lunedì, marzo 14, 2011

Studenti, 1


Ho partecipato al concorso "I Giovani e il Territorio" III edizione, organizzato dalla consulta giovanile del comune di Bracciano, quest'anno il tema era "i giovani popolo di pendolari". Ho scritto un racconto e scattato alcune foto. Ho deciso di postare il racconto qui, diviso in alcune parti (è lunghetto per una sola entrata del blog). Le foto sono quelle che ho scattato per il concorso, e i protagonisti sono Marco e Melania. Non tutte sono state poi spedite, quindi mi sembrava giusto pubblicare sul mio blog in ogni caso quelle più belle.

STUDENTI
prima parte

Non appena le porte del TAF si aprirono, accompagnate da un sibilo faticoso, tre ragazzi saltarono nel vagone travolgendo la signora Anna. L'anziana signora, proprietaria del negozio di tabacchi sulla via principale del paese, fece appena in tempo a tirare verso di sé l'ingombrante borsa di pelle che portava a tracolla. Si fece sfuggire un paio di gridolini di spavento, che mutarono velocemente in borbottii di disapprovazione, quindi si aggiustò il vestito leopardato e affrontò con tutta l'eleganza di cui poteva essere capace il gradino che la separava dal marciapiede del binario due. Appena toccò terra si rese conto di essere circondata da decine e decine di altri studenti che, al contrario dei maleducati appena incrociati, stavano attendendo con evidente impazienza che i passeggeri scendessero. Velocemente si tolse di mezzo. La torma di adolescenti non esitò un secondo di più e si riversò con foga all'interno della carrozza.
Solo a quel punto la signora Anna si rese conto di aver già visto i tre ragazzi che avevano rischiato di farla caracollare davanti alla porta. In effetti si rese conto che li conosceva bene. Si chiamavano Marco, Cristina e Fabio. E l'opinione della signora Anna nei loro riguardi non era granché lusinghiera.

Cominciamo con Marco. Marco era uno di quei ragazzi che la proprietaria di una tabaccheria deve tenere sempre d'occhio. Aveva un visino pulito, era educato e i suoi occhi azzurri ispiravano velocemente simpatia. Poi quando meno te lo aspettavi, ti inculava le Vigorsol dall'espositore. La signora Anna se n'era accorta, una volta, ma siccome c'erano altri clienti da servire aveva lasciato correre (glielo avrebbe detto la volta successiva, si ripromise). Purtroppo una volta successiva non c'era più stata, perché da quel giorno in poi Marco non si era fatto più vedere in quella tabaccheria. Forse aveva mangiato la foglia, forse si era accorto che la signora Anna l'aveva visto rubare quel pacchetto di gomme gusto spearmint. Oppure semplicemente aveva avuto altro da fare. Ad esempio, pomiciare con Cristina.
Sì perché non è che un ragazzo di sedici anni entra in un negozio di tabacchi e si frega un pacchetto di Vigorsol senza un motivo preciso. Il motivo preciso era che se hai sedici anni e nel pomeriggio devi vedere la ragazza per la quale hai una cotta devastante, allora hai davvero bisogno di una gomma da masticare gusto spearmint. E non c'è personale crisi economica che tenga.
Quello stesso pomeriggio Marco varcò l'ingresso dei giardini pubblici comunali con la sicurezza di uno che non doveva temere di aver mangiato pollo al forno con le patate a pranzo. Tutto questo grazie alle gomme alla spearmint appena fregate alla signora Anna. Cristina accolse con gioia l'arrivo del suo compagno di classe, e nel giro di poche ore i due coetanei erano intenti a premersi vicendevolmente le labbra sulle labbra in un angolino appartato del parco (l'avrebbero fatto anche se Marco non avesse compiuto quel taccheggio? ...chissà).
La signora Anna conosceva anche Cristina, almeno di vista. La ragazza non passava inosservata giacché aveva tinto i propri capelli di un rosso tanto acceso che in confronto quelli della signora Anna sembravano appassiti con l'arrivo dell'autunno. E poi c'era quella lucertolina tatuata su di un lato del collo. E quell'orecchino sul naso. Insomma sono dettagli che non ti scordi, soprattutto se sei una di quelle signore come era la signora anna, con la collana di perle, il vestito leopardato, e la permanente finto anticato sulla chioma rada. Cristina e la signora Anna rappresentavano insieme la crasi dell'intero discorso sul conflitto generazionale.
«Due pacchetti di Kim ultraslim superleggere.» Chiedeva sempre Cristina, quando era il suo turno davanti al bancone della tabaccheria. La signora Anna si era sempre chiesta se le fumasse lei oppure se fossero per sua madre, ma non glielo aveva mai chiesto. E questo è tutto quello che la signora Anna sapeva di Cristina.
Infine c'era Fabio. Fabio era alto, molto alto per un ragazzo della sua età. Il volto devastato dall'acne non riusciva a nascondere che fosse un bel giovanotto. Indossava sempre un berretto girato sulla testa, che impediva ai lunghi capelli neri di calargli sulla fronte. Fabio passava ogni settimana in tabaccheria dalla signora Anna a comprare le vigorsol. Lui le comprava, sì, non le fregava. Ma nonostante le Vigorsol, non c'era nessuna sua coetanea che avesse intenzione di pomiciare con lui. Le ragazze preferiscono chi le Vigorsol le frega.
Ora dimentichiamoci della signora Anna e della sua tabaccheria. Davvero. Perché i protagonisti della storia sono Marco, Fabio e Cristina. Mentre la signora Anna tornava a casa, Marco e Cristina, sul treno, stavano cercando due posti vicini. Salirono le scale e si mossero lesti attraverso lo stretto corridoio del piano alto della carrozza. A quell'ora il treno si riempiva velocemente, caricando ad ogni fermata sempre più studenti, fino a colmarsi del tutto. Ma quel giorno furono fortunati (così pensarono), perché trovarono una intero compartimento del vagone completamente libero. Scostarono un giornale spiegazzato abbandonato sul sedile, e Cristina prima di sedersi controllò che non vi fossero gomme americane appiccicate sulla stoffa. Ovviamente Marco si sedette di fianco a Cristina, mentre Fabio lanciò il suo zaino Invicta su uno dei posti di fronte a loro.
«Ma che sono posti riservati?» Chiese Fabio guardandosi attorno. In effetti, un intero scompartimento deserto era sospetto. C'era solo un altro posto occupato, poco più in là, da un signore intento a leggere la gazzetta dello sport.
«Riservati da chi? Ma che cavolo dici...» Gli rispose Cristina prendendolo in giro. Poi si appiccicò alla bocca di Marco come una calamita allo sportello del frigo.
«Boh non lo so, magari dal capostazione... cioè il treno è pieno e quassù non ci sale nessuno.» Continuò Fabio, mentre si aggiustava i pantaloni. Poi si sedette anche lui, cercando di non inciampare sulle gambe dei suoi amici.
«Si vede che sono tutti deficienti. - Gli rispose Marco, non appena riprese fiato. - Di sicuro non sono posti riservati, mica è un eurostar, questo è un TAF di merda.»
Risero tutti di gusto. Poi il treno si mosse. Un primo scossone, poi un secondo meno violento, e quel bruco di metallo riprese a trascinarsi sui binari. Ci sarebbero voluti cinquanta interminabili minuti per arrivare a casa. Considerando che il paese dove abitavano Marco, Fabio e Cristina si trovava a poco più di 40 chilometri da lì, questo significava una media di meno di 50 chilometri all'ora. Roba da far west. E arrivati alla stazione poi avrebbero dovuto raggiungere casa. Fabio che abitava in periferia avrebbe dovuto camminare ancora per una mezz'ora buona, oppure perdere un altra ora ad aspettare il bus locale. Inoltre ogni giorno, per arrivare dalla scuola alla fermata del treno (e viceversa) occorreva prendere la metropolitana. In totale facevano quasi due ore di viaggio. Due volte al giorno. Quattro ore di su e giù quotidiano. Perciò ci si alzava alle sei del mattino, e si pranzava alle tre del pomeriggio. Marco sentiva lo stomaco agitarsi nella spasmodica attesa di quell'etto e mezzo di pasta che suo padre gli avrebbe fatto trovare, appena tornato a casa.
«Volete venire a pranzo a casa mia?» Domandò caricandosi sulle ginocchia le gambe di Cristina.
«No, non posso. Oggi pomeriggio ho gli allenamenti e poi domani mi interroga quella stronza di matematica.» Rispose Fabio, ciondolando con la testa. Quella stronza di matematica. Questa è una figura retorica pensò subito dopo. Ma non mi ricordo quale.
«Oggi c'è mio padre a casa. Basta che gli faccio uno squillo e non c'è problema. Poi quando hai mangiato te ne vai... anzi se vuoi ti do uno strappo con lo scooter.» Insistette l'amico. Fabio era sul punto di accettare ma la sua curiosità prese il sopravvento e prima che potesse accettare l'invito si ritrovò a domandare: «Scusa ma come mai tuo padre è a casa? Non lavora oggi?»
«No oggi è solidarietà.»
«E che cazzo vuol dire?» Gli fece Cristina, mentre cercava qualcosa nel proprio zaino.
«Che sta a casa e il suo stipendio di oggi lo danno a qualcun altro, che invece doveva essere licenziato. Una cosa del genere, me l'ha spiegata ma non lo stavo ad ascoltare.»
«Mi sembra una cazzata.» Commentò Fabio.
«Oh però è così. Si chiama solidarietà. Lui sta a casa qualche giorno al mese, tipo ferie non pagate, e così non licenziano nessuno. Altrimenti licenziano qualcuno.» Ribadì Marco.
«Mi sembra una cazzata.» Ripeté Fabio.
«Vabbé comunque sticazzi, ci venite a pranzo o no?»
«No io vado a casa.» Disse Fabio.
Cristina invece non rispose, era distratta. Aveva tirato fuori dallo zaino un pennarello rosso indelebile e stava scarabocchiando sul vetro del finestrino. Il vetro era per metà oscurato da un graffito, che all'esterno del vagone riproduceva la scritta CRAZY TIMES composta da caratteri tanto deformi da risultare quasi indecifrabili. Il graffito occupava l'intero vagone in lunghezza, e la punta della zeta finiva per coprire parte del vetro sul quale Cristina stava vergando sognanti frasi d'amore. Ovviamente la ragazza aveva scelto una parte del vetro lontana dal graffito, e anche da quell'enorme pene stilizzato che qualcuno aveva dipinto con un pennello nell'angolo in alto a sinistra della finestra, proprio sotto la tendina.
«Che stai scrivendo?» Le chiese Marco, piegandosi un poco in avanti.
Lei le diede un rapido bacio in testa, e ancora più rapidamente rimise il tappuccio al pennarello.
«L'amore è un gesto pazzo, è come rompere una noce con il mento sopra al cuore!» Lo lesse ad alta voce cercando il più possibile di interpretarne la poeticità.
«Ma chi l'ha scritta 'sta stronzata?» Disse Marco, e scoppiò subito a ridere. Anche Cristina rise, e iniziarono a prendersi amichevolmente a pugni. Una cosa che gli amanti hanno in comune con i canguri.
(continua)

