanto meno di una lectio magistralis tenuta in una università della Repubblica italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo ufficio, a una spartizione di sfere di competenza tra l'Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell'inaugurazione dell'anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più.

Sul piano sostanziale poi le implicazioni sarebbero state ancor più devastanti. Consideriamole partendo proprio dal testo della lectio magistralis del professor Ratzinger a Ratisbona, dalla quale presumibilmente non si sarebbe molto discostata quella di Roma. In essa viene spiegato chiaramente che la linea politica del papato di Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più: «Nel profondo.., si tratta - cito testualmente - dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'infima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio».

Non insisto sulla pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale: basta pensare alla reazione sollevata nel mondo islamico dall'accenno alla differenza che ci sarebbe tra il Dio cristiano e Allah - attribuita alla supposta razionalità del primo in confronto all'imprevedibile irrazionalità del secondo - che sarebbe a sua volta all'origine della mitezza dei cristiani e della violenza degli islamici. Ci vuole un bel coraggio sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell'Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi interessa, però, il fatto che da questo incontro tra fede e ragione segue una concezione delle scienze come ambiti parziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate. «La moderna ragione propria delle scienze naturali - conclude infatti il papa - con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda {sui perché di questo dato di fatto) esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali a altri livelli e modi del pensare - alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe una riduzione inaccetabile del nostro ascoltare e rispondere».

Al di là di queste circonlocuzioni (i corsivi sono miei) il disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l'ex capo del Sant'uffizio non ha dimenticato il compito che tradizionalmente a esso compete. Che è sempre stato e continua a essere l'espropriazione della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano da parte di una istituzione che rivendica l'esclusività della mediazione fra l'umano e il divino. Un'appropriazione che ignora e svilisce le innumerevoli differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l'integrità morale di ogni individuo.

Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l'effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga. Non esagero. Che altro è, tanto per fare un esempio, l'appoggio esplicito del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente se non il tentativo - condotto tra l'altro attraverso una maldestra negazione dell'evidenza storica, un volgare stravolgimento dei contenuti delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell'avversario - di ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione? E come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi e i loro studenti di fronte a un attacco più o meno indiretto alla teoria danwiniana dell'evoluzione biologica che sta alla base, in tutto il mondo, della moderna biologia evolutiva?

Non desco a capire, quindi, le motivazioni della Sua proposta tanto improvvida e lesiva dell'immagine de La Sapienza nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa, anche nella forma edulcorata della visita del papa (con «un saluto alla comunità universitaria») subito dopo una inaugurazione inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i giornali del giorno dopo titoleranno (non si può pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il Papa inaugura l'Anno Accademico dell'Università La Sapienza».

Congratulazioni, signor Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a quelli dei Suoi predecessori come simbolo dell'autonomia, della cultura e del progresso delle scienze.

