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martedì, giugno 19, 2012

Una proposta poco legale

Nuova proposta di oggi: pagare il biglietto del treno solo DOPO aver usufruito del servizio, e in base alla qualità dello stesso. Sarebbe un bel modo di fare sapere alle ferrovie dello stato il modo in cui vengono amministrati certi tratti di ferrovia.

Faccio un esempio. Oggi. Compro il mio biglietto integrato andata/ritorno da Roma. Il mio treno per sulla FR3 porta 15 minuti di ritardo. Roba che la quasi totalità dei pendolari nemmeno ci fa caso. Dieci, quindici minuti di ritardo sono la norma, ci siamo abituati, anzi CI hanno abituati. Tuttavia, avendo un appuntamento con il dottore, mi sono preoccupato di riuscire ad arrivare in tempo. Cazzo lo pago a tariffa oraria, se ritardo 15 minuti mica mi ridà i soldi.
Quindi quando sono passato davanti alla macchinetta che timbrava i biglietti, mi sono detto: «Sai che c'è? Stavolta non timbro in anticipo. Se passa il controllore gli mostrerò il BIRG e gli spiegherò le mie ragioni, e si vedrà.»

Arrivo a Roma con 10 minuti di ritardo (il treno ne recupera miracolosamente cinque, su una tratta di un'ora scarsa). Devo correre un po' per la strada, che con le temperature africane di oggi significa arrivare sudato come un levriero dopo un giro al cinodromo. Comunque, nonostante il disagio, mi ero quasi convinto a timbrare il biglietto al ritorno. Ma le ferrovie dello stato sembrano volerti per forza convincere che il loro servizio fa schifo, a tutti i costi.

Tornando a Bracciano, trovo le scale mobili della stazione inoperative (scale di corsa col caldo? ma sì! in culo ai vecchietti). Il treno passava alle 13.36 e per prenderlo in tempo devo essere tempestivo, ho già fatto la mia corsa diverse altre volte, e diverse altre volte ho trovato le scale mobili inoperative. Ma arrivato al binario ecco il sopresone: il treno in arrivo non è il mio, bensì quello precedente con 45 minuti di ritardo. E non arriva a Bracciano, si ferma prima. Quando il treno apre le porte, becco il capotreno e gli chiedo se quello dopo, programmato per 13.36, passerà mai, visto che questo non mi porterà a Bracciano. La risposta? Non lo sa. "Le conviene prendere questo".
Non ce l'avete un cazzo di telefonino a bordo? Non vi potreste informare? Evidentemente no.

Salgo. Il treno parte ma inaspettatamente non arriva a destinazione. Si ferma dopo un paio di stazioni. NESSUN ANNUNCIO avverte i passeggeri di scendere. Un timido passaparola si diffonde per solidarietà. A nessun cazzo di impiegato delle FS viene in mente di prendere il microfono e annunciare quello che sta succedendo, e cioè che bisogna scendere e cambiare treno, perché quello dopo ci ha raggiunti (!!!). Insomma scrivo queste righe mentre sono ancora in viaggio.

Oggi NON timbrerò il mio biglietto, me lo terrò per un giorno in cui meriteranno i miei soldi. Così come se compro una bottiglia di latte ed è scaduta rivoglio i soldi indietro, allo stesso modo se pago 8 euro per un servizio e fa schifo sento il diritto di non pagarti. Anche perché questo è l'unico modo per farsi sentire, perché l'unica cosa che interessa a certi dirigenti sono i soldi.

sabato, giugno 11, 2011

Bruno Tinti e il quorum al referendum

Riporto integralmente un pezzo di Bruno Tinti apparso su il Fatto Quotidiano, ché spiega perfettamente il mio punto di vista riguardo al quorum del referendum. Commentando il mio post con la locandina dell'iniziativa della Gilda, ho scritto che utilizzare l'astensione per far fallire una consultazione popolare è una paraculata anti-democratica. Spiegavo infatti che esistendo un 20% fisiologico di astenuti (gente malata, impossibilitata nel votare, pigra, disinformata), se anche gli italiani favorevoli alle abrogazioni fossero la maggioranza (ad esempio il 45% del restante 80%), a quel 35% di contrari basta astenersi per far fallire il referendum. Ma in questo caso vince la minoranza. Bruno Tinti aggiunge altre interessanti riflessioni sull'argomento.

"Lungo viaggio in macchina. Alla radio si susseguono trasmissioni sul referendum. Telefonate e sms di cittadini. Molti dicono che non andranno a votare, che non ci capiscono niente. Alcuni spiegano di voler impedire il raggiungimento del quorum e se la prendono con il presidente della Repubblica che non avrebbe dovuto, secondo loro, annunciare la sua intenzione di recarsi al seggio (“io sono un elettore che fa sempre il proprio dovere”): in questo modo influenza gli elettori, dicono con toni alterati, non è al di sopra delle parti, non è imparziale. Io penso tristemente all’infimo livello di cultura politica raggiunto dal nostro Paese; e mi chiedo se l’istituto del suffragio universale per caso non debba essere rivisto.

Cominciamo dal “dovere” di votare. Ovviamente le elezioni non sono una competizione sportiva, non servono per far godere il tifoso della squadra vincitrice e deprimere quello della sconfitta. Le elezioni servono per stabilire quale deve essere il modello di gestione del Paese. Un cittadino che utilizza le risorse nazionali non può sottrarsi al dovere di concorrere a stabilire come dovranno essere predisposte. E nemmeno può dichiararsi estraneo al confronto tra sistemi politici: la responsabilità di garantire libertà, cultura, prosperità gli appartiene per il solo fatto di essere cittadino. Tutto questo è, se possibile, ancora più vero nel caso di referendum. Scelte come energia nucleare, acqua pubblica, immunità dei vertici della classe dirigente, contengono in sé le radici di cambiamenti profondi per la nazione. E tanto più la decisione su questi cambiamenti è diretta e non mediata attraverso la delega alla classe politica, tanto più la responsabilità a determinarli in un senso o nell’altro è irrinunciabile.