Drizzit 19

Ho pensato che l'occasione migliore per far conoscere Drizzit e il nano Dotto potesse essere un turno di guardia notturna. Di questa striscia mi piace soprattutto il tempismo. Il lettore scorre con lo sguardo le vignette, da sinistra a destra, aspettandosi una battuta finale... che non c'è. L'espressione impassibile con la quale il nano ha fissato Drizzit per l'intera notte mi sembrava sufficiente. E poi mi sono divertito a disegnare le ombre che si spostavano man mano con la luna.

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sabato, marzo 12, 2011

Drizzit 18

Mi piace l'idea che Drizzit sia in qualche modo a disagio con le ragazze. Mi sembra coerente con il suo passato. A proposito di Drizzit: adesso ha una pagina su Facebook. Potete cliccare sul riquadro qui a sinistra e diventare fan. Così quando raggiungeremo i 100.000 fan, gli elfi scuri domineranno il mondo.

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venerdì, marzo 11, 2011

Balena



So bene come sembri stupido il mio tempo
A chi come te misura le cose a sorrisi
Non sono il saltimbanco
Non so ingoiare spade
Ho tanti libri appena aperti Da finire se vuoi
Da finire se vuoi

Portami con te
Fuori dal ventre di balena
Un mobile svizzero
Un foglio e una penna

Sono in vena di partire davvero
Sono in vena di partire davvero
Di partire davvero

So bene come sembri stupido il mio tempo
So bene come sembri stupido il mio tempo
So bene come sembri stupido il mio tempo
So bene come sembri stupido il mio tempo


Avevo già dedicato un post agli elettrojoyce un po' di tempo fa. E' un gruppo che non c'è più. Questa piccola canzone non è tra le mie preferite, ma il testo è molto più poetico di tante altre.

So che molte persone misurano il tempo a sorrisi. Se non ti diverti, è tempo perso. Ecco io sono altrove, ma proprio spazio-temporalmente. Intendiamoci, io credo di essere una persona con cui si passa bene il tempo. Ma credo anche che il valore di ciò che facciamo non sia minimamente collegato al divertimento. Penso che esista un tempo in cui svagarsi sia necessario, addirittura costruttivo, e un tempo in cui c'è bisogno di fermarsi e progettare qualcosa di solido su cui appoggiare se stessi... perché se domani sarò migliore, o starò meglio, non sarà grazie al sommarsi delle ore che ho trascorso a non pensarci.
Non sono noioso, non sono pesante, anzi tutti mi dicono il contrario (faccio bene a crederci?). Ma sono stanco di compromessi. Mi ritrovo a doverli stringere ogni giorno, per poter essere accettato, considerato, voluto bene, amato. No basta, io sono così... io penso, e non ci tengo ad apparire superficiale o cretino, non ci tengo ad abbassare il livello dei discorsi, a rendere semplici le cose... a renderle ancora più semplici di quello che sono.

Ho davvero tanti libri aperti e tanta voglia di partire.
Il mio foglio e la mia penna non me li toglierà mai nessuno.

giovedì, marzo 10, 2011

Drizzit 17

Eheh ok... non fatevi un'idea sbagliata. :)

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mercoledì, marzo 09, 2011

Sonetto XXV

Let those who are in favour with their stars
of public honour and proud titles boast,
whilst I whom fortune of such triumph bars
unlook'd for joy in that I honour most;

Great princes' favourites their leaves spread,
but as the marigold at the sun's eye,
and in themselves their pride lies buried,
for at a town they in their glory die.

The painful warrior famoused for might,
after a thousand victories one foil'd,
is from the book of honour razed quite,
and all the rest forgot for which he toil'd.

Then happy I that love and I'm beloved
where I may not remove, nor be removed.


- William Shakespeare

Ecco, io questo sonetto l'ho tradotto (anche se non so quanto posso essere stato all'altezza). Mi piaceva la frase finale, e traducendolo ho scoperto anche la bellezza delle tre quartine precedenti. Tradotto, fa più o meno così:

Lascia che quelli che sono nel favore delle loro stelle
si vantino dell'onore pubblico e dei titoli superbi,
mentre io, che la fortuna ha escluso da certi traguardi,
sia felice in disparte per quello che più ritengo prezioso;

I favoriti dei principi si prendono cura dei loro petali,
ma come le calendule rivolte allo sguardo del sole,
e dentro di loro il loro orgoglio viene sepolto,
per un attimo di tristezza muoiono nella loro gloria.

Il guerriero dolorante famoso per la sua tempra,
dopo mille battaglie alla fine viene vinto,
ed è presto cancellato dal libro dell'onore,
e tutti quanti dimenticano per cosa ha combattuto.

E dunque che io sia felice di amare e essere amato
da chi non posso cancellare, e da chi non può cancellarmi.

Ci sono persone che non si perdono mai, e credo che del loro amore possiamo essere felici, e stare bene per questo per tutta la vita.

Drizzit 16

Poiché questa terza settimana di Drizzit doveva essere incentrata sulla presentazione del nuovo gruppo di avventurieri, ho pensato che non sarebbe stato male dedicare un paio di strisce ad ogni personaggio. Wally, il personaggio protagonista della striscia qui sopra, è la parodia del barbaro Wulfgar, ma in realtà si ispira molto di più al Kronk de Le follie dell'Imperatore della Disney, sia nei lineamenti che nella personalità. La striscia precedente e questa sono sufficienti per comprendere appieno il tipo di personaggio. :)

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martedì, marzo 08, 2011

Question #8

Il lato buono (delle cose)

Se ti sembra che ciò che ti circonda,
alla fine, con te, non c'entri poi un granché...
Se ti gira la noia del mondo
e per restare sveglio hai bisogno di mille caffé...

Devi sapere che nel mondo c'è
qualcuno che la pensa esattamente come te.

Se avessi qualcosa da dire
a chi fa il gioco del potere,
a chi dice che sbagli sempre tu,
perché non sei competitivo,
non fai gli straordinari per comprarti il BMW...

Devi sapere che nel mondo qualcuno è già cambiato,
trattando gli altri come vuole essere trattato,
capendo che aiutare è molto meglio che essere aiutato,
e ci sta molto più futuro nel futuro che passato nel passato!

Levandosi di torno quelle pubblicità
che ci avvelenano ogni giorno,
cercando il lato buono delle cose,
il lato buono delle cose!

Il lato buono (delle cose) di Pura Utopia, PIMS studios (2004)
Il loro sito ufficiale è questo, ma se seguite il link sopra potete ascoltare qualche loro canzone, compresa quella il cui testo è riportato sopra.

lunedì, marzo 07, 2011

Drizzit 15

Ok adesso sto giocando un po' con gli stereotipi. Forse qualche volta va bene così, diciamo che sto posticipando le battute con rimandi a Schopenhauer ...(ovviamente scherzo! ...ma chissà se riuscirei a infilare Shopy dentro Drizzit e cosa ne verrebbe fuori... mmh mmh).