Marcello Cini, Novembre 2007

mercoledì, maggio 16, 2007

Effetto taxi

EFFETTO-TAXI

di LUIGI CASTALDI

Tempo fa – non molto tempo fa, ricorderete – i tassisti protestarono contro un decreto del governo che in qualche misura avrebbe liberalizzato il comparto, togliendo loro di fatto alcuni privilegi ed esclusive. Mai visti tanti taxi in strada come quella volta: per chi è solito lamentarsi di non riuscire mai a trovarne uno quando ne ha bisogno, fu un vero schiaffo morale. Al Family Day sembrerebbe non essere accaduto altrimenti: in Piazza San Giovanni c’erano un sacco di quelle famiglie che, quando un istituto demoscopico le cerca, non le trova.
Per esempio, la media nazionale è di 1,3 figli a coppia, ma in Piazza San Giovanni – stando alle interviste mandate in onda da tutte le tv – la media era di 3 (il minimo, secondo il cardinal Trujillo, per poter dire cristiana una famiglia), con punte di 6 e 7 figli a coppia, e il Tg2 ha vinto la caccia alla mamma più prolifica beccandone una che ne ha sgravati 11, famiglia cristianissima. Una volta, famiglie così erano la regola, ed erano il midollo della nazione, sicché al decimo figlio il Duce ti chiamava a Roma e ti premiava di persona. Ora, invece, la nazione è smidollata, anche se gli istituti demografici usano altri termini: calo dei matrimoni, in special modo di quelli religiosi; sensibile incremento delle separazioni e dei divorzi; aumento progressivo delle coppie di fatto e dei figli nati fuori dal matrimonio; bassa natalità. Insomma, le cosiddette famiglie tradizionali sembravano essere tutte in Piazza San Giovanni, il 12 maggio, a tutelare privilegi ed esclusive: effetto-taxi, sembravano il Paese.
Un milione e mezzo di persone, ha detto il sindacalista che ha organizzato la manifestazione, parola di sindacalista; duecentocinquantamila, ha detto la Questura, parola di Questura. In ogni caso, s’è trattato di uno sforzo immane e di una spesa enorme – per dire solo una, 3.000 pullman che hanno imbarcato a gratis, perché a un padre di famiglia numerosa non si poteva mica chiedere di pagare di tasca sua la gita a Roma – pagava la parrocchia. E infatti in Piazza San Giovanni c’è stato effetto-taxi pure per i preti: tanti, tantissimi, mentre da decenni se ne lamenta una gran penuria. D’altronde, era necessario: la transumanza del gregge cattolico implica da sempre un gran daffare per i pastori.

Qui, sperando che il lettore non accusi vertigine, cambierei registro. La Chiesa cattolica italiana ha voluto mostrare i muscoli alla politica italiana, ce ne fosse stato ancora bisogno: una “protesta di popolo”, una Vandea de noantri, contro un decreto legge – quello sui Dico – che comunque mai avrebbe avuto speranza di passare al Senato. Concentrandolo e amplificandolo grazie al mezzo mediatico – l’effetto-taxi che ci mostra ogni domenica il pienone in Piazza San Pietro mentre le chiese continuano ad esser vuote da decenni – è stato esibito un modello di famiglia che si vorrebbe far intendere sia d’una maggioranza silenziosa, che invece è sempre più di una minoranza, e sempre più rumorosa. Rumorosa fino al punto da esibire, tra i propri campioni, qualcuno col cartello “Dio, Patria e Famiglia”, il poco che il fascismo seppe spremere dal Concordato. Cinica quanto basta per usare i propri figli, “adoperarli – come ha ben scritto Vittorio Zucconi su la Repubblicacome teneri randelli da pestare in testa a coloro che non ne hanno, che non ne vogliono, che non ne hanno potuti avere, che li hanno perduti o che li hanno avuti in maniera «non naturale»”.
E la politica italiana? Intimorito dai muscoli, il centro-destra (fatta eccezione per Biondi, Della Vedova e Cicchitto); intimorito, ma mantenendo un minimo di aplomb, il centro-sinistra (fatta eccezione per Udeur e parte post-democristiana del Pd, intimorite quanto il centro-destra). Questa è la politica italiana dopo il Family Day, e non c’era bisogno di una conferma.

domenica, maggio 13, 2007

Belle manifestazioni

Una bella carrellata di foto dalla doppia manifestazione di sabato. In questa prima foto, dal Family-day, si vede benissimo che la manifestazione è solo e unicamente a favore della famiglia. Come no. Infatti questa allegra comitiva inneggia contro gli omossessuali esponendo un passo della Bibbia che non vorrebbe dire nulla (perché, gli omossessuali non sono uomini e donne?) se non fosse per il contesto dove si trovano.

A piazza Navona invece prendono simpaticamente in giro la modernità dei messaggi del Papa, il quale si preoccupa più spesso della verginità dei giovani che dei morti ammazzati in guerra.

I radicali non si smentiscono mai. A piazza Navona c'è la raccolta firme per abolire il concordato. Sarebbe il caso di fare proposte un po' meno provocatorie e più realistiche, come ad esempio spendere in maniera più intelligente la fetta dell'8permille che va allo stato (quasi completamente spesa in guerre), o chiedere alla Chiesa come mai di tutti soldi che l'8permille le garantisce ogni anno solo il 32% va al sostegno dei preti.