Ma, dicono, far mancare il quorum è una modalità di partecipazione: non voglio che questa o quella legge sia abrogata; non sono sicuro di raggiungere la necessaria maggioranza; utilizzo quindi un modo diverso per far prevalere la mia volontà politica. Solo che questa non è democrazia, è trucco da baro, sabotaggio, spregiudicatezza civica.

E c’è di più. Non è un caso che la classe politica veda i referendum come il fumo negli occhi: ne percepisce, giustamente, la carica di delegittimazione nei suoi confronti, il contenuto di controllo diretto della gestione pubblica, l’inequivoca bocciatura se l’abrogazione ha successo. Adoperarsi per far mancare il quorum significa, al di là della questione contingente, rinunciare al corretto rapporto governanti-governati; significa perdere l’occasione di ribadire che i governanti sono al servizio dei governati e non il contrario.

Alla fine questa storia del quorum mi ha fatto capire che votare non significa andare al seggio e mettere una croce su un pezzo di carta. Votare significa scelta consapevole. Ed è qui, ho pensato, che mi piacerebbe una rivoluzione. Mi piacerebbe che la concreta possibilità dell’elettore di adottare scelte consapevoli venisse verificata. Cosa è la Costituzione? E la Corte costituzionale? Chi fa le leggi? Chi governa e come viene scelto? Quali sono i compiti del presidente della Repubblica? Educazione civica di base. Se non c’è, ha senso consentire a un cittadino indifferente, disinformato ed egoista, di partecipare alla vita politica di un paese di cui, sostanzialmente, non gli importa nulla?"

Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2011

giovedì, aprile 14, 2011

Se avete coraggio esultate


Con amarezza scopro un blog in cui si esulta per la vittoria di Berlusconi sulla legge italiana, dopo l'approvazione della legge sul processo breve. La sinistra è definita "rosicona" (ma la sinistra in parlamento non c'è più, c'è solo il PD) perché vorrebbero trombare come fa Berlusconi e non possono. Ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni, è un paese libero (o è quel che ne resta) ma a me certi commenti hanno strappato sorrisi a denti stretti... tranquilli probabilmente sono solo io che sono un deficiente. Mi sono sentito gravato da maschilismo, cinismo, becerezza, insensibilità, superficialità... una serie di cose spiacevoli che vorrei non appartenessero a questo mondo, figuriamoci a questa Italia.

Dopo l'approvazione della legge tronca-processi (quella che loro chiamano processo breve) molti cittadini italiani non avranno più giustizia. Molti altri, a dire la verità, perché sappiamo già che in Italia grazie a una alchemica combinazione di leggi che riducono i tempi di prescrizioni, amnistie, depenalizzazioni, leggi che permettono di spostare processi, ricusare i giudici, affarismo degli avvocati, burocrazia, assoluta mancanza di fondi e condizioni penose nelle quali magistrati e giudici sono costretti a lavorare, il risultato è che la stragrande maggioranza dei reati resta impunita (vedi l'analisi di Bruno Tinti nel suo libro Toghe Rotte).

Adesso alla già enorme quantità di persone e famiglie che non avranno mai giustizia, se ne aggiungeranno altri, altri italiani qualsiasi, che non possono che gridare disperati.
Mi sento davvero vicino ai famigliari dei morti della Tyssen, alle famiglie derubate dalla Parmalat, ai frodati dalla Cirio, agli aquilani ancora senza pace, ai parenti dei poveri pazienti della Clinica della Morte e a tutti quelli la cui giustizia vale meno di quella di un mignottaro ottantenne che il 20% degli italiani (non la maggioranza) continua a votare, probabilmente perché si comporterebbe allo stesso modo se avesse i miliardi che ha lui. Insomma in sintesi non so da che parte stiano i "rosiconi" a destra oppure a sinistra, e non me ne frega un cazzo. A me 'sta storia fa schifo e basta.

Aggiungo una notiziola gradevole. Alfano è stato contestato a Berlino. Grazie.

venerdì, febbraio 25, 2011

Siamo noi i barbari?

Quella che vi posto di seguito è una lunga ma interessantissima riflessione di Mauro Volpi (costituzionalista e consigliere del Csm) sul degrado dei costumi e della società civile italiana. Mi rendo conto che si tratta di molte righe, ma vi consiglio di leggerlo.

Comincia a farsi strada nella cultura italiana, dopo aver molto insistito sulle derive del potere politico e delle modalità del suo esercizio, l’esigenza di interrogarsi sullo stato della “società civile” nel nostro paese. [...] La mia risposta questo interrogativo è che in Italia vi sono non da oggi svariati segni di imbarbarimento e di degrado. Il degrado è economico, sociale, valoriale, etico, culturale, civile e politico.

Cominciamo dal primo, il degrado economico. [...] Come scrive Francesco Marsico, in Italia dai dati Istat relativi al 2008 risulta che il numero di famiglie situate al di sotto della “povertà relativa” è l’11,3% del totale, mentre quelle che vivono in condizioni di “povertà assoluta” sono 1.226.000, pari al 4,9% della popolazione. Dai dati forniti dalla Banca d’Italia relativi al dicembre 2009 risulta che il 10% degli italiani detiene il 44% della ricchezza nazionale, mentre di questa solo il 10% spetta alla metà meno abbiente della popolazione. Altro prodotto di quel modello di sviluppo è la precarizzazione del lavoro che assume tre aspetti, tra loro connessi. Il primo è quello di una nuova mercificazione del lavoro, che pregiudica le garanzie (a cominciare dalla sicurezza, visto che l’Italia è tra i primi paesi in Europa per numero di infortuni mortali sul lavoro) e i diritti dei lavoratori (come il diritto di sciopero e quello di scegliere i propri rappresentanti sindacali all’interno del luogo di lavoro). Il secondo è quello della disoccupazione, che colpisce tutte le fasce di età, ma in Italia è particolarmente drammatica per i giovani, tra i quali raggiunge una percentuale ormai vicina al 30%. Infine vi è la precarietà del lavoro, che spesso è solo un lungo e tormentoso passaggio verso la disoccupazione e frustra qualsiasi possibilità per i giovani di costruirsi un futuro.