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Question #7

Tante volte mi sembra che la gentilezza, lo stare vicino alle persone, il volersi preoccupare per qualcuno, il cercare di capire gli altri, il desiderare che le persone che ci stanno a cuore stiano meglio... ecco mi sembra che tutto questo sia considerato "volontariato". Se lo fai, ti considerano bravo. Ma anche scemo, perché il mondo è governato dall'egoismo (così dicono tutti).

domenica, marzo 06, 2011

Question #6

Sei motivi per essere felice


Viola aveva sei (6) buoni motivi per essere felice.
Il primo lo lasciò a scuola. Nella sua classe, c'era un amico che seppe starle vicino, vicino come non aveva mai fatto nessuno. Si chiamava Davide. Parlavano poco, sapevano l'uno dell'altra solo quel che era necessario. Agli occhi di lei, lui era diverso. Come se tutto fosse colorato con sgraziati colori opachi, e lui con morbidi tratti di pastello. Davide attraversava il tempo del liceo con la stessa sicurezza con cui un dito disegna sulla sabbia. Non aveva nemmeno bisogno di essere bravo. Non era mai preoccupato, non era ansioso, non l'aveva mai visto agitato. La sua presenza confortava Viola, la racchiudeva in una piccola bolla di sapone, la proteggeva dalla tristezza. Sedettero vicini tutte le volte che poterono, finché il tempo dei dubbi e delle parole non dette si trasformò in quello delle assenze e delle mancanze. Davide venne a scuola sempre di meno, sempre di meno. Qualcuno le disse che aveva trovato un lavoro, una ragazza. Viola dimenticò di che luce brillavano i suoi occhi. Quando la scuola finì, non lo vide né sentì mai più.

Quindi le restarono cinque (5) buoni motivi per essere felice.
Viola aveva un sogno, avrebbe voluto scrivere. Le riusciva così naturale, come tessere per un baco, o costruire nidi di piccoli rami per una rondine. Incastrava le parole facilmente. Esauriva decine di penne biro ogni anno colmando risme di carta con parole severamente bilanciate. E poi Viola aveva un altro dono, ancora più importante: sapeva raccontare quello che vedeva. Bambini che giocavano con i sassi nel parco, signore anziane che tenevano conto di quello che non c'era più, gatti che si rincorrevano all'inizio della primavera, cori che le cime degli alberi alzavano al freddo vento d'autunno. Erano racconti che ridavano luce alla vita. Pagine e pagine che scaldavano il cuore. I fogli riempirono inesorabilmente i cassetti. Finché non le regalarono un computer, un piccolo splendido computer portatile. Glielo regalò Federico, il giorno del loro terzo anniversario. Nemmeno lei saprebbe spiegare perché. Il senso del dono era l'opposto di quello che significava per tutti. Viola decise che le sue dita non si sarebbero mai più macchiate di inchiostro. Si dimenticò del proprio suo sogno, per le labbra di Federico.

Ma aveva ancora quattro (4) buoni motivi per essere felice.
Pensava di averne perso un altro quando sua madre fu ricoverata, e scoprirono che non poteva guarire. Ma non lo perse in quel momento. Perché le persone che ci lasciano non si riprendono quello che ci hanno dato. Viola poteva stringere ancora ogni pensiero, parole e immagine che sua madre le aveva donato. Così decise che dentro di sé avrebbe conservato ogni cosa. Quel quarto motivo lo perse qualche anno dopo, quando decise di non laurearsi e di sposare Federico. Perché se c'era una cosa che la madre le aveva insegnato, era che essere sereni non vale essere felici. Le diceva sempre: tutti i sogni che non ho raggiunto io, realizzali tu per me. Viola non la comprese, oppure preferì l'esempio alle parole. Tolse qualcosa da dentro di sé e la allontanò. Assieme alle parole della madre, se ne andò il quarto motivo. Viola accettò il compromesso. Una vita di gioie programmate, di giorni collaudati, di risvegli e di serate che si accodano sul calendario finché non diventano esistenza. Viola sarebbe stata come tante altre, mescolata tra le altre, tranquilla come le altre, invisibile come ogni altra vita invisibile che scorreva serena accanto a lei.

A quel punto a Viola restavano altri tre (3) buoni motivi per essere felice.
Di certo Mattia, suo figlio, prese il posto di tutti quelli che aveva perso fino ad ora. Viola si fece forte. Si convinse che il proprio sacrificio aveva dato i frutti sperati. Divenne testarda e orgogliosa delle proprie scelte, lo fece per difendere se stessa dalle mille insicurezze che ogni giorno la inquisivano. Le restavano tre buoni motivi per essere felice, e in cambio aveva ottenuto una famiglia, un bellissimo bambino, e un marito che la amava. Qualcuno che la abbracciava la sera quando stanca si gettava tra le lenzuola, e che la ascoltava parlare di libri e di storia quando non aveva più forza per leggere ancora. Ma nella freddezza del quotidiano, Viola perse l'ennesimo motivo. Quelle vite che scorrevano invisibili, erano disseminate di giorni immensamente tristi, come è normale che sia. Un caro amico che muore, un lavoro che non premia adeguatamente, un incidente domestico, un amaro litigio. Non c'erano giorni migliori a compensare quelli peggiori. Nei giorni che si facevano uguali, nel calendario scandito dalle ferie di Federico, e dagli anni scolastici di Mattia, che fosse un giorno come tanti era la massima aspirazione. Viola provò a cercare quel che aveva perso nella cerimonia dei regali a Natale, e nelle gite in montagna di inverno. Ma non trovò nulla. Quanti anni erano trascorsi? Da quanto tempo aveva perso quel motivo?

Rimase con due (2) buoni motivi per essere felice.
Mattia era lontano, studiava all'estero e forse lontano avrebbe realizzato il suo sogno. Nelle mail che spediva e che sua madre di tanto in tanto leggeva, era facile riconoscere il rituale dovere di un figlio che era in grado di proseguire il suo cammino da solo. Di lì a poco, Viola conobbe un altro uomo, Elia. Tutte le sere che la cena di Federico era nel frigo pronta da scaldare, Viola ritrovò il calore di un amore che credeva di aver perso per sempre. Elia era come Davide, il suo compagno di classe del liceo: sapeva avvolgerla in una nuvola di sicurezze dalla quale Viola non avrebbe mai voluto uscire. Con Elia stava bene, Elia l'amava, era buono, non le avrebbe mai fatto del male. Elia era disposto a vederla quando e quanto voleva lei, nel modo che lei desiderava, e non le chiedeva nulla in cambio di quelle ore. Poi un giorno Federico lasciò Viola. Non perché si accorse di Elia, Viola non avrebbe mai permesso che ciò accadesse. Federico lasciò Viola perché non provava più niente per lei. Più niente per lei, e frantumò così il penultimo motivo di Viola. Più niente per lei.

Ecco che ora Viola stringeva fra le dita (1) un solo buon motivo per essere felice.
Ma lo distrusse. Lo distrusse di sua propria volontà. Ripensò a quanti motivi di felicità aveva speso per arrivare fin qui, e a quanto poco le rimaneva. Musica che non avrebbe mai più ascoltato. Doveva essere colpa di qualcosa o di qualcuno. Si convinse di aver sbagliato, di aver fatto scelte stupide, di non aver capito niente. Raccolse l'ultimo motivo di felicità che le era rimasto, e lo scagliò con forza contro Elia. Lui lo vide spezzarsi davanti a sé, tra le lacrime di Viola. Ma non andò via, lui rimase. Rimase per vederla proseguire in quell'intento, testarda e disperata, di seccare giorno dopo giorno, assiduamente, ogni piccola goccia che restava del loro amore. Viola lacerò la sua voglia di parlarle, gli impedì di starle vicino, lo spinse lontano sollevando fra loro mura di dolore, silenzio, stanchezza e impegni. Non volle ascoltarlo mentre cercava di gridarle quanto avrebbe desiderato, magari in un altro mondo, trovarsi al posto di Federico, e non farla soffrire, e non farla piangere. Elia scivolò lontano, portando via con sé le minuscole brillanti schegge dell'ultimo buon motivo che aveva Viola per essere felice.

E adesso Viola non ha più nessun motivo per essere felice.
Ma è serena.

sabato, marzo 05, 2011

Drizzit 14

Questa è l'ultima striscia della seconda settimana di Drizzit (le scrivo in serie di 7 episodi, in modo da dividere la fase di scrittura da quella di disegno). La seconda settimana di Drizzit si conclude con l'introduzione di un gruppetto molto variopinto di personaggi. Come ho già scritto la scorsa volta, si presenteranno più avanti, comunque non dovrebbe essere difficile per chi ha letto i romanzi ai quali mi ispiro, capire di chi sono le parodie. :)

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venerdì, marzo 04, 2011

Question #5

Esistono messaggi subliminali che non sono messaggi subliminali. Tipo quando mi chiedono: "Ti piace il rafano?" e rispondo: "No, secondo me sa di Spic & Span." Allora il messaggio subliminale è: il rafano mi fa schifo. Nella vita di tutti i giorni è uguale. Fate molta attenzione ai messaggi subliminali che non sono messaggi subliminali.

