venerdì, dicembre 10, 2010

Wikileaks

“Se il segreto è necessario per la sicurezza nazionale e per l’attività diplomatica, è anche inevitabile che la prerogativa della segretezza sia usata per nascondere i misfatti degli stati. Organizzazioni come Wikileaks sono il meglio che possiamo sperare per promuovere il clima di trasparenza e responsabilità necessario per un’autentica democrazia liberale”.

Noam Chomsky da The Economist (tradotto e riportato da Internazionale)

giovedì, dicembre 02, 2010

Vi veri universum vivus vici

«Come molti apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione. Ma affinché gli eventi importanti del passato vengano celebrati con una bella festa, ho pensato che avremmo potuto dare risalto a questo 5 novembre.
Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che presto arriveranno gli uomini armati. Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; esse sono il mezzo per giungere al significato e all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c'era la libertà di obiettare, di pensare e parlare, ora avete censori e sistemi di sorveglianza.
Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno risponderne ma ancora una volta, se cercate il colpevole... non c'è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l'avete fatto. So che avevate paura. Guerre, terrore, malattie… problemi, una macchinazione diabolica per corrompere la vostra ragione e privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, ed il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all'attuale capo. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso, obbediente consenso.
Più di 400 anni fa, un grande ha voluto compiere la congiura delle polveri. La sua speranza era di ricordare al mondo che l'equità, la giustizia, la libertà non sono parole: sono prospettive. Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questo governo vi restano ignoti, vi consiglio di lasciar passare inosservato il 5 novembre. Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, ad un anno da questa notte, fuori dai cancelli del Parlamento, e insieme offriremo loro un 5 novembre che non verrà mai più dimenticato.»

domenica, novembre 28, 2010

Fenomenologia degli Zombi

Mi piacerebbe leggere qualcosa di interessante e ben scritto su quella che mi piace chiamare "fenomenologia degli zombie". Dilagano veramente, i morti viventi. Non nella realtà (o forse sì, ma ne parlerò dopo), bensì in tutte le forme di intrattenimento possibili. Dapprima nei film e nei romanzi, portati al successo da George Romero e dai suoi epigoni; poi nei videogiochi, dove sono stati riciclati, convertiti, adattati e remixati in tutti i modi possibili (da House of the Dead a Plants vs Zombies), infine fumetti, serie televisive, spot che rimandano a film e libri del genere, fino alla caleidoscopia mediatica: film tratti da videogiochi ispirati a film di zombi (Resident Evil ne è l'esempio più lampante, ma anche il sopra citato House of the Dead ha avuto ben due film ispirati al videogioco, e un terzo è in produzione). E vogliamo parlare di Orgoglio e Pregiudizio e Zombie? La riscrittura del romanzo di Jane Austen con l'aggiunta di morti viventi. ...personalmente trovo l'idea geniale. Ma è solo un altro esempio: gli zombi dilagano attorno a noi. Qualcuno avrà fatto una ricerca, quindi. Ci deve essere una base sociologica se gli zombi piacciono così tanto (The Walking Dead, la serie tv trasmessa da Fox ha avuto il miglior esordio di tutte le serie Amc per dati di ascolto). Come mai?

Qualcuno, tempo fa, mi fece riflettere sull'immagine della morte. I morti viventi rappresentano la morte, una paura atavica dell'uomo, che improvvisamente in questi film ci troviamo a fronteggiare. Non moriremo, torneremo in vita. Il nostro corpo straziato si trascinerà per il mondo cercando i vivi per divorarli. I nostri amati cari irromperanno nelle nostre case per strappare brandelli della nostra carne. Sono in effetti tutte componenti valide della "paura degli zombi". Ma appunto, sono motivazioni che ce li rendono terrificanti, non amabili. Invece lo zombi è sempre più un'icona amata, un simbolo, qualcosa che (come dice lo stesso Romero) "non muore mai". I racconti, i romanzi, i film di zombi ormai hanno esplorato ogni terribile aspetto del fenomeno zombi: dalla corsa alla sopravvivenza (le regole di Zombieland e dei manuali di sopravvivenza appositi), alle conseguenze morali (sparare o no all'amico appena morso che si sta per risvegliare? un classico intramontabile), alle implicazioni sociali su vasta scala (crollo dell'economia, creazione di un nuovo tipo di società, vedi La Terra dei Morti Viventi). Inoltre alla paura della morte si possono aggiungere centinaia di altre componenti: la paura del contagio (come in 28 Giorni Dopo e in tutti quei libri o film dove il risorgere dei morti è conseguenza di un'epidemia), il crollo di qualsiasi sicurezza, la violazione dei nostri spazi, la corruzione della carne eccetera. Ma stiamo divagando. Il mio parere è che il "successo" dei morti viventi non può essere dovuto solamente all'attualità del modo in cui ci spaventano.

I primi film di Romero erano politici. Qualcuno dissentirà, dirà che erano horror come tanti e che come tanti altri film dello stesso genere avevano quella venatura di critica sociale che serve solo a rendere più interessante la trama (quando un film horror è fatto bene). In realtà io ci vedo molta più politica in un film di zombi di Romero che in una puntata di Ballarò, ma che volete farci, sarò malato. Quando mi viene presentata l'idea di un gruppo di disperati chiusi in un supermercato e assediato da gente morta che vuole mangiarseli, non riesco a non fare un centinaio di collegamenti con quello che succede nel nostro mondo tutti i giorni. Insomma, al di là di quello che dice lo stesso Romero: «Ho sempre simpatizzato per gli zombie, hanno un che di rivoluzionario. Rappresentano il popolo solitamente senza idee autonome che a un certo punto, stanco dei soprusi, si ribella. Eravamo noi nel '68. E ora siamo morti, no? I nostri ideali sono morti, io sono uno zombie.» mi pare che applicando il metodo Montessori a certi film, si possano trovare interessanti analogie con la realtà. E' per questo che gli zombi ci affascinano così tanto? ...perché li vediamo come una rilettura della faccia più triste della nostra quotidianità? Ripetere gli stessi gesti, ogni giorno, muoversi solo per mangiare, vivere, morire, e forse non morire mai, consumare, venire decerebrati da qualcosa che ti impedisce di uscire dalla massa, massificati e costretti a rivivere per sempre lo stesso giorno, finché qualcuno non ti spara in testa. Non sono zombi forse i ragazzi impasticcati che si scrollano di dosso il sudore al ritmo di percussioni caotiche in una discoteca? Non sono zombi le masse di lavoratori accalcate nei treni per pendolari, come carri bestiame, trasportati verso l'ennesima giornata di lavoro? Non sono zombi forse anche i dirigenti delle mega aziende che si nutrono della carne viva dei loro sottoposti, intascandone il sangue sotto forma di stipendi milionari, interessati solo ad accumulare soldi? mmmh no questi ultimi in effetti somigliano più ai vampiri. Ma non c'è dubbio che i loro sottoposti siano zombi. E i loro sottoposti siamo noi, i dominati. Ecco, lo zombi è l'icona del popolo dominato, morto, e tenuto in vita da una scintilla. La voglia di non morire, forse. Non si ostinano a morire, continuano a campare anche se quella non è più vita, è sopravvivere, a malapena. Ma non lo sanno.

Magari tutte queste sono chiacchiere a vanvera. Eppure sono sicuro che se facessi un giro nel reparto di saggistica di una grossa libreria, troverei anche più di un libro sull'argomento. Vorrei davvero sapere cosa li rende così interessanti, un genere intramontabile, un successo intergenerazionale. Proverò a documentarmi, un giorno o l'altro.

venerdì, novembre 26, 2010

Album

Ora ho anche un profilo su Flickr.
Se volete, potete seguire questo link.
Le foto che ho messo sono solo una piccola parte di quelle che ho scattato, ma mi hanno detto che va bene così, caricarne poche alla volta, aggiornare man mano.
Mi sta bene.
Nel frattempo, ho scoperto che si possono fotografare e lucciole. Forse dovrei rivedere qualche racconto.