Il degrado sociale consiste non solo nel peggioramento delle condizioni di vita di ampi strati della società, ma anche nella perdita (o nella debolezza) di riferimenti di tipo collettivo. Esso sfocia spesso nell’individualismo, che è cosa ben diversa dal “personalismo”, al quale si ispira l’art. 2 della Costituzione, in quanto tende a sacrificare la dimensione sociale della persona a vantaggio di una posizione di isolamento e di chiusura verso gli “altri”, posizione che porta talvolta a confondere la propria libertà con l’arbitrio e con la sopraffazione nei confronti delle altre persone. Altri aspetti del degrado sociale sono l’esaltazione del corporativismo, accentuato in Italia dal ruolo fondamentale giocato storicamente dalle corporazioni e dalle “caste”, e del familismo, che determina una promozione sociale in gran parte basata sul legame parentale. [...]

Il degrado valoriale deriva innanzitutto dallo smarrimento della memoria storica, senza la quale un popolo non può avere futuro. [...] Così alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale si sono manifestati rigurgiti nordisti da un lato e nostalgie borboniche dall’altro, accomunati da un comune sentimento anti-unitario. A sua volta la Resistenza è stata equiparata al fascismo, come se le ragioni di chi lottava per la libertà e la liberazione nazionale fossero le stesse di chi difendeva un regime autoritario e combatteva insieme all’esercito tedesco al servizio del nazismo. [...]
Allo smarrimento della memoria si accompagna la perdita di valori di riferimento. A proposito di questa i vertici della Chiesa cattolica hanno individuato nel “relativismo” il male epocale delle società occidentali. Qui pare opportuno richiamare le parole di Gustavo Zagrebelsky, secondo le quali “la democrazia è relativistica, non assolutistica”, nel senso che “non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa”. Quindi essa non può essere relativistica “sulle questioni di principio, quelle che riguardano il rispetto dell’uguale dignità di tutti gli essere umani e dei diritti che ne conseguono e il rispetto dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative”. Ebbene, proprio questi sono i valori che vengono ad essere messi in discussione. Quale rispetto vi è per la dignità e per i diritti degli immigrati, considerati non come esseri umani, ma come braccia da lavoro da sfruttare o “carne da macello” da respingere versi i campi di concentramento del deserto libico? E dei giovani, disoccupati o precari malpagati, comunque privati del proprio futuro? E delle donne, umiliate, offese e viste non come persone in sé, ma, per usare le parole del Presidente del Consiglio (pronunciate nel settembre 2010 in una conferenza-stampa con Zapatero), come “il più grande regalo di Dio all’uomo”? E degli omosessuali, considerati come dei “diversi” da colpire o dei malati da curare? E poi quanto è garantita la uguale partecipazione alla vita politica dalla struttura personalistica e oligarchica del sistema politico e da un sistema elettorale, che, dietro il mito dell’elezione diretta del Governo, trasforma gli elettori in soggetti muti chiamati a ratificare le scelte imposte dall’alto? In pratica viene pregiudicata la libertà degli elettori [...]. Ebbene, il popolo italiano può scegliere un partito e dare il potere al capo di una coalizione di maggioranza relativa, che ottiene la maggioranza dei seggi grazie ad un assurdo premio inesistente nelle altre democrazie, ma non è libero di scegliere i propri rappresentanti.

Altrettanto evidente è il degrado etico che si è diffuso nella società grazie alla propaganda, veicolata dai mezzi di comunicazione di massa, di un modello di vita basato sulla ricerca del successo ad ogni costo e del guadagno facile, nel quadro di una feroce competizione con gli altri e del sacrificio di ogni visione solidaristica. Non c’è da stupirsi se perfino l’idea di “utilizzare” il proprio corpo per fare carriera (che significa svendere la propria dignità) sia stata giustificata da un esponente politico di primo piano del centro-destra, attualmente sottosegretario al ministero dell’istruzione [...]. E se di fronte ad una giovane precaria il Presidente del Consiglio nel marzo del 2008 non abbia trovato di meglio che invitare le giovani donne a sposarsi con rampolli di ricche famiglie.

Il degrado culturale appare evidente all’interno della scuola e dell’università, cioè dei luoghi deputati alla trasmissione del sapere e alla formazione delle nuove generazioni, all’interno dei quali si tenta di imporre una concezione mercantilistica della istruzione. Basti pensare alle tre “famose” i (internet, inglese, impresa), poste a fondamento dell’educazione pubblica nelle scuole dall’ex ministro Moratti [...]. Si potrebbe ironizzare sul fatto che chi ci governa ha volutamente dimenticato la “i” più importante, l’italiano, inteso come l’insieme della cultura di base, letteraria, storica, filosofica, giuridica, scientifica, che fa di noi un popolo. Ma in realtà viene ad essere mortificato il ruolo fondamentale della scuola e dell’università di trasmissione della cultura e di sviluppo della ricerca di base, che è indispensabile anche per un’utilizzazione corretta e proficua dei nuovi strumenti tecnologici. [...] Il degrado culturale deriva anche dall’uso che viene fatto dei mezzi di comunicazione di massa. In passato la televisione ha svolto un ruolo innegabile nella diffusione della lingua e della cultura nel popolo italiano; oggi contribuisce fortemente alla sua diseducazione, configurandosi come un modello di “cattiva maestra”, per usare l’espressione di Popper, e propagando una video-politica che trasforma il cittadino in homo videns (come sottolinea Sartori), non più partecipe ma succube, specie quando la televisione rappresenta per svariati milioni di persone l’unica fonte di informazione. Inoltre l’infima qualità della grande maggioranza dei programmi televisivi veicola un modello di vita edonistico e consumistico, producendo un ribaltamento tra fiction, posta al centro dell’attenzione, e realtà, trascurata e relegata in secondo piano.