Ma torniamo la Family-day, l'amichevole manifestazione a favore della famiglia! E nient'altro! E infatti qui vediamo altri simpatici manifestanti che con sorrisi allegroni espongono un bel cartello contro il disegno di legge per garantire i diritti civili dei conviventi. Salviamo la famiglia, prendendocela coi conviventi!!! Quanto spirito cristiano, quanta apertura, quanta sana intolleranza!

Sempre a piazza San Giovanni si protesta contro Prodi che non vuole sganciare soldi per i neonati. Perché oggi per salvare la famiglia la politica più efficace è PAGARE i genitori per ogni figlio che fanno. Nella piena comprensione di cosa significa amore e tutela del nucleo famigliare. Non si chiede un posto stabile per i papà, una pensione serena per il futuro, una scuola decente per i propri figli... no, si chiede un bell'assegnone per ogni bimbo sfornato.

Nel frattempo alla festa dell'urgoglio laico sfilano personaggi grotteschi, come ad esempio De Michelis, politico discotecaro con il vizio degli hotel e delle accompagnatrici (pagate, ai tempi di Craxi, con i nostri soldi) che dopo una bella condanna per bustarelle varie si è riciclato a destra. Un socialista a destra. Certo al Family-day sfilavano amici della mafia, indagati e leccapiedi. Non si voleva evidentemente essere da meno.

Poi, siccome il Family-day è solo a favore della famiglia, ecco un bel cartellone contro quegli stronzi dei divorziati. Con spirito cattolico la frase che condanna chi si separa dal coniuge si unisce festosa al resto delle scritte colme di tolleranza e amore che stavano sfilando a piazza San Giovanni.

Come questo ad esempio. Ah, la famiglia. Promuoviamola impedendo che altri abbiano quel minimo di diritti civili che in tutto il resto d'Europa sono già garantiti. Facciamoci vedere per quello che siamo... veri cattolici amanti della famiglia. E contro i froci, naturalmente.

Qualcuno alla manifestazione per l'anniversario del referendum per la legge sul divorzio si fa delle domande. E anzi le espone su un cartello. Io ho saputo che c'era uno sconto sulle tariffe dei mezzi pubblici per chi andava al Family-day. Poteva usufruirne anche chi andava a piazza Navona? E soprattutto... chi ha pagato per queste agevolazioni? Ma ci sono anche domande più gustoze, più stuzzicanti da fare... quelle domande che nessuno farà mai ad un politico. Per esempio, mentre Belusconi spiegava ai giornali che un cattolico non può essere di sinistra, perché la sinistra è contro i valori cattolici... beh, nessuno gli ha chiesto cosa ne pensava di un divorziato che va al Family-day?

mercoledì, maggio 02, 2007

«NOI, CATTOLICI, TIFIAMO DICO»

Il Manifesto / Politica e Società

Un viaggio tra i credenti della città di Bagnasco

Un caposcout, un'attivista delle Acli, un sindacalista in pensione divorziato, una donna che insegna ai ragazzi, una lesbica. Accomunati dalla fede cattolica. E dal no al Family day

di Alessandra Fava

Genova - Che cosa hanno in comune un capo scout, un'attivista delle Acli, un sindacalista in pensione divorziato ma credente, una credente che si occupa di formazione degli adolescenti e una cattolica omosessuale? Dicono tutti peste e corna del Family day, della propaganda contro i Dico e degli attacchi a conviventi e omosessuali. La cosa strana è che li abbiamo pescati a caso nella città del presidente della Cei, l'arcivescovo Angelo Bagnasco: Genova. E in più alcuni di loro appartengono proprio alle associazioni che promuovono la giornata a favore della famiglia.