venerdì, novembre 12, 2010

Lettera di LUIS SEPULVEDA al governo spagnolo

IL PAPA IN SPAGNA: 13.333 euro al minuto


Questo è un mistero tanto grande quanto ilmito della santissima trinità, tuttavia vale la pena porsi qualche domanda al proposito, e me la pongo come cittadino ingannato. Quest’anno, sulla base dei miei introiti dell’anno passato, ho pagato intorno ai 90 mila euro all’erario spagnolo, e di questo non mi lamento ma non solo: mi sembra giusto pagare imposte in quanto pretendo che la scuola pubblica e laica funzioni, che la sanità pubblica funzioni, che il trasporto pubblico funzioni, che la polizia risponda alle mie domande di aiuto in caso di necessità e che la giustizia sia sollecita. Per questo pago. Nella mia dichiarazione dei redditi, al momento di dichiarare quanto ho guadagnato in modo onorevole e senza sfruttare nessuno, ho cancellato, come sempre, il paragrafo mezzo nascosto che, a meno di non usare la lente, consegnerebbe una parte delle mie imposte alla chiesa cattolica spagnola e al Vaticano, a una religione che considero abietta perché lesiva dei diritti del 50% dell’umanità e delle donne, perché copre gli abusi sessuali sui minori commessi da diverse migliaia di degenerati con la sottana,perché rappresenta la parte più rozza e retrograda della società, e perché tutta la sua storia non si distingue in nulla da altre religioni il cui fondamentalismo oggi ci terrorizza. Ossia, non ho autorizzato lo Stato spagnolo e neanche il governo socialista a pagare, con i miei soldi, i 13.333 euro – tredicimilatrecentotrentatre! - che è costato ogni minuto del viaggio papale in Spagna. Se è per pagare il combustibile agli Hercules dell’aviazione, lo faccio conpiacere se si tratta di portare aiuto umanitario in zone che lo necessitino, o per trasportare i generosi volontari che vanno a dare l’esempio della solidarietà sociale, però non ho autorizzato lo Stato spagnolo né il governo socialista a pagare con i miei soldi il trasporto del «papa-mobile», quell’artefatto trasparente come una vetrina dimacellaio dietro al quale si trincera un tipo suppostamente amato. Un calcolo approssimativo dice che la visita papale in Spagna è costata più o meno 29.8 milioni di euro,e che a questa cifra grottesca si dovranno aggiungere gli apporti degli «sponsor» delle messe. Sulla bianca veste dell’ex-militante della Gioventù hitleriana non si leggerà «questa messa la offre il negozio di don Manolo, le migliori lenticchie», né «usate i preservativi Santa Gomita che non vi tradiranno», tuttavia imprenditori anonimi e pieni di soldi, di quelli neanche scalfiti dalla crisi, e banchieri la cui irresponsabilità ha provocato la catastrofe economica, il brodo di coltura in cui la destra spagnola senz’altre idee che eliminare le provvidenze sociali prepara il suo ritorno al potere, si fregano lemani calcolando di quanto defrauderanno l’erario. Era necessaria questa visita? Perché? Sarà che i socialisti hanno abiurato il rigore scientifico dell’economia e confidano solo in unmiracolo per superare la crisi? Qualunque abitante di Spagna sa che basta qualche goccia di veleno verbale del cardinale Rouco Varela, l’arcivescovo di Madrid e il presidente della Conferenza episcopale spagnola, perché i taleban del nazional-cattolicesimo facciano irruzione nelle strade, e se a questo si aggiungono certe riflessioni casuali del leader del Partido popular Mariano Rajoy - «non mi impegno a rispettare la legge sui matrimoni omosessuali» -, è già più che sufficente perché la visita del papa, pagata con le mie imposte e con quelle di tutti coloro che non defraudano il fisco, si sia convertita in un carnevale dell’odio alla libertà, alla costituzione, ai diritti che ci siamo conquistati. Dalla mia condizione di cittadino truffato, mi sono aggiunto a quelli che, alla vigilia, dicevano: «Herr Ratzinger, ich warte nicht auf Sie». Signor Ratzinger, io non l’aspetto.

(Per chi non sapesse chi è Luis Sepulveda, dopo un minuto di vergogna, cliccate qui).

mercoledì, novembre 03, 2010

Aurora

Questo è l'incipit di un lungo racconto che sto scrivendo. Non so ancora come va a finire, ma le elucubrazioni attorno al silenzio, inteso come stato di stasi, sono interessanti. Questa è la prima stesura, quindi sarà piena di errori, ma chissenefrega.

Dopo una lunga serie di trambusti, la casa sembrò sprofondare nel silenzio più assoluto. Aurora girò pagina, continuando a leggere come se fosse giunto un angelo a fermare il mondo, e finché il silenzio fosse rimasto a coccolarla niente sarebbe andato avanti. Né indietro.
Il libro era delizioso, ne aveva assaporato le prima cinquanta pagine, ed era curiosa di sapere come sarebbe andato avanti. Ma era difficile concentrarsi, con tutto quel baccano. Il vento freddo autunnale spingeva la pioggia contro il vetro della finestra della sua camera, con forza. Tuoni e lampi le impedivano di sospendere per sempre la percezione della realtà, e perdersi tra le righe. E i suoi genitori avevano continuato a litigare per ore e ore. Ma all'improvviso tutto si era cristallizzato, tutto era rimasto sospeso. La pioggia, il vento, i tuoni, i lampi e le grida rabbiose. Una pausa, neanche possedesse l'ipod nel quale è stato caricato il mondo, e avesse premuto stop.
Si rese conto che aveva girato pagina da qualche minuto, e con lo sguardo era giunta fino in fondo, ma nulla di quello che aveva letto le era rimasto in testa. Capitava, a volte. Leggeva, ma le parole, pur formando frasi di senso compiuto, e anche se quel senso veniva registrato dalla mente, scivolavano via, forse dalle orecchie oppure nella gola fino allo stomaco. Sparivano, si dissolvevano senza lasciare traccia. Era giunta alla fine della pagina e non ricordava cosa avesse letto.
Tornò con gli occhi in cima alla pagina. Il mondo era ancora in pausa, il silenzio si protraeva contro ogni sua più rosea previsione. Sentì raspare sotto il letto. Luce era spaventata.
«Luce vieni fuori. – disse, senza staccare gli occhi dalla prima parola della pagina – Luce, vieni qui da me.»
Il gatto tirò fuori la testa dalle coperte, ammucchiate a terra vicino al letto. Si era rifugiata lì sotto per colpa del temporale. Luce odiava i tuoni, così come i tuoni odiano la luce. Per questo i tuoni arrivano in ritardo, perché hanno paura a comparire assieme ai lampi.
Il gatto miagolò. Aurora sbuffò, e poggiò il libro sul letto. Con entrambe le mani afferrò il gatto e lo mise in piedi sul letto. Il gatto restò curvo per qualche secondo, come se la sua spina dorsale dovesse riprendere la forma precedente, dopo essere stata deformata nel sollevamento.
«Non avrai mica paura anche del silenzio?» Chiese Aurora.
Aurora aveva solo quindici anni, ma su tante delle cose del mondo si era già fatta un'idea precisa. Ad esempio sul perché i gatti non parlano. Non parlano perché non ne hanno bisogno. Cioè è chiaro che avrebbero potuto imparare a parlare, nel corso dei millenni, come ha fatto l'uomo. Ma ad un certo punto della storia, probabilmente qualche milione di anni fa, devono essersi resi conto che parlare non serviva a un cazzo. Allora ci avevano rinunciato. Così mentre l'uomo si impegnava a modulare i primi suoni gutturali per chiedere le cose, loro avevano imparato a ottenerle senza dire niente, o magari facendo solo: miao.
«Siediti qui.» Disse Aurora al gatto. Ma lui se ne fregò. Girò attorno ai piedi della ragazzina e si sdraiò sul fianco opposto del letto. Aurora riprese il libro.
La porta della camera si scosse. Qualcuno cercava di entrare, ruotando con forza la maniglia. Aurora sentì la voce del padre, che bestemmiava incazzato. La maniglia tintinnava e cigolava penosamente mentre qualcuno tentava di forzarla così brutalmente. Sembrava che gemesse, chiedendo pietà. «Non è colpa mia! E' la serratura! La serratura è chiusa dall'interno, l'ha chiusa Aurora! Aurora si chiude sempre in camera quando legge! Aiuto! Aiuto!»
Un colpo violento fece tremare addirittura le pareti della cameretta. Le piccole bambole allineate sugli scaffali di fianco alla porta caddero a faccia avanti sul tappeto rosa. Il papà stava prendendo a spallate la porta. Aveva smesso di prendersela con la maniglia, aveva scelto un avversario più grosso, ma non meno tenace. Bestemmiava ancora, se possibile con una rabbia maggiore. Poi si rivolse a lei.
«Aurora! Apri questa cazzo di porta o ti faccio il culo! Apri questa cazzo di porta!»
Magari se l'avesse chiesto prima di dare di matto, Aurora l'avrebbe accontentato. Ma adesso no, non se lo sognava nemmeno. Stranamente Luce non sembrava agitato. Guardava fisso verso la porta, placido, quasi sonnacchioso. Aveva paura dei tuoni, le bestemmie non lo colpivano. Aurora invece era agitata, il cuore le batteva forte in gola, lasciò cadere a terra il libro. Perse il segno.
«Aurora se non apri questa cazzo di porta, ti giuro che la sfondo!» Gridò il padre.
Ogni tanto capitava che fosse arrabbiato. Anzi furioso. Si alterava per un niente, e se non c'era sua madre a calmarlo subito, la furia di un attimo poteva protrarsi per tutto il giorno, tormentosa e insensata. Allora per calmarlo bisognava che si sfogasse, e se non c'era niente per sfogarsi finiva per picchiare la mamma. Niente di grave, un manrovescio, un calcio. Però qualche volta la spingeva contro un mobile o la faceva cadere. Insomma non è che la mamma se la cavasse con poco. Quando la vedeva a terra, inerme, che piangeva, la sua rabbia evaporava. Usciva di casa, e tornava con le scuse. E magari anche due pizze.
Ecco, il silenzio era finito. La pioggia aveva ripreso a scrosciare. Vento, lampi e tuoni. La porta e suo padre che cercava di sfondarla a spallate. Aurora prese Luce tra le braccia. Il gatto tentò di divincolarsi, ma la ragazza se lo poggiò sulle ginocchia a prese ad accarezzarlo. Nonostante la pioggia, il vento, i lampi, i tuoni e le vigorose spallate che il papà vibrava alla porta, Luce si abbandonò in grembo alla ragazzina. Caddero due piccoli omini della thun, rubicondi e sorridenti. I loro cocci schizzarono ovunque, sul pavimento. Aurora ne vide uno infilarsi in una delle sue ciabatte di snoopy. Cadde la sveglia, cozzando pesantemente sulla scrivania. Caddero il portafoto di lupo alberto e quello d'argento che Aurora aveva ricevuto in regalo per la cresima. L'ennesima forte scossa fece ribaltare la tazza colma di matite che Aurora teneva sulla scrivania. Tutto si rovesciò tra i quaderni, sulla sedia, e sul tappeto.
«Papà, smettila!» Urlò Aurora.
Il papà smise. Sentì i passi di suo padre allontanarsi riecheggiando, giù per le scale. Per quella sera l'aveva scampata, ma chissà come stava la mamma. Aurora aveva troppa paura per scendere e andare a controllare. Si guardò attorno spaurita. Nella stanza sembrava essere passato un tornado. Luce scese dal letto e iniziò a giocare con tutto quello che era caduto in terra. Lei allungò la mano e raggiunse il libro. Con le mani ancora tremanti per la tensione e lo spavento, voltò le pagine in cerca del segno che aveva perso e lo ritrovò, cinquanta pagine oltre la copertina, qualcosa più, qualcosa meno.

