venerdì, febbraio 25, 2011

Siamo noi i barbari?

Quella che vi posto di seguito è una lunga ma interessantissima riflessione di Mauro Volpi (costituzionalista e consigliere del Csm) sul degrado dei costumi e della società civile italiana. Mi rendo conto che si tratta di molte righe, ma vi consiglio di leggerlo.

Comincia a farsi strada nella cultura italiana, dopo aver molto insistito sulle derive del potere politico e delle modalità del suo esercizio, l’esigenza di interrogarsi sullo stato della “società civile” nel nostro paese. [...] La mia risposta questo interrogativo è che in Italia vi sono non da oggi svariati segni di imbarbarimento e di degrado. Il degrado è economico, sociale, valoriale, etico, culturale, civile e politico.

Cominciamo dal primo, il degrado economico. [...] Come scrive Francesco Marsico, in Italia dai dati Istat relativi al 2008 risulta che il numero di famiglie situate al di sotto della “povertà relativa” è l’11,3% del totale, mentre quelle che vivono in condizioni di “povertà assoluta” sono 1.226.000, pari al 4,9% della popolazione. Dai dati forniti dalla Banca d’Italia relativi al dicembre 2009 risulta che il 10% degli italiani detiene il 44% della ricchezza nazionale, mentre di questa solo il 10% spetta alla metà meno abbiente della popolazione. Altro prodotto di quel modello di sviluppo è la precarizzazione del lavoro che assume tre aspetti, tra loro connessi. Il primo è quello di una nuova mercificazione del lavoro, che pregiudica le garanzie (a cominciare dalla sicurezza, visto che l’Italia è tra i primi paesi in Europa per numero di infortuni mortali sul lavoro) e i diritti dei lavoratori (come il diritto di sciopero e quello di scegliere i propri rappresentanti sindacali all’interno del luogo di lavoro). Il secondo è quello della disoccupazione, che colpisce tutte le fasce di età, ma in Italia è particolarmente drammatica per i giovani, tra i quali raggiunge una percentuale ormai vicina al 30%. Infine vi è la precarietà del lavoro, che spesso è solo un lungo e tormentoso passaggio verso la disoccupazione e frustra qualsiasi possibilità per i giovani di costruirsi un futuro.

Il degrado sociale consiste non solo nel peggioramento delle condizioni di vita di ampi strati della società, ma anche nella perdita (o nella debolezza) di riferimenti di tipo collettivo. Esso sfocia spesso nell’individualismo, che è cosa ben diversa dal “personalismo”, al quale si ispira l’art. 2 della Costituzione, in quanto tende a sacrificare la dimensione sociale della persona a vantaggio di una posizione di isolamento e di chiusura verso gli “altri”, posizione che porta talvolta a confondere la propria libertà con l’arbitrio e con la sopraffazione nei confronti delle altre persone. Altri aspetti del degrado sociale sono l’esaltazione del corporativismo, accentuato in Italia dal ruolo fondamentale giocato storicamente dalle corporazioni e dalle “caste”, e del familismo, che determina una promozione sociale in gran parte basata sul legame parentale. [...]