«Non condivido il Family day e non ci vado - dice con fermezza Chiara T., 46 anni, impegnata nelle Acli, che in un documento nazionale hanno ribadito la necessità di un «sostegno concreto» alle famiglie invece di tante parole - Ritengo che il Family day possa essere interpretato come una manifestazione contro il governo o contro i Dico. Soprattutto si rischia di travisare l'appoggio alla famiglia. Perché famiglie ce ne sono tante. Ho un'amica che vive con una donna e non può andare a trovarla in ospedale, mi sembra che questo sia penalizzante. Forse non posso chiamarla famiglia, magari organizzazione di gruppo? Però le tutele civili vanno date. Dopo di che la religione cattolica faccia il suo mestiere senza dare diktat ai politici e tirare le orecchie ai non credenti. Insomma, se dovessi riassumere dico (e si mette a ridere, ndr) sì alla famiglia e no alla negazione dell'accoglienza, quindi dico sì ai Dico».

Marina M. è un'altra credente praticante. In parrocchia sin da piccola, poi attiva nei gruppi, ora fa volontariato nella comunità cattolica del quartiere dove vive. 46 anni, sposata felicemente con un figlio, si occupa di progetti di formazione per gli adolescenti. «La fede è un impegno civile e quotidiano», ti dice per prima cosa. Perciò «il fatto che la struttura ecclesiastica imponga delle scelte come se chi crede non fosse in grado di decidere autonomamente, dà addosso. Si cerca di essere coerenti, ma poi la vita ti porta su strade che magari non avevi immaginato. Se uno viene lasciato dalla moglie e poi a fatica ritrova una donna, allora diventa una colpa? Finisce che per difendere un valore limito la libertà dell'altro. A volte preferisco definirmi più cristiana che cattolica», butta lì quasi per caso, ma si capisce che è qualcosa a cui pensa da tempo. Sui Dico è positiva: «Ben venga la regolarizzazione di queste situazioni, i Dico sono sacrosanti. Poi ognuno è libero di scegliere». Sul Family day non sarà della partita neppure lei: «Io non ci vado. Se fosse una manifestazione a sostegno della famiglia, sulla difficoltà e i disagi che viviamo tutti i giorni, sui valori da dare ai figli e soprattutto si pensasse ad aiuti concreti che vadano incontro ai tempi delle donne, allora avrebbe un senso. Ma se è un sit-in contro chi convive che senso ha? La famiglia è il nucleo centrale della società, siamo d'accordo. Ma tutto dipende dai valori di chi la forma. Vogliamo accettare solo quella col bollino blu?». Quel che colpisce nel «non giudicare» di Marina come di altri, è che anche lei fa un caso pratico: «Ho un'amica che ha convissuto per vent'anni con un uomo e quando lui è morto non ha potuto dire una parola sul luogo della sua sepoltura».

«La scelta di andare o meno al Family day viene lasciata a ogni singolo gruppo come si fa per la marcia della pace Perugia-Assisi» : Giovanni P., 28 anni, caposcout alle prese con adolescenti, preferisce glissare, ma dai discorsi che fa capisci che non ci andrà neppure lui. «Si parla tanto di famiglia ma ci si interroga poco su che cosa la famiglia dovrebbe offrire ai figli. La famiglia io la vorrei accogliente, aperta, progettuale. Mi sembra più importante che due creino una famiglia con dei valori piuttosto che siano sposati. Vogliamo una comunità in cui i figli crescano e possano fare delle scelte oppure mettiamo un timbro o andiamo in chiesa a fare una pagliacciata? Confetti, vestito e ciao. Invece ci si concentra sui cavilli, e sul Family day e i Dico si alzano troppo i toni. Ma se la famiglia sfasciata esiste, non è facendo i Dico che viene meno la famiglia. Perché famiglia è più una scelta che lo sposarsi». Giovanni non si definirebbe «cattolico del dissenso», però racconta il disagio di tanti credenti davanti alle prese di posizione della Chiesa contro i gay: «Due omosessuali hanno già tanti problemi, magari trovano anche preti che li stanno a sentire, ma l'atteggiamento generale è puntare il dito. Forse Gesù Cristo avrebbe fatto qualcos'altro» .