Question #4

giovedì, marzo 03, 2011

Drizzit 13


Quando ho disegnato questa striscia non avevo ancora fatto nessuna prova di colore per gli abiti degli avventurieri, quindi li ho colorati un po' a casaccio. Non ve li presento perché lo faranno da soli molto presto. Per quanto riguarda il discorso di Drizzit, direi che si tratta della più comune conclusione alla quale arriva chiunque si ponga le sue stesse domande (vedi la striscia numero 8). Gli orchi sono il male, gli avventurieri la cura. :)

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Plays everywhere stocazzo. Grazie Fox.

Oggi ho acquistato un Blue-ray della 20th century Fox. Al prezzo di 23,90 la confezione includeva film in Blue-ray, film in dvd e anche la copia digitale. Cos'è la copia digitale? Sarebbe il film in formato per computer. Detto fra noi, è il file del film che puoi condividere o scaricare tramite internet, oppure leggere con un lettore come Windows Media Player o in teoria anche con Quicktime o altri. In teoria.

Sul retro della confezione ci trovo scritto: PLAYS EVERYWHERE con tanto di immagini disegnate di un monitor, un personal computer, quello che sembra un forno a microonde e per ultimo un iPhone. Un inconfondibile iPhone. Guardate la fotografia: un iPhone.


Lo compro. Vado a casa. Scopro che la copia digitale è inclusa nella confezione (al contrario dei film della Warner Bros che ti costringono a scaricartela da internet inserendo un codice), quindi penso: niente male! Questi della 20th Fox sono dei furbetti!
Poi infilo il CD con la copia digitale nel mio Mac, e quello non me lo legge. Ohibò. Esploro il CD e trovo un eseguibile con il menù che però è in formato exe e quindi illeggibile con il mio Mac. Va bene, chissenefrega del menù, giro tra le cartelle e trovo comunque il file del film. Ma è in formato WINDOWS VIDEO. Cioè 'sti coglioni hanno messo nel CD una copia digitale del film in formato Windows, e basta! ...provo ad aprirla con un lettore generico (tipo il VLC che di solito legge anche le pizze surgelate) ma niente, quello è un formato per Windows Media Player. Per vederlo sul mio Mac dovrei scaricare codec aggiuntivi per il mio lettore multimediale. E inutile aggiungere che col cazzo che puoi trasferire il file sul tuo iPhone!

Rigiro la confezione del mio Blue-ray, e sotto all'immaginetta dell'iPhone, su quella barra arancione che vedete nella foto, mi accorgo che 'è una scritta a caratteri microscopici. Non si vede nella foto? Beh non stupitevi. E' microscopica davvero, ed è stampata bianco su giallo. Lì c'è scritto che per visualizzare la copia digitale hai bisogno di sistema Windows, Windows Media Player 10 o superiore e anche della connessione a internet (???).

Allora. Io non so se ci sono gli estremi per una truffa nei confronti del consumatore. Fatto sta che "plays everywhere" un bel paio di coglioni. Poi c'è un'immagine di iPhone usata impropriamente. Poi la scritta che dice che per la copia devi avere Windows è microscopica (e comunque se uno che ha un Mac vede disegnato un iPhone sopra, manco va a leggerla).
Il tutto comunque si risolveva mettendo nel CD il film in un formato generico, tipo AVI. Che ne dite, geniacci della Fox? Era così difficile? Ok io già ce l'ho con voi da quando mi avete chiuso Firefly, non datemi altri motivi.

mercoledì, marzo 02, 2011

Il Grinta e Solomon Kane

Adesso metto insieme due recensioni e parlo di due film che apparentemente non hanno niente in comune... e che forse non hanno niente in comune nemmeno oltre l'apparenza. Il primo film è Il Grinta, che da qualche giorno è nei cinema. L'altro è Solomon Kane, che da qualche giorno è uscito in Dvd/Blue-ray e che al cinema è apparso di sfuggita, ma senza biasimo per le sale che non l'hanno messo in programma.

Il Grinta è l'ultimo film dei fratelli Coen. Trovate tutti i dettagli su Internet Movie Database quindi non starò a parlarvi degli attori e dei registi, tranne forse menzionare che i fratelli Coen sono quelli che hanno girato il film più bello di tutti i tempi, a mio parere: Il Grande Lebowsky. Come in tutti i film di questi registi, c'è molta ironia (anche se si tratta di un western) e la regia è impeccabile, ma quello che colpisce di più dei loro film è la qualità della sceneggiatura. Non c'è un solo dialogo che sembri arraffato e buttato là giusto per far dire qualcosa al personaggio. Il copione è di altissimo livello, le battute non sono mai banali, anzi dimostrano sempre un gran lavoro di approfondimento attorno al periodo storico, al tipo di film, alla collocazione geografica e non per ultimo alle origini di ogni personaggio. Nessun personaggio discute di banalità, o scambia due parole senza senso. In un qualsiasi altro film western in cui due cowboy di fine '800 discutessero a cavallo, si direbbero cose tipo "che diavolo di foresta intricata" oppure "sono giorni che camminiamo dannazione" o "una volta con la mia colt ho fulminato dieci indiani" ...cose così. Ma in un film dei Coen l'intelligenza dello spettatore, la cultura, la capacità di riconoscere le blatere dalle discussioni verosimili, non vengono mai sottovalutate. Così quando il Grinta straparla, lo fa citando geografia, storia, eventi del periodo. I personaggi fanno riferimento a quello che probabilmente era il loro contesto, in quel tempo e in quel luogo. E' tutto minuziosamente riprodotto anche nei dialoghi.

Ci ripensavo, a Il Grinta, mentre oggi mi rivedevo in dvd Solomon Kane. Un filmetto fantasy che nonostante avesse buone possibilità di divenire qualcosa di serio, è risultato un b-movie da seratina con gli amici, senza troppe pretese, anzi da vedere mentre si chiacchiera di altro. Perché i dialoghi sono qualcosa di risibile. Del tipo "tu sei il male io la cura". Banalità su banalità su banalità. "Tuo padre mi aveva promesso che se ti avessi salvata, la mia anima sarebbe stata salva... ti ho salvata... e la mi anima è salva." Complimenti! Probabilmente avevano paura che un ragazzino di 12 anni col cervello sfondato dalla playstation non riuscisse a comprendere discorsi un po' più complessi. Oppure (cosa più facile) hanno come al solito relegato il genere fantasy a un sotto-genere da film di scarso impegno, come se Il Signore degli Anelli non fosse mai stato girato. Peccato. Non che i romanzetti di Howard su Solomon Kane fossero capolavori della letteratura, ma forse si meritavano qualcosina di più.

A questo punto mi sorge una domanda, che forse è più il barlume di una speranza, un desiderio che forse non si realizzerà mai e che magari è meglio che non si realizzi. Ma i fratelli Coen dirigeranno mai un fantasy?

martedì, marzo 01, 2011

Drizzit 12

Ogni tanto vale la pena ricordarsi che Drizzit è un elfo scuro. La sua infanzia deve essere stata dura. Non so se un giorno scriverò qualche vignetta sul suo passato, in verità mi sembra poco interessante, però dei piccoli rimandi, tipo questo, mi sembrano utili.

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Question #3

Mi sono rotto le balle di chi ti dice "credi in te stesso"... me stesso fa le stesse cazzate che fanno tutti, anzi pure di più. Babbo Natale è più fico. Oltre ad essere sponsor della CoCa Cola, fa credere a tutti ogni anno che è lui che porta i regali, e invece li pagano quegli stronzi di mamma e papà.

lunedì, febbraio 28, 2011

L'Italia e la crisi in Libia

"La Libia sta sprofondando in una paurosa guerra civile. La dittatura di Gheddafi, che dura da 41 anni, sta mostrando il suo vero volto, disumano e feroce. “I manifestanti sono ratti pagati dai servizi stranieri. Una vergogna per le loro famiglie e le loro tribù. Andate a sterminarli!” - ha detto il rais, nel suo discorso televisivo del 21 febbraio scorso. Invitava così i suoi soldati , i suoi fedeli e le migliaia di mercenari africani a sterminare i ‘rivoltosi’. Si parla ormai di oltre diecimila persone massacrate in questa tragica repressione ordinata da uno dei più spietati dittatori d’Africa. Eppure i manifestanti libici chiedono solo pane, dignità e democrazia (seguendo l’esempio dei tunisini e poi degli egiziani).
Infatti, nonostante le immense ricchezze finanziarie derivanti dal petrolio, la disoccupazione giovanile è arrivata al 30%. Si stima che 70 miliardi di dollari siano finiti nelle tasche del dittatore di cui 1,1 miliardi sono investiti nella nostra banca Unicredit. Un abisso tra pochi ricchissimi e moti poveri. Per di più, il popolo libico non ha mai sperimentato la democrazia, nonostante il linguaggio rivoluzionario e populista di Gheddafi e del suo “Libro Verde”. La conseguenza è tragica: la Libia, oggi, invece che ‘verde’ è diventata ‘rossa’ con il sangue dei suoi figli massacrati.