Il degrado civile si manifesta nello scarso rispetto per le regole di qualsiasi natura, da quelle di costume a quelle etiche a quelle giuridiche. L’inosservanza di elementari regole etiche e di correttezza da parte di uomini pubblici viene relegata nel gossip. Le violazioni della legalità sono spesso sopportate o giustificate in nome dell’eccessiva rigidità delle regole (come ha fatto più volte il Presidente del Consiglio per l’evasione fiscale, l’11 novembre 2004 anche di fronte al comando generale della Guardia di finanza). La Costituzione nei suoi principi e nelle sue regole essenziali viene ignorata o relegata in una sfera extragiuridica o in quella dell’antimodernità. Come se il fatto di avere più di sessant’anni fosse di per sé sinonimo di vecchiezza. L’attacco ripetuto e costante contro la Costituzione, al quale la politica trova assai comodo addebitare i disastri e l’incapacità innovativa derivanti dalla propria insipienza, va a colpire al cuore quell’insieme di valori che dovrebbe essere di guida e di modello per tutti, e in particolare per i titolari di funzioni pubbliche. Indici concreti del degrado civile sono l’evasione fiscale, calcolata da Confindustria in 120 miliardi l’anno, la corruzione, che ha fatto collocare l’Italia al sessantasettesimo posto nella classifica stilata per il 2010 da Transparency International e che secondo la Corte dei Conti ammonterebbe a 60 miliardi all’anno, e infine la diffusione nella economia e nella società della grande criminalità. [...]

Vi è infine un degrado politico che pregiudica il corretto funzionamento delle istituzioni. I partiti appaiono come entità oligarchiche sempre più distaccate dalla società e negli ultimi venti anni si è imposto il modello del “partito personale” (secondo la felice espressione di Mauro Calise), il cui compito fondamentale non è di rappresentare interessi sociali, [...], ma quello di lanciare un leader che appaia in grado di rimanere più a lungo possibile al potere. In Italia il fenomeno è stato accentuato dalla radicalità della crisi che all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha colpito il sistema politico e dalla successiva commistione tra potere politico, economico e mediatico, che ha portato all’emergere di un capo carismatico, il quale ha dato vita ad un partito votato al culto della sua personalità e alla difesa dei suoi interessi privati (economici e giudiziari). [...]
Il degrado politico determina l’inesistenza di una qualsiasi etica pubblica, che viene spesso condannata come moralismo. Ciò comporta che il comportamento indecoroso e socialmente o eticamente riprovevole di un uomo politico non porta al suo allontanamento o a sanzioni politiche, ma viene giustificato finché non vi sia una sentenza definitiva di condanna della magistratura. [...] Di fronte a comportamenti ingiustificabili e degradanti viene poi invocata la privacy dell’uomo pubblico come sfera che non tollera alcuna intromissione e che giustifica qualsiasi comportamento, anche il più vergognoso e contraddittorio rispetto agli “ideali” proclamati pubblicamente, e quindi perfino la commissione di reati (la maggioranza dei quali, come si sa, vengono commessi in privato). Si dimentica volutamente che il livello di tutela della privacy di un uomo pubblico è necessariamente inferiore rispetto a quello di un comune cittadino. E che in base all’art. 54, c. 2, Cost. i titolari di funzioni pubbliche “hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Naturalmente la tanto invocata privacy non vale più nei confronti di chi si permette di criticare o di controllare uomini potenti. Questi viene esposto ad attacchi mediatici, basati su notizie di scarsa rilevanza, quando non inventate (come nel caso Boffo) o mediaticamente costruite sul nulla (come per il giudice Mesiano), o sulla minaccia di pubblicare notizie sgradevoli. Certo, si può sostenere con buoni argomenti che la classe politica è lo specchio della società attuale. Ma si tratta di una ben magra consolazione, perché da quando si è affermato il suffragio universale i cittadini sono stati convinti che fossero chiamati ad eleggere i “migliori”, quelli che per capacità di esprimere interessi sociali, per cultura, per qualità umane, apparissero come i più degni di rappresentarli. Nel momento in cui la qualità e la dignità della rappresentanza vengono degradate al livello medio (o forse anche più basso) esistente nella società, essa perde di ogni credibilità e la nobile professione del politico viene ad essere appannaggio di persone in cerca di successo e che sarebbero incapaci di emergere in qualsiasi altra attività umana.

Mauro Volpi - da I barbari siamo noi? Una riflessione sui costumi incivili degli italiani.

martedì, luglio 07, 2009

Supposta antimafia



Questa più che una pillola è una supposta, una medicina che bisognerebbe ficcare nel didietro a tutti quelli che votano ancora per la mafia, nonostante sappiano benissimo dove sta e che volto ha. Votano lo stesso per la mafia perché "abbasserà le tasse" oppure "mi toglie l'ici" oppure "ci fa il condono"... e infatti dopo quindici anni di governo della mafia, possiamo ringraziarla per il buon lavoro svolto. L'Italia, mi pare ovvio, sta benissimo. Certo, è colpa dell'euro, dell'undici settembre, della crisi mondiale e del terremoto in abruzzo. Quindici anni che hanno piegato (e piagato) il nostro paese, perché gli italiani sono coglioni e continuano a votare chi promette di abbassare le tasse, di togliere l'ici, e di condonare la villetta abusiva. E la mafia è lì, davanti alla telecamera, dietro la macchina da scrivere, nei palazzi del potere. La vedono e fanno spallucce, poi la votano e in edicola comprano il giornale della mafia, e guardano il telegiornale della mafia, e parlano con altri che hanno votato mafia e si convincono che hanno fatto bene, che è colpa dell'euro, dell'undici settembre, della crisi mondiale e del terremoto in abruzzo.

sabato, marzo 28, 2009

Ricevo, apprezzo e pubblico

Daniele mi ha spedito questa sua riflessione. La condivido con voi.