Angelo Sottanis, ex sindacalista Cgil, ha fatto una scelta, che lui chiama «piccola ritorsione». Lui e i suoi genitori dallo scorso anno hanno scelto di versare l'8 per mille alla Chiesa valdese. 57 anni, due figlie, una moglie da cui è separato da 12 anni e una donna con cui vive, Angelo dice: «Sono un credente, anche se al momento riesco ad ascoltare solo un paio di preti». «Quando ho conosciuto quella che poi è diventata mia moglie mi sono sposato in comune - continua con foga - poi man mano le figlie battezzate andavano a catechismo, anche noi abbiamo iniziato a frequentare la parrocchia e siamo diventati credenti. Alla fine ci siamo sposati in chiesa con le mie due bambine accanto. Poi ci siamo separati. Ora mi trovo in una situazione strana: sui Dico sono incazzatissimo e mi chiedo come mai la chiesa si ponga così. Voglio i diritti per tutti, non mi sento di dire che l'omosessualità è una malattia. Quanto alla famiglia, come sappiamo se hai tempo e soldi la Sacra rota annulla qualunque matrimonio. Basta raccontare due palle. Allora è tutta un'ipocrisia! Da credente penso che la fede vada al di là delle gerarchie e detesto le convenzioni».

«Passo da una chiesa ogni tanto quando non ci sono le messe e prego»: come tanti omosessuali credenti anche Paola N., 38 anni, separata con tre figli, si sente esclusa. Laureata in filosofia con un baccellierato in teologia, Paola da quattro anni ha una relazione affettiva con una compagna con cui gestisce una scuola materna. «Al Family day non ci andrei perché non mi piacciono i movimenti di massa, si è trovato un modo per strumentalizzare la gente. Quanto penso alla famiglia, mi immagino una famiglia larga, in cui ci possa essere una condivisione fra generazioni. Sogno la mia famiglia, le mie sorelle, quelle della mia compagna, mia madre, tutti insieme, con apertura mentale. Ma la società non ce lo permette».

Sui Dico che tanti omosessuali bollano con un no come facsimile dei Pacs o peggio, Paola dice: «Non sto a discutere sulle proposte di legge. Però due persone eterosessuali hanno la possibilità di stabilire un patto che preveda anche una separazione, mentre agli omosessuali questo viene negato. Adotti un figlio, hai una casa in affitto, hai un'eredità, oppure due donne hanno avuto un figlio con la fecondazione artificiale, vanno studiati i modi per normare tutto questo. E se dai una forma giuridica a un'unione, la devi dare anche a una possibile separazione futura».

Viene in mentre un omosessuale dichiarato ventenne che recentemente a una manifestazione per la laicità in piazza De Ferrari girava con un cartello «Scortatemi, mi sento minacciato da Bagnasco». Paola non andrebbe mai in giro con un cartello, eppure «di pregiudizi ne viviamo impregnati, tirati fuori con più o meno prudenza, una prudenza prevalentemente nascosta».

Di Bagnasco o Ruini non fa neppure i nomi: «Ho sempre creduto di più nella forza delle piccole comunità come Taizè più che nelle istituzioni - dice - Certo c'è un tradimento di base. Gesù aveva detto si abbatte il tempio e invece da Costantino in avanti si è consolidata una struttura politica e di potere. Eppure son convinta che la Chiesa non sia quella che si legge sui giornali o quella delle grandi adunate a piazza San Pietro o con i microfoni in occasione della messa per l'arrivo del nuovo vescovo. La verità è che i vertici della Chiesa hanno un'estrema paura e perciò diventano intransigenti. La Chiesa è stata culla delle peggiori perversioni e oggi si maschera per paura. Sai che cosa sogno? Una messa in silenzio».

mercoledì, aprile 04, 2007

La Nota: parlano alcuni parroci (3)