Davanti a questa tragedia noi italiani dobbiamo chiederci quali siano le nostre responsabilità. Noi siamo profondamente legati alla Libia sia perché siamo quasi vicini di casa, sia perché abbiamo colonizzato quel paese. Un colonialismo brutale il nostro, soprattutto in Cirenaica dove Omar-el-Mukhtar (“il leone del deserto”), ha guidato la resistenza contro il nostro esercito. Non possiamo dimenticare che noi italiani abbiamo impiccato o fucilato, in quel periodo, almeno 100mila libici su una popolazione di 900mila abitanti: un vero e proprio genocidio!
Quando Gheddafi salì al potere, pretese che l’Italia pagasse quel debito coloniale. Fu il governo Berlusconi a pagarlo: 5 miliardi di euro con la condizione che la Libia bloccasse l’immigrazione africana. Il 5 gennaio 2009 il Senato italiano ha approvato il Trattato di amicizia italo-libico. Come ha potuto l’Italia firmare un trattato con un dittatore come Gheddafi che non rispetta i diritti umani? Basterebbe vedere quello che Gheddafi ha fatto agli immigrati respinti dall’Italia e da lui rimandati poi a morire o nel deserto o nei loro paesi.
Adesso il nostro paese si trova a fronteggiare una “duplice invasione” sia degli immigrati africani intrappolati in Libia che tentano di nuovo la traversata sia dei profughi libici che scappano dalla loro patria in fiamme. E del loro inferno siamo in parte responsabili perché abbiamo armato fino ai denti il rais libico. Difatti, molti degli elicotteri che sono stati usati per uccidere i manifestanti sono stati importati dall’Italia. Nel 2009 le esportazioni belliche italiane in Libia hanno raggiunto una cifra incredibile: 112 milioni di euro. Nei due anni 2008-2009, abbiamo esportato in Libia armi per oltre 205 milioni di euro, con la Finmeccanica che ha fatto la parte del leone (ricordiamoci che la Libia è diventata la seconda azionista di Finmeccanica).

Per questo chiediamo:
- accoglienza per tutti quelli che fuggono da questa guerra;
- di fare pressione sul nostro Governo affinché sospenda il Trattato di amicizia italo-libica;
- di sospendere la vendita di armi alla Libia e a tutti i paesi del Nord-Africa (come già proposto dai governi inglese, francese e tedesco);
- che l’Unione Europea non eriga un muro di navi militari in mezzo al mare per bloccare gli immigrati in arrivo;
- che il nostro Governo e l’Unione Europea si prodighino a far sì che in Libia possa finalmente trionfare la democrazia, il rispetto dei diritti umani e la pace."

Question #2

Dedicata a tutti quelli che invece di vedersi, si lamentano che non si vedono.

Drizzit 11

E' vero (sarebbe innegabile) che Drizzit è ispirato al Drizzt Do'Urden di R.A. Salvatore, ma fin dall'inizio non mi era sembrata una buona idea quella di ripercorrere tutte le tappe dei romanzi dell'eroe del quale Drizzit è la parodia. Non solo sarebbe stato banale, ma avrebbe relegato queste vignette a un pubblico di nicchia, di conoscitori dell'originale. Intendiamoci, mi piace che chi conosce Drizzt apprezzi le citazioni e prese in giro degli eventi apparsi nei romanzi originali, ma vorrei che anche un generico amante del fantasy, o dei giochi di ruolo, o anche solo un lettore di strisce a fumetti, possa appassionarsi a quanto succede e seguire la storia senza provare la sensazione spiacevole che gli manchi qualcosa per poterla comprendere appieno.
Nei romanzi c'è tutta una serie di vicende a seguito delle quali Drizzit viene in possesso di mortegelida e lampo (nell'originale icingdeath e twinkle), le sue scimitarre magiche. A me non interessava molto sviluppare quella parte. Volevo solo che Drizzit avesse le sue spade magiche, affinché potessi scrivere strisce divertenti come questa.

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domenica, febbraio 27, 2011

Question #1

Ho troppe domande in testa. Ne ho presa una a caso e l'ho buttata sul foglio. Così ho scritto questa prima, semplice -ma complicata- domanda. Mi guardo attorno e tutti sembrano molto più incasinati, o tristi, o stressati, o messi male di me. Chiedi in giro: ma perché continui così? E ti rispondono che non hanno alternative. Va bene, ma almeno checcazzo, protesta.

Piero Ostellino, mi fai SCHIFO

“Una donna che sia consapevole di essere seduta sulla propria fortuna e ne faccia – diciamo così – partecipe chi può concretarla non è automaticamente una prostituta. Il mondo è pieno di ragazze che si concedono al professore per goderne l’indulgenza all’esame o al capo ufficio per fare carriera. Avere trasformato in prostitute – dopo averne intercettato le telefonate e fatto perquisire le abitazioni – le ragazze che frequentavano casa Berlusconi, non è stata (solo) un’operazione giudiziaria, bensì (anche) una violazione della dignità di donne la cui sola colpa era quella di aver fatto, eventualmente, uso del proprio corpo.”

Piero Ostellino, dal Corriere della Sera del 19 Gennaio 2011

Qui posso dirlo, Piero Ostellino mi fai schifo. Non c'è altro da aggiungere.
Per fortuna qualcuno si è accorto della gravità di quanto sopra scritto, e l'ha denunciato.
Brave ragazze, continuate così.

sabato, febbraio 26, 2011

Help Nathan to buy Firefly

Qualche giorno fa, Nathan Fillion è stato intervistato da Entertainment Weeky. Sono affetto da una particolare adorazione nei confronti di Nathan Fillion, credo che sia la sua faccia da bastardo, o la sua strana attitudine allo scherzo, il modo in cui si atteggia a brillante e spaccone. Non so. E' anche probabile che nella vita non si esattamente come appare nei telefilm, ma il fatto che nelle due serie che gli hanno dato più successo (Firefly e Castle) egli interpreti più o meno lo stesso tipo di personaggio, mi fa pensare che abbia a che fare con il suo modo di essere naturale. Anche perché, nelle interviste non sembra tanto diverso.

Comunque, sproloqui a parte su Nathan Fillion, egli durante questa intervista ha detto "Se vincessi alla lotteria e avessi tipo 300.000 dollari, comprerei io la serie Firefly per produrre la nuova stagione da mandare gratis online." O qualcosa del genere.

Per chi non conoscesse Firefly, si tratta di una serie di fantascienza andata in onda qualche anno fa, creata da Joss Whedon (quello di Buffy, ma credetemi, ha poco a che fare con lei). La serie ha vinto numerosi premi e nell'atmosfera era la commistione perfetta tra western e film di fantascienza... il protagonista (interpretato da Nathan Fillion) era il capitano Malcolm Reynolds, una sorta di Han Solo, contrabbandiere fuorilegge che tentava di sbarcare il lunario accettando missioni al margine della legalità, cercando nel contempo di sfuggire al potere centrale della galassia. I pianeti di "frontiera" luoghi di colonizzazione lontani dal centro burocratico e vivo dell'unione governativa, nella serie sono abbandonati a loro stessi e la Serenity (l'astronave di Malcolm) assieme al suo variopinto equipaggio (tra cui un prete e un'accompagnatrice di cui lui è innamorato) vivono una serie di avventure che hanno più il sapore di un romanzo di avventura che di uno di fantascienza. La serie fu premiata anche per gli effetti speciali, davvero pregevoli, e forse proprio per il costo la Fox decise che non ne valeva la pena: si potevano fare gli stessi soldi spendendo molto meno. Chiusero la serie alla prima stagione, dopo 15 episodi. Dopo un paio di anni Joss Wedon diresse un film, Serenity, nel quale chiudeva molte delle questioni lasciate in sospeso dalla serie. Anche il film fu molto apprezzato e ricevette numerosi riconoscimenti, ma ovviamente chi lo apprezzò di più furono i milioni di fan rimasti orfani di Firefly. Cercate di recuperare la serie e di vederla, ne vale davvero la pena (in Italia è stata trasmessa da canal Jimmy più o meno stuprandola, cioè tagliandola in 4:3 e con un doppiaggio che eliminava molte delle scelte di registro del parlato inglese).