Scusate... volevo dire altre 2 paroline sul testamento biologico. Parto da un articolo che è stato inviato alcuni giorni fa e che sottolineava in modo critico il fatto che la nuova legge ribadisse l'indisponibilità (oltrechè l'inviolabilità ) del diritto alla vita. In realtà mi sento di sottolineare tre volte questa cosa. Certo che il diritto alla vita è indisponibile: ma che vuol dire? Indisponibile vuol dire che non posso cedrlo a terzi, non posso venderlo. Non so facciamo un esempio: se in uno stato fosse sancita l'indisponibilità del diritto alla casa ( potremmo discutere se tale diritto sia sancito nella Costituzione italiana...ma vabbè) ciò vorrebbe dire che tutti devono poter avere ed abitare in una casa e nessuno potrebbe vendere la casa in cui abita. Ma se io decido di andarmene dalla casa in cui vivo? chi me lo impedisce? se voglio andare a convivere con alcuni amici? E' questo il punto: io rimango titolare del mio diritto alla casa ( "il dirito è mio" nessuno me lo può togliere nè io lo posso cedere) ma lo esercito come mi pare ( non sono obbòligato a starci). Certo con il diritto alla vita questo è più difficile e, anzi, il paragone potrebbe apparire inadeguato: dal momento in cui decido di non esercitare il mio diritto alla vita non ne sono manco più titolare ( e certo... sono morto!): Ma allora il punto centrale diventa un altro. Cedere il mio diritto alla vita ad un altro vuol dire consentirgli di decidre della mia vita... e della mia morte; di decidere fin quando ho diritto di viveree quando devo morire.
Davvero questa Legge sancisce l'indisponibilità del diritto alla vita? O forse mi obbliga a cederlo ad un altro( lo stato, il medico) ? ( mi sembrano domende retoriche)
Proprio grazie al fatto che il diritto alla vita è indisponibile la Signora Maria ha potuto decidere di non farsi amputare le gambe, accettando di morire in santa pace, senza temere che una sorta di "polizia sanitaria" la venisse a prendere a casa. Se però invece di beccarmi una malattia che mi lascia nella piena capacità di decidere ho la sfiga di finire in come allora non posso più decidere o, qualora l'evessi già fatto, la mia volontà viene annullata: qualcun altro decide il momento in cui mi tocca morire.
E allora? Perchè? Beh io penso che sia perchè ancora una volta si preferisce far sì che sia qualcun altro a decidere, qualcun altro a sceglier cos'è bene e male per gli altri, in fondo, è più semplice. Anche in questo modo, a mio parere, si è inferto un altro colpo alla Democrazia.
Buona Giornata
PS http://www.. biennaledemocraz ia.it/

martedì, luglio 08, 2008

In ricordo delle Leggi Razziali

Era il Fascismo, era 70, 80 anni fa. Era oggi.
Come ci ricordano Marco Travaglio, Furio Colombo e pochi altri, ci siamo già. In Italia passano leggi come l'aggravante razziale per i reati, che aumentano la pena se il reato è stato commesso da un clandestino. E vengono fatte passare come importanti provvedimenti per la nostra sicurezza. Dallo stesso governo che sospende i processi, taglia le spese della giustizia, accorcia i tempi di prescrizione, vuole l'impunità per le alte cariche dello stato.
Ma a nessuno sembra che stiano facendo uno schifoso doppio gioco? Da una parte aggravano le pene e inventano nuovi imperseguibili reati contro rom e clandestini, dall'altra si impegnano affinché i grandi signori del furto organizzato (gente che corrompe giudici, che froda il fisco per milioni, che falsifica i bilanci, che mette i soldi in banche all'estero, che trucca le gare, che dirige appalti verso aziende di dubbia moralità, che collabora con la mafia) non venga mai punita.
Davvero la maggior parte dell'Italia è convinta che la nostra sicurezza sia compromessa da gente che chiede l'elemosina e scippa le borsette? ...anziché da chi manda in bancarotta aziende come l'Alitalia, la Parmalat, la Cirio, aziende dove lavoravano migliaia di persone e nelle quali centinaia di cittadini aveva riposto i risparmi. Lo sanno che per Callisto Tanzi c'è la certezza di assoluzione? Che Marcello Dell'Utri non finirà mai in carcere? Lo sanno che in Italia il vero crimine, quello commesso dai veri criminali, resta impunito nel 95% dei casi?

Inserisco l'intervento di Marco Travaglio. Magari vi va di vederlo.

mercoledì, giugno 04, 2008

Parlamento Europeo e pogrom italiani

Parlamento Europeo, 20 Maggio 2008
Parla la deputata ungherese Viktoria Mohacsi, rom, gruppo liberale

"Prendo la parola dopo i pogrom anti rom avvenuti in Italia. Avevo scritto una lettera a Silvio Berlusconi, il 23 febbraio scorso, sui danni che avrebbe provocato una campagna elettorale con i rom come capri espiatori. Oggi vediamo i risultati. L'emergenza rom è scattata quando i media hanno scritto che una sedicenne roma aveva cercato di rapire una bambina di sei mesi, a Napoli. Mi sono informata: questa storia è falsa. La polizia italiana non ha alcuna notizia di reato, né investigazioni in corso. Il 13 maggio una sessantina di teppisti ha assaltato con bottiglie Molotov il campo rom di Ponticelli. Mi sono informata: non esiste alcuna inchiesta di polizia contro i responsabili. Il governo italiano è forte con i deboli e debole con i forti. Non dovrebbe rivolgersi prima verso la Camorra?"

da Diario del 1 Giugno 2008

venerdì, febbraio 08, 2008

Le piccole notizie

Oggi ho contribuito alla diffusione di giornali in maniera bipartisan, comprando sia il Corriere della Sera che Il Manifesto. Tanto per mettere subito le cose in chiaro: la differenza tra i due non è che uno è di destra e l'altro di sinistra, 'ste cazzate le dice Berlusconi. La differenza è che il Corriere della Sera non è un giornale libero e indipendente, il Manifesto sì.