Don Beppe Scapino, parroco a Ivrea, ex-direttore del Risveglio Popolare:
La Nota è fonte di disagio per la tendenza che essa rivela di pensare il matrimonio come un fatto ‘doveroso' per tutti. Un conto è se una proposta evangelica, religiosa, che chiede la libera adesione del singolo; un altro è una legislazione civile che vuole essere valida per tutti. I Dico, bisogna ricordarlo, non sviliscono la proposta religiosa del matrimonio come unione tra un uomo e una donna per sempre e non cercano di sostituirsi ad essa, né vogliono imporsi come modello unico ed esclusivo per la società.

martedì, aprile 03, 2007

La Nota: parlano alcuni parroci (2)


La Cei consiglia ai vescovi di restarsene a casa. Durante il "family day", accanto ai militanti di Forza Nuova, ai fascistoni, agli omofobi, agli intolleranti, ai destraioli della domenica, ai conservatori e ai leccapiedi di quello e di quell'altro potere (che è l'unico vero motivo per non concedere diritti civili agli omosessuali) potranno sfilare solo i parroci.

L'Agesci, con un'abile mossa cerchiobottista, emana un documento nel quale appoggia la manifestazione perché crede nella famiglia e in qualsiasi politica che promuova e tuteli i nuclei famigliari tradizionali. Questo permette a chi decanta il successo della mobilitazione di scrivere che gli scout cattolici italiani, anche se con ritardo, appoggiano l'iniziativa. Chi invece è contro, è libero di pensare che l'Agesci ha aderito solo idealmente, e che nessun gruppo è stato onvitato a scendere in piazza il 12 maggio. Complimenti.

Ma il punto è che questo "family day" è in realtà un "anti-dico day" e magari già che ci siamo anche un "anti-quasiasi cosa sulla quale la Chiesa non sia d'accordo day". Sarà una manifestazione di tutto ciò che disprezzo della Chiesa. Sarà manipolata dalla stampa di destra (che parlerà di successo) e di sinistra (che scriverà di un flop di presenze) e a parte fomentare le intolleranze e la sessuofobia non avrà altro risultato.
A quando una marcia organizzata dalla Cei contro la guerra in afghanistan?
A quando una marcia contro le fiere di armi a Brescia?
A quando una marcia contro la pena di morte?
A quando una marcia contro i silenzi sulla fame, sulla povertà, sulle sofferenze della gente senza voce?
A quando una marcia contro la mafia, visto che ce n'è tanta anche al governo e soprattutto nei partiti cosiddetti cattolici?
A quando una marcia contro i rigurgiti neofascisti, i campi di concentramento permanenti, gli abusi che vengono fatti ogni giorno sfruttando le voragini legislative della legge 30, la scomparsa delle pensioni per i nostri anziani, le condizioni indecenti della nostra sanità, delle nostre scuole?

E soprattutto, non erano proprio gli stronzi che andranno a marciare contro i Dico il 12 maggio quelli che dicevano che "non sono una priorità per l'Italia"? Beh, sono abbastanza prioritari da dedicare loro una manifestazione, voltando le spalle a tutto il resto.
Vi lascio con la seconda testimonianza di un parroco.

Don Aldo Antonelli, parroco di Antrosano (Aq).
Siamo alla talebanizzazione della chiesa e alla ideologizzazione della teologia. Una chiesa che si autoidentifica con il "clero", peggio ancora con la "gerarchia", supportata da una teologia daltonica che non ha occhi per vedere se non se stessa, cosa ha più a che fare con il proprio statuto fondativo che è il Vangelo di Gesù di Nazareth? Un papa che afferma che "tutti i cristiani devono ascoltare la chiesa" sovverte il concetto stesso di chiesa e mortifica il ruolo dei christifideles in essa. Non più, quindi, la Chiesa come popolo di Dio che i pastori sono tenuti ad ascoltare e servire, ma un popolo di minorenni incapaci che devono solo ascoltare ed eseguire. Così, in questa involuzione a precipizio, la gerarchia viene dispensata dall'ascolto e al popolo viene tolta la parola! Siamo in un mondo di mutilati. A questo desolante scenario corrisponde, in campo politico e sociale, un ammutinamento omertoso e interessato di personaggi adusi all'adulazione e alla prostrazione. Sembra che la genuflessione sia diventato un nuovo sport nei due rami del Parlamento. Dove quel sano orgoglio di laici che fa parlare a testa alta delle proprie competenze e della propria autonomia? Dove quel sacro ardire di "atei" che rivendicano per sé rispetto e dignità?

lunedì, aprile 02, 2007

La Nota: parlano alcuni parroci (1)

Da Adista.