mercoledì, ottobre 13, 2010

Siamo invasi dagli orchi

“Questo è un Paese di orchi”

Lo psichiatra Paolo Crepet, in controtendenza rispetto ai suoi colleghi, si rifiuta di cercare letture sociologiche degli ultimi episodi di violenza a Roma e Milano: “Per decenni abbiamo dato spiegazioni a tutti i fenomeni, ma queste persone sono aborigeni che prendono una clava e la spaccano in testa al primo che passa. A forza di cercare interpretazioni di questi crimini si finisce per darne una lettura benevola, per giustificare gli aggressori. Non ci sono provocazioni, né ragioni valide, né malattie mentali. L’Italia è piena di orchi”.

Professore, c’è un aumento della violenza oppure se ne parla solo di più?
Non mi interessa se vent’anni fa il numero dei crimini era lo stesso. Il problema è che noi, come società, siamo fermi. E questa è una colpa tanto più grave perché oggi c’è meno ignoranza che in passato.

Come si spiega l’indifferenza delle persone che, nella metropolitana di Roma, camminano accanto alla ragazza romena incosciente senza reagire ?
C’è un vortice di rassegnazione, cinismo ed egoismo che crea questa violenza. I giovani la respirano. Il video dell’aggressione a Roma è sconvolgente nella sua metafora: vecchi, giovani, uomini e donne passano di fianco al corpo della ragazza senza preoccuparsene. È una fotografia.

Di cosa?
Dell’Italia in cui il ministro Ignazio La Russa chiede di mettere le bombe sugli aerei, del Paese in cui il sindaco di Milano Letizia Moratti si guarda bene dall’andare a visitare il tassista in fin di vita all’ospedale. C’è un contesto in cui i compaesani di Sarah Scazzi che chiedono la pena di morte per lo zio assassino s’inseriscono naturalmente: è quello dell’imbarbarimento dovuto al fatto che la classe dirigente per prima non combatte le violenze.

A cosa allude ?
Abbiamo la più grande industria di Stato, quella della criminalità organizzata, che guadagna con la droga e agisce indisturbata.

Perché azienda di Stato?
Perché se lo Stato non combatte le mafie ne diventa complice, connivente. Si tollerano le cosche, si appoggiano le guerre, si anestetizzano le periferie: questo provoca l’incattivimento delle persone, la cultura dell’odio e della rabbia.

A proposito di droghe, crede che la violenza crescente dipenda anche dalla diffusione di sostanze stupefacenti?
Certamente. Ma, ripeto, la responsabilità è soprattutto collettiva, perché non combattiamo il fenomeno.

Gli omosessuali aggrediti, gli immigrati picchiati, i cadaveri delle due bambine rom ignorate sulla spiaggia di Napoli: le minoranze sono le prime vittime del clima che lei descrive.
È quel che succede quando c’è la paura. Il violento, da Hitler in giù, è un codardo. Non se la prende con chi si può difendere. I pestaggi al gay pride in Serbia, poi, dimostrano che quando un Paese è abituato alla violenza non abbandona quella tendenza, la riproduce nella quotidianità.

Come ci si può difendere?
Ciascuno deve essere consapevole che il Paese è invaso dagli orchi. Purtroppo sembra che il singolo sia costretto di nuovo a pensare da solo alla propria sicurezza. E questo è sintomo evidente dell’imbarbarimento. Soprattutto, ci vuole un coraggio da Savonarola, bisogna smetterla con la mediazione e con la mediocrità: è arrivato il momento di indignarsi.

da Il Fatto Quotidiano del 13/10/2010

venerdì, ottobre 08, 2010

Buon uomo e coglione

«Poiché gli intrighi e le arti ingannevoli in uso nella società civile diventano lentamente massime comuni e complicano notevolmente il gioco delle azioni umane, non c'è da meravigliarsi se un uomo altrimenti intelligente e onesto per il quale tutta questa furberia è troppo spregevole perché egli debba occuparsene, o che non sappia indurre il suo cuore retto e ben intenzionato a farsi un concetto tanto odioso della natura umana, possa finire da tutte le parti tra le spire di ingannatori e debba offrir loro occasione di riso. Cosicché, alla fine, l'espressione "buon uomo" finisce col significare, non più in modo metaforico, proprio un babbeo, e se capita, anche un coglione; poiché, nel linguaggio dei furfanti, nessuno è un uomo intelligente se non considera gli altri niente di meglio di quanto egli stesso sia, e cioè degli imbroglioni.»
– da Immanuel Kant, Saggio sulle malattie della mente

Stamattina mi sento più fuori-luogo del normale, più del dovuto diciamo. Percepisco che non ne avrei ragione, ma certi giorni uno si alza così, e certe sensazioni se le tiene. Così, leggendo il piccolo Saggio sulle malattie della mente di Kant, ci ho trovato tante cose interessanti. In realtà, credo che molte siano delle constatazioni anche piuttosto semplici e (con tutto il rispetto di Kant) banali. Questa qui sopra ad esempio ci dice che la società civile è marcia, perché costruita sullo sciacallaggio e l'egoismo, e chiunque sia un minimo benintenzionato non può che essere deriso o considerato un babbeo da chi accetta invece il meccanismo sociale imperante. E per Kant essere benintenzionati, e cioè disprezzare lo stato delle cose, è un segno di intelligenza. Per cui alla fine le persone intelligenti, quelle consapevoli, sono quelle critiche, che muovendosi controcorrente, privilegiando atteggiamenti di solidarietà, finiscono per rendere la propria vita un inferno. Sono dei babbei, dei coglioni.