Tornano alla dichiarazione di Nathan, è chiaro che abbia scatenato una rivoluzione. Fatti due conti, acquistare i diritti della serie non costerebbe certo 300.000 dollari (si stima 30-40.000 dollari), quindi perché non aiutare il capitano Malcolm Reynolds a portare a termine l'intenzione? Detto fatto. Su internet è nata una campagna di raccolta fondi: "Help Nathan buy Firefly", poi una pagina ufficiale di Facebook e su Twitter, e il fanclub ufficiale di Firefly (i "Brown Coats" in onore dei cappotti marroni che i ribelli indossavano durante la battaglia di Serenity valley, nel telefilm) si è fatto carico di organizzare il tutto. Nel sito si legge che prima di accettare soldi, si muoveranno affinché sia realmente possibile fare una cosa del genere (non è detto ad esempio che la Fox abbia intenzione di venderli, o che Joss Whedon abbia intenzione di dare un seguito alla serie... o che Nathan Fillion non stesse scherzando!). Comunque, qualsiasi donazione, casomai il progetto dovesse partire e poi non andare in porto, sarà rigirata a un paio di enti benefici fondati da Joss Whedon e da Nathan Fillion.

Insomma è passata solo una settimana! ...ma già si inizia a sperare.

Drizzit 10

Ok con questa striscia, credo che concluderò il cosiddetto "ciclo della mucca"... devo ammettere che la statuina di evocazione della mucca è stata una trovata divertente (ogni volta che la guardo mi fa ridere), ma rischiava di apparire un po' troppo spesso. Così ho pensato che il potentissimo oggetto magico in questione potesse cadere nelle mani del nemico. D'altro canto, non si spiegava perché Drizzit non se ne fosse sbarazzato subito! Non la rivedremo per un po'. Vi esorto nel frattempo a fantasticare sull'uso che potrebbe farne una tribù di orchi malvagi.

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venerdì, febbraio 25, 2011

Siamo noi i barbari?

Quella che vi posto di seguito è una lunga ma interessantissima riflessione di Mauro Volpi (costituzionalista e consigliere del Csm) sul degrado dei costumi e della società civile italiana. Mi rendo conto che si tratta di molte righe, ma vi consiglio di leggerlo.

Comincia a farsi strada nella cultura italiana, dopo aver molto insistito sulle derive del potere politico e delle modalità del suo esercizio, l’esigenza di interrogarsi sullo stato della “società civile” nel nostro paese. [...] La mia risposta questo interrogativo è che in Italia vi sono non da oggi svariati segni di imbarbarimento e di degrado. Il degrado è economico, sociale, valoriale, etico, culturale, civile e politico.

Cominciamo dal primo, il degrado economico. [...] Come scrive Francesco Marsico, in Italia dai dati Istat relativi al 2008 risulta che il numero di famiglie situate al di sotto della “povertà relativa” è l’11,3% del totale, mentre quelle che vivono in condizioni di “povertà assoluta” sono 1.226.000, pari al 4,9% della popolazione. Dai dati forniti dalla Banca d’Italia relativi al dicembre 2009 risulta che il 10% degli italiani detiene il 44% della ricchezza nazionale, mentre di questa solo il 10% spetta alla metà meno abbiente della popolazione. Altro prodotto di quel modello di sviluppo è la precarizzazione del lavoro che assume tre aspetti, tra loro connessi. Il primo è quello di una nuova mercificazione del lavoro, che pregiudica le garanzie (a cominciare dalla sicurezza, visto che l’Italia è tra i primi paesi in Europa per numero di infortuni mortali sul lavoro) e i diritti dei lavoratori (come il diritto di sciopero e quello di scegliere i propri rappresentanti sindacali all’interno del luogo di lavoro). Il secondo è quello della disoccupazione, che colpisce tutte le fasce di età, ma in Italia è particolarmente drammatica per i giovani, tra i quali raggiunge una percentuale ormai vicina al 30%. Infine vi è la precarietà del lavoro, che spesso è solo un lungo e tormentoso passaggio verso la disoccupazione e frustra qualsiasi possibilità per i giovani di costruirsi un futuro.

Il degrado sociale consiste non solo nel peggioramento delle condizioni di vita di ampi strati della società, ma anche nella perdita (o nella debolezza) di riferimenti di tipo collettivo. Esso sfocia spesso nell’individualismo, che è cosa ben diversa dal “personalismo”, al quale si ispira l’art. 2 della Costituzione, in quanto tende a sacrificare la dimensione sociale della persona a vantaggio di una posizione di isolamento e di chiusura verso gli “altri”, posizione che porta talvolta a confondere la propria libertà con l’arbitrio e con la sopraffazione nei confronti delle altre persone. Altri aspetti del degrado sociale sono l’esaltazione del corporativismo, accentuato in Italia dal ruolo fondamentale giocato storicamente dalle corporazioni e dalle “caste”, e del familismo, che determina una promozione sociale in gran parte basata sul legame parentale. [...]

Il degrado valoriale deriva innanzitutto dallo smarrimento della memoria storica, senza la quale un popolo non può avere futuro. [...] Così alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale si sono manifestati rigurgiti nordisti da un lato e nostalgie borboniche dall’altro, accomunati da un comune sentimento anti-unitario. A sua volta la Resistenza è stata equiparata al fascismo, come se le ragioni di chi lottava per la libertà e la liberazione nazionale fossero le stesse di chi difendeva un regime autoritario e combatteva insieme all’esercito tedesco al servizio del nazismo. [...]
Allo smarrimento della memoria si accompagna la perdita di valori di riferimento. A proposito di questa i vertici della Chiesa cattolica hanno individuato nel “relativismo” il male epocale delle società occidentali. Qui pare opportuno richiamare le parole di Gustavo Zagrebelsky, secondo le quali “la democrazia è relativistica, non assolutistica”, nel senso che “non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa”. Quindi essa non può essere relativistica “sulle questioni di principio, quelle che riguardano il rispetto dell’uguale dignità di tutti gli essere umani e dei diritti che ne conseguono e il rispetto dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative”. Ebbene, proprio questi sono i valori che vengono ad essere messi in discussione. Quale rispetto vi è per la dignità e per i diritti degli immigrati, considerati non come esseri umani, ma come braccia da lavoro da sfruttare o “carne da macello” da respingere versi i campi di concentramento del deserto libico? E dei giovani, disoccupati o precari malpagati, comunque privati del proprio futuro? E delle donne, umiliate, offese e viste non come persone in sé, ma, per usare le parole del Presidente del Consiglio (pronunciate nel settembre 2010 in una conferenza-stampa con Zapatero), come “il più grande regalo di Dio all’uomo”? E degli omosessuali, considerati come dei “diversi” da colpire o dei malati da curare? E poi quanto è garantita la uguale partecipazione alla vita politica dalla struttura personalistica e oligarchica del sistema politico e da un sistema elettorale, che, dietro il mito dell’elezione diretta del Governo, trasforma gli elettori in soggetti muti chiamati a ratificare le scelte imposte dall’alto? In pratica viene pregiudicata la libertà degli elettori [...]. Ebbene, il popolo italiano può scegliere un partito e dare il potere al capo di una coalizione di maggioranza relativa, che ottiene la maggioranza dei seggi grazie ad un assurdo premio inesistente nelle altre democrazie, ma non è libero di scegliere i propri rappresentanti.

Altrettanto evidente è il degrado etico che si è diffuso nella società grazie alla propaganda, veicolata dai mezzi di comunicazione di massa, di un modello di vita basato sulla ricerca del successo ad ogni costo e del guadagno facile, nel quadro di una feroce competizione con gli altri e del sacrificio di ogni visione solidaristica. Non c’è da stupirsi se perfino l’idea di “utilizzare” il proprio corpo per fare carriera (che significa svendere la propria dignità) sia stata giustificata da un esponente politico di primo piano del centro-destra, attualmente sottosegretario al ministero dell’istruzione [...]. E se di fronte ad una giovane precaria il Presidente del Consiglio nel marzo del 2008 non abbia trovato di meglio che invitare le giovani donne a sposarsi con rampolli di ricche famiglie.

Il degrado culturale appare evidente all’interno della scuola e dell’università, cioè dei luoghi deputati alla trasmissione del sapere e alla formazione delle nuove generazioni, all’interno dei quali si tenta di imporre una concezione mercantilistica della istruzione. Basti pensare alle tre “famose” i (internet, inglese, impresa), poste a fondamento dell’educazione pubblica nelle scuole dall’ex ministro Moratti [...]. Si potrebbe ironizzare sul fatto che chi ci governa ha volutamente dimenticato la “i” più importante, l’italiano, inteso come l’insieme della cultura di base, letteraria, storica, filosofica, giuridica, scientifica, che fa di noi un popolo. Ma in realtà viene ad essere mortificato il ruolo fondamentale della scuola e dell’università di trasmissione della cultura e di sviluppo della ricerca di base, che è indispensabile anche per un’utilizzazione corretta e proficua dei nuovi strumenti tecnologici. [...] Il degrado culturale deriva anche dall’uso che viene fatto dei mezzi di comunicazione di massa. In passato la televisione ha svolto un ruolo innegabile nella diffusione della lingua e della cultura nel popolo italiano; oggi contribuisce fortemente alla sua diseducazione, configurandosi come un modello di “cattiva maestra”, per usare l’espressione di Popper, e propagando una video-politica che trasforma il cittadino in homo videns (come sottolinea Sartori), non più partecipe ma succube, specie quando la televisione rappresenta per svariati milioni di persone l’unica fonte di informazione. Inoltre l’infima qualità della grande maggioranza dei programmi televisivi veicola un modello di vita edonistico e consumistico, producendo un ribaltamento tra fiction, posta al centro dell’attenzione, e realtà, trascurata e relegata in secondo piano.