La cosa bella del Corriere della Sera è scoprire di pagina in pagina quali notizie hanno una spazio mastodontico e quali vengono date in un box largo un dito a pagina venti. Ad esempio: uno apre il giornale alle pagine diciotto-diciannove. Pagina diciotto è completamente dedicata alla straordinaria notizia che gli italiani campano sempre di più, con tanto di grafici sull'età media e mappa delle regioni con longevità media più alta. In basso a destra di pagina diciannove, in due box della grandezza di una carta di credito che spuntano ai lati di una enorme pezza pubblicitaria, si leggono queste due notiziette: "La Rai querela Libero: calunnie su di noi" e "Raccomandati in tv: Berlusconi denunciato".

La prima delle due notizie è il proseguo di un fatto devastante, e cioè si è scoperto che in Rai giravano elenchi di dipendenti evidenziati con pennarello rosso o azzurro per far capire il loro orientamento politico. Cioè insomma i dipendenti Rai erano stati "schedati". Terrificante. E Libero, che è un giornale del cazzo ma è in effetti un altro giornale libero, ha pubblicato le foto della lista. La Rai invece di domandarsi che succede, denuncia Libero per calunnia. La prassi logica vorrebbe che tu, Rai, per prima cosa dovresti dimostrare che l'articolo è falso (se è falso), e cioè che la lista non esiste e se l'è inventata Feltri per tirare su le vendite. Perché ai cittadini non gliene frega niente che la Rai querela Libero, a loro interessa se la Rai è davvero il posto di merda dove si schedano i dipendenti in base all'orientamento politico che hanno.

La seconda invece rappresenta appieno il grado di servilismo schifoso in cui è precipitata la stampa italiana. Mentre in prima pagina si parla degli sms che Sarkozy e la ex-moglie si mandano per questioni del tutto personali, il Corriere della Sera mette in basso a destra a pagina 19 la notizia che Berlusconi (ex premier e attuale candidato leader della Casa delle Libertà) è stato denunciato da 60 lavoratori della Rai, perlopiù donne, chiedendo un risarcimento di 50.000 euro a testa. La richiesta di risarcimento è dovuta al fatto che Berlusconi, quando il 20 dicembre scorso parlò a proposito del fatto che era stato appena iscritto nell'elenco degli indagati per aver raccomandato persone in Rai, disse: "Lo sanno tutti nel mondo dello spettacolo, in certe situazioni in Rai si lavora soltanto se ti prostituisci oppure sei di sinistra" e aggiunse "Tutti in Rai sono dei raccomandati a cominciare dal direttore generale".
Mi ricorda un po' quando Craxi, durante mani pulite, andò in parlamento e si giustificò dicendo che era vero, lui rubava, ma rubavano tutti. Stessa scuola. Siccome in Rai si fa carriera solo mostrandosi servili, non pestando piedi a nessuno, confezionando le trasmissioni addosso alla gente e appellandosi al fatto che siano riconoscenti, allora il Cavaliere si sente giustificato: così fan tutti, che c'è di male se lo faccio anche io? La risposta è semplice, testa di cazzo: è reato.
Qualche dipendente Rai si è sentito giustamente offeso a sentir dire che lavora perché si prostituisce o è di sinistra, soprattutto se è un dipendente donna ed è di destra. E altrettanto giustamente hanno denunciato il premier. Questa notizia, lo ripeto, viene data a pagina 19 in basso, in un box di dieci centimetri per cinque.

mercoledì, gennaio 30, 2008

Qualcosa non va?

Berlusconi prosciolto per il caso SME.
La Magistratura non vedeva l'ora, visto che il reato era caduto in prescrizione da diversi anni, grazie alle leggi che depenalizzavano il falso in bilancio (riducendo la prescrizione) varate da... Berlusconi. Ma erano costretti a procedere, perché questo vuole lo stato: impunità subito e giustizia ingolfata a portare a termine processi inutili. Inoltre il falso in bilancio non è nemmeno più reato, dopo le modifiche alla legge apportate da... Berlusconi. Insomma congratulazioni a Berlusconi che grazie alle leggi di Berlusconi è stato assolto dai reati commessi da Berlusconi.

martedì, dicembre 11, 2007

Decameron al rogo

Le puntate del programma di Daniele Luttazzi, Decameron, sono state poste sotto sequesto probatorio da parte dei carabinieri su richiesta di Daniele stesso. Avevano minacciato di distruggere tutto il girato, fortunatamente non l'hanno fatto. Per chi fosse curioso di come sono andati i fatti veramente, il blog di Luttazzi è sempre lì.

mercoledì, novembre 28, 2007

Riassunto per l'Europa

E' un po' lunghetto (17 minuti) ma ne vale la pena. Volete un riassunto efficace di tutte le porcate compiute dall'attuale ministro della giustizia Clemente Mastella in relazione ai casi sui quali stava indagando la procura di Catanzaro cioè De Magistris? Ci pensa Marco Travaglio, che l'ha riassunto per tutta l'Europa al parlamento europeo. Grazie ancora, governo italiano.

giovedì, novembre 01, 2007

La festa delle streghe


Hanno votato contro la commissione d'inchiesta per stabilire cosa è successo davvero a Genova durante il G8 del 2001. C'è gente con la faccia smantellata dalle randellate, e hanno votato contro. Negozi sfondati, e hanno votato contro. Signori che continuano a vincere cause di risarcimento perché ingiustamente picchiati e maltrattati dalle forze "dell'ordine"... e hanno votato contro. C'era chi incendiava e ribaltava le macchine, a Genova. C'era uno di questi ragazzi -probabilmente una testa di cazzo, ok- che è stato freddato da un colpo di pistola alla testa, e c'è chi ci vuole far credere che il colpo è stato sparato in aria, ma è rimbalzato sul culo di nebo kid e ha centrato la testa del poveretto. Al G8 lanciavano fumogeni contro manifestanti inermi come se fossero tutti black block. Hanno pestato gente senza ragione. E hanno votato contro. Il partito del Ministro della Giustizia Mastella e quello dell'ex-magistrato Antonio di Pietro. Complimenti!!! Motivazioni? Temevano che fosse il via ad una azione punitiva unidirezionale contro le forze dell'ordine. Bella faccia da culo! Ma lo sapete chi è responsabile delle cazzate fatte dalle forze dell'ordine? Lo Stato! Esse maiuscola. Lo dice la nostra Costituzione. Ci maiuscola. Hanno votato contro la verità. E se Prodi s'incazza... ERA ORA!!!