PS: ho vinto il premio Rac-Corti indetto da Flanerì, con il racconto Dodici Dita. :)

giovedì, ottobre 07, 2010

Pensioni in parlamento

Il 21 settembre di quest'anno è stata votata in parlamento una mozione per ridurre le pensioni dei parlamentari, adeguandole a quelle dei "comuni" cittadini. La mozione è stata respinta con la quasi totalità dei voti contrari (su 520 votanti, solo 20 hanno detto sì, vedi questo blog per maggiori dettagli). Mi preme di più segnalare qualche riga dell'intervento di Antonio Borghesi, il parlamentare che ha proposto la mozione:

"Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno - ce ne sono tre - e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese."

E non c'è molto altro da aggiungere. Qualcuno mi ha pure chiesto: "tu non avresti fatto lo stesso?" Non avresti votato contro qualcosa che ti riduce la pensione, che revoca un tuo privilegio? ...no, non l'avrei fatto. Avrei rinunciato a una pensione vergognosa. E se questa vi sembra ipocrisia, vuol dire che non credete più nelle persone oneste, e siete già vittime del sistema.

martedì, ottobre 05, 2010

La nobiltà dell'indignazione

Io, disabile, non voglio più essere italiana
di Anita Pallara

Mi chiamo Anita Pallara e sono una ragazza di 21 anni affetta da atrofia muscolare spinale, una malattia neurodegenerativa e totalmente invalidante. In parole povere, sono handicappata. Mi rivolgo al professor Joanne Maria Pini che vorrebbe buttare me e quelli come me dalla Rupe Tarpea: la disabilità non è un valore aggiunto, non è proprio un valore. È solo una condizione. Non voglio parlare di solidarietà e nemmeno di sensibilità. Io parlo di diritti. Il diritto all’istruzione ce lo garantisce la Costituzione. Le sue parole, professore, sono vergognose, pericolose, razziste e illegali. Ma che valore ha tutto ciò nel nostro Paese? A parte le ovvie reazioni di sdegno e le condanne morali, quale sarà la conseguenza reale? A voi tanti che parlate di “selezione genetica”: io non sono disposta a subire questa ignoranza nel 2010. Se non ci saranno delle forti prese di posizione da parte delle istituzioni e dei media, io mi recherò alla Prefettura di Bari e consegnerò la mia carta d’identità e il mio passaporto, rifiutando così la cittadinanza italiana. Non posso essere cittadina di uno Stato di questo tipo.

da Il Fatto Quotidiano del 5 ottobre 2010

sabato, settembre 25, 2010

Stiamo facendo guerra alla pace

Quando nell’83 mi sono consegnato alla Polizia di Roma dicendo che non avevo intenzione di imparare a sparare e che quindi avessero deciso quel che volevano non avrei mai fatto il militare, stava iniziando (era già iniziato) un cammino faticoso che avrebbe portato a sostituire il servizio di leva con quello volontario. Molti dicevano che ciò non sarebbe stato un passo verso la pace e i fatti lo hanno dimostrato.

Sono moltissimi i motivi per cui esiste la guerra sia organizzata che privata e uno dei principali è che la guerra conviene a qualcuno. Ai produttori di armi, a chi non ha argomenti leciti e pacifici per far valere le proprie ragioni (o i propri tronaconti), a chi ha qualcosa di grosso da nascondere.

Perché ci sia la pace ci vuole innanzitutto una “cultura della pace“, che parta dalla conoscenza delle nostre pulsioni violente e arrivi a sublimarle attraverso pratiche non belligeranti. Esattamente il contrario della “Guerra nella scuola” che è ciò che il ministro Gelmini e il ministro La Russa vorrebbero. Il protocollo firmato di recente, che invita attraverso la scuola a imparare l’uso delle armi, a formare “pattuglie di studenti” (sic!) che competano in maniera sana, con pistole ad aria compressa e percorsi di sopravvivenza ritenendo in questo modo di “contrastare il bullismo” , è un chiaro intento di portare nelle scuole la “cultura della guerra“. Rimane da chiedersi come mai, in un’epoca in cui i genitori devono procurare la carta igienica per i propri figli e le palestre e gli impianti scolastici per la pratica sportiva, quella vera, sono a livello libico, si riescano a trovare così in fretta i fondi per far partire corsi di guerra truccati da esperienze di condivisione sociale. Il nome dato all’iniziativa “allenati per la vita” la dice lunga su come la nostra classe dirigente intenda la vita.

Dopo l’uscita sull’idea di insegnare Mike Bongiorno nelle scuole, giusto per capire come s’intende la cultura in questo Paese e questi corsi paramilitari di mussoliniana memoria, sarebbe il caso che i così detti politici di sinistra e i politici di destra che hanno a cuore il futuro dei propri figli e tutti quelli che dichiarano di credere in un Dio di Pace (che bello dirlo a parole!) facessero di tutto per defenestrare un ministro che sta creando danni che avranno un grosso peso sulle generazioni future.

Natalino Balasso, da Il Fatto Quotidiano
Post originale: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/23/stiamo-facendo-guerra-alla-pace/63927/

mercoledì, settembre 22, 2010

Zombi del Vuoto (revised)

NM Nonmorto medio GS 5
Iniz +3; Sensi scurovisione 18m; Percezione +0

Difesa
CA 14, contatto 10, impreparato 13 (-1 Des, +4 naturale, +1 schivare)
pf 45 (8d8+8)
Temp +2, Rifl +1, Vol +6
Capacità difensive tratti dei nonmorti, lingua difensiva; RD 5/tagliente
Debolezze vulnerabilità ai colpi critici

Attacco
Vel 9m
Mischia 2 artigli +8 (1d6+2) e lingua +6 (1d4 più risucchio di sangue)

Statistiche
For 14, Des 8, Cos -, Int -, Sag 10, Car 1
Attacco base +6, BMC +8, DMC 17
Talenti Iniziativa migliorata, Multiattacco, Robustezza, Schivare

Capacità speciali
Lingua difensiva (Str) La lingua di uno zombi del vuoto sferza l'aria deviando i colpi in arrivo; se lo zombi del vuoto non usa la lingua per attaccare ottiene un bonus di deviazione +3 alla CA.
Risucchio di sangue (Str) Se uno zombi del vuoto colpisce una creatura vivente con il suo attacco con la lingua, le infligge 2 danni alla Forza.
Vulnerabilità ai colpi critici (Str) Uno zombi del vuoto è vulnerabile ai colpi critici e anche agli attacchi furtivi; un colpo critico messo a segno su uno zombi del vuoto uccide la larva di akata che lo sostiene distruggendolo immediatamente.

lunedì, settembre 20, 2010

Il sonetto del Vaffanculo


Se alla gente addolora come sono
se il mio malumore dà disturbo,
in dovere di chiedere perdono
non mi sento, ché ora è troppo furbo.

Possono, invece, semplicemente
abbandonarmi ove m'hanno incontrato.
Questo certo darà alla loro mente
sollievo, e io d'assenza sarò grato.

Se posso anche lontano dai rumori,
ho un quaderno bianco, e una matita.
La necessità di giorni migliori

non sento e vi assicuro che la vita
mia senza nessuno di dolori
ne ha meno, e così io l'ho ambita.

giovedì, settembre 09, 2010

the Melancholy Death...


Staring Girl
I once knew a girl
who would just tand there and stare.
At anyone or anything,
she seemed not to care.

She'd stare at the ground,
she stare'd at the sky.

She'd stare at you for hours,
and you'd never know why.
But after winning the local staring contest,
she finally gave her eyes a well-deserved rest.



sabato, settembre 04, 2010

La massa e i solitari

«Perché così vuole la massa. Essa non tollera che ci siano solitari; se ti chiudi in casa, la vedrai affollarsi davanti alla tua porta, come davanti alla porta di un suicida. Se fai qualche passo lungo i vialetti dei giardini pubblici, punteranno il dito su di te. Se non parli al vicino seduto alla sua porta, e passi avanti a testa bassa perché la sera ti rende silenzioso, ti seguirà con lo sguardo e chiamerà la moglie e la madre perché vengano a odiarti insieme a lui. E può accadere che i suoi figli ti lancino pietre e ti feriscano. Vivere non è facile per i solitari.

I genitori restano terrorizzati quando scoprono nei loro figli una lieve inclinazione a star soli; quei fanciulli timorosi che già da piccoli hanno le proprie gioie e i propri dolori appaiono inquietanti. Sono estranei all'interno della famiglia, intrusi e osservatori ostili e l'odio verso di loro cresce di giorno in giorno ed è già molto grande accanto a loro ancora piccoli. Così entrano nella vita, destini che cominciano nelle profondità delle lacrime, destini che non saranno tramandati perché li copre la chiacchiera di una domestica o lo scoppiettare di una macchina. [...]