Il degrado civile si manifesta nello scarso rispetto per le regole di qualsiasi natura, da quelle di costume a quelle etiche a quelle giuridiche. L’inosservanza di elementari regole etiche e di correttezza da parte di uomini pubblici viene relegata nel gossip. Le violazioni della legalità sono spesso sopportate o giustificate in nome dell’eccessiva rigidità delle regole (come ha fatto più volte il Presidente del Consiglio per l’evasione fiscale, l’11 novembre 2004 anche di fronte al comando generale della Guardia di finanza). La Costituzione nei suoi principi e nelle sue regole essenziali viene ignorata o relegata in una sfera extragiuridica o in quella dell’antimodernità. Come se il fatto di avere più di sessant’anni fosse di per sé sinonimo di vecchiezza. L’attacco ripetuto e costante contro la Costituzione, al quale la politica trova assai comodo addebitare i disastri e l’incapacità innovativa derivanti dalla propria insipienza, va a colpire al cuore quell’insieme di valori che dovrebbe essere di guida e di modello per tutti, e in particolare per i titolari di funzioni pubbliche. Indici concreti del degrado civile sono l’evasione fiscale, calcolata da Confindustria in 120 miliardi l’anno, la corruzione, che ha fatto collocare l’Italia al sessantasettesimo posto nella classifica stilata per il 2010 da Transparency International e che secondo la Corte dei Conti ammonterebbe a 60 miliardi all’anno, e infine la diffusione nella economia e nella società della grande criminalità. [...]

Vi è infine un degrado politico che pregiudica il corretto funzionamento delle istituzioni. I partiti appaiono come entità oligarchiche sempre più distaccate dalla società e negli ultimi venti anni si è imposto il modello del “partito personale” (secondo la felice espressione di Mauro Calise), il cui compito fondamentale non è di rappresentare interessi sociali, [...], ma quello di lanciare un leader che appaia in grado di rimanere più a lungo possibile al potere. In Italia il fenomeno è stato accentuato dalla radicalità della crisi che all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha colpito il sistema politico e dalla successiva commistione tra potere politico, economico e mediatico, che ha portato all’emergere di un capo carismatico, il quale ha dato vita ad un partito votato al culto della sua personalità e alla difesa dei suoi interessi privati (economici e giudiziari). [...]
Il degrado politico determina l’inesistenza di una qualsiasi etica pubblica, che viene spesso condannata come moralismo. Ciò comporta che il comportamento indecoroso e socialmente o eticamente riprovevole di un uomo politico non porta al suo allontanamento o a sanzioni politiche, ma viene giustificato finché non vi sia una sentenza definitiva di condanna della magistratura. [...] Di fronte a comportamenti ingiustificabili e degradanti viene poi invocata la privacy dell’uomo pubblico come sfera che non tollera alcuna intromissione e che giustifica qualsiasi comportamento, anche il più vergognoso e contraddittorio rispetto agli “ideali” proclamati pubblicamente, e quindi perfino la commissione di reati (la maggioranza dei quali, come si sa, vengono commessi in privato). Si dimentica volutamente che il livello di tutela della privacy di un uomo pubblico è necessariamente inferiore rispetto a quello di un comune cittadino. E che in base all’art. 54, c. 2, Cost. i titolari di funzioni pubbliche “hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Naturalmente la tanto invocata privacy non vale più nei confronti di chi si permette di criticare o di controllare uomini potenti. Questi viene esposto ad attacchi mediatici, basati su notizie di scarsa rilevanza, quando non inventate (come nel caso Boffo) o mediaticamente costruite sul nulla (come per il giudice Mesiano), o sulla minaccia di pubblicare notizie sgradevoli. Certo, si può sostenere con buoni argomenti che la classe politica è lo specchio della società attuale. Ma si tratta di una ben magra consolazione, perché da quando si è affermato il suffragio universale i cittadini sono stati convinti che fossero chiamati ad eleggere i “migliori”, quelli che per capacità di esprimere interessi sociali, per cultura, per qualità umane, apparissero come i più degni di rappresentarli. Nel momento in cui la qualità e la dignità della rappresentanza vengono degradate al livello medio (o forse anche più basso) esistente nella società, essa perde di ogni credibilità e la nobile professione del politico viene ad essere appannaggio di persone in cerca di successo e che sarebbero incapaci di emergere in qualsiasi altra attività umana.

Mauro Volpi - da I barbari siamo noi? Una riflessione sui costumi incivili degli italiani.

giovedì, febbraio 24, 2011

Drizzit 9

Eheh in questa vignetta torna l'autore. Non avevo escluso completamente l'idea di riapparire, di tanto in tanto. Mi piace il meta-fumetto, e il rapporto che il me stesso disegnato ha con le strisce che disegna. Ma non potevo basarci tutta la storia, una comparsa ogni tanto, è la scelta migliore.
Per quanto riguarda l'argomento di questa striscia, credo che si tratti di uno dei tanti paradossi generati dalla suspension of disbelief invocata al tempo da Samuel Coleridge. Lui diceva che il lettore è disposto a prestare fiducia a un autore, e a "sospendere" la propria incredulità accettando cose che in realtà sarebbero inverosimili, a patto che la storia lo coinvolga. Insomma se un fumetto è ben fatto, ed è divertente, non vai a chiederti come sia possibile che l'elfo (che peraltro non esiste) abbia trovato degli abiti praticamente identici ai suoi addosso a un orco (che non esistono nemmeno gli orchi). Sospendi la tua incredulità e seguiti a leggere, accettando che esistano gli elfi, gli orchi e anche che indossino abiti della stessa taglia.
Quindi quello della suspension of disbelief è una sorta di test. Fateci caso: se in un film, in un libro o in un fumetto, la storia non vi piace, si finisce per non tollerare più nessuna delle sue incongruenze, e anzi si finisce per criticarle tutte. Al contrario se l'opera vi piace, siete sempre ben disposti a passare sopra a qualche imprecisione, ad accettare che le cose siano "andate davvero così".
Ecco da questo ragionamento è nata la striscia qui sopra, una sorta di scena surreale nella quale cerco invano di giustificarmi addirittura con i personaggi dello stesso fumetto. Tanto per farvi rendere conto dell'entità delle pippe mentali che mi faccio.

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martedì, febbraio 22, 2011

Drizzit 8

Ecco la prima striscia della seconda "serie di sette" di Drizzit. Come vedete, ho deciso di includere il titolo ma di lasciarlo fuori dalle vignette. Questo mi permetterà di inserirlo anche nelle strisce successive, senza che ogni volta tolga spazio ai disegni o al testo. Sto anche cercando di migliorare il tratto e la resa del disegno (datemi tempo).
Tornando a questa striscia in particolare, credo che il problema che Drizzit si pone qui sia comune a molti giocatori di gioco di ruolo coscienziosi. Gli orchi hanno una speranza di redenzione, o sono "cattivi" per loro natura? Ok in realtà credo che veramente pochi giocatori si pongano la questione. Ok me la pongo solo io.

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lunedì, febbraio 21, 2011

Quando si ha voglia di fare qualcosa...

...alla fine ci si riesce. Credo che sia una specie di impulso primordiale, per cui se veramente desideri qualcosa, alla fine la pressione esercitata dalla tua voglia di farla ti spingerà a realizzarla. magari ci vorranno anni, magari dovrai aspettare tempi migliori, occasioni migliori, la giusta combinazione insomma. Ma alla fine, un piccolo passo per volta, alle mete ci si arriva sempre.
E' chiaro non sto parlando di utopie irrealizzabili, mi riferisco a sogni "concreti" (un sogno concreto è sempre un sogno?) e in particolare a quegli aspetti della vita che molti ti dicono: mettili da parte, devi fare altro. Altre cose sono migliori, altre cose sono più proficue. E sulla proficuità delle alternative mi è capitato spesso di essere in contrasto con gli altri.
Perché proficuo adesso è sinonimo di un benestare materiale, che è sinonimo di soldi. La felicità è in vendita là fuori, basta avere le risorse per permettersela. Beh io 'sta felicità in vendita non l'ho mai trovata. Mi capita di essere felice spesso, ma per cose del tutto povere. E la mia rotta è sempre in quella direzione, nella direzione delle cose che mi fanno stare bene, e non di quelle che mi mettono "al sicuro". Sarò sempre precario, forse, ma sempre soddisfatto e felice. E' una maledizione, credo -così la vedono in molti- ma se riesco a non far del male a nessuno, potrei conviverci senza problemi fino alla morte.