PS domani a Lucca Comics, magari mi disintossico un po'...

martedì, settembre 11, 2007

Marco Travaglio, il V-Day

Ma quale antipolitica

"A vedere i telegiornali di regime, cioè praticamente tutti, sabato a Bologna e nelle altre piazze non è successo niente (molto spazio invece al matrimonio di Baldini, l’amico di Fiorello). A leggere i giornali di regime (molti), il V-Day è stato il trionfo dell’«antipolitica», del «populismo», del «giustizialismo» e del «qualunquismo». In un Paese che ha smarrito la memoria e abolito la logica, questa inversione del vocabolario ci sta tutta: la vera politica diventa antipolitica, la partecipazione popolare diventa populismo, la sete di giustizia diventa giustizialismo, fare i nomi dei ladri anziché urlare «tutti ladri» è qualunquismo.

E infatti, che il V-Day fosse antipolitico, populista, giustizialista e qualunquista, lorsignori l’avevano stabilito prim’ancora di vederlo, di sapere che cos’era. A prescindere. Non sapevano e non sanno (non c’erano) che per tutta la giornata, in 200 piazze d’Italia e all’estero, migliaia di giovani dei Meet-up grilleschi hanno raccolto 300 mila firme (ne bastavano 50 mila) in calce a una proposta di legge di iniziativa popolare che chiede il divieto per i condannati di entrare in Parlamento, il tetto massimo di due legislature per i parlamentari e la restituzione ai cittadini del diritto di scegliersi i propri rappresentanti sulla scheda elettorale. Cioè hanno esercitato un diritto previsto dalla Costituzione, quello di portare all’attenzione delle Camere tre questioni «politiche» quant’altre mai. E l’hanno fatto con l’arma più antica e genuina di ogni democrazia: la manifestazione di piazza.

Quella piazza che, quando la occupano Berlusconi e Bossi e Casini e Mastella per chiedere cose incostituzionali, tutti invitano ad «ascoltare». E quando la occupano un milione di persone senza etichette né bandiere (tante erano mal contate, sabato, da Bologna a New York, se alle 20 i firmatari della petizione erano 300 mila, altrettanti erano ancora in fila a mezzanotte e molti di più avevano desistito per fare ritorno a casa) diventa un obbrobrio da ignorare e rifuggire.

Mentre, nel V-Day after, riparto da Bologna per tornare a casa, chiamo Beppe Grillo per commentare a mente fredda: lui mi racconta, ridendo come un pazzo, che gli ha telefonato il suo vecchio manager, «Cencio» Marangoni, per dirgli che a Villanova di Bagnacavallo c’è ancora la fila ai banchetti. E a Villanova di Bagnacavallo sono quattro gatti, perlopiù di una certa età, e chissà come han fatto a sapere che c’erano i banchetti visto che non l’ha detto nessuna tv e quasi nessun giornale. Ma se a Villanova di Bagnacavallo si firma ancora, forse questa non è antipolitica: questa è superpolitica.

È antipolitica difendere la dignità del Parlamento infangata dalla presenza di 24 pregiudicati e un’ottantina di indagati, imputati, condannati provvisori e prescritti? È antipolitica chiedere di restituire la sovranità al popolo con una legge elettorale qualsiasi, purchè a scegliere gli eletti siano gli elettori e non gli eletti medesimi? È antipolitica pretendere che la politica torni a essere un servizio che si presta per un limitato periodo di tempo (dieci anni al massimo), dopodichè si torna a lavorare o, se s’è mai fatta questa esperienza, si cerca un lavoro come tutti gli altri? È antipolitica chiedere rispetto per i magistrati e dire grazie a Clementina Forleo e ai giudici indipendenti come lei?

Chi era a Bologna in piazza Maggiore, o in collegamento nel resto d’Italia e all’estero, ha visto decine di migliaia di persone restare in piedi da mezzogiorno a mezzanotte. Ha sentito Grillo chiedere il superamento «di questi» partiti, i partiti delle tessere gonfiate, dei congressi fasulli, delle primarie dimezzate (vedi esclusione di Furio Colombo, Di Pietro e Pannella), della legge uguale per gli altri; smentire di volerne creare uno nuovo; e rammentare che gli «abusivi» da cacciare non sono ambulanti e lavavetri, ma politici e banchieri corrotti o collusi.

Un economista, Mauro Gallegati, spiegare i guasti del precariato in un mercato del lavoro senza mercato e senza lavoro. Un grande architetto come Majowiecki illustrare i crimini cementiferi che i suoi colleghi seminano per l’Italia e per l’Europa con la complicità di amministratori scriteriati, e le possibili alternative verso un modo «leggero» di pensare e costruire città e infrastrutture. Alessandro Bergonzoni spiegare la partecipazione democratica con una travolgente affabulazione («Chi è Stato? Io sono Stato»). Un esperto di energie alternative come Maurizio Pallante raccontare quel che si potrebbe fare nel settore ambientale ed energetico al posto di inceneritori, termovalorizzatori, centrali a carbone e treni ad alta velocità per le mozzarelle. I ragazzi di Locri lanciare l’ennesimo grido di dolore dalla Calabria della malavita e della malapolitica.

Il giudice Norberto Lenzi rischiare il procedimento disciplinare per avvertire che il berlusconismo è vivo e lotta insieme a noi, anche a sinistra. Sabina Guzzanti prendere per i fondelli la deriva fuffista e conformista dell’informazione. I genitori familiari di Federico Aldovrandi raccontare, in un silenzio misto a lacrime, la tragedia del figlio morto due anni fa durante un «controllo di polizia». Massimo Fini tenere una lezione sul tramonto della democrazia rappresentativa citando Kelsen, Mosca e Pareto. Il giornalista Ferruccio Sansa sintetizzare la sua inchiesta sul «tesoretto» da 100 miliardi di euro che lo Stato non ha mai riscosso dai concessionari, spesso malavitosi, dei videopoker e altri giochi, una mega-evasione fiscale scoperta dal pm Woodcock e dalla Guardia di Finanza, ma coperta da incredibili silenzi governativi.