Ma non desidero andare verso di loro, perché cosa potrei mai dire di più grande del loro dolore o di più sublime del loro silenzio? Non li disturbo. Ma una cosa mi riempie interamente: la coscienza che la vita di quei solitari è una delle forze potenti che agisce dentro di me dalle profondità della notte. Essi mi raggiungono, mi trasformano e ci sono luoghi in me immersi nel chiarore della luce silenziosa che essi emanano. Non credo esista una comunione, o un contatto, più prossimi di questo.

E penso anche: se questi giovani solitari mi inondano di luce dalle lontananze sconosciute della notte, senza far altro che stare tristemente alla finestra, quali influsso dovrebbero esercitare sulla mia esistenza quei solitari che sono intimamente felici e pieni di azione? E mi sembra che in questo senso sia indifferente se tutti loro ancora vivano o siano ormai dei nomi tra i morti.»

Rainer Maria Rilke - Appunti sulla Melodia delle Cose, Passigli Editori

martedì, agosto 17, 2010

La serendipità della gioventù



"Il bambino è re e custode del suo fantastico regno, ed è molto selettivo nello scegliere i suoi compagni. Il fatto che il suo regno sia così esclusivo non fa che provocare il tentativo, da parte dei grandi, di riconquistare la serendipità della giovinezza per recuperare quello che è irrecuperabile. Pochi disperati si sforzano a tal punto da guadagnarsi un posto in un centro di recupero alcolisti. Gli altri, dotati di un pizzico di sensibilità in più, leggono Calvin & Hobbes." - Garry Trodeau

lunedì, agosto 09, 2010

Marco 1

Le strade erano affollate, come se fosse stato indetto un carnevale improvvisato, e la marea delle famiglie inchiodate nelle case dal ripetersi della quotidianità avesse deciso di riversarsi nelle strade per riprendersi quel poco di felicità che gli sarebbe spettata. I meno impreparati avevano sollevato grossi cartelli sui quali erano stati fatti scivolare i colori sintetici di bombolette spray, segnando su legno, cartone o lenzuola di stoffa l'approvazione per quanto stava per accadere. Un fatto straordinario, che aveva meritato l'apertura di tutti i notiziari sin dal giorno prima. Dopo decenni di architettura e costruzioni su ordinazione, un edificio sarebbe di nuovo venuto al mondo in modo naturale. La stampa assediava le balconate, e braccia meccaniche di gru noleggiate per l'occasione emergevano dalla massa in agitazione, sollevando in alto le telecamere. Il rumore degli elicotteri rimbombava tra le finestre sciogliendosi nei cori dei manifestanti. Qualcuno aveva appeso un grosso quadrato di stoffa sulla rete di recinzione del campo di calcio, e sopra a colpi di pennello, c'era scritto: meno edifici, più case!
Marco si nascondeva dietro la sua cassetta degli attrezzi, una grossa scatola di metallo laccata di rosso, le cui cassettiere erano piene di pinze, morsetti, cacciaviti e nastro isolante. Marco era un elettricista, ed era stato chiamato d'urgenza sul posto. Sudava, faceva caldo, il taxi procedeva lentamente e il sole picchiava sulle lamiere della vettura infuocandole. I capelli biondicci gli si erano appiccicati alla fronte, gli occhiali erano appannati e non sapeva bene come si fossero sporcati. Ma non osava aprire il finestrino. Teneva la cassetta degli attrezzi sulle ginocchia, abbracciandola come se si trattasse di un salvagente in alto mare, e deglutendo si ripeteva di aver fatto proprio male a lasciare il numero di telefono a Pietro, l'assessore all'urbanistica. Che poi da qualche mese era suo cognato, quindi non è che avesse avuto molta scelta.
«Toglietevi di mezzo, teste di cazzo!» Gridava il tassista, un omaccione dalla pelle scura, forse di origini indiane, che imprecava in dialetto meglio di come Marco aveva sentito fare al più radicato dei suoi amici romani. «Di questo passo non arriveremo mai... vuole scendere e farsela a piedi?» Gli domandò, voltandosi indietro.
«Santo cielo, no!» Rispose Marco, stringendo ancora di più la vecchia cassetta degli attrezzi. Scendere dalla macchina? Sarebbe stato risucchiato dalla risacca e avrebbe vagato nella folla fino a quando la folla stessa non avrebbe deciso di sputarlo via su un marciapiede a caso. I manifestanti si accalcavano contro le portiere ballando e gridando. La città era impazzita.

- Segue 1

sabato, luglio 17, 2010

giovedì, giugno 24, 2010

Opinioni eretiche

Estratto dal blog di Piergiorgio Odifreddi, su ilfattoquotidiano.it

In un incontro precedente, sempre a Torino, la sera del 19 settembre 2006, a cena Saramago mi aveva detto: “il mondo sarebbe molto migliore se fossimo tutti atei”. Gli feci scrivere quella frase su un foglio, che tengo da allora appeso nel mio studio. Non mi stupiscono, dunque, gli ottusi e sgraziati necrologi dell’Avvenire e dell’Osservatore Romano contro uno scrittore che non ha mai fatto mistero di pensare della religione tutto il male possibile.
Mi stupiscono invece i più subdoli elogi postumi di altri media “laici” a un pensatore comunista che, in vita, andava sistematicamente a testa bassa contro tutto il sistema che essi quotidianamente difendono. Ora che non c’è più lo schermo di un premio Nobel a difendere e proteggere certe idee, sarà più difficile continuare a leggerle, sia pure magari soltanto citate o bollate come “opinioni eretiche”.

domenica, giugno 20, 2010

Kennedy e il PIL

Vale la pena ricordarsi quanto il PIL non conti niente.

"Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta."
- Robert Kennedy, Università del Kansas, 18 Marzo 1968

martedì, giugno 15, 2010

Mazze da baseball e donne incinte

A colpi di mazza
di Luca Telese

Accade nell’Italia delle guerre tra poveri. A Torino un extracomunitario, clandestino – maghrebino – massacra, a colpi di mazza da baseball una donna, italiana, dopo averla accusata di molestarlo, con i suoi abiti succinti.
È un esercizio violento e sadico, che suscita in noi emozione e rabbia. L’extracomunitario
manda la donna in ospedale: l’ha sfigurata, le ha fracassato sei costole. Foto segnaletiche
del criminale: aria torva, sguardo cattivo, pelle olivastra. Lei è viva per miracolo. Scopriamo sconcertati che era in attesa: ha perso il suo bimbo. Tutto il paese unito nel lutto. Questa gente se ne torni a casa sua, a delinquere.
Fiaccolata della Lega: partecipano molti cittadini non politicizzati, persino un sindaco di centrosinistra. Ci saremmo voluti essere pure noi, maledetti barbari. Un prete della Caritas difende il maghrebino: “Aveva problemi psichici”. Gli devastano l’ufficio: se li portasse in convento, questi teppisti. Tutti i tiggì aprono con le immagini strazianti del funerale. Una
piccola bara bianca, dirette dei cronisti commossi, lacrime dei fratellini. Il nonno in Chiesa: “Non perdonerò mai!”. Come dargli torto? Durante un Porta a Porta sull’impossibilità del perdono, brucia un campo nomadi, in periferia. Sbagliato, certo. Ma era abusivo.
A furia di essere buoni, distruggeranno la nostra civiltà, ci imporranno codici tribali, disprezzo per le donne.
Anzi no.
La mazza da baseball era in mano a un italiano. Un ultras della Juve. La madre, poi, era Rom. Aveva chiesto l’elemosina. Il bimbo, in fondo, era poco più di un feto. Forse l’aborto non c’entra con la mazza. È successo ieri. Torino, 14 giugno 2010. Perché drammatizzare? Ci sono notizie che non meritano la prima pagina.

da Il Fatto Quotidiano del 15/06/2010

venerdì, giugno 11, 2010

Tales from the Infinite Staircase


Leggo, e condivido col mondo.

"[...] the mood in a planescape adventure is very important. Nothing should be exactly as it seems. Planewalkers need to keep an open mind about everyone and everything. Enemies could be at any and every turn - but so could allies if a basher plays her cards right. Nothing's cut-and-dried, nothing's black-and-white.
[...] For a planewalker, it matters less who and what a cutter* is than what she believes. Events on the planes are governed as much or more by belief than anything else. Belief literally is power."