E veniamo a discorsi più concreti. Oggi ha aperto la Gilda del Drago Nero. E' un'associazione ludica, promuoviamo giochi di ruolo, giochi da tavolo, giochi di carte e qualche volta anche videogiochi e altro ancora. Ci piace vantarci della nostra Sindrome di Peter Pan eheheh. Ma potrei anche dire che è stato difficile per noi divenire grandi e mantenere un amore così grande per il divertimento più puro.
Con i miei amici abbiamo iniziato a giocare a Risiko, Dungeons & Dragons e con i videogames quando ero alle scuole medie. La passione ci ha aiutato a crescere. Leggo molto, disegno, scrivo racconti, libri, fotografo il mondo e tutto questo, forse, nasce dal modo in cui sono cresciuto e dal mondo in cui questa cosa è cresciuta con me. Giocavamo sui muretti, bucando le schede del personaggio con le matite, rigando i dorsi delle carte con i sassi, riempendo di pinoli e foglie secche le scatole dei giochi. Poi tornavo a casa, scrivevo sul mio vecchio piccì, giocavo con il Lego, leggevo fumetti a profusione. Bei tempi, le medie. A parte le medie, intendo.

Più in là una copisteria, tramite un amico, ci ha offerto uno spazio dove giocare: nel loro magazzino, nello scantinato di un condominio. Così è nata la Gilda del Drago Nero. Poi sono passati degli anni, ho aperto un negozio di fumetti, nel retro ho ospitato l'associazione ludica. In un piccolo spazio abbiamo dato vita a un sacco di eventi e ci siamo fatti conoscere. E adesso posso permettermi di dire che la Gilda del Drago Nero vive di vita propria. Certo gli inizi sono difficoltosi, ma abbiamo un locale tutto nostro... spazioso, con una stufetta a legna e la possibilità di organizzare proiezioni e tornei. Sono bei tempi anche adesso.

Dice Simone Weil che questa è la vera libertà. Meno male. Vorrà dire che da oggi mi considererò un po' più libero. Comunque la Gilda è lì, dimostra qualcosa. Dimostra che puntare in alto non è tanto utopico come si vuole far credere. Che c'è ben poco da rassegnarsi. Che si può essere inquieti ed irrequieti, ma anche arrivare da qualche parte, dove da bambini si pensava di poter arrivare, e dove la maggior parte delle persone non arriva mai perché "bisogna stare con i piedi per terra". Forse non ho fatto salti troppo lunghi, o mi sarei spezzato una gamba, forse sono più prudente di quanto non pensi io stesso, ma alla fine giocavo a 12 anni e gioco adesso, 20 anni dopo. Grazie a ogni singola persona che me l'ha permesso.

domenica, febbraio 20, 2011

Drizzit 7

Mi è piaciuto concludere il primo ciclo di 7 strisce così, con una enorme vignetta che rimanda un po' alla copertina di the thousand orcs, disegnata dal mirabolante Todd Lockwood. Ovviamente il mio è un pallidissimo omaggio. Da adesso, tre Drizzit a settimana. L'insonnia aiuta.

Striscia precedente; Striscia successiva; Leggi Drizzit dall'inizio

venerdì, febbraio 18, 2011

Il fenomeno dei "fenomeni"

Roberto Benigni è andato al Festival di Sanremo a fare una comparsata di 15 minuti, e per 15 minuti ha chiesto 250.000 euro, roba che mia madre per guadagnarli deve lavorare 8 anni. Questa cosa ha fatto indignare qualche persona, come è facile immaginare, e anche a me fa incazzare un pochino... si tratta di tanti soldi, per 15 minuti, e nonostante la simpatia che provo per Benigni, di questi tempi si fa fatica a immaginare che i minuti di una persona possano valere 16.000 euro l'uno.

Però... è anche vero che in quei 15 minuti lo share ha toccato il 50% il che vuol dire che una persona su due stava guardando Benigni, e che probabilmente la pubblicità subito prima e subito dopo l'intervento di Benigni l'avranno venduta a prezzi comparabili al PIL di uno stato africano. Insomma 'sti 250.000 euro se li è meritati, se stiamo a guardare le leggi del mercato. Poi consideriamo che a parte un paio di minuti di battutelle iniziali, fondamentalmente ha spiegato a tutti gli italiani l'inno di Mameli!
E' chiaro che non è facile trovare un altro che ti fa il 50% di share spiegando l'inno di Mameli. E quello che dobbiamo chiederci non è "come mai lui ci riesce" ma piuttosto "come mai non ci riesce nessun altro". Perché Benigni non è l'unico showman di talento che abbiamo in Italia. Ma in un panorama televisivo dove il direttore generale della RAI telefona all'Isola dei Famosi per congratularsi per la trasmissione e dove vanno in onda porcate tipo le trasmissioni di Maria de Filippi e il gioco dei pacchi... direi che Benigni 250.000 euro si può permettere di chiederli.

Il punto è che se in televisione le cose che dice Benigni si potesse permettere di dirle chiunque, saremmo in uno stato libero e civile... e soprattutto se in televisione ci fossero più persone come Benigni, allora Benigni non sarebbe più un "fenomeno" e forse si eviterebbe di pagarlo quanto otto anni di stipendio di mia madre per 15 minuti di intervento. Non discuto che Benigni sia bravo, è bravissimo, e proprio perché ormai è considerato un "mostro sacro" può permettersi di fare battute che chiunque altro le facesse rischierebbe la testa, ma è proprio questo il punto. Benigni fa ironia su cose terribili. Quando dice "Silvietto scusa faccio solo una battuta e poi basta" e ride e scherza, sta ironizzando sulla catastrofe che piaga la televisione e più in generale la cultura italiana.
Perché fa così tanto odiens? Perché alla gente piace che lui prenda per il culo i potenti, piace che renda la cultura una cosa alla portata di tutti e soprattutto alla gente piace chi sa fare la televisione. E' come dice Luttazzi, la gente ne ha bisogno. Se in televisione ci fosse gente come Benigni tutto il tempo, invece che leccaculo assunti per parentela e pompini, invece che tette e culi che vanno in onda per questioni di affarismo politico, allora Benigni sarebbe pagato normalmente perché sarebbe semplicemente un altro di quelli che stanno in televisione perché sanno fare televisione e non sarebbe considerato una specie di "fenomeno".

La domanda quindi è... perché la televisione italiana è piena di stronzi che non sono capaci a fare un cazzo anziché di programmi condotti da agente brava e intelligente come Benigni? Adesso sarò chiaro ai limiti della denuncia: ma Giletti, che talento ha? e quell'altro simpaticone lampadato di Carlo Conti? ...e c'è tanta altra gente di cui non conosco manco i nomi perché di televisione ne sorbisco poca ché mi fa venire il voltastomaco... Ma gli zombi redivivi tipo Frizzi? E le conduttrici ignoranti che stanno lì solo perché sono gran gnocche? E le figure grottesche come Malgioglio?

Che stanno facendo adesso i veri artisti, cantanti e pensatori veri, uomini di cultura e di spettacolo, gente capace di fare la televisione? Ne cito alcuni tipo Dario Fo, Beppe Grillo, Daniele Luttazzi, Gigi Proietti, Lella Costa, Corrado Guzzanti... gente che il televisore lo farebbe ESPLODERE. Dove sono? Dategli un programma in prima serata! E ce ne sono altri che ogni tanto appaiono, facendosi pagare centinaia di migliaia di euro perché in mezzo alla desolazione televisiva spiccano come fuoco nella notte, come Celentano o Fiorello...
Non farebbero il 50% di share ogni sera? E allora perché non stanno lì e invece in televisione c'è Simona Ventura con le tette rifatte a presentare l'Isola dei Cazzoni?
Luttazzi con Decameron su LA7 a mezzanotte faceva il 6% quando una qualsiasi trasmissione in prima serata sulla stessa rete fa di solito il 3-4%. E non ci stanno persone di talento che possono condurre programmi in maniera migliore, più elevata, più brillante e meno gretta di non so... Panariello? Nessuno si accorge che quando Fiorello fa una trasmissione ti sfonda i dati di ascolto? E Fiorello chi è? E' solo uno che sa fare televisione (e ti pare poco). Ma forse se fai andare gente di qualità a fare tv si accorgono che tutto il resto è una merda.

E Fiorello non fa ascolti per quello che dice, perché effettivamente non dice granché. E' solo bravo, quel tipo di bravura che merita di andare in televisione. Quello che c'è in televisione adesso invece, merita di non andarci!
Perché allora stanno lì? ... perché non ci credo che c'è stata una selezione, un casting, e alla fine ha vinto Giletti!!! ...o Carlo Conti!!! ...o Barbara D'Urso!!! Ma che talento hanno? Chi sono ste persone di fronte a Lella Costa, Ascanio Celestini o Sabina Guzzanti per dire? Sono insignificanti.
Poi grazie che arriva Benigni e BOOOM esplode lo schermo... la gente è abituata alle "sagaci battute" di Paolo e Luca...

Concludo che Enzo Biagi è morto senza lo spazio che meritava in TV perché al tempo non gli rinnovarono il contratto della tramissioncina che conduceva, il Fatto, cinque minuti al giorno, alle otto e mezza dopo il telegionale. E ci hanno messo le comiche di Max e Tux al suo posto.