Don Gianfranco Formenton,
parroco di S.Angelo in Mercole e S.Martino in Frignano, Spoleto (Pg):

Pretendere obbedienza religiosa in campo politico è ridurre la Chiesa ad una setta, forse la più grande setta esistente in Italia, ma una setta. Fare del principio religioso il criterio dell'azione politica è tradurre, in salsa italiana, l'ideologia dei talebani. È misconoscere il cammino di un secolo di impegno politico dei cattolici. È rinnegare la teologia del dialogo. È piegarsi alla politica del "muro contro muro". È fondamentalismo cattolico. (…)
Nella "res publica" ci sono anche gli omosessuali e i conviventi e i separati e i divorziati…e ogni altra specie di persone che hanno il diritto che i loro diritti non siano confinati nel privato, ma riconosciuti giuridicamente dalla Repubblica. Non è venire meno alla "coscienza" cattolica riconoscere tali diritti… anche se a noi personalmente non interessano.
Che cosa toglie a noi se altri hanno dei diritti? Che cosa toglie alla verità, alla sacralità dei principi? Che cosa ne viene a noi se riuscirete ad impedire con la forza del vostro peso politico che altri non abbiano dei diritti di cui hanno bisogno per vivere? Aumenterà la verità del nostro Vangelo? Il prestigio della nostra Chiesa? Il senso di una Chiesa "che tutti accoglie"?

Pubblicherò tutte le opinioni di questi parroci sul mio blog, una al giorno, a partire da oggi. Una piccola protesta silenziosa contro l'ipocrisia e la stupidità del clero Cattolico.

sabato, marzo 31, 2007

Perché no?

Da Repubblica.it:

"Perché - ha proseguito l'arcivescovo di Genova - dire di no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perché dire di no? Perché dire di no all'incesto come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perché dire di no al partito dei pedofili in Olanda
se ci sono due libertà che si incontrano? E via discorrendo, perchè poi bisogna avere in mente queste aberrazioni secondo il senso comune e che sono già presenti almeno come germogli iniziali?"

In effetti avevo dimenticato che nel catechismo omosessualità, pedofilia e stupro sono considerati alla stessa stregua. Già, perché non dire "affanculo" a due persone dello stesso sesso che si amano e che vorrebbero darsi delle garanzie riconosciute per legge l'un l'altro? Perché non paragonarle invece agli stupratori e ai pedofili? Perché no? Seguiamo l'esempio del neopresidente della Cei, ispirato sicuramente da carità Cristiana e dall'esempio di Gesù!
Diciamo no!

domenica, gennaio 28, 2007

Sacrilegio

C'era una volta un giornalista, che ha deciso di fare il giornalista. In maniera un po' birichina. Siccome in italia il giornalismo è servile e timoroso nei confronti dei padroni, il suo è stato un gesto molto scemo.
Aveva provato a chiedere ai preti di diverse parrocchie d'Italia cosa ne pensassero di eutanasia, aborto, divorzio, pena di morte, fecondazione assistita, celibato dei preti, contraccezione, sacerdozio femminile... ma niente. Quando andava bene otteneva un bel "no comment". Quando andava male gli ripetevano a pappagallo quello che ne pensava la CEI o il Papa.
Allora un bel giorno ebbe un'idea. Tranquillo tranquillo si infilò in un confessionale, e al momento della confessione disse "perdonatemi padre, io penso che risposarsi dopo il divorzio non sia peccato... è grave?". E accese il registratore. Funzionò.
Ripeté l'operazione con diversi preti in diverse parrocchie, poi passò ad un secondo argomento e via così, finché non ebbe abbastanza materiale da pubblicare una bella inchiesta su L'Espresso. Furbacchione.

