sabato, gennaio 29, 2011

L'inferno dei viventi

«L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»
(Italo Calvino, Le città invisibili, 1972)


Queste parole di Calvino sono un tutto tondo, credo che sia illuminante fermarsi a contemplare la loro universalità, la loro completezza. Di Calvino ho letto molto, ma forse non abbastanza. Oggi mentre stavo cercando uno dei suoi racconti brevi (a proposito anche io ne ho pubblicato uno qui) mi è comparsa questa riflessione, che è riportata su Wikipedia.

L'inferno dei viventi è già qui, ce l'abbiamo intorno. Nasciamo. La condizione essenziale per poter essere testimoni dell'esistenza ci viene donata fin dal primo battito di cuore: è semplicemente essere vivi. Da quel momento in poi, le cose possono solo peggiorare. Possiamo farci male, menomarci, ammalarci, storpiarci, impazzire, e alla fine morire. Non ci è dato di tornare alla sanità, di resettare il sistema, di rifarci crescere un braccio, o di recuperare l'ignoranza che abbiamo perso a vantaggio della follia. Da quando nasciamo, iniziamo a morire (questo lo disse di sicuro qualcuno prima di me, ma non so chi). L'inferno dei viventi è quello che ci circonda, ci consuma, ci tormenta, ci impegna, ci mastica e ci sputa. E' una specie di meccanismo che ci incastra, ci risucchia attraverso strade ben studiate... si cresce, si studia, si cerca un lavoro, si sgobba, si prolifera e poi si crepa.
In molti guardano a questa sequenza di cose come alla vita. Qualcuno addirittura ambisce a tutto questo. Sempre meno bambini quando gli viene chiesto cosa vogliono fare da grandi rispondono "l'astronauta" o "la ballerina". Sempre di più ti rispondono: "voglio una famiglia, una casa, un figlio" e questo significa che vogliono solo entrare nel percorso, seguire la sequenza, salire sul tram di quanto progettato. D'altronde come biasimarli? Meno deviazioni, meno problemi, meno tormenti, meno dispiaceri, meno preoccupazioni. La trafila assicura tranquillità, certezze. Sostituire ai sogni la cruda realtà: arredare casa, il pranzo di Natale, aspettare il pargolo quando esce da scuola, pagare le rate dell'università, le ore perse sul treno ogni giorno. L'inferno dei viventi.

Questo inferno lo creiamo noi tutti, semplicemente stando insieme.
Per soffrire meno, ci sono due alternative. La prima è accettarlo, farne parte, assimilarsi. Accettare che non sarai mai astronauta, che le tue ambizioni (se ancora ne hai, povero stronzo illuso) sono solo ninna nanne per bambini, che devi crescere e mettere "la testa a posto" e "i piedi per terra" e rinunciare alla ricerca di qualcosa di più, accontentarti di quello che ti spetta. Che non è poco, perché tanti non hanno nemmeno quello, tanti soffrono e si dolgono e non hanno la possibilità di avere quello che hai tu, tu che sei fortunato, quindi: accontentati. La felicità è essere felice di quello che si ha già, quindi anziché ucciderti per ottenere quello che vorresti, abbassa il capo e impara a dire che quello che hai è prezioso, che quello che hai è oro! Impara a valorizzare le cose di tutti i giorni, riempi la vita con la quotidianità, ripeti all'infinito la danza del giorno e della notte finché non sarai memoria (e poi, come dice Foscolo, se hai un sepolcro bene, altrimenti faranno ancora prima a scordarsi di te).

L'altra alternativa, per chi non vuole divenire parte dell'inferno al punto da chiamarlo "vita", è riconoscere le cose che non ne fanno parte. Le cose fuori posto, le anomalie, le cose che sono insolitamente contro corrente. Degeneri e malinconiche, bisogna imparare a riconoscere la materia dei sogni quando la si incontra per strada. A volte è un oggetto, a volte un racconto, a volte una foto, a volte una persona. Stona, stride con quello che ci hanno insegnato ad apprezzare, ma è perfettamente in armonia con quello che vorremmo apprezzare, con quello che vorremmo vedere, con quello che vorremmo essere. Sembrano cose tristi, ma è solo perché sono incongrue, sfasate, inadatte a quello che hanno attorno. Credo che qualcuna di loro, di queste cose o di queste persone, creda di essere triste davvero.
Riconoscere queste persone, o queste cose, richiede impegno costante. E' una fatica. Chi te lo fa fare? Puoi restare in casa. Se accendi la televisione, scompaiono. "Hai tutto ciò che si può desiderare, non darti un cruccio in più, non pensare a loro, non pensare a quello che stona, a chi è diverso, a chi crede che la vita non sia quella che ci hanno edificato attorno."

Riconoscere, salvare e dare spazio. Salvare quello che è davvero prezioso e dargli la giusta importanza. Rimetterlo al posto che merita, sopra le altre cose. Io credo di averne trovate, di cose preziose. Quello che so io, è che riconoscere, salvare e dare spazio a tutto ciò che non è inferno, significa salvare una parte di me stesso, una parte che resta a galla solo per dimostrare che è vero, c'è qualcosa oltre all'inferno. Ed è il bello della vita.
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