Alla fine ho parlato anch’io: ho ricordato Lirio Abbate minacciato dalla mafia; ho cercato di spiegare che la tolleranza zero deve cominciare, come nella New York di Giuliani, dai mafiosi e dai corrotti, non dai lavavetri e dagli ambulanti; e ho difeso Cofferati, che avrà tanti difetti, ma non quello di partire dai poveracci, visto che prima ha preteso legalità dagli imprenditori sullo Statuto dei lavoratori. Ho fatto parecchi nomi e cognomi, come tutti gli altri sul palco di piazza Maggiore. Ora scopro che fare i nomi sarebbe «qualunquismo»: e parlare in generale per non dire niente, allora, che cos’è?

Ho trascorso l’intero pomeriggio sotto il palco e sul palco, e mai ho sentito parlare non dico «contro» Marco Biagi, ma «di» Marco Biagi. Il nome «Marco Biagi» non è mai strato citato per esteso. S’è parlato un paio di volte della legge 30 che abusivamente il governo Berlusconi intestò al professore assassinato, che non poteva più ribellarsi, mentre un ministro di quel governo lo chiamava «rompicoglioni». E ne ha parlato Grillo per chiedere di riformarla, insieme alla legge Treu, aggiungendo che però «il vero problema non sono neppure le leggi: è che in Italia non c’è lavoro».

Lo dico perché un amico, l’ex giudice ora assessore Libero Mancuso, che nessuno ha visto alla manifestazione, ha parlato di presunte «offese a Biagi». Posso assicurare che se qualcuno, dal palco, avesse davvero mancato di rispetto a Marco Biagi, su quel palco nessuno di noi, nemmeno Grillo, sarebbe rimasto un minuto di più."

Marco Travaglio
da L'Unità

mercoledì, luglio 11, 2007

Le notizie del G8 che nessun telegionale dà

GENOVA - Massacrata a calci e manganellate nell'inferno della scuola Diaz. Arrestata illegalmente con prove false. Trascinata via per i capelli, il volto ridotto ad una maschera di sangue. Ma Anna Nicola Doherty, cittadina inglese di 27 anni, quella notte maledetta entrando nella caserma di Bolzaneto dichiarava di "non temere per la propria incolumità fisica". Di non voler parlare con i propri familiari, con un legale, tantomeno con l'ambasciata britannica. E come lei tutti gli altri no-global stranieri, 66 delle 93 vittime del blitz poliziesco durante il G8.

Secondo i verbali ufficiali del ministero della Giustizia - redatti nel centro di prima detenzione - i ragazzi non avevano paura e non volevano parlare con nessuno. Sei anni più tardi la Procura di Genova è riuscita a dimostrare la falsità di quei documenti, e stamani chiederà che venga ascoltato in aula il perito che ha smascherato la bugia delle forze dell'ordine. I rapporti erano stati compilati in anticipo.

Per evitare rogne e differire quanto più possibile i contatti tra le persone fermati nella scuola e l'esterno, circostanza che getta ombre ancora più cupe sulla sciagurata irruzione del 21 luglio 2001. Se oggi il presidente del tribunale non dovesse accettare l'inserimento della nuova indagine nel processo per i soprusi e le violenze di Bolzaneto - 47 imputati tra funzionari di polizia, ufficiali dei carabinieri e della polizia penitenziaria, guardie carcerarie e medici - , i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati apriranno l'ennesimo fascicolo per falso nei confronti delle persone allora responsabili della caserma.
Ancora un falso, ancora uno scandalo per coloro che durante il vertice internazionale dovevano garantire l'ordine pubblico. La perizia calligrafica dimostra che nel centro di prima detenzione furono preparati due modelli precompilati. In entrambi era scritto in anticipo che il detenuto sosteneva di "non" appartenere ad alcun clan criminale, ma soprattutto che "non" temeva per la propria incolumità personale o fisica e che "non" voleva che del proprio stato di detenzione venisse data comunicazione al consolato o all'ambasciata del suo paese.

La cosiddetta "dichiarazione di primo ingresso" recava l'intestazione Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, e in calce il timbro del magistrato Alfonso Sabella, allora capo del servizio ispettivo del Dap (la sua posizione è stata archiviata nel gennaio scorso). All'arrivo a Bolzaneto, ciascun detenuto si vedeva intestare il relativo verbale. E via, chiuso in cella, costretto a restare per ore con le mani alzate. Insultato, minacciato, ancora picchiato. Accecato con i gas lacrimogeni gettati tra le sbarre. Spogliato, deriso, con gli agenti che mimavano atti sessuali. Senza distinzione tra detenuti maschi o femmine.

Ad uno di loro, un poliziotto divaricò le dita di una mano fino a strappare letteralmente la pelle.
Ma ufficialmente, secondo i verbali, i fermati non avevano paura e preferivano non parlare con l'esterno. Il falso, certificato dal perito Laura Parodi, è oggettivamente distinguibile anche ad occhio nudo. In 49 casi è stato usato un modello pre-compilato, in 17 un altro. In questi che i pm ricordano essere atti redatti da pubblici ufficiali, ci sono poi alcuni strafalcioni grotteschi. In calce a quello di Anne Nicola Doherty c'è scritto che "il dichiarante si rifiuta di firmare".

La dichiarazione di Achim Nathrath, di Monaco di Baviera, non porta neppure la firma.
Quella di stamani è l'ultima udienza dei processi genovesi per i fatti del G8, prima della pausa estiva. Sabato è in programma l'interrogatorio dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, indagato recentemente per aver istigato il questore Francesco Colucci a testimoniare il falso.

(Repubblica. it, 9 luglio 2007)