- Monte Cook, Tales from the Infinite Staircase

*cutter = inesperto, novizio dei piani

giovedì, giugno 03, 2010

L'importanza dello sfondo

Vedi, siamo appena al principio.
Come prima di ogni cosa. Con mille e un sogno dietro di noi e senza azione.
Non posso immaginare di conoscere altre beatitudini se non questa: divenire colui che inizia. Uno che scrive la prima parola dietro a un punto di sospensione lungo interi secoli.

Mi viene in mente, pensando a questa osservazione, che noi, come i veri primitivi, continuiamo ancora a dipingere gli uomini su sfondo d'oro. [...] E' comprensibile, per riconoscere gli uomini fu necessario isolarli. [...] Pensa alla vita stessa. Ricorda che gli uomini hanno grandi parole e i loro innumerevoli gesti sono sempre pieni di enfasi. Se solo per un istante fossero quieti e ricchi come i bei santi dei dipinti medievali, vi troveresti dietro il paesaggio che è tutt'uno con loro.

[...] E poi ci sono istanti in cui l'uomo si staglia innanzi a te dal suo splendore, chiaro e silenzioso. Sono rari momenti di festa che mai potrai dimenticare. Da quell'istante lo amerai per sempre: con le tue mani, pervase di tenerezza, ti sforzi di ripetere i contorni della sua personalità, così come l'hai riconosciuta in quell'ora.
[...] E l'arte non ha fatto altro che mostrarci il turbamento in cui spesso ci troviamo. Ci ha recato angoscia invece di calma e di silenzio. Ha dimostrato come ciascuno di noi viva su un'isola diversa; e tuttavia ogni isola non è abbastanza lontana dall'altra perché si possa stare in tranquilla solitudine. Uno può disturbare l'altro, terrorizzarlo, perseguitarlo con un giavellotto - nessuno, però, può aiutare nessuno.

[...] Quando due o tre persone si riuniscono, non si può dire che siano insieme. Sono come marionette appese a fili tenuti da mani diverse. Solo quando un'unica mano li regge, su tutti scende un sentire condiviso che li muove all'inchino o alla lotta. [...] Solo in quell'ora di comunione, nella comune tempesta, all'interno della stanza in cui si incontrano, finiscono per trovarsi. Solo quando dietro di loro c'è uno sfondo, entrano finalmente in relazione.
Sia il canto sussurrato di una lampada o la voce di una tempesta, sia il respiro della sera o il gemito del mare intorno a te, sempre veglia alle tue spalle una vasta melodia intessuta di mille voci, dove da un punto all'altro il tuo assolo trova spazio. [...]
Anche noi qui davanti siamo così. Struggenti nostalgie che dispensano benedizioni. La nostra pienezza si compie lontano, nello splendore degli sfondi. Dove è volontà e movimento. Dove si narrano storie di cui noi siamo i titoli in ombra. [...] Noi siamo là mentre qui, in primo piano, muoviamo avanti e indietro.

Ricorda le persone che hai trovato raccolte, senza che attorno a loro vi fosse un'ora condivisa. I parenti, ad esempio, che si incontrano al capezzale di morte di una persona cara. Ciascuno vive in un proprio ricordo. Dall'uno e dall'altro le loro parole scivolano via, ignorandosi reciprocamente. Disorientati in un primo momento, le loro mani non si sfiorano, finché, dietro, il dolore si fa grande. Si siedono, chinano il capo e tacciono. Frusciando passa su di loro un mormorio, come una foresta, e sono vicini come non mai.
E se non è un grave dolore a gettare su di loro un unanime silenzio, gli uomini ascoltano la potente melodia dello sfondo ciascuno più o meno intensamente. Molti ormai non l'avvertono più. Sono come alberi che hanno dimenticato di avere radici e credono che il frusciare dei rami sia la loro vita, la loro forza. Altri non hanno tempo di prestarle ascolto. Non tollerano che un'ora li circondi. Sono questi, poveri senza patria, che anno perduto il senso dell'esistenza.

- da Rainer Maria Rilke, Appunti sulla melodia delle cose, Passigli Editore

...Questo mentre viene giù così tanta pioggia da far dimenticare a tutti che esiste un sole. Bello, quand'è così. :)

sabato, maggio 29, 2010

Amilcare

C'era un rumore fastidioso sullo sfondo. Amilcare si tirò sù dalla sedia sdraio dove stava facendo parole crociate, sul balcone, cercando invano di sfuggire all'afa di quel pomeriggio estivo. Con le dita dei piedi cercò in terra le ciabatte, mentre arcuando la schiena si sporgeva per capire da dove provenisse quello stridio insopportabile.

«Tatiana! - gridò raspandosi la gola con la sua voce rauca - Tatiana dove sei?»

La sua badante, Tatiana, era una ragazzotta straniera attorno alla trentina, che probabilmente non pesava meno di centocinquanta chili. Alta il doppio di Amilcare, era abbastanza robusta da sollevare il vecchio pensionato come se fosse un sacco di piume. Tatiana si prendeva 400 euro al mese, e trascorreva con Amilcare tutte le mattine, cinque giorni a settimana. Amilcare aveva imparato a non curarsi di lei, non le parlava e non le lasciava da fare le cose: Tatiana sembrava sapere tutto quello che c'era da sapere su come si gestisce una casa. Sapeva dove mettere le cose, quali pulizie fare, come sistemare i vestiti, cosa comprare per pranzo, e come cucinarlo. A fine mese prendeva i suoi 400 euro, e Amilcare si era abituato a lei tanto quanto all'assenza della sua cara moglie. Tatiana forse aveva lasciato la televisione accesa, oppure stava ascoltando qualcosa col suo i-pod e il brusio della musica a bassissimo volume, rimbombando nel suo apparecchio acustico, finiva per creare quel fischio. Forse.

«Tatiana? ...sei ancora in casa? Tatiana!» Ma nessuna risposta. Amilcare era solo. Con la mano tremante si tolse l'apparecchio dall'orecchio destro. Forse era difettoso. Il silenzio calò attorno a lui, quel silenzio naturale che lo cullava la notte quando era solito togliere quella scatoletta rosa da dietro l'orecchio per aiutare il sonno a trovare la strada di casa.

Ma niente da fare: quel suono stridulo, costante, trascinato... era ancora lì, ancora nella sua testa, ronzando continuamente sembrava rimbombargli fra le tempie senza nessuna intenzione di smorzarsi.

Amilcare barcollò per un attimo quando si sollevò in piedi. Poggiò l'apparecchio sul tavolinetto di vetroresina bianca, accanto al fodero degli occhiali e alla ciotolina con le pillole da prendere prima di cena. Scivolando sulla suola delle pantofole, raggiunse l'interno della casa. Un odore misto di cif e legno stagionato riempiva il soggiorno, colmo di mobili d'epoca che i giovani d'oggi si sognavano di comprare, all'Ikea. Il suono sibilava con più acutezza adesso, nonostante Amilcare avesse tolto l'apparecchio acustico. Forse era solo il silenzio, che lo rendeva ancora più insopportabile. Appoggiandosi a un comò quasi fece cadere la bomboniera del matrimonio di suo figlio, pietrificata su quel ripiano da vent'anni.

«Ah... forse ho capito... forse ho capito, razza di birbaccioni...» gongolò il vecchietto, tornando sui suoi passi e dirigendosi verso l'ampio ingresso. Col cazzo che potevano permetterselo, i giovani, un ingresso come quello. Bello ampio, con lo specchio, l'attaccapanni, la cassapanca e il quadro di un ciliegio in fiore. Adesso erano tutti openspace. O si entrava direttamente nel salotto. E chi poteva permettersi il lusso di un ingresso. Amilcare invece ce l'aveva. Frugò nella vestaglia a scacchi e tirò fuori la chiave dello sgabuzzino. «Mortacci vostra...» sussurrò mentre si chinava per infilare la chiave nel piccolo foro della porticina di legno. Era laccata di bianco, nascosta a due passi dall'ingresso, su un lato del corridoio. Alta appena un metro, Amilcare ci giocava con suo figlio quando lui era piccolo e si divertiva a nascondersi per casa. Quello era il suo nascondiglio preferito, e Amilcare faceva finta di non trovarlo per un sacco di tempo, aggirandosi per casa e bofonchiando “dove diamine si sarà cacciato quel ragazzino?”... e dallo sgabuzzino lo sentiva ridere. Che bei tempi.