Il degrado valoriale deriva innanzitutto dallo smarrimento della memoria storica, senza la quale un popolo non può avere futuro. [...] Così alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale si sono manifestati rigurgiti nordisti da un lato e nostalgie borboniche dall’altro, accomunati da un comune sentimento anti-unitario. A sua volta la Resistenza è stata equiparata al fascismo, come se le ragioni di chi lottava per la libertà e la liberazione nazionale fossero le stesse di chi difendeva un regime autoritario e combatteva insieme all’esercito tedesco al servizio del nazismo. [...]
Allo smarrimento della memoria si accompagna la perdita di valori di riferimento. A proposito di questa i vertici della Chiesa cattolica hanno individuato nel “relativismo” il male epocale delle società occidentali. Qui pare opportuno richiamare le parole di Gustavo Zagrebelsky, secondo le quali “la democrazia è relativistica, non assolutistica”, nel senso che “non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa”. Quindi essa non può essere relativistica “sulle questioni di principio, quelle che riguardano il rispetto dell’uguale dignità di tutti gli essere umani e dei diritti che ne conseguono e il rispetto dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative”. Ebbene, proprio questi sono i valori che vengono ad essere messi in discussione. Quale rispetto vi è per la dignità e per i diritti degli immigrati, considerati non come esseri umani, ma come braccia da lavoro da sfruttare o “carne da macello” da respingere versi i campi di concentramento del deserto libico? E dei giovani, disoccupati o precari malpagati, comunque privati del proprio futuro? E delle donne, umiliate, offese e viste non come persone in sé, ma, per usare le parole del Presidente del Consiglio (pronunciate nel settembre 2010 in una conferenza-stampa con Zapatero), come “il più grande regalo di Dio all’uomo”? E degli omosessuali, considerati come dei “diversi” da colpire o dei malati da curare? E poi quanto è garantita la uguale partecipazione alla vita politica dalla struttura personalistica e oligarchica del sistema politico e da un sistema elettorale, che, dietro il mito dell’elezione diretta del Governo, trasforma gli elettori in soggetti muti chiamati a ratificare le scelte imposte dall’alto? In pratica viene pregiudicata la libertà degli elettori [...]. Ebbene, il popolo italiano può scegliere un partito e dare il potere al capo di una coalizione di maggioranza relativa, che ottiene la maggioranza dei seggi grazie ad un assurdo premio inesistente nelle altre democrazie, ma non è libero di scegliere i propri rappresentanti.

Altrettanto evidente è il degrado etico che si è diffuso nella società grazie alla propaganda, veicolata dai mezzi di comunicazione di massa, di un modello di vita basato sulla ricerca del successo ad ogni costo e del guadagno facile, nel quadro di una feroce competizione con gli altri e del sacrificio di ogni visione solidaristica. Non c’è da stupirsi se perfino l’idea di “utilizzare” il proprio corpo per fare carriera (che significa svendere la propria dignità) sia stata giustificata da un esponente politico di primo piano del centro-destra, attualmente sottosegretario al ministero dell’istruzione [...]. E se di fronte ad una giovane precaria il Presidente del Consiglio nel marzo del 2008 non abbia trovato di meglio che invitare le giovani donne a sposarsi con rampolli di ricche famiglie.

Il degrado culturale appare evidente all’interno della scuola e dell’università, cioè dei luoghi deputati alla trasmissione del sapere e alla formazione delle nuove generazioni, all’interno dei quali si tenta di imporre una concezione mercantilistica della istruzione. Basti pensare alle tre “famose” i (internet, inglese, impresa), poste a fondamento dell’educazione pubblica nelle scuole dall’ex ministro Moratti [...]. Si potrebbe ironizzare sul fatto che chi ci governa ha volutamente dimenticato la “i” più importante, l’italiano, inteso come l’insieme della cultura di base, letteraria, storica, filosofica, giuridica, scientifica, che fa di noi un popolo. Ma in realtà viene ad essere mortificato il ruolo fondamentale della scuola e dell’università di trasmissione della cultura e di sviluppo della ricerca di base, che è indispensabile anche per un’utilizzazione corretta e proficua dei nuovi strumenti tecnologici. [...] Il degrado culturale deriva anche dall’uso che viene fatto dei mezzi di comunicazione di massa. In passato la televisione ha svolto un ruolo innegabile nella diffusione della lingua e della cultura nel popolo italiano; oggi contribuisce fortemente alla sua diseducazione, configurandosi come un modello di “cattiva maestra”, per usare l’espressione di Popper, e propagando una video-politica che trasforma il cittadino in homo videns (come sottolinea Sartori), non più partecipe ma succube, specie quando la televisione rappresenta per svariati milioni di persone l’unica fonte di informazione. Inoltre l’infima qualità della grande maggioranza dei programmi televisivi veicola un modello di vita edonistico e consumistico, producendo un ribaltamento tra fiction, posta al centro dell’attenzione, e realtà, trascurata e relegata in secondo piano.