La reazione? Eccola qua.

Un atto sacrilego.
E L'Osservatore Romano si chiede con sconcerto dove siano finiti gli italiani che erano pronti a difendere i valori della Chiesa, visto che era in gioco la santità del sacramento della confessione. Forse erano occupati a protestare contro l'indecenza dell'ultimo cartone animato giapponese. Ma la domanda, in un certo senso, è lecita.

mercoledì, gennaio 10, 2007

Dio Cei

Il titolo del post è rubato ad una prima pagina de Il Manifesto di qualche mese fa.
Riporto la notizia, da Repubblica.it:

Libertà religiosa, duro scontro fra il ministro Ferrero e la Cei ROMA - Scontro tra la Conferenza episcopale e il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. L'esponente di Rifondazione, parlando a Repubblica Tv della legge sulla libertà religiosa e dell'audizione in parlamento del segretario generale della Cei, monsignor Betori, aveva detto: "Pensare che il Paese non sia maturo per una legge sulla libertà religiosa, che non metta in discussione il Concordato, è un fatto preoccupante di integralismo un po' oscurantista' '. Il ministro, di religione valdese, aveva poi aggiunto: ''Sono rimasto molto colpito e molto negativamente dall'audizione del segretario della Cei, spero che la posizione dei vescovi non venga tenuta in considerazione' ' dal Parlamento. Parole dure alle quali la Cei replica a stretto giro di posta esprimendo "stupore e sconcerto". Secondo i vescovi il ministro non conosce il contenuto dell'audizione dell'alto prelato. "Infatti, in nessun punto dell'intervento del segretario generale della Cei - prosegue il portavoce della Conferenza episcopale - si afferma, e neppure si allude, a una presunta 'immaturita' del Paese per una legge sulla libertà religiosa. Al contrario, tutti gli interventi delle diverse parti politiche nel corso dell'audizione hanno riconosciuto la fondatezza e l'equilibrio della posizione della Cei". Letture diverse da questa, secondo la Cei, "sono espressione di una inaccettabile forzatura politica che travisa la realtà dei fatti e non contribuisce al dispiegarsi positivo del principio di laicità auspicato di recente anche dal presidente della Repubblica". In realtà ieri i resoconti dell'audizione di monsignor Betori, riportati oggi sui quotidiani, riferivano di parole diverse, che hanno fatto scattare subito reazioni polemiche da parte dei rappresentanti delle altre religioni, comunità ebraica e valdese in testa. "Nell'attuale quadro costituzionale - avrebbe affermato in Parlamento il segretario generale della Cei - l'eguale libertà di ogni confessione non implica piena uguaglianza. Lo Stato sia prudente e non firmi troppe intese".

Mi chiedo dove sia "l'inaccettabile forzatura politica" che ci costringe a travisare le parole di monsignor Betori. Nella nostra costituzione la Chiesa Cattolica viene trattata da privilegiata, in virtù del fatto che la maggioranza degli italiani allora ed ora è cattolica. Almeno di fatto. Perché il paradosso è che l'80% della popolazione si dice "credente" ma solo il 10% va regolarmente a messa. Credente in cosa? Nel benpensiero? Nel bigottismo? Nei falsi valori moralisti?
Libertà religiosa significa niente privilegi per nessuno.
Ma arrivare a quel punto significherebbe che ogni volta che il Papa parla ci si chiedesse: e che dicono le altre confessioni? E che ne pensano i laici? Invece scatta la gara a chi si prostra di più. Le bocche di Sauron si mettono in moto ripetendo a pappagallo la voce del loro signore. E quando viene posta loro una questione che né il manuale di catechismo né le encicliche riportano, brancolano nel buio, inventano quattro scemenze e sono pronti a cambiare idea non appena il Papa vi dedicherà un Angelus (nel frattempo, è doveroso leggere Avvenire, per azzeccare l'esito).