Non c'era dubbio, il suono fastidioso veniva da là dentro. La chiave fece un paio di giri, Amilcare aprì la porticina. Ed eccolo lì. Un telefono cellulare acceso che col suo schermo luminoso illuminava debolmente l'angusto spazio davanti a lui. Tatiana doveva essersi dimenticata di perquisire l'ultimo rompiscatole, prima di gettarlo dentro. Amilcare si chinò in avanti, subendo in un istante tutti i dolori che la sua malandata schiena avrebbe avuto piacere di fargli provare in un pomeriggio intero. Raccolse il cellulare e iniziò a pigiare i tastini luminosi, azzeccando a caso il pulsante per spegnerlo. Il suono cessò.

Dal fondo della stanza strisciò verso la porticina il signor Romualdo. O Ronaldo? Qualcosa del genere. Coperto di polvere, denutrito, spettinato, ma ancora di aspetto rispettabile con la sua giacca scura e la cravatta rossa. I polsi legati e le caviglie bloccate gli impedivano di muoversi in altro modo. Aveva gli occhi gonfi di lacrime. Provò a bofonchiare qualcosa, ma con quello straccio infilato nella bocca era difficile farsi comprendere. Amilcare provò a interpretare.

«No, non la cambio la mia cazzo di tariffa della luce!» Gli rispose, secco.

Romualdo mise la testa fuori dallo sgabuzzino mugugnando più forte. Amilcare lo afferrò per i capelli e lo spinse di nuovo dentro.

«...ah era il contratto del telefono? ...o del gas? ...non importa! Non me ne frega un cazzo! Lasciami in pace, capito?»

Richiuse veloce la porticina, ignorando i colpi che provenivano dall'interno. La porticina era robusta, legno massello, mica come quelle porte di compensato che mettevano al giorno d'oggi nelle case fresche di costruzione. Amilcare si spostò a fatica fino in cucina, gettò il cellulare nella spazzatura, e si voltò per tornare indietro. Notò un biglietto giallo attaccato sul frigo. Strizzando gli occhi lo lesse. Diceva: “Finisco domani il testimone di Geova, vado a prendere Wadim che esce prima – Tatiana”.

«Eh la fretta! – borbottò Amilcare – E poi lo vediamo tutti come finisce. Che le cose si fanno a metà, si lasciano in sospeso...»

Dondolando precariamente tornò sul terrazzo. L'afa pomeridiana stava lasciando il posto alla frescura della sera. Quello era il momento migliore per godersi un po' d'aria in veranda. Che le case di adesso non ce le hanno più le verande, e nemmeno i terrazzi spaziosi come ce l'aveva casa di Amilcare, perché non conviene più farle. Chi se le può permettere? Il vecchietto si accasciò sulla sedia sdraio e allungò le dita per raccogliere l'apparecchio acustico dal tavolino. Poi ci ripensò. Tatiana aveva lasciato il lavoro a metà, non gli andava di sentir gemere e raspare sul legno per tutta la notte. Silenzio ci voleva. Altro che contratti della luce o del telefono, quello vendeva religione... a saperlo prima, Amilcare gli avrebbe offerto un bicchiere d'acqua. Inforcò gli occhiali, stese la testa e scacciando via altre riflessioni amare, lesse con attenzione la definizione del 14 verticale.

Magliette da vero geek

Ho trovato, su suggerimento della pagina ufficiale di D&D, questo sito che vende magliette e capi di abbigliamento per "geek". Per chi non lo sapesse, il geek è un tipo di nerd particolare. Negli usa la parola "nerd" non sta a indicare esattamente la stessa cosa che qui in Italia, il nerd americano è lo studentello gracile, occhialuto, secchione e sfigato con le donne; non c'è nessuna connotazione relativa ai suoi hobby, anche se si può dare per scontato che stia ore davanti al computer. Il geek è quello che gioca ai giochi di ruolo, legge fumetti, partecipa alle convention di otaku, si uccide di videogames e parla continuamente solo di questi argomenti. Da noi il termine "nerd", quando viene usato, di solito si riferisce al geek. Beh il sito che vende abbigliamento per geek.

E queste tre magliette sono fichissime! :D



venerdì, maggio 28, 2010

Header

Questo è il nuovo header del blog. L'ho fatto un po' di fretta ma mi piace. E' un panorama desolato eppure significativo. Si adatta alla mia personale visione del fantasy, e anche della vita.

domenica, maggio 23, 2010

Leopardi

Siccome ultimamente il mio umore non era dei migliori, ho pensato bene di immergermi completamente nella lettura di Giacomo Leopardi. Ho apprezzato il lato più stronzo di Leopardi, quello cinico per il quale l'uomo è la creatura più antisociale che esiste e ognuno di noi è solo e nemico di ogni altro, quindi occorre essere egoisti per sopravvivere. E assieme al suo lato stronzo ho apprezzato anche altre piccole caratteristiche, a me inedite, del suo carattere. Tutti i brani che seguono sono tratti dallo Zibaldone.

"La stagione e il clima freddo dà maggior forza all'agire, maggior contentezza del presente, inclinazione all'ordine, al metodo. Il caldo scema la forza di agire, rende suscettibili alla noia, intolleranti all'uniformità della vita, vaghi di novità, malcontenti di se stessi e del presente."

"L'amor proprio e quindi l'infelicità sono in proporzione diretta del sentimento della vita. Gli uomini sensibili, di cuore, di fantasia, insomma di animo mobile, suscettibile e più vivo in una parola degli altri, sono delicati e deboli di complessione, e ciò così ordinariamente che il contrario sarebbe un fenomeno. La vita è il sentimento dell'esistenza, e l'esistenza può essere maggiore senza che lo sia la vita."

"Son da ammonire i principianti della vita, ché se intendono di vivere (...) s'armino di tanta dose di egoismo quanta possano maggiore, acciocché la reazion loro sia o maggiore o perlomeno uguale all'azione degli altri contro di loro. Ché se il cedere per forza, cioè per causa della propria impotenza è miserabile, il cedere volontariamente, cioè per mancanza di sufficiente egoismo (...) è ridicolo e da sciocchi, e da inesperto e irriflessivo. E si può dire con verità che il sacrificio di se stesso, il quale in tutti gli altri tempi fu magnanimità, in questi è viltà, e mancanza di coraggio o d'attività, cioè pigrizia, e dappocaggine; ovvero imbecillità di mente."

giovedì, maggio 13, 2010

Il perdente radicale

"Parlare del perdente è difficile, e sciocco non parlarne. Sciocco perché il vincente definitivo non può esistere e perché a ciascuno di noi è riservata la stessa fine [...]. Difficile perché è troppo facile accontentarsi di una simile banalità metafisica. In tal modo, infatti, non si coglie l'effettiva dimensione dirompente: quella politica. Invece di decifrare i mille volti del perdente, i sociologi si attengono alle loro statistiche: valore medio, deviazione standard, distribuzione normale. Raramente arrivano a ipotizzare che potrebbero a loro volta fare parte dei perdenti. Le loro definizioni sono come quando si gratta una ferita: stando a Samuel Butler, quella poi prude e duole più di prima. Fatto sta che da come l'umanità si è organizzata - capitalismo, concorrenza, impero, globalizzazione - non solo il numero dei perdenti aumenta di giorno in giorno; come in ogni compagine di massa presto si verifica un frazionamento; con un processo caotico e indecifrabile le schiere dei soccombenti, dei vinti, delle vittime si scindono fra loro. Il fallito si rassegna alla propria sorte, la vittima chiede soddisfazione, il vinto si prepara alla prossima tenzone. Ma il perdente radicale si ritrae in disparte, diventa invisibile, coltiva il suo fantasma, raduna le proprie energie e attende la sua ora."

Incipit di Hans Magnus Enzensberger, Il Perdente Radicale, Einaudi
PS se avete un minutino, votate qui.

sabato, aprile 03, 2010

Dodici dita

“Al saggio non può capitare niente di male.
E' più forte di tutto ciò che lo circonda.”
- Lucio Anneo Seneca

Dodici dita si guardò le mani. Aveva solo dieci dita, come tutti. Con calma e dedizione si abbandonò ai gesti automatici che lo avrebbero condotto a rimontare la sua vecchia pistola.