Il degrado civile si manifesta nello scarso rispetto per le regole di qualsiasi natura, da quelle di costume a quelle etiche a quelle giuridiche. L’inosservanza di elementari regole etiche e di correttezza da parte di uomini pubblici viene relegata nel gossip. Le violazioni della legalità sono spesso sopportate o giustificate in nome dell’eccessiva rigidità delle regole (come ha fatto più volte il Presidente del Consiglio per l’evasione fiscale, l’11 novembre 2004 anche di fronte al comando generale della Guardia di finanza). La Costituzione nei suoi principi e nelle sue regole essenziali viene ignorata o relegata in una sfera extragiuridica o in quella dell’antimodernità. Come se il fatto di avere più di sessant’anni fosse di per sé sinonimo di vecchiezza. L’attacco ripetuto e costante contro la Costituzione, al quale la politica trova assai comodo addebitare i disastri e l’incapacità innovativa derivanti dalla propria insipienza, va a colpire al cuore quell’insieme di valori che dovrebbe essere di guida e di modello per tutti, e in particolare per i titolari di funzioni pubbliche. Indici concreti del degrado civile sono l’evasione fiscale, calcolata da Confindustria in 120 miliardi l’anno, la corruzione, che ha fatto collocare l’Italia al sessantasettesimo posto nella classifica stilata per il 2010 da Transparency International e che secondo la Corte dei Conti ammonterebbe a 60 miliardi all’anno, e infine la diffusione nella economia e nella società della grande criminalità. [...]

Vi è infine un degrado politico che pregiudica il corretto funzionamento delle istituzioni. I partiti appaiono come entità oligarchiche sempre più distaccate dalla società e negli ultimi venti anni si è imposto il modello del “partito personale” (secondo la felice espressione di Mauro Calise), il cui compito fondamentale non è di rappresentare interessi sociali, [...], ma quello di lanciare un leader che appaia in grado di rimanere più a lungo possibile al potere. In Italia il fenomeno è stato accentuato dalla radicalità della crisi che all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha colpito il sistema politico e dalla successiva commistione tra potere politico, economico e mediatico, che ha portato all’emergere di un capo carismatico, il quale ha dato vita ad un partito votato al culto della sua personalità e alla difesa dei suoi interessi privati (economici e giudiziari). [...]
Il degrado politico determina l’inesistenza di una qualsiasi etica pubblica, che viene spesso condannata come moralismo. Ciò comporta che il comportamento indecoroso e socialmente o eticamente riprovevole di un uomo politico non porta al suo allontanamento o a sanzioni politiche, ma viene giustificato finché non vi sia una sentenza definitiva di condanna della magistratura. [...] Di fronte a comportamenti ingiustificabili e degradanti viene poi invocata la privacy dell’uomo pubblico come sfera che non tollera alcuna intromissione e che giustifica qualsiasi comportamento, anche il più vergognoso e contraddittorio rispetto agli “ideali” proclamati pubblicamente, e quindi perfino la commissione di reati (la maggioranza dei quali, come si sa, vengono commessi in privato). Si dimentica volutamente che il livello di tutela della privacy di un uomo pubblico è necessariamente inferiore rispetto a quello di un comune cittadino. E che in base all’art. 54, c. 2, Cost. i titolari di funzioni pubbliche “hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Naturalmente la tanto invocata privacy non vale più nei confronti di chi si permette di criticare o di controllare uomini potenti. Questi viene esposto ad attacchi mediatici, basati su notizie di scarsa rilevanza, quando non inventate (come nel caso Boffo) o mediaticamente costruite sul nulla (come per il giudice Mesiano), o sulla minaccia di pubblicare notizie sgradevoli. Certo, si può sostenere con buoni argomenti che la classe politica è lo specchio della società attuale. Ma si tratta di una ben magra consolazione, perché da quando si è affermato il suffragio universale i cittadini sono stati convinti che fossero chiamati ad eleggere i “migliori”, quelli che per capacità di esprimere interessi sociali, per cultura, per qualità umane, apparissero come i più degni di rappresentarli. Nel momento in cui la qualità e la dignità della rappresentanza vengono degradate al livello medio (o forse anche più basso) esistente nella società, essa perde di ogni credibilità e la nobile professione del politico viene ad essere appannaggio di persone in cerca di successo e che sarebbero incapaci di emergere in qualsiasi altra attività umana.

Mauro Volpi - da I barbari siamo noi? Una riflessione sui costumi incivili degli italiani.
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