Per prima cosa, il popolo. Quella massa di esseri brulicanti che schiamazzavano nelle strade attorno a lui. Mercanti, artigiani, contadini... Vecchi e giovani, uomini e donne. Scendendo nello specifico qualcuno di loro poteva essere interessante, forse abbastanza da condividere con lui qualche pena, ma bastava salire un po' più in alto sulla torre, allargare un po' la visuale, defocalizzare, rifocalizzare, e cosa si otteneva? Marmaglia. Si può imparare a vedere tutto dall'alto, basta abbandonare ogni curiosità, e tradire la fantasia. Improvvisamente sono tutti uguali. Così li percepiva, Dodici Dita.
Dodici dita incastrò velocemente tutti i pezzi dell'arma. Una serie di click lo rassicurò sul giusto posizionamento degli ingranaggi, ma non ce n'era bisogno. Aveva smontato e rimontato la pistola centinaia di volte, centinaia.

Il punto di vista delle pietre. Le pietre che lastricavano l'intera via erano state posizionate lì dai grandi re del passato, e avevano attraversato i secoli, in parte sepolte dalla terra, in parte spaccate dal tempo, in parte levigate dal continuo passaggio. Ognuna di quelle pietre era un testimone logoro dell'insignificanza dell'esistenza. Quante volte avranno ascoltato i discorsi delle persone che distrattamente le calpestavano? Discorsi sulla politica, sulla famiglia, sul bene e sul male, ogni volta pronunciati come se fossero cose importanti, fondamentali, addirittura cose vitali. Sorrise. Vitali, ma non per le pietre. Forse per quelle brevi esistenze. Secoli dopo qualcuno rifarà gli stessi discorsi, e le pietre restano lì, costrette a risentirli.
Spinse il cristallo nella canna. Energia luminosa si sprigionò dalle superfici lisce della scheggia vetrosa, prima che scomparisse nel buio del cilindro di essedreel. Senza quel cristallo, l'arma non avrebbe sparato. Il cristallo era il cuore dell'arma.

La via religiosa alla salvezza. Alcuni religiosi si muovevano tra la folla, il corpo ammantato di vesti costose, nonché di sicurezze inventate. Lungo la strada incontravano altra gente, anime impaurite e riverenti, che elargivano sorrisi in cambio di benedizioni. Buone maniere in cambio di serenità. Non è male come scambio.
L'arma vibrò in maniera quasi impercettibile. Il metallo che assorbiva l'energia del cristallo. Dodici dita infilò una mano in tasca e ne estrasse una manciata di proiettili, grossi pallettoni argentati. Un paio caddero a terra, scivolarono seguendo le spaccature nelle assi del pavimento e finirono per infilarsi sotto il mobilio spartano della stanza. Dodici dita vuotò la mano in una ciotola di legno, su uno sgabello, vicino alla finestra.

La sordità alle grida del mondo, laceranti e stridule, acute e altissime, angoscianti e terribili.
Perché le orecchie delle altre persone non sanguinavano? Dodici dita lo sapeva. Perché erano nati sordi. Tutti quanti. E per non sentirsi inadeguato Dodici dita aveva cercato di sfondarsi i timpani con un chiodo da staccionata all'età di diciassette anni. Ora ne aveva trentasette, era sopravvissuto per tanti anni a quei lamenti strazianti grazie al fatto che ci era riuscito, anche se solo a metà. L'orecchio destro non ascoltava più, nulla. Nemmeno il fragore della sua arma, quando l'avvicinava al volto per fare fuoco.
I proiettili scorrevano all'interno della pistola, come cubi d'acqua congelata in una gola di ferro. Dodici dita distese il braccio e sfiorò col dito il grilletto. Uno scatto, il ritrarsi istantaneo di una molla, una cuspide di essedreel avrebbe scalfito il cristallo, l'energia avrebbe percorso la canna, il proiettile sarebbe stato vomitato fuori dal buio. Una pallina lucente che schizza nell'aria incurante di tutto quello che attraversa. PAM. Cielo azzurro, drappo di una bandiera, ancora cielo azzurro, lembo di una tunica, pelle, cranio, cervello, cranio, pelle, cielo azzurro... pietra angolare della torre. Così sarebbe andata.

E infine il denaro. Le monete d'oro, i lingotti d'argento. Gemme, pietre preziose, diamanti. Stoffe pregiate, vesti di lusso, vini speziati, portate deliziose, droghe esotiche, cortigiane e feste senza calendario. Dodici dita aveva rinunciato a tutto questo tanto, tanto tempo fa. Strisciava tra i vicoli, come un grosso topo carognoso, per non essere visto e non vedere. Sapevano dove trovarlo, all'occorrenza, sapevano come chiamarlo, se avevano bisogno di lui. Lui non aveva bisogno di niente, di niente e di nessuno. Solo di una sentenza di condanna. Perché le persone emarginate come lui potevano permettersi di giudicare la società, ma non di condannarla. Era sempre stato così, e così sarebbe stato per sempre.
Tirò il grilletto con forza. Dodici dita.

domenica, febbraio 21, 2010

Amico freddo

Era da tantissimo tempo che Paul non si fermava a guardare il cielo notturno. Il freddo intenso non gli dava più fastidio, anzi quella morsa gelida gli sembrava quasi il gesto d'affetto di un amico per troppo tempo incompreso. Le dita intorpidite, i piedi quasi congelati negli stivali inzuppati dalla neve, tutto era come un promemoria del fatto che era ancora vivo. Con un gesto lento si tolse la neve dai capelli e dalla barba, e tornò a rivolgere gli occhi al cielo. Quello squarcio di manto azzurro che le fronde degli alberi lasciavano intravedere, e che la luna per quella notte sembrava avere abbandonato.

Si accorse di quanto fosse disperata la sua ricerca, addirittura di quanto fosse difficile riuscire ad uscirne vivo. Ma riguardando al passato, a tutta la strada compiuta, a tutti quei passi fatti uno dopo l'altro senza mai sentirsi arrivato da nessuna parte, non aveva alcun rimpianto. Tra le gelide alture attorno a lui esisteva un luogo perduto da secoli, remoto, silenzioso nel ventre della roccia, inalterato, sepolto. In attesa. Non c'erano più viveri nella sua bisaccia, cacciare qualcosa diventava ogni settimana più difficile (come se fosse stato mai bravo a farlo!). Ma il cielo restava lì, immutabile ed eterno, ad accogliere il suo sguardo ed ogni sua eventuale preghiera.

La risata della driade riecheggiò tra i fusti degli alberi attorno, sempre più sottile. Paul si rialzò in piedi e la ringraziò mentalmente. Se la mano gentile di un essere tanto incredibile non gli avesse afferrato il polso, poche ore fa, sarebbe stato ancora immobile nella neve, sconfitto dalla fame e dal freddo. Che intenzioni aveva quella creatura? Straordinaria ed ambigua. Il tempo di guardarla negli occhi ed era già scomparsa. Paul aveva afferrato la sua spada, tentando di difendersi, e solo allora si era reso conto di avere ancora forza nelle braccia. Chi l'aveva mandata, e perché? Sentiva ancora la sua voce bisbigliare in lontananza.

Si strinse il mantello attorno all'armatura, e con passi lenti si mosse verso un riparo tra le rocce. Gli stivali affondavano nella neve ben oltre il ginocchio, il ghiaccio mordeva le gambe e rendeva affannoso addirittura il respiro. Vide un'ombra tra gli alberi, e poi di nuovo una risata.
"Chi sei?" Gridò nel vuoto. Le parole gli si strozzarono in gola, per pronunciarle ingerì una grossa nuvola di aria gelida. Non sperava in una risposta, in fondo. Le driadi non danno risposte, e nemmeno aiuto. Le leggende parlando di persone tratte in inganno dalle driadi, le driadi non salvano la vita ai viaggiatori erranti.

Raggiunse una fenditura nelle rocce, al riparo dal vento e dalla neve. Dalla fenditura sembrava provenire un respiro caldo e discontinuo. Una corrente? La montagna è cava. Barcollò all'interno e rotolò goffamente in terra, in un letto di pietrisco aguzzo. Sentiva la corrente calda sul volto. Comprese di essere salvo, per il momento. Il freddo non l'avrebbe ucciso, non questa notte, non adesso. Era un amico gentile, bastava fargli capire di non aver bisogno di lui, se ne sarebbe andato. Restò immobile, mentre scivolava nel sonno. Sognò la driade e la sua risata.

lunedì, febbraio 08, 2010

Piccoli capolavori incompresi











Quando dalla cantina rispunta una cassa intera di costruzioni LEGO, non puoi farne a meno. Tutti costruiti con la stessa accurata selezione di pezzi, pochi e giocando a costruire cose sempre diverse, sperimentando ogni possibile combinazione.